Il marito credeva di essere apprezzato in azienda, ma la moglie…

Sai a cosa pensavo oggi? Marta sta in cucina, asciuga un piatto con una tale energia che pare voglia cancellarne il decoro. Pensavo che, in realtà, non servi davvero a nessuno.

Giuliano, seduto al tavolo con il Corriere, abbassa il giornale. Non lo dice con cattiveria, ma con quella voce piatta che si usa per parlare del tempo.

Che cosa? è tutto ciò che riesce a sussurrare.

Pensaci bene. In banca ti hanno rimpiazzato in una settimana. La nostra figlia ti chiama una volta al mese per dovere. Gli amici si fanno la loro vita. Gli rivolge uno sguardo diretto. E sai la cosa più buffa? Pure a me non servi. È solo abitudine.

Sente la terra franargli sotto i piedi. La stanza gli gira intorno. Quelle parole gli entrano nella carne, come coltelli roventi, e recidono lultimo filo che lo teneva appena sopra il precipizio. Ora precipita.

Marta ripone il piatto nella credenza ed esce verso la camera. I tacchi battono il linoleum della cucina mentre si allontana. La porta si chiude piano, senza rumore. Giuliano resta lì, il giornale tra le mani diventato un miscuglio insensato di lettere. Guarda fuori dalla finestra, dove il cielo si scurisce, e vede il suo riflesso nel vetro. Davanti a lui cè un uomo che sembra uno sconosciuto: spalle cadute, gli occhi spenti. Quando è successo? Da quando è così?

Sessantanni. Quaranta di questi passati a lavorare nella filiale della Banca Popolare di Milano, dal bancone allo sportello, poi responsabile. Conosceva i clienti per nome, dava consigli, quando cera un problema tutti cercavano lui. Giuliano Bassi trova una soluzione. Quella frase lo scaldava da sempre.

Tre mesi fa la targa, lapplauso e laddio alla pensione. Il direttore che ti stringe la mano, le parole di rito, lorologio da parete in regalo dai colleghi. Ora aveva tempo, tempo a non finire, un oceano di giorni solo che non sapeva dove sbatterlo.

Giuliano si alza. Le gambe gli sembrano di piombo. Si rifugia nello stanzino che lui e Marta hanno sempre chiamato studio, anche se è poco più di uno sgabuzzino con una scrivania. Ci sono le sue onorificenze, le foto delle feste aziendali, le cartelle dei vecchi bilanci. Prende in mano il diploma di fedeltà. Per il lungo e diligente servizio e laltissimo senso del dovere. La carta fruscia tra le dita. Quarantanni. Davvero non sono mai valsi nulla?

Ricorda una telefonata di cinque mesi fa. Ha provato a sentire i vecchi colleghi. Risponde una voce giovane che non conosce.

Mi scusi, lei chi è?

Giuliano Bassi. Ero il responsabile.

Ah sì. Guardi, il dottor Rossi ora è impegnato, è lui il nuovo responsabile. Scusi.

Dottor Rossi. Lo ha formato lui, ventanni meno. Al suo posto dopo una settimana. Come diceva Marta. Lei ha ragione. Nessuno lo chiama, niente domande, nessun consiglio. La banca va avanti senza di lui, come se non ci fosse mai stato.

Ripone il diploma, mani che tremano. Violenza psicologica, pensa allimprovviso. Una parola sentita in qualche programma TV. Gli sembrava lontana, irreale. Violenza era quando si picchia. Ma qui semplicemente sua moglie ha detto la verità. Crudele, ma verità.

Torna in cucina e si versa un bicchiere dacqua. La gola secca. Marta non esce. Silenzio, denso come prima di un temporale. Cerca di ricordare, quandè stata lultima volta che hanno parlato davvero. Non di bollette o spesa, ma della vita, dei sentimenti. Nulla viene in mente.

Trentacinque anni fa si sono conosciuti a una festa da ballo nella sala delloratorio. Marta era la contabile in una piccola società, solare, rideva forte, ballava meglio di tutte. Giuliano, timido e serio, laveva amata subito. Fiori, cinema, inviti impacciati. Lei aveva detto sì dopo sei mesi. Un matrimonio semplice, ma felice.

Poi è nata Cecilia. Marta in maternità, lui giorno e notte in banca, a risparmiare per la casa nuova, per i vestiti di Cecilia. Turni extra, straordinari. Marta diceva che non aiutava con la bambina, ma lui diceva: porto a casa i soldi! Non era anche quello un aiuto? Non era per la famiglia che si ammazzava di lavoro?

Cecilia ora è grande. Si è laureata a Bologna, si è sposata, è partita a Firenze. Raramente chiama. Una volta al mese aveva ragione Marta. Giuliano ricorda lultima telefonata: Come va la salute?. Tutto bene, rispondeva. Abbiamo da fare, magari veniamo giù più avanti. Una chiacchierata di cinque minuti. Solo dovere.

Apre il telefono. Lultima chiamata con Cecilia è di ventitré giorni fa. Ha provato lui a chiamarla non ha risposto, poi un messaggio: Papà, scusa, sono in ufficio. Ti richiamo dopo. Non lo ha richiamato mai.

Violenza verbale. Unaltra espressione che riaffiora. Negli ultimi anni Marta era sempre infastidita. Se proponeva di uscire, lei: Ma dove vuoi portarmi, stai a casa. Se dimenticava qualcosa al supermercato, lei: Non sei buono a nulla. Ci era abituato. Pensava fosse carattere, le donne sono così. Tutte le mogli si lamentano.

Ma stavolta no. Non era un lamento. Era un fatto. Calmo e freddo: Non servi più a nessuno. Nemmeno a me. Quelle parole rimangono incastrate dentro, come schegge, e più il tempo passa, più fanno male.

Giuliano si stende sul divano. Non ha sonno, nessuna forza per fare altro. Fissa le crepe sul soffitto. Da quanto tempo voleva sistemarle? Ora gli sembra ridicolo. A che scopo? A chi importerebbe?

Non dorme, quella notte. Marta russa in camera, lui gira e rigira i pensieri. La scuola, dove era mediamente invisibile. Listituto tecnico dove non spiccava. La banca, finalmente il suo posto. La famiglia, il senso di tutto. E ora? Si accorge di aver costruito case sulla sabbia. Bastava una frase, tutto crollato.

Al mattino Marta si veste per andare agli uffici. Beve il caffè in piedi davanti alla finestra, scorre il telefono. Giuliano, seduto, fatica a ingoiare un boccone.

Marta, mormora. Quello che hai detto ieri…

Lei non alza gli occhi.

Cosa?

Lo pensi davvero?

Giuliano, sono stanca. Non iniziare di mattina.

Ma hai detto che io…

Ho detto quello che pensavo. Basta lagne. Finisce il caffè, mette la tazzina nel lavandino. Devo lavorare. Compra un po di prosciutto, è finito.

La porta sbatte. Rimane solo. Il silenzio è accecante. Va davanti allo specchio. Si osserva a lungo capelli grigi, rughe profonde, bocca tesa. Da quando è invecchiato così? Si ricordava giovane, forte, pieno di energia. Dovè finito quel Giuliano?

Si veste ed esce. Novembre è gelido, un vento che fende la città. Cammina senza meta. Passa davanti a negozi, fermate, gente indaffarata. Si sente invisibile. Cammina accanto alle loro vite come un fantasma.

Crisi didentità, uomini e pensione. Ne aveva letto su La Repubblica. Pensava non lo riguardasse. Aveva dei progetti: consulenze in banca, magari un lavoretto, pescare con gli amici. Ma niente lavoro extra. La banca non lo richiama. Gli amici…

Gianluca, il compagno delle scuole tecniche. Quarantanni di amicizia, lavoro e avventure. Quando Giuliano è andato in pensione, Gianluca prometteva: Ci vediamo spesso ora!. Ma ora chiama di rado. Giuliano lo cerca lui, ogni tanto, ma Rimandiamo, Giulio. E così Giuliano smette di chiamare. Gianluca non lo cerca più.

Arriva nel parco. Si siede sulla panchina, fa freddo, il vento gli apre la giacca. Intorno vecchi con i cani, mamme con i passeggini. Il mondo va avanti, lui sta fermo come dietro un vetro.

Depressione da pensionamento? Probabile. Sapeva succedeva. La gente perde senso quando smette di lavorare. Ma aveva previsto tutto! Eppure ogni giorno è vuoto e grigio, il futuro incolore.

La sera si ricorda della spesa, compra prosciutto al supermercato. La commessa lo guarda impaziente.

Ha scelto?

Sì, mi scusi. Indica il primo che capita.

A casa Marta già prepara la cena, le pentole battono.

Grazie, dice lei, senza voltarsi.

Cenano in silenzio. Giuliano non trova le parole. Marta finisce, va a vedere una fiction in camera. Lui resta davanti al piatto freddo.

Passa una settimana. Giuliano quasi non mette piede fuori. Si alza quando Marta esce, prende caffè, accende la TV senza capire i programmi, torna a letto. Loppressione è forte, come se il respiro mancasse. Ogni pensiero torna a quella frase: Non servi a nessuno. Nemmeno a me.

Cerca di smentirla. Chiama Cecilia.

Ciao papà, tutto ok? Nella voce si sente sorpresa, chiama davvero di rado.

Sì, volevo solo sapere come stai.

Tutto bene. Lavoro, casa, sempre di corsa. Ora però sono in riunione. Ci sentiamo stasera?

Certo.

Non richiama nemmeno la sera. Giuliano aspetta fino a notte, poi le manda: Buonanotte, tesoro. Lei risponde la mattina con un cuoricino emoji. Basta.

Capisce che Marta aveva ragione. Cecilia chiama per dovere. Si sente un compito, una casella da spuntare. Chiamare i genitori fatto.

Crisi esistenziale, lo legge su Google. Quando ti crollano i vecchi valori e non sai costruirne di nuovi. Esatto. Si era sempre sentito indispensabile per la famiglia, il lavoro, gli amici. Tutto illusione.

Ripensa al rapporto con Marta. Negli ultimi anni ormai erano distanti. Lui tornava stanco, lei accoglieva in silenzio. Cena, TV, lei leggeva un libro. Nel weekend usciva con le amiche o restava in garage, a sistemare. Vivevano fianco a fianco, ma non insieme.

Quando è iniziato? Forse quando Cecilia si è trasferita, forse prima. Una volta Marta voleva cambiare lavoro, lui lha dissuasa: Meglio la sicurezza. Lei cera rimasta male, ma aveva taciuto. Forse ancora prima: Marta voleva iscriversi alluniversità, lui lha convinta che non era il caso, servivano i soldi per la figlia. Lei aveva accettato, ma era rimasta sempre in ufficio contabile, anche se meritava di più.

Giuliano chiude gli occhi. Forse la violenza emotiva in casa non lha subita, ma causata lui stesso. Forse anni senza vedere, senza ascoltare i desideri di Marta, tutto preso dal lavoro, dal risparmio, dalla sicurezza. Credeva di essere il marito perfetto. Forse era solo un egoista.

Marta torna tardi dal lavoro. Giuliano è in cucina, al buio.

Perché non accendi la luce? Scatta linterruttore. Sembri un fantasma.

Marta, dobbiamo parlare.

Di cosa?

Di noi. Di quello che hai detto.

Lei sospira, si siede davanti.

Senti, Giulio. Non voglio ferirti. Solo che sono stanca. Non è facile nemmeno per me. Lavoro, casa, faccio tutto da sola.

Ma dici davvero che non ti servo?

Che vuoi che dica? Che ti amo? lo guarda, senza cattiveria ma senza calore. Viviamo insieme da trentacinque anni. Questo non è amore, è abitudine. Ci siamo abituati, tutto qui. Perché mentire?

Ma una volta era diverso

Una volta eravamo altri. Si alza. Ora voglio dormire. Basta discorsi, vivi come tutti. Anche gli altri non stanno in paradiso.

Resta solo. Anche gli altri non sono felici. È questo il bilancio del loro matrimonio?

La sera dopo esce a camminare. Va nel vecchio quartiere, quello della prima casa in affitto insieme. Il palazzo è uguale, decrepito. Ricorda quando si sono trasferiti lì pieni di sogni. Marta lo stringeva, rideva: Ce la faremo. Lui le credeva.

Dove si è rotto tutto? Come si passa dallamore allindifferenza? Chissà. Forse succede sempre così. Forse lamore è a scadenza e la loro era finita.

Cammina tra le vie, la città gli appare estranea. Nuove insegne, nuove facce, nuove auto. Il mondo cambia, lui è rimasto indietro. Si aggrappa a vecchie foto, attestati, ricordi dove era qualcuno. Tutto inutile ormai.

Come superare il tradimento della moglie. Una sera cerca questa frase su Internet. I siti suggeriscono: divorzio, terapia, perdono, lavorare su di sé. Ma è davvero un tradimento? Marta non lo ha tradito. Ha detto la verità. Crudele, ma sincera. Si può chiamare tradimento?

Passa un altro mese. Giuliano non si cura più di sé. Si rade una volta a settimana; lava i vestiti solo quando non ne trova più puliti. Mangia poco, dorme male. Marta ormai lo ignora del tutto. Sono diventati semplici coinquilini.

Un giorno trova un vecchio album di foto. Il matrimonio. Marta in abito bianco, lui nel vestito preso a noleggio. Felicità negli occhi. Tocca una foto: sembra di guardare degli estranei. Dove sono finite quelle persone?

La nascita di Cecilia Marta con la neonata, lui con il mazzo di fiori. Orgoglio. Era felice, si sentiva necessario. Una figlia che lo amava senza condizioni.

Ma i figli crescono. Non hanno più bisogno dei genitori. È naturale. Giuliano lo sa, ma non lo accetta. Vorrebbe che Cecilia lo cercasse, venisse più spesso. Ma lei ha una sua vita e lui non può pretendere.

Le foto del lavoro. In giacca, dietro alla scrivania. Giovane, sicuro di sé, uno che sapeva il suo posto nel mondo. Ora, invece, no.

Come ricostruire lautostima. Un altro tentativo fallito su internet. I suggerimenti sono sempre gli stessi: hobby, sport, stare con gli altri, darsi nuovi obiettivi. Ci ha provato: biblioteca, una nuova lettura, ma non riesce a superare la prima pagina. Piscina ci va una volta, guarda gli altri più in forma. Si sente ridicolo, non ci torna più.

Obiettivi? Quali può avere un pensionato di sessantanni a cui sembra di non servire a nessuno? Arrivare a domani? Non essere di peso? Si prende quasi in giro.

Una sera citofona qualcuno. Giuliano apre, è il vicino Antonio del terzo piano.

Giulio, ciao. Ti riporto il trapano che ho preso in prestito, grazie.

Ah sì, figurati, nemmeno lo ricordavo

Tutto bene? Antonio lo squadra. Mi sembri giù.

Tutto apposto

Senti, non farti problemi. Siamo vicini, ci si aiuta. Esita, poi aggiunge: Anche per me il primo anno di pensione è stato terribile. Poi ci ho fatto il callo. I nipoti aiutano, e al circolo di scacchi si trova compagnia. Serve tenersi impegnati.

Grazie, Antonio.

Coraggio, dice Antonio, e se ne va.

Nipoti. Lui non ne ha. Cecilia dice che ancora non è tempo: lavoro, mutuo, incertezze. Chissà se mai ci saranno. Il circolo di scacchi non gli piace. Hobby forse aiutano davvero, ma dove trovare la forza quando hai il vuoto dentro?

Altre due settimane grigie e piovose. Giuliano guarda la pioggia che scivola sui vetri. Non piange. Dentro non ha più lacrime.

Marta si ammala. Influenza, febbre alta. Giuliano la assiste: tisane, tachipirina, terapia. Lei accetta senza un grazie come fosse dovuto. Lui è il marito, deve.

Perché mi guardi così? gli chiede Marta un giorno in cui le porta la minestra.

Voglio solo aiutarti.

Aspetti che io mi scusi per quello che ti ho detto? Non lo farò, perché era vero. Ti sei offeso, lo capisco. Ma pensaci: sei mai stato diverso? Ti sei mai interessato a me, a come stavo, a cosa desideravo? Tornavi dal lavoro, mangiavi, tv e letto. Trentanni la stessa scena. Volevo viaggiare, tu: Non ci sono soldi. Volevo iscrivermi a un corso: A che ti serve, lavori già. Dicevo che mi sentivo soffocare qui dentro tu niente. Così ho smesso di parlarti, di aspettare. Mi sono arresa. E ora eccoci: viviamo come possiamo.

Resta in silenzio. Niente da rispondere.

Non sono cattiva, Giulio. Solo sincera. Non riesco più a fingere che tutto vada bene. Finisce il brodo. Grazie.

Lui raccoglie il piatto e si ritira. Un nodo nello stomaco. Lei ha ragione. Non lha mai ascoltata, sempre nel suo mondo fatto di lavoro e doveri. Pensava bastasse. Non basta.

Di notte non dorme. Si rigira sul divano. Si può perdonare tutto questo? Le sue parole, la sua freddezza, la distanza. Ma se la colpa fosse sua, se avesse scavato lui stesso il fossato? Allora, cosa dovrebbe perdonare?

Al mattino esce quando Marta dorme. Cammina senza meta, fino al parco di quel giorno. Siede sulla solita panchina. È umido, freddo. Non percepisce più nulla.

Giulio! Una voce familiare.

Alza lo sguardo: cè Gianluca davanti, i capelli ormai bianchi ma ancora un passo deciso. Tiene al guinzaglio un piccolo cane.

Gianluca? fatica a crederci.

Sono io! si siede vicino. Che fai qui al gelo?

Passeggiavo.

Gianluca lo osserva a lungo.

Sei cambiato, Giulio. Coshai?

Vorrebbe dire niente come sempre. Ma i pensieri gli rimangono in gola. Guarda il vecchio amico, il suo volto segnato dalla preoccupazione, e sente che qualcosa si rompe dentro. Finalmente una crepa nel muro che aveva innalzato intorno al suo dolore.

Io le parole sfuggono, non servo più a nessuno.

Escono da sole, rotte. Eppure sono un sollievo, quasi liberatorie. La sofferenza di mesi, finalmente detta.

Gianluca rimane accanto in silenzio. Giuliano continua:

Marta me lha detto chiaramente. In banca sono dimenticato, Cecilia mi chiama per dovere, tu non ci siamo visti per mesi. Ho lavorato una vita convinto di essere importante, di aiutare chi amo. Ma mentre io mi affannavo, la vita scivolava via. Marta soffocava, non lho mai capita. Cecilia è cresciuta e ora non la conosco. Gli amici si sono dispersi. Mi sveglio senza sapere perché.

Gianluca posa una mano sulla sua spalla.

Sai perché non ti ho chiamato io? Avevo vergogna. Anchio, dopo la pensione, mi sono sentito perso. Un giorno ho bevuto fino quasi a stare male. Mia moglie mi urlava dietro. Pensavo: Gianluca è finito, non interessa più a nessuno. Mi ha salvato il cane, quel birbante qui. Me lha portato la moglie: Almeno così avrai qualcosa di cui occuparti. Allinizio ero furioso, poi mi è cambiata la giornata: uscire, occuparmi di lui, ti dà un senso. Un po di luce.

Allora è normale stare male?

Giulio, ne soffriamo tutti dopo la pensione. Il lavoro era la nostra vita. Quando finisce, è un lutto vero. Solo che non se ne parla.

Giuliano annuisce. Per la prima volta si sente davvero compreso.

E con tua moglie?

Ci stiamo lavorando. sorride amaramente. Ho persino chiesto aiuto a una psicologa. Mi ha fatto capire che pure le nostre mogli sono esauste. Anche loro aspettavano, invano, la nostra attenzione. Eravamo presenti, ma solo col corpo, mai col cuore.

Giuliano ascolta queste parole come una rivelazione. Così semplici, eppure non le aveva mai considerate.

E adesso che faccio?

Non lo so, ognuno trova la sua strada. Prova a parlare davvero con Marta, senza accuse, senza scuse. Diglielo che stai male, che hai capito i tuoi sbagli, che vorresti cambiare qualcosa. Forse vi ritroverete, forse no. Ma la vita non finisce qui.

Ho sessantanni, Gianluca.

Mio nonno si è risposato a settantacinque! Felice fino agli ottantacinque. Si alza e raccoglie il cane. Senti: domani alle dieci vieni qui, ti presento alcuni amici del gruppo. Pensionati, un po spaesati come noi. Camminiamo, parliamo, ci si aiuta. Ti farà bene.

Vedrò.

Non pensarci troppo, vieni. La stretta sulla spalla è vigorosa. E sappi che a me servi. Mi sei mancato. Non commetterò più lerrore di chiudermi. Quando vuoi, chiamami.

Gianluca si allontana col cane che fa festa. Giuliano resta lì. Il freddo lo intorpidisce, ma resta. Osserva chi passa sul viale e riflette.

Per la prima volta da mesi il pensiero non va a ciò che ha perso, ma a ciò che può ancora trovare. Forse la frase di Marta non è stata una fine, ma un inizio. Difficile, spaventoso, ma inizio.

Non sa cosa succederà. Se riuscirà a parlare con Marta. Se ci sarà perdono. Se staranno ancora insieme o no. Ma finalmente sente che potrebbe anche vivere diversamente senza di lei, senza la banca, senza il passato.

Non è speranza. Non ancora. Solo una piccola crepa nel muro del suo dolore, attraverso cui filtra un raggio di luce. Non sa dove lo porterà, ma ora vuole scoprirlo.

Si alza dalla panchina. Le gambe sono rigide, ma va. Piano, incerto, ma cammina. Torna a casa. Da Marta, dove dovrà scegliere se restare nel silenzio o tentare di cambiare tutto. O magari andare via.

Per la prima volta, ha la sensazione di poter scegliere. E già questo è qualcosa.

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