Riflessione della forza
Sergio, ma cosa stai facendo? La voce di Marina le rimbomba nelle orecchie, stridula, spezzata dallemozione.
Lui neanche si gira subito. Rimane alla barra del bancone, con una mano sulla vita di quella donna. Alta, capelli cortissimi, giubbotto di pelle. Le sta sussurrando qualcosa, lui sorride. Sorride in un modo che a Marina non capitava di vedere da tanto, troppo tempo.
Sergio! ripete, più forte.
Solo allora lui si volta. Prima stupito, poi infastidito. Come se fosse stata lei a interrompere qualcosa di importante.
Marina, che ci fai qui?
Come che ci faccio? Mi hai detto tu: “Passa per le otto e mezza, ho lasciato il vestito in sartoria, se passi a prenderlo…”. Ho pensato che ci saremmo visti…
La donna si scosta, ma non sembra imbarazzata, più incuriosita. Osserva Marina dallalto in basso, con uno sguardo lento, tagliente. Allimprovviso Marina sente pesare su di sé il vecchio montone, la borsa lisa, le radici dei capelli grigie, che rimanda sempre a tingere.
Vika, questa è… mia moglie, Sergio scandisce lultima parola come fosse una scusa. Marina, non qui, dai…
Non qui? Quasi non riconosce la sua voce. E dove dovrei? A casa non ti si vede fino alle due di notte, al mattino scappi, non rispondi al telefono…
Vika accenna un sorriso sornione. Né cattivo, né arrogante. Peggio, comprensivo.
Sergio, parlate voi? chiede lei piano. Io aspetto.
No, resta Sergio le stringe la mano, senza imbarazzo, davanti a Marina. Marina, pensavo avessi capito. Lho detto anche giovedì scorso, io e Vika…
Sei arrivato ubriaco! Ho pensato fossero solo parole
Ero lucido. Ho detto come stanno le cose.
Mentre lui parlava, Marina rivive quel giovedì. Lui rincasava tardi, lei scaldava la cena, lui si lamentava del tempo che passa, della fatica, del bisogno di un senso diverso… Lei non sentiva più. Pensava: sarà la solita crisi, capita a tutti gli uomini. Bisogna aspettare che passi.
Ventotto anni, Sergio. Ventotto.
E proprio per questo sospira lui voglio vivere quelli che restano in modo diverso.
Vika posa la mano sulla sua spalla, ferma. Sicura. Marina la fissa: un sottile braccialetto di cuoio sul polso, unghie corte e senza smalto. Dentro, tutto sembra capovolgersi.
Vai a casa, Marina, sussurra Sergio. Domani arrivo, ne parliamo con calma.
No.
Nemmeno lei si aspettava di reagire. Di fare un passo avanti, di spingere Vika sulla spalla. Un gesto goffo, tutto femminile.
Ma tu chi ti credi di essere? Strega!
Succede tutto in un istante. Vika le afferra il polso, la gira, la blocca contro il bancone. Non le fa male, ma la tiene. Forte. Marina tenta di liberarsi, un lampo di dolore le percorre il braccio.
Lasciala, ordina sottovoce Sergio.
Vika la molla. Tutti li fissano. Il barista, due uomini al tavolo, la cameriera col vassoio. Guardano lei: una donna senza età, in un vecchio montone, che non è nemmeno riuscita a colpire la propria rivale.
Scusa, dice Vika impassibile. Riflesso. Non volevo.
Marina si volta senza rispondere e va verso luscita, quasi inciampando. Trattiene le lacrime finché non si ritrova fuori, nellaria gelida di dicembre. Appena la porta si richiude dietro di sé, si appoggia al muro e piange.
Fiocchi di neve larghi calano silenziosi. Dalla vetrina si rifrange la luce delle decorazioni natalizie. Passano persone col bavero alzato, nessuno si ferma. A Milano queste cose non si guardano.
Tornare a casa le richiede tempo: la metropolitana, un autobus, poi a piedi tra le corti conosciute. Lappartamento è buio, non accende nemmeno la luce. Si spoglia allingresso, getta il montone per terra, si butta a letto vestita.
Sergio non si fa vivo né il giorno dopo né quello seguente. Chiama dopo tre giorni, la voce piatta, formale. Dice che passerà nel weekend a prendere le sue cose, che la casa resta sua, che la aiuterà economicamente. Sembra trattare una pratica di lavoro.
Marina ascolta e annuisce, anche se lui non la vede. Poi attacca. Passano i giorni. Poi unaltra settimana.
Lamica, Silvia, la chiama ogni mattina.
Marina, basta ormai. Esci, almeno facciamo due passi.
Non mi va.
Almeno mangi qualcosa?
Dove riesco, sì.
Bugia. Marina sfiora il frigo, beve tè col panettone avanzato, ogni tanto scalda una zuppa precotta. Lo stomaco le si chiude solo al pensiero del cibo.
Passa ore al pc, curiosa sui social. Trova la pagina di Vittoria. Foto in palestra, sulle montagne, in moto. Didascalie asciutte. Allenamento, weekend, nuova sfida. In una, Vika è sul ring coi guantoni. Commenti di ammirazione.
Marina scrolla fino in fondo, cinque anni indietro. Cerca il minimo difetto, una crepa. Niente.
Una sera si imbatte in un post di lavoro di Vika: è istruttrice di autodifesa e arti marziali, segue gruppi femminili. In una foto è davanti a un manifesto: Centro Arti Marziali Aragona. Corso Donne. Livello Base.
Marina fissa quella foto a lungo. Poi posa il telefono e guarda il suo riflesso nello specchio in camera.
Il volto, spento, con borse sotto gli occhi e capelli incolore. Cinquantotto anni. Un corpo che da tempo non conta più: porta le buste, pulisce, cucina, stira.
Quando ha mai pensato davvero al suo corpo? Non se la schiena fa male, o le scarpe stringono, o cè da passare dal dottore. Proprio pensato: a come si muove, sente, vive.
Non ricorda.
Vika ha vinto non per letà o la bellezza. Ha vinto perché è più forte. Fisicamente più forte. Ferma la sua mano come si ferma una zanzara.
Riflesso, aveva detto.
Riflesso di chi sa difendersi. Di chi è allenato. Di chi non ha paura.
Marina si alza. Si avvicina alla finestra. In cortile le luci accese, un ragazzino sul monopattino, la mamma lo chiama dal portone.
La vita va avanti.
La sua è finita quella sera al bar. È morta la Marina che aspettava il marito a cena, che pensava ai nipoti futuri, ai viaggi da pensionata. Tutto sciolto in un istante.
E ora?
Non sa. Ma sa che a letto, a silenzio, non può più stare.
La mattina dopo si alza presto, dopo quasi un mese. Prepara una frittata, beve un caffè. Si siede al computer.
Corsi sportivi Milano principianti.
La lista è lunga: yoga, pilates, acquagym, danza. Troppo soft. Vuole altro. Qualcosa che le insegni a non essere più vittima.
Cerca autodifesa donne Milano.
Unora dopo ha una lista di palestre in zona Lambrate e Rogoredo. Una è a venti minuti a piedi. Si chiama semplicemente: Energia.
Nella descrizione: Fitness, boxe, functional training. Gruppi base. Tutte le età.
Tutte le età. Bene.
Marina prende il cellulare. Sta minuti col dito sul numero. Poi chiama.
Palestra Energia, buongiorno!
Salve. Vorrei informazioni sui corsi. Per principianti…
Certo. Cosa linteressa? Fitness, boxe, stretching?
Boxe, risponde senza rendersene conto.
Perfetto! Abbiamo il gruppo femminile martedì e giovedì alle 19. Allenatrice Irene. Venga a provare, la prima lezione è gratuita.
Ma… è solo per giovani?
Una pausa.
Ce ne sono di ogni età. Da noi cè chi ha quaranta, anche cinquanta, non si preoccupi. Lallenatrice stessa non è più giovanissima, capisce le esigenze.
Grazie. Giovedì ci sarò.
Marina chiude. Si siede sul divano. Le mani tremano: paura, forse. O entusiasmo.
Sergio ritira le sue cose sabato. Arriva da solo, meticoloso. Marina rimane alla finestra, non si volta.
Ti giro i soldi ogni mese, dice chiudendo una scatola. Se serve qualcosa, chiama.
Non serve niente.
Marina…
Vai via.
La porta si richiude senza rumore. Lei resta a guardare il cortile. Gira per casa. Sembra più grande. Più vuota.
Non sa se sia bene o male.
Giovedì sera Marina recupera pantaloni vecchi, una maglietta consunta, una giacca. Una bottiglietta dacqua. Esce di casa molto in anticipo.
La palestra è in un seminterrato di un edificio datato. Linsegna essenziale, niente loghi moderni. Dentro, odore di sudore e materassini. Una ragazza sui trentanni con un tablet allingresso.
Sera! Sei per la boxe?
Sì, ho chiamato prima. Sono Marina.
Prego, spogliatoio a sinistra. Irene arriva subito.
Dentro, tre donne. Due giovani, una sulla cinquantina. Si cambiano in silenzio. Marina infila la t-shirt slabbrata e si sente ridicola. Perché è venuta?
La prima volta? sussurra la signora, allacciando le sneakers.
Sì.
Non avere paura. Irene è brava, fa tutto con calma.
Marina annuisce.
Dieci donne in tutto nel ring. Diverse età. Chi si scalda, chi fa stretching.
Lallenatrice arriva puntuale. Bassa, tozza, capelli corti e una cicatrice sul sopracciglio. Sulla cinquantina.
Ciao a tutte. Facilitiamo le nuove?
Marina alza la mano.
Nome?
Marina.
Irene. Ok, mettiti di lato, osserva un attimo, poi ti inserisci. Dai, riscaldamento!
I primi trenta minuti sono un inferno. Il corpo non risponde. Le braccia pesanti, le gambe sbagliano. Quando Irene mostra come colpire il sacco, Marina manca il centro tre volte e arrossisce.
Normale, la incoraggia Irene, avvicinandosi. Al primo giro è normale. Riprova.
Marina prova. Il pugno entra, debole, ma entra.
Così, ancora.
Colpisce ancora. Piano piano, trova il ritmo. Suda, il respiro si spezza.
Stop. Riposati.
Si siede. Il cuore fuori controllo. Tutte le fibre urlano. Dentro però qualcosa nasce. Rabbia? Sfida?
Vita.
A casa torna sfasciata. In doccia, sotto lacqua bollente, scruta le mani: le nocche arrossate, il vecchio livido al polso, lultimo ricordo della sera al bar. Ormai quasi sparito.
Torni? chiede Irene in spogliatoio.
Torno, risponde Marina sorpresa. Torno.
E torna. Il martedì. Il giovedì. Ogni settimana per mesi.
Il corpo cambia piano. Prima non si sveglia più col dolore, poi compare una leggerezza nuova nei movimenti. Si accorge che può salire le scale senza fiatone. Davanti allo specchio la pancetta si è ritirata, le braccia sono toniche.
Ma il più cambia dentro.
Non pensa quasi più a Sergio. Piuttosto lo ricorda, senza rancore o autocommiserazione. È parte del passato. Come linverno che se ne va, come un film che finisce.
Silvia nota il cambiamento.
Sei dimagrita e sembri… diversa.
Faccio palestra.
Tu? Ma se detestavi lo sport…
Dicevo così.
Tacciono. Silvia mescola il caffè.
Ti ha più cercata Sergio?
No.
Ho sentito che vive con quella, con Vittoria.
Lo so.
Ti importa ancora?
Marina riflette. Fa male? Sì, ogni tanto. Ma non come prima. Più come un livido che guarisce.
Fa ancora male, ammette ma si convive.
Arriva la primavera. La città si allaga di verde e sole. Marina va a piedi allallenamento: quaranta minuti per tratta. Irene approva.
Camminare fa bene al cuore e non pesa sulle articolazioni.
Una sera Irene la prende da parte.
Sei migliorata. Vuoi provare uno sparring?
Un che?
Un incontro leggero. Con protezioni, solo per reagire a un corpo vero.
Marina ha paura. Poi annuisce.
La compagna è la signora più anziana, Olga, che si allena da due anni. I suoi colpi sono netti, fermi, non violenti. Marina subisce i primi, poi allimprovviso risponde, intercetta un gancio, reagisce e colpisce.
Olga ride.
Brava!
Alla panca, sudata e tremante, Marina sorride di gioia pura. Ha risposto. Il corpo ha fatto quello che aveva imparato.
Va bene, la rassicura Irene. Ottimo per cominciare.
Avevo paura.
Normale. Ma non hai mollato.
Marina osserva la coach.
Come mai fai tutto questo: la boxe, i corsi…?
Irene scrolla le spalle.
Storia lunga: mi picchiava il marito. Ho imparato a difendermi da adulta, sono andata in palestra. Ora insegno alle altre donne, sperando che non aspettino tanto quanto me.
Marina resta in silenzio.
Anche tu hai una storia?
Sì. Il mio non alzava le mani. Se nè solo andato.
Fa male uguale.
Sì, ma passa.
Irene annuisce e la batte sulla spalla.
Passa. Lentamente, ma passa.
In aprile Marina va dal parrucchiere, si tinge, si taglia. Compra una giacca nuova, dei jeans, scarpe da tennis. Non costose, ma sue.
Sergio versa i soldi come promesso. Lei li lascia da parte. Per cosa, non sa.
Un giorno, tornando a casa, entra in un piccolo centro commerciale. Sale al piano di sopra per comprare acqua. Lo sguardo si incrocia con Vittoria davanti a una vetrina di abbigliamento sportivo. Da sola, al solito decisa.
Il cuore di Marina si ferma. Vecchi fantasmi, vecchio dolore. Vorrebbe svanire.
Ma non svanisce.
Fa un passo verso di lei. Poi un altro.
Vika alza gli occhi, la riconosce. Sul viso un misto di allerta e imbarazzo.
Marina?
Ciao.
Si fissano per un istante. Vika distoglie, poi torna a guardarla.
Come va? chiede piano.
Bene.
Sei cambiata. Più magra.
Vado in palestra.
Vika accenna di sì.
Fa bene.
Segue silenzio. Marina osserva quella donna che, quasi un anno prima, rappresentava per lei il peggio. Il nemico. La fonte di dolore.
Adesso è solo una donna. Stanca, occhiaie profonde, una ruga in più vicino le labbra.
Come sta Sergio? domanda Marina a bruciapelo.
Vika sorride amaro.
Abbiamo rotto da due settimane.
Cosa?
Non ha funzionato. Sergio voleva che fossi… allarga le mani, niente. Non ha funzionato.
Marina resta in silenzio. Nessuna rivincita, nessun trionfo. Solo il vuoto.
Scusa, mormora Vika. Per quella sera. Per tutto.
Non importa.
Sì che importa. Non volevo farti del male. Ma mi sembrava tutto così giusto… Poi ho capito che non lo era.
Marina la guarda di nuovo.
Sei coach di arti marziali, vero?
Vika si sorprende.
Sì. Come lo sai?
Ho cercato su internet dopo quella sera.
Perché?
Volevo capire chi eri. Ho capito che il punto non eri tu. Era dentro di me. Ho perso la sfida con me stessa, anni fa.
Vika annuisce.
Sei saggia.
Solo più vecchia.
Sorridono. Maldestramente, ma ci riescono.
Va bene, io vado, dice Vika. Buona fortuna, Marina.
Anche a te.
Vika si allontana verso le scale, Marina se ne va dallaltra parte.
Fuori cè aria di maggio. Gli alberi in foglia nuova, i bambini che giocano, i ragazzi che gridano. Marina cammina piano. Si guarda intorno.
Vibra il telefono. Silvia:
Come stai? Ci vediamo domani?
Risponde: Oggi ho allenamento, domani va bene!
Ripone il cellulare. Entra nel cortile. Dalle finestre della sua casa al quinto piano, una luce accesa. Sergio si sarebbe arrabbiato: Marina, quanta luce butti! Ora non le importa. È la sua casa, le sue bollette, la sua vita.
Davanti al portone, il vicino, nonno Vespucci, dà da mangiare ai piccioni.
Buonasera, signora Marina.
Buonasera, signor Vespucci.
Sempre di corsa.
Vengo dallallenamento.
Brava te! Alla tua età io già stavo seduto tutto il giorno. Tu invece sembri rinata.
Marina sorride.
Sale senza ascensore fino al quinto piano, non è mai stata così leggera. Doccia, poi una tazza di tè, seduta a guardare i palazzi nella sera.
Un anno fa pensava che sarebbe morta se Sergio lavesse lasciata. Non è morta. Si è rialzata.
La vita continua. Diversa, più dura, più sola. Ma finalmente sua.
Il telefono squilla, numero sconosciuto.
Pronto?
Marina? Sono Irene della Energia.
Salve, dimmi.
Ho bisogno di una mano per le mattine. Non allenatrice, solo assistente, per aiutare le principianti. Poca paga, ma esperienza. Che dici?
Marina esita. Lei, aiutare altre donne? Che ne sa?
Non lo so se sono capace…
Sei perfetta. Hai capito cosa vuol dire cominciare da zero. Questo voglio.
Ci penso.
Fammi sapere presto. Si parte tra due settimane.
Chiude. Marina osserva le mani robuste, con i calli. Ora sanno difendere.
Forse possono insegnarlo anche ad altre.
Il giorno dopo, a fine lezione, va da Irene.
Ci sto. Provo.
Brava! Lunedì vieni, ti spiego tutto.
La prima mattina ci sono cinque donne: due giovani, una sui quaranta, due anziane. Una delle anziane, Galina, sembra spaesata in vecchie tute larghe.
Marina si avvicina mentre Irene spiega il riscaldamento.
Buongiorno, sono Marina, assistente.
Galina, sussurra, occhi bassi.
Prima volta?
Sì… Mia figlia mi ha costretta. Dice che mi serve muovermi, ma io…
Ti capisco. È dura partire.
Ho paura, che ridano…
Marina riconosce quegli occhi. Erano i suoi, sei mesi prima.
Nessuno ride. Tutte abbiamo iniziato così. Ce la farai anche tu.
Galina trova il coraggio di guardarla.
Davvero?
Giuro.
A fine allenamento Galina la cerca fra i tappetini.
Grazie, davvero.
Non c’è di che.
Sembri così calma, forte… Hai sempre fatto sport?
Marina ride di cuore.
Mai. Ho iniziato sei mesi fa, proprio così. Spaesata e impaurita.
Galina sgrana gli occhi.
E perché?
Ho perso me stessa. E ho deciso di ritrovare chi ero.
Ci sei riuscita?
Marina osserva il sole oltre la finestra e la via piena di passanti.
Un po alla volta, sì.
Vorrei riuscirci anchio.
Ci riuscirai, se non molli.
La sera, a casa, trova le vecchie foto. Il matrimonio. Come erano giovani lei e Sergio. Quanto erano felici. O almeno così sembrava.
Le osserva a lungo. Non fa più male. È come vedere la vita di unaltra persona.
Squilla il telefono. Sergio.
Non chiamava da mesi, solo i bonifici.
Pronto?
Ciao, come va?
Bene, e tu?
Volevo chiederti… Possiamo vederci? Parlare.
Di che?
Di noi. Forse abbiamo sbagliato a separarci…
Marina ascolta. Le sembra una canzone di cui conosce a memoria ogni nota, ma ormai non sente più niente.
No, Sergio. Non voglio.
Ma perché?
Perché io sono cambiata. Non voglio tornare a quello che ero.
Siamo stati felici!
Forse tu. Io non lo so. Facevo solo girare la tua vita.
Non è giusto…
Ma è vero. Per me lo è.
Lui tace.
Mi odi?
No. Ma non ti amo neanche più. Sei parte del mio passato. Punto.
Quindi è finita?
Sì. È finita.
Chiude. Porta lalbum di nozze in cima allarmadio.
Giugno. Marina decide di andare da sola alla casa in Brianza, regalata dai genitori di Sergio, ora lasciata per lei. Non ci era più tornata dalla separazione, troppi ricordi.
Ora ci va.
La casa è in rovina: erbacce alte, lo steccato da rifare, dentro odore di muffa. Si mette a lavorare come non mai: taglia, pulisce, sistema. Le mani dolorano, le schiene pure, ma è un dolore sano, di chi vive.
La sera si siede sul portico col tè, il sole tramonta, le cicale. Un silenzio che non fa più paura.
Ma che forza! esclama il vicino, Pietro.
Salve, Pietro.
Tutta sola?
Sì.
E Sergio?
Divorziati.
Lui scuote la testa.
Eh, succede. Ma si vive lo stesso. Mia moglie è morta da ventanni, eppure sono ancora qui. Sono libero.
Vero.
La libertà è anche questa. Fai ciò che vuoi, quando vuoi. Nessuno obbliga, nessuno rimprovera. Felicità, in fondo.
Marina ci pensa. Forse, sì.
Se hai bisogno, chiama. Porto i pomodori domani!
Grazie.
Quella notte dorme senza sogni. Per la prima volta dopo anni.
Al mattino fa ginnastica sullerba fresca, colazione sul portico. Poi cammina nel bosco, raccoglie fragoline, pensa alla sua strada: disperazione, accettazione, forza, libertà.
Non è unaltra donna. Ha solo tolto la polvere da sé stessa. Ricorda chi era, prima di Sergio. Indipendente, curiosa, determinata. Poi è diventata solo la moglie perfetta, dimenticando tutto il resto.
Si siede su una radice.
E adesso? si chiede piano.
Solo il vento risponde.
Apre la chat con Silvia, l’anno prima aveva scritto:
“A volte mi sembra di aver buttato via la vita.”
Silvia rispose: “Non dire stupidaggini. Sei una donna straordinaria.”
Allora ci credeva. Ora capisce che serve volersi bene per davvero. Anzi, serve essere importante prima di tutto per se stessa.
Arriva un whatsapp da Irene:
Come stai? Galina ti cerca, le manchi. Quando torni in palestra?
Sorriso. Marina risponde:
Torno tra due giorni, non vedo lora di tornare in sala!
Pochi giorni dopo incrocia di nuovo Vika, stavolta al supermercato. È lei a riconoscerla, sorridono.
Alla fine ci si incontra sempre!
Parlano. Aggiornamenti, due vite che scorrono.
Sergio mi ha chiamato, un mese fa, voleva tornare.
No, davvero? E tu?
Ho detto no.
Hai fatto bene. Sergio è buono, ma sempre in cerca di sicurezza. Prima tu, poi io. Ora cercherà qualcun altra.
Non è più affar mio.
Esatto.
Si fermano.
Sai una cosa? Hai fatto bene. Non molte ci sarebbero riuscite. Sei forte.
Marina la guarda negli occhi.
Ti odiavo, allora.
Lo so.
Ora ti sono persino grata.
Grata?
Hai mandato in frantumi le mie illusioni. Pensavo che andasse tutto bene, che fossi felice. Senza quello schiaffo, non avrei mai cambiato nulla.
Vika sorride, con commozione.
Di niente. Anche io ho trovato un nuovo pezzo di me grazie a te.
Si salutano. Nessun rancore, solo comprensione.
Marina riprende la strada, sotto il sole, in mezzo alle voci, alla musica dai dehors, la sua Milano che vive.
Lautunno arriva. Le foglie si tingono, le giornate si accorciano. Marina continua, costante alle sue lezioni, aiutando. Galina persiste, dice sempre grazie.
Mi hai salvata.
No Galina. Ti sei salvata da sola. Io ero accanto.
In ottobre Irene le propone un corso per istruttrici. Costa, impegna. Ma Marina accetta.
Tre mesi tra studio e pratica, esami. Ce la fa.
Gennaio: un anno dopo quella notte in trattoria, stringe tra le mani il certificato.
Marina Petronilla Colombo: istruttrice fitness e autodifesa.
Si commuove. Ieri era una donna rotta. Ora insegna ad altre donne a rialzarsi, come ha fatto lei.
Il telefono squilla. Silvia:
Hauso il vino! Stasera festeggiamo la Coach Colombo!
Arriva con dolci e spumante. Ridono, chiacchierano. Silvia guarda Marina a occhi lucidi.
A volte mi sembri unaltra. Intera, finalmente.
Mi sono trovata.
Sergio?
Non lo dimentico. Ma ho imparato a lasciar andare. Cè differenza.
Ti manca?
Solo in certi momenti, la sera. Ma più quello che eravamo, non lui. Non tornerei mai indietro.
Brava, Silvia brinda. Alla tua nuova vita.
Fuori scende la neve. Milano brilla. Da qualche parte Sergio vive la sua strada, Vika pure.
Qui, tra queste pareti, cè Marina. Cinquantanove anni, sola. Libera. Forte.
Ed è abbastanza.
Pochi giorni dopo, alla fine dellallenamento, si ferma su una panchina del parco, sorseggia caffè dal thermos. Tuttintorno, runners, cani, bambini.
Si siede vicino una signora anziana, giacca pesante, un bastone.
Posso?
Certamente.
Restano fianco a fianco.
Stanca. Abito lontano, camminare qui è una fatica, dice lei.
Si riposi.
Sono dalla figlia, aiuto col nipote. Lei lavora, io accudisco la bambina. Faticoso, ma… mio genero se nè andato qualche mese fa.
Capisco.
È dura, ma si sopravvive, vedrà. Anchio sono rimasta sola giovane, pensavo che fosse finita. Ma si va avanti. La vita va avanti finché respiri.
Sì, è vero.
Mai arrendersi. Mai smettere di vivere. Questo dico a mia figlia ogni giorno.
La donna sorride, si alza piano.
Buona fortuna signorina.
Anche a lei.
Marina resta ancora un attimo. Poi si incammina verso casa.
Il telefono suona: Irene.
Marina? Ho una donna, ha cinquantacinque anni, vorrebbe iniziare, ma ha paura. Ti va di parlarle?
Certo. Mandami il numero.
Chiama.
Pronto?
Marina, della palestra Energia.
Salve… Vorrei provare, ma ho paura. Ormai sono vecchia…
Quanti anni hai?
Cinquantacinque…
Io ne ho cinquantanove. Ho cominciato lanno scorso. Avevo paura, eppure…
Davvero?
È stata la cosa migliore della mia vita. Non per la forza, ma perché così ho ritrovato me stessa.
Proverò. Giovedì va bene?
Ti aspetto.
Marina sorride. A casa cucina, legge, si guarda nello specchio. Rughe, capelli con qualche filo dargento, occhiaie. Ma occhi vivi, finalmente.
La vita non era finita. Era solo cambiata direzione. Più dura, forse più solitaria. Ma vera.
Quello non era un finale.
Era un nuovo inizio.
Marina, sussurra al suo riflesso. Ce lhai fatta.
E il riflesso sorride, con lei.






