Con te mi sento già vecchio

Con te sono vecchio

Il discorso sulla separazione non avvenne quella sera in cui Vittorio disse per la prima volta che tutto era cambiato, e nemmeno quando Lara trovò il cellulare nella tasca della giacca di lui e vide quei messaggi che le fecero mancare il respiro. No, il discorso accadde in una mattina qualsiasi di febbraio, mentre entrambi facevano colazione in cucina. Lui parlò senza alzare gli occhi dalla tazza di caffè:

Lara, dobbiamo parlare seriamente.

Dimmi.

Voglio il divorzio.

Lara rimise giù la tazza. Lo fece piano, senza rumore, come se avesse paura di rompere qualcosa d’invisibile nellaria.

Hai già deciso?

Ho già deciso.

Lei lo guardò. Vittorio sedeva di fronte, con i capelli brizzolati sulle tempie, indossava quel maglione blu che lei gli aveva regalato per l’ultimo compleanno. Non la guardava, studiava la trama della tovaglia.

Per colpa di Nadia?

Lara, lasciamo stare i nomi.

Perché no? Non vuoi pronunciare il suo nome o preferisci fingere che non esista?

Vittorio alzò finalmente lo sguardo. Nei suoi occhi cera quellespressione che Lara aveva imparato a leggere in venticinque anni: aveva già deciso, ma voleva che lei gli rendesse la cosa più facile.

Sono stanco, Lara. È difficile per entrambi, da anni.

Difficile per chi? Per me?

Per entrambi.

Non parlare per me. Se è difficile per te, parlane per te stesso.

Sospirò, si lasciò cadere contro lo schienale della sedia.

Non voglio litigi. Voglio che ci lasciamo da adulti.

E cosa fanno secondo te gli adulti? Annuire e basta?

Lara…

Vittorio. Sono venticinque anni che vivi con me. Venticinque. Ricordi quando affittavamo quella stanza da Zina Franzoni a via Garibaldi, dove d’inverno si ghiacciavano i vetri? Ricordi quando venivo con te dai creditori per aprire la prima officina? Mentre facevo la contabilità di notte e tu dormivi? Te lo ricordi?

Ricordo. E ti sono grato per tutto.

Non voglio gratitudine! La voce le tremò, ma si frenò subito. Voglio capire. Mi lasci per una ragazza di ventisei anni. Fa lamministratrice. Non ha idea di cosa sia costato costruire ciò di cui ora usufruisci.

Non è una questione di età.

E allora di cosa?

Tornò a fissare la tazza. Il silenzio si allungava.

Perché con te mi sento vecchio, disse lui infine, a voce bassa.

Lara restò a guardarlo a lungo. Poi si alzò, portò la sua tazza al lavandino, la sciacquò, si asciugò le mani allo strofinaccio. Tutti movimenti lenti, accurati, come se ogni gesto avesse un senso.

Hai quarantotto anni, Vittorio. Sei tu che non sei più giovane. Non è colpa mia.

Uscì dalla cucina. Lui rimase solo.

Così finiscono venticinque anni. Non con urla, non con piatti rotti, che Lara non aveva mai rotto, sebbene a volte lo avesse desiderato. Finirono in un silenzioso mattino di febbraio, una tazza di tè e la frase che con lei lui si sentiva vecchio.

Il divorzio fu rapido, senza drammi. Non avevano figli: prima non riusciva, poi si erano abituati, avevano colmato il vuoto con il lavoro, le faccende, le preoccupazioni altrui. Gli avvocati divisero tutto. Vittorio offrì a Lara lappartamento a Corso Sempione, quello a tre camere che avevano comprato sette anni prima come riserva, e metà dei depositi in banca. Gli sembrava generoso. Forse lo era davvero. Lei prese ciò che le proponevano, non contestò. Lavvocato di Lara provò a negoziare, ma lei si oppose: Basta.

Vittorio lo prese come segno che era andata bene. Che erano persone civili. Che aveva fatto tutto nel modo giusto.

Nadia si trasferì subito nella casa fuori Milano a marzo. Ad aprile erano già in viaggio insieme a Dubai. Vittorio la fotografava davanti al mare, lei pubblicava foto con i geotag. Vittorio osservava le immagini e pensava: ecco, questa è la nuova vita. Tutto che brilla, tutto sembra al proprio posto.

Nadia era bella. Una di quelle bellezze pubblicitarie: precisa, appariscente e totalmente vuota. Alta, bionda tinta, vestita con quella sicurezza che nasce più dal denaro che dal gusto, con il modo di tenere la testa leggermente indietro, sempre pronta a posare. Una donna che sa entrare in una stanza e far girare tutti. Vittorio, allinizio, lo considerava un pregio.

Nella sua azienda laccolsero in modo diverso. I dipendenti di Officine Ferrero sorridevano davanti e si scambiavano sguardi dietro le spalle. Il suo vecchio socio, Domenico Savi, la salutò con una stretta di mano e poi tirò Vittorio da parte:

Bella donna. Occhio, però.

Che intendi?

Niente. Sei adulto.

Vittorio pensò che Domenico fosse solo invidioso. La gente invidia sempre chi cambia vita. Così si spiegava.

La rimpatriata delluniversità era fissata a fine maggio. Con i compagni si incontravano ogni cinque anni, e stavolta organizzava Gennaro Rusconi che ormai aveva uno studio legale in centro e faceva tutto in grande. Ristorante Roma Antica sullanello della tangenziale, dodici tavoli, musica dal vivo, menù già pagato.

Vittorio decise subito di portare Nadia. Ci pensava da settimane, provava e riprovava in testa lentrata insieme: li avrebbero visti tutti, e anche quelli che non gli avevano mai invidiato nulla avrebbero provato rispetto. Era una piccolezza, lo sapeva pure lui, ma quella sensazione lo scaldava.

Nadia non accettò subito.

Che tipo di gente ci sarà?

Compagni di corso. Studiavamo insieme, più di venticinque anni fa.

Tutta gente benestante?

Dipende. Qualcuno sì, qualcuno meno.

Sarà noioso con tutta quella gente vecchia.

Abbiamo quarantotto anni, Nadia. Non è vecchiaia.

Per te no. Io preferisco altre compagnie.

Per quella sera le comprò un abito in seta blu dalla boutique Milano Elegante, lungo, schiena scoperta, costoso. Nadia lo provò, si guardò, disse carino, lo mise nellarmadio. Vittorio prese quello come un sì.

Arrivarono al Roma Antica alle otto. Il salone era già pieno di voci. Vittorio vide Gennaro, ormai panciuto e stempiato, e Michele Tacchetti con la moglie Svetlana, donna precisa, discreta, occhi buoni e volto severo. Vide anche Ippolito Polonio, ora docente universitario, vestito come ventanni fa di proposito. Arrivò Irina Gromi, ora Irina Severina, col marito Nicola. Irina era invecchiata bene, con grazia, come fanno certe donne che hanno smesso di combattere il tempo e hanno imparato a convivere con esso.

Quando entrò con Nadia, ci fu una pausa nel chiacchiericcio, un respiro breve, appena avvertibile, ma Vittorio lo notò. Gennaro gli corse incontro con entusiasmo, battendogli la spalla:

Che sorpresa, Vitto! Complimenti. Presentaci.

Nadia, disse Vittorio, con un orgoglio appena velato nella voce.

Nadia sorrise col suo sorriso perfetto: denti bianchi, labbra sporgenti, sguardo sfuggente, rivolto a nessuno in particolare. Era la più giovane e la più appariscente della sala, e lo sapeva.

Presero posto. Vittorio si trovò accanto a Svetlana, la moglie di Michele. Svetlana chiese subito di Lara, senza riflettere che forse non era opportuno.

Ma Lara non è venuta? Non la vediamo da una vita. Le ho telefonato lanno scorso, mi aveva detto

Siamo divorziati, tagliò corto Vittorio.

Svetlana tacque. Guardò Nadia. Nadia, intanto, scrollava qualcosa sul telefono tenuto dritto davanti a sé.

Capisco, disse Svetlana in tono neutro, e Vittorio non capì proprio cosa lei avesse capito.

La cena proseguì. Si parlava di figli, di lavoro, chi si vantava della casa al lago, chi si lamentava della salute. Gennaro raccontava dei suoi nuovi progetti, ampi gesti. Ippolito discuteva su scuola e università, e i due si accendevano a vicenda. Vittorio ascoltava, annuiva, si versava vino.

Nadia si annoiava, era tangibile come la stanchezza nelle gambe. Sedeva composta, molto elegante nel suo blu scuro, scrollava il telefono, ogni tanto lasciava un mi piace, una volta fotografò il piatto.

Irina si avvicinò, cercò di attaccare discorso:

Nadia, dove lavora adesso?

In una concessionaria. Facevo lamministratrice. Ora, per ora, nulla.

Capisco. Da tanto conoscete Vittorio?

Dallautunno scorso.

Benissimo, disse Irina in quel tono che si usa quando non si sa cosa dire altro.

Nadia annuì e tornò al telefono.

Poi avvenne una scena che Vittorio ricordò. Michele Tacchetti, bonario e un po brillo, si chinò su Nadia per chiederle qualcosa del quartiere, forse. Nadia gli rispose, poi, senza motivo, domandò:

Quanti metri quadrati ha il vostro appartamento?

Michele rimase spiazzato. Ripeté la domanda.

Lappartamento. Quanti metri.

Centoventi, rispose Michele, dopo una pausa. Ma… perché?

Curiosità, rispose Nadia con una scrollata di spalle.

Vittorio fece finta di non aver sentito. Ma sentì. E vide, vide bene come Svetlana, che sentì pure lei, abbassò le palpebre e si voltò piano altrove, come volesse andarsene.

Poco dopo Irina uscì verso il bagno e Svetlana la seguì. Vittorio uscì a fumare e per caso, dietro langolo del corridoio, sentì un pezzo del loro discorso, senza volerlo.

…mi fa pena, in fondo, diceva Irina.

Dovrebbe avere più pena per se stesso, rispondeva Svetlana. Lara ha passato tanto con lui. Ti ricordi di che notti vegliava per quei problemi dellofficina?

Me lo ricordo. E come sta?

Lho sentita la settimana scorsa. Bene, dice. Va spesso dalla sorella in Spagna. Dice che è dimagrita. Ride.

Meno male.

Meno male, ripeté Svetlana.

Vittorio rientrò, si riempì ancora di vino. Nadia trafficava col telefono e sorrideva. Lui la fissò e pensò: è bella. Sì, bella. E poi?

Il resto della serata trascorse fino alle undici. Gennaro fece un brindisi allamicizia, tutti scattarono una foto di gruppo, promesse di non perdersi più.

Sulla strada verso lauto, Nadia osservò:

Che noia. I tuoi amici sembrano di un altro secolo.

Sono persone normali.

Normali. Solo non per me.

Sei stata tutto il tempo al telefono, disse Vittorio, sorpreso lui stesso.

Era noioso.

Non hai neanche provato.

Vitto, non devo divertire i tuoi amici. Tu volevi che venissi, sono venuta. Sorriso e basta.

Non rispose. Aveva ragione nella forma, ma non nella sostanza,ma non riusciva a spiegarlo. Salirono sul SUV, un GranTurismo nero che Vittorio aveva comprato due anni prima, di cui era molto fiero. Nadia si allacciò la cintura, prese il telefono.

Silenzio.

Fuori città la strada era più scura, stretta. Vittorio accese gli abbaglianti. Era quasi mezzanotte, rare camion sulle corsie, nessunaltra auto. Pensava al dialogo tra Irina e Svetlana ascoltato per caso. A quel poverino. A Lara che rideva in Spagna. A Nadia che aveva chiesto i metri quadrati.

Nadia diceva qualcosa accanto a lui. Lui non ascoltava.

Vitto.

Eh?

Mi senti?

Sì.

Dicevo, domani dovremmo andare allAtlantico, mi servono scarpe estive.

Va bene.

E poi. Rita fa il compleanno venerdì prossimo, invita noi…

Non finì la frase. Allimprovviso, alluscita di una curva, un enorme furgone uscì dalla sua corsia. Vittorio vide i fari. Sterzò a destra, cercando la banchina, ma la corsia finiva su una scarpata, e il GranTurismo sbatté di lato, girò, poi ancora qualcosa si abbatté sul davanti. Il colpo gli tolse il fiato, e lultima cosa che sentì fu un crepitio nella spalla sinistra e il buio che non cadde subito, ma si avvolse intorno come nebbia fitta dinverno.

Poi più nulla. Né corpo, né dolore.

Rianimazione odorava di candeggina e altro, un odore ospedaliero che rimane per sempre nella memoria. Vittorio tornò cosciente a intermittenza. Prima fu un peso. Il corpo estraneo, come dargilla. Il braccio sinistro non si muoveva. Qualcosa lo teneva: gesso. Dolore ovunque, ma ovattato. Ci volle tempo per capire che era leffetto degli analgesici.

Una infermiera col berretto azzurro si chinò su di lui.

Vittorio Parodi? Mi sente?

Sì, disse lui, e la sua voce gli suonò estranea.

Bene. Stia tranquillo. È in rianimazione, ora è al sicuro.

Lincidente?

Sì. Resta fermo.

Nadia, disse. La donna che era con me…

Sta bene, rispose linfermiera. Solo qualche livido. È stata già dimessa.

Dimessa

Sì. Qualche giorno fa.

Qualche giorno?

Sì, è stato in coma tre giorni, signor Parodi.

Tre giorni. Aveva dormito lì tre giorni, e Nadia era già andata via. Significava che era venuta lì. Seduta accanto, ad aspettare che si svegliasse. Avrà chiamato, si sarà preoccupata. Forse.

Quandè venuta? chiese.

Linfermiera esitò.

Chiedo alle colleghe, disse allontanandosi.

Ma non cera niente da chiedere. Nadia non era mai venuta. Vittorio capì questo prima che linfermiera tornasse con una risposta vaga su turni diversi e non posso dire con certezza. Era abbastanza adulto da capire ciò che non si dice.

Lo misero in reparto dopo un giorno. Fratture: spalla sinistra, due costole, scapola destra con una lesione interna, trauma cranico. Gravi, ma non mortali. Il giovane medico spiegò che ci volevano almeno altri trenta giorni in ospedale, poi riabilitazione. Vittorio ascoltava e annuiva.

Cera una stanza a quattro letti, ma condivideva solo con un vecchio con la gamba rigida, che dormiva quasi sempre. Silenzio. Un silenzio così forte da essere insopportabile.

Il telefono era nel cassetto. Qualcuno laveva recuperato dal luogo dellincidente. Mancava il caricabatterie, linfermiera promise di trovarlo. Vittorio restava in attesa che chiamassero. Aspettava una chiamata da Nadia. Poi da Gennaro o Michele, loro dovevano sapere dellincidente ormai. Nessuno chiamava. Il telefono restava nero e silenzioso.

Arrivò la carica nel tardo pomeriggio. Il telefono si accese, cerano messaggi. Tre da Gennaro Rusconi: uno ho sentito dellincidente, fammi sapere il giorno dellincidente, uno chiamami quando puoi il giorno dopo, uno allora, come va? dopo un altro giorno.

Da Nadia, nulla. Nessun messaggio.

Vittorio la chiamò. Lunghi squilli. Poi segreteria. Richiamò dopo unora. Sempre segreteria.

Rimase lì, a fissare il soffitto, ripetendosi la domanda senza risposta: perché non risponde? Forse telefono scarico. Forse è partita. Forse…

Lo sapeva bene che quel forse non portava a niente. Non voleva ammettere altro.

Il terzo giorno, verso sera, mentre il compagno nel letto dormiva già e fuori calava la notte, la porta si aprì. Vittorio si voltò, aspettandosi linfermiera con le pastiglie, e invece vide Lara.

Entrò in silenzio, come aveva sempre fatto. In mano aveva un thermos e una busta. Vestita semplice: pantaloni scuri, maglia chiara, capelli raccolti. Ma qualcosa era diverso, e Vittorio ci mise un po a capire cosa: aveva un viso riposato. Non più giovane, no, ma riposato, come chi ha finalmente posato un bagaglio pesante.

Ciao, disse lei.

Lara, rispose lui. Lunica cosa che riuscì a dire.

Lei si avvicinò, posò la busta sulla sedia, il thermos sulla mensola. Lo guardava come si guarda qualcosa che si compiange ma non fa più male.

Come stai?

Vivo.

È quello che conta.

Si sedette. Lui la fissava senza parole. Il dolore non era nelle ossa.

Sei venuta sola? chiese.

Sola.

Nadia…

So che non cè Nadia, disse Lara, senza tono. Per questo sono venuta io.

Tacquero. Lara aprì il thermos e versò brodo caldo nel coperchio; profumava di casa, di qualcosa che a Vittorio mancava da mesi.

Bevi. Ti serve.

Lara, perché sei venuta?

Ho portato la roba. Costantino del lavoro ha detto che eri qui in ospedale. Hanno chiamato alle Officine Ferrero, mi hanno detto così. Ecco, ho portato cambio, carica batteria, tutto quel che serve.

Hai chiamato tu?

Mi hanno chiamata loro.

Vittorio prese il coperchio pieno di brodo, bevve. Caldo, salato, vero.

Lara, disse.

Non serve Vitto.

Stavo solo

Ho detto di smettere. Non cominciare.

Voglio solo ringraziarti.

Lo fissò. Restò in silenzio.

Non ce nè bisogno.

Lara. Nadia non è venuta mai. Chiamo, non risponde.

Lo so.

Lo sai?

Lara intrecciò le mani in grembo. La voce serena, come chi ha pensato e ripensato a cose spiacevoli.

Ho sentito qualcosa. La gente parla. Il tuo socio Costantino mi ha chiamato, mi ha spiegato. Vitto, sapevi che avevi firmato una procura? Per lamministrazione dei tuoi beni?

Vittorio sentì un brivido gelido.

Cosa?

Un mese fa, più o meno. Ricordi?

Ricordava. Nadia gli aveva portato dei fogli spiegando che era una prassi per le emergenze, suggerita dal notaio. Lui firmò. Era di fretta. Si fidava.

Sì, me lo ricordo.

Costantino dice che il tuo GranTurismo è già stato venduto. Con la procura.

Vittorio rimase zitto.

Gli orologi, quelli svizzeri della tua collezione… nemmeno quelli ci sono più. Costantino e la contabilità hanno controllato i documenti, pare ci sia anche una valutazione in corso per la casa di campagna.

Ma Lei non può… sono beni miei, per lintestazione…

Hai firmato la procura, Vitto.

Lui chiuse gli occhi. Sentiva il peso del soffitto scendere.

Con chi? Lei da sola non poteva.

Non so i dettagli. Solo che è coinvolto qualcuno. Non sono cose che mi riguardano più. Ti riporto solo ciò che so. Poi decidi tu.

Lara, disse. Perdonami.

Lei non rispose subito. Guardava verso la finestra, dove ormai fuori era notte piena.

Per cosa, precisamente, chiedi perdono?

Per tutto. Per aver lasciato. Per come lho fatto. Per quello che ti ho detto che con te mi sentivo vecchio. Era Non dovevo.

No, non dovevi.

Lara, tu sai che tu… che tutto quello che ho…

Vitto. Lei lo guardò. Senza durezza, non con rabbia, ma con quella chiarezza che hanno le persone che ormai hanno già superato il dolore. Chiedi scusa solo perché ora stai male. Non perché hai capito. Solo perché ti fa male. È diverso.

Voleva rispondere. Non trovava parole.

Non sono arrabbiata con te, proseguì. Sul serio. Lo sono stata a lungo. Poi mi sono stancata. Poi ho lasciato andare. Ora sto bene, non voglio entrarci di nuovo.

Stai bene, disse lui.

Grazie.

Sei davvero cambiata.

Sono diventata me stessa. Semplice.

Rimasero in silenzio. Il compagno di stanza si girò nel sonno, borbottando.

Costantino mi ha detto che hai bisogno di un avvocato subito, disse Lara alzandosi Con la procura si può agire se si muove in fretta. Lui vuole venire domani. Avvisa le infermiere al posto.

Va bene.

Lascio la carica qui. Nel sacchetto cè tutto. Pigiama, spazzolino, il necessario.

Lara.

Sì?

Tornerai ancora?

Lei si fermò alla porta. Ci pensò sinceramente, senza dolcezze inutili.

No, Vitto. Credo di no. Sono venuta per salutarti. Parto tra poco. Da Valeria, in Spagna.

Per molto?

Non so. Forse per sempre. Vedrò come mi trovo.

Vai vai da sola?

Lara sorrise un sorriso particolare, non ironico, il sorriso di chi si stupisce della semplicità di certe domande.

Sono una donna adulta, Vitto. Ce la faccio da sola.

Ho sentito che hai conosciuto qualcuno. Me lo ha detto Gennaro…

Gennaro dovrebbe parlare meno, disse senza fastidio. Sì, cè. Ma non è affar tuo.

Capisco.

Meglio che capisci.

Si prese la maniglia della porta.

Rimettiti, Vitto. Sul serio. Rialzati, occupati di questa storia. Hai lazienda, Costantino, persone che ti stimano. Non mollare.

Lara.

Lei si voltò.

Ti amo. Voglio che tu lo sappia.

Pausa lunga.

Lo so, Vitto, disse sottovoce. Anchio ti ho amato molto, davvero. È stato vero, e nessuno ce lo porterà via. Ma non significa che si debba tornare indietro.

Chiuse pian piano la porta.

Vittorio rimase solo nel buio. Sentiva il respiro del compagno, le voci delle infermiere in corridoio, il rumore lontano di una porta dellascensore che sbatteva. Tutto faceva parte di una vita diversa, che continuava senza di lui.

Prese il telefono. Voleva chiamare Nadia di nuovo. Non lo fece. Prese a scorrere i messaggi. Quelli vecchi. La chat con Nadia. Scrollava e scrollava.

Allinizio, allinizio davvero, i messaggi erano belli, spiritosi, gli piacevano. Poi, col tempo, si erano accorciati: Ok. Dopo. Arrivo alle dieci. Non posso oggi. Tornò indietro a dicembre, novembre. Era pieno di conversazioni in cui lei spariva per ore. Domande sui soldi nei messaggi: Avevi promesso un anello, Quando andiamo al mare?, Mi serve una borsa nuova, Vitto, carica solo la carta, non mi piace chiedere.

Scrollava e non riconosceva se stesso. Non luomo nei messaggi, ma luomo che aveva accettato tutto come una normalità.

Poi trovò, per caso, una chat con un certo Raffaele. Nadia non laveva cancellata, era sincronizzata sul telefono. Non capì subito, poi sì: erano scambi di due persone che si conoscevano molto bene, non solo amici. Cerano messaggi già da ottobre dellanno prima. Quando lui e Nadia stavano già insieme da mesi.

Ancora non sospetta niente

La procura lha firmata?

La settimana scorsa. Tutto secondo i piani

Brava

Stai solo ad aspettare. Dopo un incidente o quando sarà fuori a lungo. Poi sistemiamo tutto

Vittorio rilesse due, tre volte, lentamente, senza credere. Poi posò il telefono. Fissò il soffitto.

Nadia non aveva previsto lincidente. Quello era avvenuto per caso. Era lui ad aver sterzato. Solo una coincidenza.

Il resto, invece, era calcolato. Dallinizio o quasi. E lui, uomo che sapeva leggere contratti, ventanni dazienda, non aveva visto nulla. Non per ingenuità, per volontà: gli piaceva pensare che una donna giovane e bella si fosse innamorata di lui, non di ciò che aveva costruito con Lara in venticinque anni.

Hai cambiato la vecchia per una giovane, si dice di uomini così. Laveva sempre trovata una frase volgare e offensiva. Ora pensava: non ce nè una più precisa.

Rimase sveglio a lungo. Pensava a Lara, ora forse in viaggio, o già in casa, o a preparare la valigia per la Spagna. Pensava al suo io lo so in risposta al suo ti amo. Non anchio, non ormai è tardi, non perché me lo dici. Solo lo so. E lì dentro cera tutto: che lei ci credeva ancora, e che per lei non serviva più.

Pensava alla rimpatriata, a Nadia e i metri quadrati, a Svetlana che si voltava. A come aveva fatto finta di non sentire. Lesperienza amara arriva quando ormai non puoi più cambiare il passato.

Nel sacchetto, sotto il thermos, trovò ciò che Lara aveva lasciato: cambio di biancheria, prodotti per lavarsi, un libro rilegato morbido (lei sapeva che lui leggeva in ospedale, fin dai giorni lontani dellappendicite). E sul fondo, chiusa in un fazzoletto, una fotografia.

Piccola, su cartoncino lucido come le stampe delle vecchie cabine fotografiche. Lui e Lara. Giovani. Avrà avuto ventisette anni, lei ventisei. Sullo sfondo un fiume. Lui rideva, la testa allindietro. Lei lo guardava, e lo sguardo di lei in quella stanza dospedale lui non avrebbe saputo descriverlo, ma lo riconobbe. Così ti guarda chi ti ama davvero non chi è innamorato, non chi ti desidera, ma proprio chi ama: sicura, calma, per sempre.

Alla foto era allegato un foglietto, quattro volte piegato. La scrittura di Lara, che lui conosceva come la sua voce:

Questa non è mia. È per te. Guarisci. L.

Nientaltro.

Tenendo la foto e il biglietto, non parlava. Il compagno russava. Fuori pioveva, gocce leggere di maggio battevano sui vetri, piano e costanti.

Vittorio Parodi, quarantotto anni, titolare della catena Officine Ferrero, disteso in ospedale con due costole rotte, una spalla rotta, la scapola lesionata, un trauma cranico, e in mano una foto di ventanni fa. Accanto, il thermos di brodo preparato da una donna che aveva lasciato solo perché con lei si sentiva vecchio.

Cera una certa crudele, implacabile ironia, che adesso sentiva pienamente.

Pensava al tradimento delluomo che era lui stesso. Alle spiegazioni che aveva dato: bloccato, stanco, desideroso di altro. Spiegazioni come scuse, come dialogo con se stessi. Non bastano come giustificazione: qui non ce ne sono.

Lara ha lasciato. Non è stato lui a lasciare lei. Credeva fosse lui, ma era lei ad andarsene. Alla sua maniera: senza rumore, senza vendetta. Ha semplicemente iniziato una nuova vita. E ora parte per la Spagna. Ride, a quanto dice Svetlana.

Rifletteva sui valori della vita. Si parla sempre in astratto, come se stessero in qualche libro. Ma i valori sono quello che hai ogni giorno accanto a te e a cui non fai più caso, solo per abitudine. La donna che non dormiva per i tuoi conti. Che conosceva tutte le tue difficoltà, tutte le tue paure. Che non ha mai chiesto quanti metri aveva la casa di un altro. Che ti porta il brodo in ospedale anche se non gliene hai dato motivo.

A quarantacinque anni in su, le relazioni sono diverse. Non cè un nuovo inizio da zero, gli errori restano incisi, diventano parte di te. Devi farci i conti.

Ora capiva tutto con chiarezza nuova, quella dei veri schiaffi.

Alle una di notte provò ancora a chiamare Nadia. Numero fuori servizio. Nessuna sorpresa. Richiuse il telefono. Prese il biglietto dellavvocato, quello lasciato da Lara. Lesse il nome, il numero. Domani viene Costantino. Bisognerà occuparsi della procura, del GranTurismo, degli orologi, della casa. Bisognerà recuperare il recuperabile. Sarà lungo, sporco, forse umiliante, perché dovrà spiegare agli altri comè stato ingannato.

Ma dovrà farlo.

Perché stare sdraiato e non rialzarsi non può permetterselo: lostinazione fa parte di lui. Aveva aperto lofficina negli anni 90, quando era tutto incerto e pauroso. Era riuscito a negoziare con chi sembrava impossibile. Era uscito da situazioni senza uscita. Questo lo sapeva fare.

La rabbia montava piano, come il calore di un termosifone: prima impercettibile, poi sempre più forte. Non quella che rompe tutto, ma la rabbia operosa, che dà energia. Rabbia contro se stesso, per aver permesso la cecità.

Si girò, costole permettendo. Posò la foto sulla mensola, accanto al thermos. Il giovane di ventanni fa sorrideva nella foto, la testa indietro. Lara lo guardava.

Capire che lamore è finito è una cosa. Capire che lamore non è finito, ma tu l’hai tradito, è unaltra. Questo non lo guarisce nessuna giovane, nessuna macchina costosa, nessuna foto col geotag.

All’aeroporto, Lara Parodi tornata Lara Colombo, il suo cognome da nubile si sedeva al gate con una piccola valigia. Il volo era in ritardo di quaranta minuti, ma non era nervosa. Comprò un caffè in bicchiere di carta, fissava la pista.

Pensava daver fatto bene a passare in ospedale. Non per dovere, non per speranza. Solo perché venticinque anni non si buttano via, e perché lei è fatta così: non poteva non presentarsi, sapendo che lui era lì da solo.

Pensava alla foto con qualcosa di speciale. L’aveva trovata tre mesi prima, mentre faceva ordine per partire. Laveva stretta a lungo. Poi aveva deciso: che restasse a lui. Lei aveva tutto dentro di sé; ne aveva memoria. Gli lasciava quella cartacea, per quando avesse bisogno di qualcosa di vero.

Annunciarono limbarco del volo accanto, la gente si muoveva, trascinando borse. Lara bevve il caffè. Caldo, leggermente amarognolo, ma buono.

Il telefono vibrò. Messaggio di Valeria: Già in aeroporto, Antonio viene anche lui, vuole conoscerti! Antonio. Lara sorrise. Che buffo, strano, un po pauroso, ma anche bello. A quarantasette anni, dopo venticinque di matrimonio, inizia di nuovo qualcosa. Non sapeva cosa sarebbe stato. Non aveva fretta di scoprirlo.

La vita era stata a lungo di qualcun altro, non in modo brutto, semplicemente così: le sue preoccupazioni, la sua azienda, le sue ansie, i suoi progetti. Lei era lì, lo amava, non rimpiangeva nulla. Ma ora ora era il suo tempo, la sua valigia, il suo volo, la sua Spagna, la sua Valeria, il suo sconosciuto Antonio.

Le relazioni che ricominciano dopo i quarantacinque non assomigliano a quelle di ventanni. Non cè paura di etichettare, né ansia del subito. Solo una sana curiosità per ciò che verrà. Tutto qui.

Imbarco. Lara buttò il bicchiere, prese la valigia. Nella fila al gate: giovani con zaini, anziani coi bagagli grandi, famiglie coi bambini. Si mise in coda.

Fuori dal finestrone l’aereo era pronto. Il sole illuminava la pista.

Lara pensava: che bello non essere arrabbiata. Sarebbe stata una perdita. Rabbia contro luomo che non ce lha fatta, che ha avuto paura del tempo, che ha scelto il luccichio al calore. Rabbia verso la giovane che ha approfittato della sua debolezza. Occhi che preferiva mai più riempire di quel rancore.

Pensava: adesso per lui arriva lesperienza amara. Sta già arrivando. E si dispiaceva per lui, come ci si dispiace da lontano: senza cambiare nulla.

Controllarono i documenti, entrò nel corridoio telescopico. Laereo aspettava tranquillo. All’interno la gente si sistemava.

Lara trovò il suo posto vicino al finestrino. Sistemò la valigia, allacciò la cintura. Guardò i riflessi fuori.

Come si capisce che lamore è finito? Forse quando non fa più male. Non subito, non dun colpo, ma piano, come guarisce una grande ferita: inizialmente fa male sempre, poi a tratti, poi solo quando ci si urta, poi resta solo la cicatrice. Ma la cicatrice non impedisce la vita.

Laereo rullò, prese velocità. Lara guardava la terra allontanarsi, laeroporto farsi piccolo, Milano distendersi sotto di lei, grigia e silenziosa.

Non si voltò mai indietro.

Vittorio era in stanza. Fuori pioveva. La foto era sulla mensola. Accanto, nella tazza del thermos, raffreddava il brodo.

Costantino sarebbe arrivato alle dieci. Lavvocato dopo. Una lunga, faticosa trafila lo aspettava. Poi chiamate, documenti, forse tribunali, umiliazioni. Tutto molto pesante.

Ma prima si sarebbe rimesso in piedi. Questo senzaltro.

Prese la foto. La guardò ancora a lungo, poi la posò di nuovo, con la faccia in su, ben visibile.

Fuori pioveva con pazienza, goccia dopo goccia.

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Tre cuori e un matrimonio