Seconda Suocera
Questa mattina, mentre scrivevo nel mio diario seduto alla luce tiepida della cucina, non posso fare a meno di tornare a quel giorno in cui tutto sembrava andare a rotoli nella clinica di medicina estetica “Nova Luce”. Rita, la donna delle pulizie, era timidissima e indossava il solito camice amaranto. Bussò piano, facendo capolino nellufficio del direttore, il Dottor Maurizio Gori. Le sue parole erano quasi un sussurro, come se temesse di turbare laria già pesante di quella mattina.
Ho sentito che cercate un assistente massaggiatore, disse Rita.
Gori alzò gli occhi sopra le sue occhiaie. Era nervoso più del solito dopo la notizia che una trattativa importante con degli investitori era saltata proprio all’ultimo.
E tu con lo spazzolone vorresti metterti a fare massaggi ai clienti? bofonchiò.
Rita scosse la testa timida. Ho fatto dei corsi online. Ho scritto anche il curriculum… e allungò una pagina stropicciata e umida, pescata dalla tasca del grembiule.
Fu proprio in quel momento che entrò l’amministratore, Lorenzo Sarti. Maurizio, passandosi una mano tra i capelli, sbottò:
Lorenzo, ma qui le signore delle pulizie fanno come vogliono? Mandala fuori! Si crede pure massaggiatrice adesso! Sbrighiamoci che ho da lavorare!
Prese il curriculum, lo strappò e lo lasciò cadere ai piedi di Rita.
Lei, con le dita impastate di nervosismo, si chinò a raccogliere quei pezzetti come a ripescare un sogno già perduto. Lacrime miste al detergente le offuscavano la vista. Lorenzo, senza tanti complimenti, la prese sotto braccio e la portò fuori dal corridoio, oltrepassando altri impiegati e visitatori, fino allo stanzino delle scope.
Seduta su un vecchio contenitore di sabbia antincendio, Rita si lasciò andare ad un pianto senza freni.
Non aveva mai sognato di lavare pavimenti, ma lì la pagavano meglio di qualsiasi altro posto simile. Maurizio Gori era considerato quasi una leggenda; dicevano che si fosse fatto da solo, arrivando in cima senza aiuti, dopo esser cresciuto in un collegio di provincia e aver lavorato notte e giorno per studiare. Ora le attrici, persino da Milano, venivano da lui spendendo cifre folli. Alzava ogni anno i prezzi, viveva di lusso. Rita aveva pensato che almeno tentare non le avrebbe fatto male.
Lavorare come massaggiatrice era il sogno della sua vita. Studiava ogni manuale che trovato e si era pagata una scuola serale di fisiomassaggio, ma senza il diploma ufficiale non si aprivano porte. Aveva iniziato a mettere da parte qualche euro per il corso serio, ma il marito era scappato via con i risparmi, lasciandola con la figlia, la piccola Chiara, e nemmeno un cent sul conto.
Solo dopo aveva scoperto che Carlo, suo marito, aveva precedenti per truffa e una vita scritta di bugie. Il divorzio era stato una via crucis: lui spariva di continuo, lei restava sola con la mamma, la signora Elisabetta, e Chiara in un appartamentino minuscolo, vivendo con la pensione della madre. Elisabetta era una donna dallo spirito indomito, ex atleta, dura e caparbia, sempre con una parola buona. Si era assunta il peso di crescere la nipotina, così almeno Rita poteva lavorare qualche ora in più.
Quando Rita aveva finalmente trovato la forza di iscriversi ad un corso di massaggio economico, il certificato che aveva ottenuto era quello che Maurizio aveva fatto a pezzi.
Si soffiò il naso, si rimise in piedi e tornò a lavare i pavimenti. I colleghi la osservavano con sufficienza. Arrivata a casa, almeno la madre aveva una notizia positiva: Chiara aveva vinto il concorso di disegno allasilo. Rita era fiera di quella figlia piena di talento, così si era sacrificata per regalarle sempre materiale da disegno e iscriverla alla scuola artistica del quartiere.
Il secchio sembrava sempre più pesante. Un certo Federico, il custode del palazzo, uomo avanti con gli anni, gentile e unico a non guardarla mai dall’alto in basso, le prese il secchio dalle mani. Federico la incitava sempre e le portava dolci fatti in casa la domenica; grazie a lui Rita aveva creduto almeno un po in sé stessa e trovato il coraggio di presentarsi a Gori col curriculum.
Davanti a Federico, Rita scoppiò nuovamente a piangere.
Non piangere, passerà, le disse lui, dandole una pacca sulla spalla.
Faccio solo danni, rispose Rita sconsolata. Dovrei smettere di sognare. Gori sembra uno di noi, invece, appena cè potere e soldi…
Ha avuto una brutta giornata, magari riprova tra qualche tempo, propose il custode.
Ormai mi hanno detto di non farmi più vedere. Tutto per un sogno che non realizzerò mai, concluse Rita.
Federico non rispose, si limitò a sollevare le spalle. Rita rimise via le attrezzature e tornò a casa, mentre pensava a come avrebbe spiegato a Chiara che non poteva permettersi quel gioco costoso che desiderava.
A casa trovò la madre stranamente mesta.
Mamma, ti succede qualcosa? chiese subito Rita.
Tutto bene, non ti preoccupare… cercò di tagliare corto Elisabetta.
Dimmi, insisté Rita.
La madre scoppiò a piangere.
Al controllo medico del teatro, mi hanno trovato una cosa sospetta. Ci vorrebbe unoperazione, e cè la lista dattesa. Se volessimo farla a pagamento, nemmeno coi tuoi stipendi da donna delle pulizie e la mia pensione…
Mamma, non dire così, la interrompe Rita. Troveremo una soluzione.
Eh, mia cara, i soldi non bastano. La coperta è sempre troppo corta, sospirò la madre.
Rita passò la notte in bianco. Decise che avrebbe provato a parlare ancora con il direttore, costi quel che costi.
Il giorno dopo venne convocata solo per sentirsi comunicare il licenziamento per riduzione del personale. Tre mensilità alla minima e via. Federico la salutò e le scrisse il suo numero sul retro di un biglietto da visita. Rita lo copincollò nella rubrica, senza sapere cosa laspettasse.
Mentì alla madre dicendole che aveva lasciato il posto di sua volontà. Durante la ricerca di nuovi lavori, capitò su un annuncio come badante. Non serviva diploma, ma si richiedeva pulizia, cucina e spirito di sacrificio.
Meglio che restare a pulire bagni pensò Rita. Inviò il curriculum. Dopo solo unora la chiamarono. Il datore di lavoro era una donna sola e benestante.
La ricevette Tamara, responsabile dellagenzia, con occhi di ghiaccio.
Glielo dico subito: sta per entrare dalla decima badante. Nessuno regge. La signora è complicata.
Rita annuì in silenzio.
Emma De Luca. Una diva dellopera, dicono che abbia avuto tanti uomini facoltosi, tanti regali.
A me non interessa, rispose Rita. Non sono nella posizione di fare storie.
Però non porti bambini né animali: la signora non li sopporta. Muove a malapena le gambe, preferisce stare in sedia a rotelle, vuole essere aiutata persino a vestirsi. Tre mesi di prova. Poi stipendio doppio.
Rita annuì. Lo stipendio era già il doppio del solito, non poteva lasciarsi sfuggire questa occasione: la salute della madre dipendeva da lei.
Il mattino dopo si presentò davanti a un palazzo storico in pieno centro di Firenze. Il portiere la fece entrare, la casa era sontuosa, mai visto niente di simile.
Cosa guardi, pensi già a come rubare? gracchiò una voce.
Comparve una minuscola signora bianca come un giglio, gli occhi di ghiaccio vivi e pungenti.
Buongiorno, signora Emma, balbettò Rita.
Parla più forte! E fammi vedere le mani! Metti le sovrascarpe, il parquet qui è prezioso! Svelta! E adesso portami la colazione!
Rita, imbarazzata, cercò le sovrascarpe in tessuto, corse in cucina, preparò il tè.
Non pestare, sembri un elefante! urlò Emma.
Studiò la tazza con sospetto, la annusò, poi versò il tè bollente addosso a Rita.
Hai fatto tu, colpa tua! sibilò la donna.
Rita inspirò a fondo.
Cè un bagno dove mi posso lavare?
Al piano sotto, per la servitù, borbottò Emma, aggrottando le ciglia. E sbrigati.
Rita fece ciò che doveva, poi fino a sera fu presa di mira da Emma, che la trattava come una pedina, la umiliava e la metteva costantemente alla prova. Ma Rita intuì che era tutta una strategia per vedere fino a dove poteva resistere.
Alla sera, Emma era già esausta. Rita le fece un massaggio leggero prima di andarsene. Il giorno dopo, la signora sembrava di umore migliore e reclamava manicure, bel vestito e che Rita le portasse il caffè nel salottino. Il primo cliente era atteso: un anziano amico di Emma, elegante e distinto. Rita preparò il caffè tremando, ma tutto filò liscio.
Quella sera ancora massaggio, Emma dormì come una santa. E così iniziò la routine.
Passarono i tre mesi di prova. Rita lavorava sei giorni su sette, la madre non doveva più sforzarsi e Chiara poteva continuare a disegnare. Emma si abituò alla presenza della bambina tra i colori, anzi arrivò a chiederle un ritratto che poi appese orgogliosa in salotto.
Laffetto con Emma crebbe e Rita smise di temere il licenziamento. La signora soffriva di problemi gravi alle articolazioni, spesso stava male, e i massaggi di Rita erano per lei un toccasana. Col tempo, Emma chiese a Rita di dormire con la bambina in casa sua nelle notti più dure. Una sera, mentre riordinavano dei vecchi album fotografici, Chiara esclamò:
Ma questa è la foto della nonna! indicando una pagina.
Rita non credeva ai suoi occhi: lì, tra le vecchie fotografie, cera proprio la giovane Elisabetta.
Come mai ha la foto di mia madre? domandò Rita.
Emma la fissò a lungo.
Tu sei la figlia di Betta? disse infine. Ma pensa te… Ora capisco da dove vieni fuori!
Eravate amiche? chiese Chiara.
Lo eravamo. Sempre insieme: lei atleta, io musicista. Poi ci innamorammo dello stesso ragazzo. Io vinsi, ma il matrimonio durò poco e la lasciai per sempre la sua amicizia.
Rita, da quel momento, pensò solo a farle rincontrare.
Quando Emma chiese una notte in più di compagnia, Rita chiamò la mamma a prendere la nipotina. Elisabetta, in cappotto rattoppato, varcò la soglia. Emma uscì con il carrello in corridoio.
Sono venuta a prendere Chiara, disse Elisabetta fredda.
La vita ti ha stancata, eh? ribatté Emma.
Almeno ho figlia e nipote, sorrise Elisabetta. E tu che ti resta?
Almeno io ho avuto uomini e viaggi! rispose Emma.
Elisabetta scrollò le spalle.
Ti ho salvato io, lo sai? Quella volta che quel giovanotto teatrale voleva sposarti per i soldi. Ti ho fatto una telefonata anonima per aprirti gli occhi.
Emma sbiancò.
Così eri tu… sussurrò.
Non potevo odiarti, rispose Elisabetta. E tanto meno ho mai fatto nulla di male contro di te.
Emma abbassò lo sguardo.
Mi hai salvata dalla rovina. Da quel giorno ti sono debitrice, ammise. E ora, adesso che so cosa hai passato… Trasferisciti qui con Rita e Chiara. Questa casa è troppo vuota. Fai la nonna pure tu.
Elisabetta si lasciò cadere su una panca.
Gli otto mesi che mi restano vorrei passarli vicino a voi.
Emma rimase a bocca aperta.
Ma come? È serio?
Problemi al cuore. Per loperazione servono soldi che non ho, confessò Elisabetta.
Faccio io, sentenziò Emma. E niente storie. Devo sdebitarmi, i soldi lasciamoli alle banche.
E così fu. Nel giro di una settimana, il palazzo fu teatro di passaggi di mobili, tappezzerie, camere per bambini. Emma pagò la migliore clinica di Firenze: il dottor Valerio Ferri, giovane e brillante, figlio di un luminare della cardiochirurgia, prese in cura proprio Elisabetta.
Rita era commossa da Valerio: non era un bellone da copertina ma un uomo profondo, attento, che sapeva ascoltare. Tra di loro sbocciò un affetto sottile, fatto di parole sincere e attenzioni delicate.
Dopo loperazione, la madre si rimise; Emma, invece, sempre più debole, si affidava ogni giorno di più alle mani di Rita.
Poi, un pomeriggio, Emma annunciò:
Rita, è ora che tu smetta di fare la badante. Devi studiare. Diventa massaggiatrice vera, fatti un diploma. Te lo pago io. Così avrai le competenze giuste.
Andò tutto come nelle favole: Rita fu la migliore del corso, il maestro Giovanni Allegri, proprietario della nuova Spa Benessere, le offrì un posto fisso.
Gli orari si fecero gestibili: il mattino in Spa, il pomeriggio la dedicava a casa, alla mamma, al piccolo nuovo nido. Pedinata ora dai pazienti del dottor Ferri, e ancora sostenuta da Emma, riusciva a far quadrare tutto: Chiara felice tra matite e tempere, la madre al sicuro, e la sua nuova famiglia pronta a crescere.
Valerio passava sempre più spesso, e le sue visite finirono per diventare quotidiane. Lui stesso mi disse un giorno:
Rita, non smetterò di sorprendermi di come siate diventate una vera famiglia. E se non vi dispiace, vorrei attraversare questa strada con voi.
Rita sorrise, e io, seduto qui a scrivere, so che alla fine la lezione mi è rimasta dentro: la vita ti può umiliare, metterti a terra e strapparti sogni e dignità, ma a volte è proprio in queste cadute che trovi la mano giusta per rialzarti e ricominciare, più forte, e magari con una vera, nuova famiglia al tuo fianco.






