Ha seppellito il marito, ha resistito da sola, ha risollevato la casa… ma poi la vicina ha cominciato a sparlare.

Ha seppellito il marito, ha resistito da sola, ha portato avanti la cascina e poi la vicina ha aperto la bocca.

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E adesso ditemi, Signora Zinaida, mi sono girata verso di lei, davanti a tutti, spiegatemi perché mi avete infangata. Cosa vi ho fatto di male? Perché mi trattate così? Quello che ho sentito in risposta mi ha cambiato tutto.

Perché sì, ho seppellito mio marito, sono rimasta in piedi da sola, ho tenuto in piedi tutto quanto e poi la mia vicina ha cominciato a sparlare.

È bastata una voce, solo una. E subito la cassiera mi guardava con compassione, linfermiera mi stringeva forte la mano: Coraggio, tieni duro. Tutti sembravano sapere qualcosa, tranne te. E tu resti a domandarti: ma cosa ho fatto di male?

Silvana poteva star zitta, sai? Ma no, davanti a tutto il paese è uscita allo scoperto e ha chiesto dritta in faccia:

Perché mi trattate così?

Quello che si è sentita rispondere le ha rivoluzionato il mondo.

***

Quella mattina la terra profumava intensamente, come succede prima di una grande rovina o di un grande cambiamento.

Sono uscita al buio, che le mucche non aspettano mica che tu abbia finito i tuoi pianti o le tue feste: il latte viene quando viene, e guai se non ci sei puntuale.

La rugiada era ancora lì, gocce dargento sullerba. Mi sono ritrovata a pensare che la terra ogni mattina si lava e ricomincia da capo, come se il giorno prima non fosse mai esistito. Ma le persone non sono capaci di azzerare. Noi ci portiamo dietro tutto, come un carretto. E spesso, più che ricordi belli, sono pesi, disturbi, parole non dette, rancori.

Sono quattro anni che vivo a Roncaglia da sola, a parte gli animali.

Mio marito Nicola è andato via allimprovviso, un infarto, proprio mentre lavorava nei campi col fieno. Lhanno trovato alla sera, mentre il sole tramontava. Aveva una faccia serena, come chi si è solo seduto un attimo dalla stanchezza.

Forse meglio così, almeno non ha sofferto, non ha visto la vita lasciarlo piano piano.

Dopo Nicola, sono rimasta solo io con la cascina: venti vacche da latte, vitelli, terreni. Molti mi hanno detto: Silvana, vendi tutto e va in città da tua figlia! Che ci resti qui a morire?. Ma io non ce la facevo.

Non era solo testardaggine, anche se un po sì. Era che in ogni asse, in ogni campo, in ogni cosa qui, cè Nicola. Cè la nostra vita insieme, tutti questi anni. E come faccio a lasciarla? A chi? E allora vado avanti.

Mi sveglio alle quattro, vado a letto alle dieci, la schiena mi fa impazzire, le mani diventano dure come pietre, ma ci sono ancora. Respiro a fondo per ogni vitello, mi godo ogni secchio di latte, ogni alba sul nostro fiume.

Della Signora Zinaida, la mia vicina, non volevo nemmeno pensare.

Vive tre case più in là, in una vecchia casa prebellica. Vedova da una vita, ha tirato su il figlio Matteo da sola. Cresciuto, una brava persona, sui trentanni passati, ma per tutti in paese era sempre il Matteo di Zinaida.

Un bel ragazzo, lavoratore, ma la sfortuna lo inseguiva. Si era sposato, ma dopo due anni la moglie se nè andata in città. Le avevano dato la malinconia quei posti isolati, diceva che diventava matta. E lui non lha trattenuta.

Zinaida non stava bene senza le chiacchiere. Solo se poteva sparlare con qualcuno si sentiva utile. Prima non ci facevo caso, ognuno ha i suoi problemi, ma nellultimo mese qualcosa è cambiato.

È iniziato per caso. Un giorno entro a comprare il pane dalla Gina e lei mi guarda strano, con una pena come se avessi già un piede nella fossa.

Le faccio:
Gina, tutto bene?

E lei abbassa gli occhi:
Ma sì, tutto bene, Silvana, davvero.

Poi linfermiera del paese, Tiziana, mi stringe forte la mano e mi dice:
Abbi forza, Silvana, ti siamo tutti vicini.

E io mi chiedevo che motivo avevano tutti di stringermi così. Cosa era successo?

Ma la verità era pesante. La Signora Zinaida aveva sparso la voce in paese che io sabotavo il latte: che ci aggiungevo acqua, gesso, e non so quali altre diavolerie per farlo sembrare più grasso.

E che pure il mio formaggio, quello che porto a vendere a Piacenza, non era fresco ma vecchio, e che cambiavo le etichette per farlo sembrare nuovo.

Pensavo: sono stupidaggini, chiacchiere di paese. Ma questa era più di una voce: era un colpo basso. Anni di lavoro, la mia reputazione in una frase buttata lì.

Una settimana ho dormito male, sempre con la stessa domanda: perché? Che le ho fatto io, a sta Zinaida? Non abbiamo mai litigato, ci siamo sempre salutate, al funerale di Nicola mi abbracciava pure.

Poi mi è salita la rabbia. Quella vera, che ti dà la forza. Ho pensato: no, io in ginocchio non ci sto per nessuno. Mi sono spezzata la schiena per anni e qualcuno viene qui a infangarmi così? Non esiste!

Quel sabato cera riunione al municipio per discutere della strada per Piacenza. Cera mezzo paese, una cinquantina di persone, anche Zinaida, in prima fila con la faccia soddisfatta.

Quando hanno finito di parlare della strada, mi sono alzata. Le gambe mi tremavano, la voce pure, ma ce lho fatta.

Buonasera a tutti, ho detto, posso dire una cosa?

Il sindaco, Giovanni, ha fatto cenno di sì. E io ho raccontato tutto:
Quello che si dice su di me è una menzogna dalla A alla Z! Il mio latte viene controllato tutte le settimane al laboratorio, qui ci sono i risultati.

Il mio formaggio lo vendono in tre negozi diversi. Nessuno si è mai lamentato!

Poi mi sono girata verso Zinaida:

E adesso spiegatemi, Signora Zinaida, perché mi avete calunniato? Cosa vi ho fatto di così brutto? Che vi ho fatto io?

Lei si stava sbiancando subito: prima rosa, poi bianca, poi a macchie.

Ma io ma che io ho solo riferito quello che ho sentito ha mormorato.

E da chi avete sentito? incalzavo. Chi vi ha raccontato queste cose?

In sala cera un silenzio che si poteva sentire il ronzio di una mosca. Tutti fissavano Zinaida, con occhi carichi.

Eh la gente parlava

Era visibilmente persa. E dun tratto ha urlato fuori controllo:

Ma cosa mi guardate tutti? E che colpa ne ho io se quella è rimasta vedova e adesso sta col suo amante?!

Lì mi sono paralizzata.

Che amante? Ma che dici? Vivo sola come un cane da quattro anni!

È tuo figlio Matteo, lamante? si è sentito gridare dal fondo della sala.

Era la voce di nonna Stefania, lanziana che sa tutto di tutti.

Matteo va ad aiutarla alla fattoria, e ora è il suo corteggiatore?

Matteo, che era silenzioso in un angolo, si è alzato. Grosso, forte, paonazzo. I pugni chiusi.

Mamma, ha detto piano, ma cosa hai combinato?

Zinaida gli si è avvicinata, le braccia aperte.
Matteo, te lo giuro, lo faccio solo per te! Quella donna vuole solo prendersi tutto, vuole legarti!

Basta! ha urlato, e tutti sono rimasti fermi. Basta! Ti rendi conto di quello che hai fatto? Hai calunniato una persona onesta, che si spacca la schiena da sola, senza un uomo accanto! E tu la butti nel fango!

Poi si è voltato verso di me. Nei suoi occhi cera qualcosa di nuovo, che non avevo mai visto.

Signora Silvana, mi ha detto piano, la perdoni. Non lo fa per cattiveria, è la gelosia che la mangia. Teme che io la lasci, che me ne vada da lei. Ma io

Si è bloccato, una mano sulla faccia.

Ma io la amo, davvero. Da tanto. Da quando è venuta qui con Nicola, pace allanima sua. Avevo quattordici anni e lei venticinque. La guardavo e pensavo: ecco, così vorrei una moglie. Poi mi sono sposato con Lucia perché lei era già sposata, pensavo che sarebbe passato. Ma non è passato mai. Forse Lucia lha capito, per quello se nè andata.

Il silenzio in sala era totale. Zinaida era incollata alla sedia, come se fosse invecchiata di dieci anni in cinque minuti.

Dopo che Nicola se nè andato, ho iniziato ad aiutarla. Non lo facevo per compassione, era proprio che stavo bene con lei, mi sentivo nel posto giusto.

Si è zittito. Io non sapevo che dire. Dentro sentivo solo il sangue che mi batteva nelle tempie.

Matteo, ma sei più giovane di undici anni.

Lo so, ha risposto lui. E allora?

E allora niente, è intervenuta nonna Stefania. Il mio Filippo era otto anni più giovane di me e siamo stati una vita insieme, felici. Gli anni non sono niente. Conta il cuore, Silvana cara.

La gente ha iniziato a mormorare, qualcuno ha riso, qualcuno ha battuto la mano sulla spalla di Matteo. Zinaida si è fatta piccola piccola, nessuno la guardava più.

Mi è venuto quasi un dispiacere. Non subito, dopo, ho pensato che in fondo la paura la faceva parlare. La paura di restare sola, di perdere lunica cosa cara che aveva: suo figlio.

Quello che ha fatto è stato brutto, ma non era cattiveria vera. Era solo vuoto, incapacità di amare senza stringere troppo forte.

Mi sono avvicinata e mi sono accovacciata accanto a lei.

Signora Zinaida, le ho detto piano, non tema. Nessuno le ruberà il figlio. Lui le vuole bene, è il suo ragazzo. Solo non serve più dire bugie, va bene? È veleno, la bugia. Si semina maldicenza e si raccoglie dolore.

Mi ha guardato con gli occhi bagnati, rossi, disperati.

Perdonami, Silvana, sussurrava. Che sciocca che sono stata.

Ho annuito. Se fossi riuscita o no a perdonarla del tutto, non lo so ancora adesso. Ci vuole tempo, serve che la ferita guarisca.

Siamo usciti insieme io e Matteo. Lui in silenzio, accanto a me. Il sole tramontava e il cielo era rosa: sembravano foglie di rosa canina.

Matteo, gli ho chiesto, ma tu facevi sul serio? Proprio sul serio?

Sì, ha sorriso. Non mi metterei mai a mentire davanti a tutto il paese.

Mi sono fermata a guardarlo. È proprio una bella persona, sai? Una di quelle solide, come il fuoco della stufa in inverno.

Allora andiamo, gli ho detto. Le mucche non si mungono da sole. Mi aiuti?

Ha sorriso che sembrava un ragazzino.

Certo.

E siamo andati. La terra sotto i piedi profumava amarognola, di erba, di tarassaco dappertutto. Ma in quellamaro cera anche qualcosa di dolce: la speranza, forse.

O semplicemente la vita che va avanti, nonostante tutto. Più forte di ogni bugia, ogni cattiveria, dogni dispetto umano.

Matteo mi ha preso la mano, forte, calda, ruvida. E io non mi sono tirata indietro, anzi, ho stretto di più. Forse è destino

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I confini dell’amore