Per 36 anni l’ho aspettato di ritorno dai suoi viaggi, ma lui… per tutto questo tempo tornava da un’altra famiglia

Avevo trentasei anni che lo aspettavo dal lavoro, ed invece… per tutto quel tempo lui andava da unaltra famiglia.

Mamma, non puoi immaginare chi ho visto oggi al centro commerciale “Vela”, la voce di mia figlia Lucia usciva così acuta dal telefono che quasi mi fischiava nelle orecchie. Io, Maria, mescolando la zuppa sul fornello, mi irrigidii. Il cuore, antico traditore, mi balzò in petto senza un motivo chiaro, come se intuissi la disgrazia prima della mente. Papà. Era lì, proprio vicino alla gioielleria al secondo piano. Stava scegliendo… no, non per te, mamma. Una catenina dargento con un ciondolo a forma di cuore. La commessa gliela incartava.

Spensi il gas e mi sedetti sullo sgabello vicino alla finestra. La gola secca. Dal vetro, il cielo invernale ammantava Torino di una luce spenta e malinconica. Pareva che persino il mondo trattenesse il fiato, aspettando la mia risposta.

Lucia, ti sarai confusa… Papà è in trasferta. È partito ieri sera, lo sai.

Mamma, non sono cieca! Mi sono avvicinata, volevo chiamarlo, ma lui si è messo in fretta la scatolina in tasca e se nè andato verso luscita senza nemmeno guardarsi indietro. Indossava il giaccone blu che gli avevi regalato tu a Capodanno.

Rimasi in silenzio. Pensavo solo a una cosa: Carlo, ieri, mi aveva detto che andava a Trieste, in Friuli. Più di mille chilometri, due giorni di viaggio, tra carico e scarico. Doveva essere là, a bordo del suo vecchio “Iveco Strada”, quello rosso con la scritta “Translogistica Bruni” sbiadita sul fianco. E invece Lucia diceva di averlo visto al centro commerciale, qui a Torino.

Forse il viaggio è saltato… balbettai, sentendo quanto poco credibile fosse la mia voce.

Mamma, chiamalo. Chiedigli dovè.

Dopo la telefonata restai a fissare il cortile, mentre la zuppa intanto si raffreddava. Non chiamai mio marito. Rimasi soltanto seduta, ripensando ai giochi dei miei figli nei giardini sotto casa, alla panchina sotto il portico dove, ventanni prima, io e Carlo ci promettevamo che, una volta in pensione, saremmo andati a vivere in campagna, finalmente sereni. Ma ormai mancava meno di un anno alla pensione, e la casa in campagna era stata venduta tempo fa: ci servivano soldi per rattoppare il camion. Carlo aveva detto che senza la strada non sapeva vivere. Che la strada era tutta la sua esistenza.

Trentasei anni di matrimonio. Più di metà vita. Sono stata infermiera pediatrica, in pensione da tre anni. Le giornate tutte uguali: pulizie, cucina, televisione, rare chiacchiere con le amiche. Carlo tornava una volta a settimana, a volte meno spesso. Sempre così, da venticinque anni che guidava camion per la Translogistica Bruni. Partiva da Torino, andava a Trieste, di nuovo Torino. Consegnava pezzi di ricambio, materiali edili. Quattro giorni fuori, poi casa, cena, tv, letto. Poi di nuovo la valigia, un bacio sulla guancia, e via.

Abbiamo sempre vissuto così. Tutti dicevano che eravamo la coppia perfetta, mai una lite, mai uno scandalo. Ma da circa un anno era cambiato qualcosa. Carlo pareva distante. Non raccontava più storielle dai viaggi, non si lamentava più del capo, chiamava più spesso ma diceva meno, come se avesse fretta. E poi era comparso un dopobarba nuovo, pungente, quasi da ragazzo. Quando glielo chiesi, disse che glielo avevano regalato i colleghi. E io ci ho creduto. Perché no?

Ma dopo la telefonata di Lucia qualcosa si era spezzato dentro di me. Mi sono alzata, sono andata allappendiabiti. Ho preso il suo vecchio giubbotto, quello che usava solo in casa, e ho rovistato nelle tasche. Scontrini accartocciati dallautogrill, una cartina di gomma da masticare, spiccioli. Uno scontrino mi ha colpito: Caffetteria LAngolo Accogliente, Trieste, tre settimane fa, ordine per due: due caffè, due pasticcini, una coppa di gelato per bambini.

Gelato per bambini.

Mi sono lasciata cadere sul pavimento dellingresso, quello scontrino stretto tra le mani. Gelato. Carlo detestava i dolci. Diceva di star male con lo zucchero. Eppure aveva ordinato il gelato in un bar, a Trieste. Per chi? I nostri nipoti? Lucia e Daniele vivono a Roma, e Carlo li vede poco, una volta lanno al massimo. E poi hanno quattordici e sedici anni: il gelato da bambini non lo prendono più.

Non ho chiamato subito mio marito. Ho cominciato invece a notare dettagli che prima non vedevo: la distrazione di Carlo, il modo in cui guardava fuori dalla finestra mentre mangiava la minestra che io preparavo con tanta cura.

Carlo, stai bene? Sei stanco? gli chiesi servendogli il tè.

Bene, sospirò profondo, come se avesse sulle spalle il peso del mondo. La strada è dura, non sono più giovane…

Forse dovresti smettere. Tra un anno sei in pensione…

Maria, lo sai che non basta la pensione. Bisogna lavorare finché si può.

Annuii. Quella notte, mentre lui dormiva, presi il suo telefono dal comodino. Mai avuto bisogno del codice; Carlo non aveva segreti. E invece ora era bloccato. Il cuore martellava forte. Misi giù lapparecchio e rimasi lì, fissando il soffitto. Da quando aveva messo il codice? E perché?

Il mattino dopo Carlo preparò la valigia per un altro viaggio. Gli feci qualche panino, il thermos del caffè, come sempre. Mentre si infilava le scarpe, cercai di nascondere la tensione.

Carlo, da quanto vai spesso a Trieste? chiesi.

Lui mi guardò, negli occhi un lampo di allerta.

Da ventanni ormai, lo sai.

No, dico… ti fermi mai da qualcuno? Qualche amico?

Carlo prese la borsa.

Maria, che amici dovrei avere? Faccio carico e scarico, magari aspetto, poi torno.

Mi baciò sulla guancia, addosso quel profumo giovane che non riconoscevo. Torno dopodomani.

Si chiuse la porta dietro di lui, lasciandomi nella grande casa silenziosa. Guardai dalla finestra, vidi la sua vecchia Fiat che lo portava in deposito, dove cera il camion. E improvvisamente, sentii che tutto dentro si era ghiacciato da una paura senza nome. La paura che non lo avevo perso ieri o laltro ieri, ma già da tanto, e non me ne ero accorta.

Quella sera Lucia mi chiamò di nuovo.

Mamma, hai parlato con papà?

Sì… niente di nuovo.

Mamma, sono andata a vedere su Facebook. Ho trovato il profilo di papà, anche se diceva sempre che non lo usava. Ci sono amici di Trieste, e una donna… si chiama Stefania Grimaldi. Cinquanta anni, fa la contabile in un negozio Risparmio. Le foto sono private, ma sullimmagine di profilo cè il mare dietro di lei.

Rimasi in silenzio, ascoltando lelenco di fatti come un commissario di polizia durante un interrogatorio. Stefania Grimaldi. Contabile. Trieste.

Mamma, forse non vuol dire nulla, però…

Lucia, sono stanca. Parliamo domani.

Misi giù e restai a guardare il buio fuori, i lampioni che si riflettevano sullasfalto umido. Cercai dimmaginarmi questa Stefania. Più giovane di me, sicuramente curata, truccata, la linea migliore della mia; io, dopo una vita di turni e di paste fatte in casa, ormai avevo rinunciato a sistemarmi. A cosa serviva? Quando tuo marito torna distrutto, mangia in silenzio e va a letto?

Poi un pensiero gelido: e se non fosse solo unamante? Se avesse proprio unaltra famiglia? La doppia vita dei mariti di cui le signore chiacchierano al mercato, che sembra roba delle soap. Se lui stava lì, da tempo, e io per tutti questi anni sono stata la moglie comoda che cucina, lava e aspetta?

I giorni seguenti furono una tortura. Cercavo di vivere normalmente, ma non pensavo ad altro. Quando Carlo chiamò da Trieste, rispose come sempre: Tutto a posto. Sto aspettando per il carico, domani riparto.

Carlo, sei solo lì?

Cosa? Maria, ma che domande fai?

Be, non ti annoi… magari frequenti qualcuno…

Sto lavorando, Maria. Non ho tempo per altro. Ti richiamo, la batteria va giù.

Non richiamò. Tornò due giorni dopo, a tarda sera, stanco. Lo servii in silenzio. Lo guardavo, pensavo alle mani che avevo tenuto per trentasei anni, agli anni insieme, alle difficoltà degli anni 90, ai figli cresciuti, alle lacrime. E ora, sembra, tutto questo non era bastato?

Carlo, hai qualcuno a Trieste? domandai, senza nemmeno sapere dove trovai la forza.

Alzò lo sguardo, sorpreso e insieme sospettoso.

In che senso?

Una donna, per esempio.

Appoggiò la forchetta, si pulì la bocca.

Maria, ma cosa dici? Ho quasi sessantanni, lavoro e basta.

Lucia ti ha visto al centro commerciale. Hai comprato una catenina dargento.

Si immobilizzò. Qualche secondo di silenzio.

Sì, e allora? Era un regalo. Per Stefania, la contabile, ha compiuto gli anni.

Stefania Grimaldi? chiesi. Tutte le tessere del puzzle, allimprovviso, si allineavano.

Sbiancò.

Come lo sai?

Non importa. Carlo, voglio la verità. Hai unaltra famiglia?

Carlo si alzò, fece qualche passo nella cucina troppo piccola per un uomo della sua stazza.

Maria, non adesso. Sono stanco.

No, adesso. Voglio sapere: tu hai unaltra famiglia, giù a Trieste?

Si voltò, mi guardò negli occhi, a lungo.

E se fosse vero?

Il silenzio mi schiacciava. Sentivo solo il ticchettio dellorologio, quello vecchio, con il cucù, rimasto dai suoi genitori.

Quindi sì… sussurrai io, con una voce che tremava dira e dimpotenza. Da quanto?

Da dodici anni.

Dodici. Dodici anni. Mentre Lucia si sposava, Daniele si trasferiva a Roma, io andavo in pensione col sogno che finalmente avremmo vissuto per noi, lui, da quellepoca, viveva in due famiglie. Portava la spesa a tutte e due, baciava tutte e due, raccontava storie della strada a entrambe. Tradire dopo i cinquanta non è qualcosa che succede solo agli altri, è nella tua cucina, nella tua vita.

Hai figli con lei? chiesi, la voce ormai un soffio.

Uno. Matteo. Ha dieci anni.

Un bambino. Suo figlio. E io che pensavo che i nipoti fossero tutta la mia gioia, e invece mio marito aveva un bambino altrove.

E adesso?

Non lo so, rispose Carlo. Sinceramente, Maria, non lo so.

Andò a dormire, lasciandomi sola in cucina fino allalba. Piangevo, poi smettevo, poi di nuovo. Mi chiedevo: se il marito ha unaltra famiglia, cosa si fa? Divorziare? Ma come? Di che vivo? La pensione non basta, senza il suo stipendio non ce la faccio. E poi: trentasei anni. Non è niente… è la vita. Perdonare? Ma come si fa, sapendo che lui va là, che lo aspettano, che qui sono solo una figura tra le ombre?

La mattina seguente Carlo se ne andò, in silenzio. Non lo fermai. Stetti a guardare mentre indossava il giaccone e prendeva la borsa. Quando la porta si chiuse, chiamai Lucia.

Mamma, cosa è successo?

Lucia, si è confessato. Ha una famiglia laggiù. Da dodici anni. E un figlio.

Ci fu un lungo sospiro allaltro capo.

Mamma, non è possibile. Cosa ha detto?

Nulla. È uscito.

Devi parlargli seriamente. O chiedere il divorzio.

Non lo so, Lucia. Non so cosa fare.

Passarono tre giorni. Carlo non telefonò. Io aspettavo, ma non sapevo davvero cosa sperare: scuse, spiegazioni, il suo ritorno, o semplicemente lidea che come sempre nulla sarebbe cambiato?

Il quarto giorno squillò il telefono. Numero sconosciuto, prefisso di Trieste.

Pronto?

Buongiorno. Lei è Maria? voce di donna, calma, pacata. Sono Stefania Grimaldi. Dobbiamo parlare.

Mi sedetti, le gambe molli.

Sì, dica pure.

So che lo ha scoperto. Carlo me lo ha detto. Ma sappia che… io non intendo lasciarlo. Abbiamo un figlio, una vita insieme. Qui lui serve.

Io ho trentasei anni di matrimonio, dissi piano. E due figli ormai grandi. Sempre suoi.

Capisco. Ma lui ha già scelto da tempo. Solo che non glielo voleva dire.

Allora perché veniva ancora da me?

Stefania esitò.

Forse abitudine, o compassione. Non so. Ma io voglio che sia chiaro che noi, saremo insieme. Matteo lo aspetta sempre. Non posso cancellare tutto.

E io? Dovrò farlo io? la voce tremava. Sa cosa significa sopportare il tradimento del marito dopo i cinquantanni, dopo una vita insieme?

Non dico che sia facile. Ma la vita è questa, Maria. Carlo con me si sente vivo. Parla di lei come di una coinquilina ormai.

Chiusi la chiamata senza salutarla. Coinquilina. Io e Carlo, ormai solo come due coinquilini. E laggiù, a Trieste, aveva la sua vera famiglia, dove si sentiva capito.

La sera chiamai mio figlio Daniele.

Daniele, ho bisogno di parlarti.

Dimmi, mamma.

Gli raccontai tutto, in breve. Lui ascoltò in silenzio, poi sbottò:

Mamma, è un tradimento. Come ha potuto? E per così tanti anni!

Non lo so. Non lo capisco.

Separati. Vendi la casa e vieni a Roma, vicino a noi. Ti daremo una mano, starai coi nipoti.

Daniele, non posso lasciare tutto. Questa è la mia vita.

Quale vita? Ti ha sfruttato per anni! È un tradimento tardivo, mamma. È peggio di tutto!

Lo so, sussurrai. Lo so.

Carlo tornò dopo una settimana. Si tolse il cappotto, si sedette in cucina. Io stavo già bevendo il tè. Ci guardammo negli occhi.

Stefania mi ha chiamata, dissi. Mi ha detto che hai già scelto da tempo.

Carlo si lasciò andare sullo schienale, si coprì il viso con le mani.

Maria, non so come spiegare…

Prova.

Lì è unaltra vita. Mi aspettano come se fossi un eroe. Matteo mi salta in braccio, Stefania cucina, mi chiede delle mie giornate. Qui… tu sei sempre indaffarata, coi tuoi programmi, le amiche, il telefono. Torno e non dici nulla, mangiamo in silenzio, andiamo a dormire. Da anni.

Dici che è colpa mia? mi tremava la voce per la rabbia. Se dopo i cinquanta il matrimonio cambia, secondo te è normale farsi unaltra famiglia?

Non è una colpa. È una realtà. Lì mi sento necessario. Qui no.

E io allora? scoppiai in lacrime. Io ti ho aspettato trentasei anni! Ho lavato i tuoi panni, curato i figli mentre tu eri via, tenuto insieme tutto! Pensavo che fosse dura la vita da moglie di camionista, ma pensavo almeno che tu fossi mio! Invece dividevi la tua vita!

Carlo rimase muto. Si alzò, si mise alla finestra.

Non volevo che tu lo scoprissi. Pensavo che saremmo andati avanti così, senza problemi.

Credevi che non soffrissi? mi avvicinai. Lo sentivo che qualcosa non andava. Ma mi convincevo che era la fatica, gli anni… E invece avevi una nuova vita, un figlio!

Non so cosa fare, disse, davvero smarrito. Non riesco a scegliere. Matteo è mio figlio. Ha bisogno di me. E tu… tu sei mia moglie, la madre dei miei figli.

Quindi vorresti che facessi finta di niente?

Forse. Ormai ci siamo abituati, no?

Io non sapevo niente!

E ora lo sai. E quindi?

Mi sedetti, esausta. Non sapevo che rispondere. Lasciarlo? Restare? Cosa sarebbe stato il futuro?

Vai via, mormorai. Devo pensare.

Stette un momento fermo, poi annuì, prese la borsa e uscì. Rimasi a lungo in cucina, affacciata al buio invernale, a domandarmi che senso avesse ormai la mia vita. Divorzio? Ci sarebbe da dividere la casa, e dove sarei andata? Dai bambini, a Roma? Ma hanno la loro vita. Restare? Ma vivere sapendo che lui là aveva la sua vera famiglia sarebbe stato come essere torturata ogni giorno.

Nei giorni seguenti non ci fu nessuna chiamata. Lucia insisteva: Mamma, vattene da lui! Non ti merita! Daniele diceva: Vieni qui con noi, smettila di sacrificarti! La mia amica Graziella sospirava: Maria, forse alla tua età è meglio perdonare. Ricominciare da capo è dura.

Non sapevo chi ascoltare. Passavo le notti sveglia, pensando a dove avevamo sbagliato. Quando Carlo era diventato un estraneo? Forse era vero che ormai vivevamo solo da coinquilini. Forse io stessa avevo sbagliato a non notare che mi stava scivolando via dalle mani.

Poi tornavano alla mente i bei tempi. Il primo ballo insieme, la proposta di matrimonio fatta in una giornata di pioggia, le gioie, i dolori, la nascita dei figli. Quelle cose che non si possono cancellare. Eppure anche quelle, ora, non bastavano più.

Un pomeriggio il campanello. Era Stefania. Grassa, stanca, con la faccia serrata. Buongiorno, sono Stefania Grimaldi. Posso entrare?

La feci accomodare. Sedemmo una di fronte allaltra.

Perché è venuta?

Voglio parlarle da donna a donna. Carlo non sta bene così. I suoi tentativi di stare da tutte e due non fanno bene a nessuno.

Cosa vuole da me?

Lo lasci libero. Abbiamo un figlio piccolo. Matteo ha bisogno del padre. Non posso spiegargli perché vede il papà così di rado.

Sentii montare la rabbia.

E i miei figli? Li devo spiegare io che loro padre li ha traditi?

I suoi sono grandi, hanno la loro vita. Matteo ha dieci anni. Ha bisogno del suo papà.

E io? Io ho trentasei anni con lui! Ne ho diritto anchio!

Quale diritto ha chi non ama più? mi rispose dura. Voi ormai siete solo coinquilini.

Mente! gridai. Io lo amo ancora! Ma la vita ha tolto entusiasmo, non è colpa di nessuno!

Lui ha scelto me. Solo che non riesce a dirlo.

Capivo che non era lì per supplicare: era venuta a reclamare il suo uomo. Guardava con sicurezza, come se ormai fosse la legittima, e io solo una presenza fastidiosa del passato.

Vada via, dissi piano. Via da casa mia.

Si alzò. Prima di uscire, disse:

Non voglio farle del male. Ma non si sceglie chi si ama. Carlo ama me. E io lui.

Se ne andò. Mi accasciai contro il muro e, per la prima volta da settimane, piansi forte come una bambina. Piangevo per la mia vita, che scoprivo essere stata solo un errore. Trentasei anni ad amare un uomo che aveva smesso di amarmi molto tempo fa.

La sera chiamai Lucia.

Lucia, verrò a Roma da voi.

Davvero, mamma? Hai deciso?

Sì. Non posso più stare qui.

Siamo felici! Vedrai, ti aiuteremo con tutto!

Guardai la mia casa: queste mura avevano assistito a tutto. Gioia, dolori, feste, pianti. Qui era stata la mia vita. Ora era finita. Bisognava ricominciare.

Tre giorni dopo tornò Carlo. Posso entrare?

Ci sedemmo in cucina.

Maria, ho deciso. Voglio stare con Stefania e Matteo. Perdonami. È meschino, ma non posso più vivere diversamente.

Annuii. Non provavo rabbia, ma quasi sollievo. Finalmente aveva scelto.

Anche io ho deciso. Me ne vado a Roma, dai bambini. Venderò la casa, divideremo quel che serve, e basta.

Mi guardò, sorpreso.

Sul serio?

Certo. Non posso stare qui, sapendo che tu vivi altrove. E non voglio le briciole. Non sono più la donna che aspetta elemosine.

Non volevo andasse così, Maria.

Ma così è. Tu hai scelto, io anche. Sii onesto.

E Lucia e Daniele? Mi odieranno.

Forse sì. Ma questa è la tua scelta. Vivici.

Rimase a guardare il cortile, dove cadeva la neve sotto i lampioni.

Ho solo voluto essere felice, almeno un po.

E io? Ho cinquantotto anni, anchio voglio esserlo. E lo sarò, senza di te.

Mi guardò, a lungo.

Perdonami.

Ti ho già perdonato. Vai. Vai dalla tua famiglia.

Non ci vedemmo più. Un mese dopo vendetti la casa, feci le valigie e mi trasferii a Roma. Lucia e Daniele mi aiutarono a sistemare la nuova vita. Nuova, estranea ma mia.

Una sera, mentre bevevo il tè nella mia piccola cucina romana, Lucia mi chiese:

Mamma, hai rimpianti?

Alzai lo sguardo.

Di cosa?

Di aver lasciato tutto. Di non aver cercato di salvare il matrimonio.

Ci pensai.

Per tanto tempo me lo sono chiesta. E sai che ho capito? Il matrimonio si è rotto quando lui ha iniziato la doppia vita. Io ho solo accettato la realtà. Mi dispiace che sia finita così, ma non di averlo lasciato. Qui sto meglio. È doloroso, ma meglio.

Lucia mi abbracciò.

Sei stata bravissima, mamma.

Sorrisi, e lo feci davvero.

Il giorno dopo mi chiamò Stefania.

Maria? Sono Stefania Grimaldi. Dobbiamo parlare… Carlo è qui da un mese, ma non è felice. Guarda il telefono tutto il giorno, non dorme, sembra perso. Io pensavo che sarebbe stato contento, invece sembra smarrito. Non saprei che fare, magari tu…

Restai zitta, senza rabbia né soddisfazione, solo stanchezza.

Stefania, non posso aiutarla. È la sua scelta. Adesso vivano insieme.

Ma siete stati sposati così tanto…

Ero, non sono più sua moglie. Addio, Stefania.

Riattaccai e guardai il traffico fuori dalla finestra. Roma era enorme, sconosciuta, ma vi sentivo per la prima volta una specie di libertà. Non aspettavo più nessuno, non scrutavo il portone. Per la prima volta, ero sola. E in quella solitudine cera qualcosa di mio, nuovo, quasi liberatorio.

La sera Lucia arrivò coi pasticcini.

Mamma, perché non ti iscrivi a qualche corso? Cè il centro anziani qui vicino, fanno anche danze.

Sorrisi.

Danze, a cinquantotto anni?

Sono solo cinquantotto, non ottantotto! Dai, iscriviti.

Forse sì, ci vado, dissi pensierosa. Forse sì.

Parlammo di nipoti, di Roma, del tempo. Per la prima volta, mi sentivo leggera. Come se un gran peso fosse sceso dalle spalle.

A letto, pensavo a Carlo. Si starà pentendo? Oppure è felice di aver scelto? O, come dice Stefania, è infelice? Non lo sapevo. E in fondo, non mi importava quasi più.

Cosa ci sarebbe stato domani? Una nuova vita, forse sola, forse no. Forse avrei incontrato qualcuno, forse no. Ma sarebbe stata la mia, senza più bugie, senza qualcuno che dividessi tra due case.

Il mattino dopo, chiamò Daniele.

Mamma, come va?

Bene, figlio mio. Ho dormito tranquilla.

Senti, qui cè un collega avvocato. Ti può aiutare per il divorzio. Vuoi che gli parli?

Sì, fallo pure. Procediamo.

Misi giù, mi alzai e andai a preparare il caffè. La giornata era limpida, Roma vivace. Da qualche parte, a Torino, la mia vecchia casa aspettava un nuovo proprietario. Il mio passato restava lì; il mio futuro era da riscrivere.

La vita continuava.

E da qualche parte, a Trieste, Carlo sedeva in cucina con Stefania e Matteo, faceva colazione e guardava fuori. Stefania lo osservava.

Carlo, a cosa pensi? Pensi ancora a lei?

Lui taceva. Matteo lo tirava per il braccio:

Papà, oggi andiamo insieme al cinema?

Certo, Matteo, rispose Carlo, ed accarezzò il figlio. Ma gli occhi erano spenti, e Stefania lo vedeva. Vedeva e taceva: non sapeva che altro fare.

A Roma io bevevo il mio caffè, guardavo fuori e pensavo che, per la prima volta, non sapevo cosa aspettarmi dal giorno dopo. E non mi faceva paura.

Mamma, sei pronta? Lucia spuntò sulla porta. Dai, ti faccio vedere il quartiere.

Pronta, dissi sorridendo. Andiamo.

Uscimmo, il vento fresco mi pizzicava le guance. Lucia mi prese sottobraccio. Camminavamo, due donne, madre e figlia, verso un futuro sconosciuto.

E pensai che forse la felicità non è stare fermi, ma avere il coraggio di andare verso lignoto. Che la vita non finisce, finché hai ancora una strada da percorrere.

Lucia, è vero che al centro fanno i balli? chiesi ridendo.

Lei rise più forte.

È vero, mamma! Vuoi che ti iscriva?

Certo, risposi. Altrimenti che vecchietta sono?

E continuammo a camminare insieme, tra le strade di Roma, verso il domani, finalmente senza paura.

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Per 36 anni l’ho aspettato di ritorno dai suoi viaggi, ma lui… per tutto questo tempo tornava da un’altra famiglia
Quando si cammina in due, il viaggio è più breve