La vita sotto controllo
Sono entrato trafelato nel commissariato e mi sono diretto subito allufficio del piantone. Ero visibilmente agitato, lo si capiva da ogni mio gesto, dallo sguardo sfuggente, dalle occhiaie scure che avrebbero convinto chiunque che da parecchie notti ormai non dormivo come si deve.
Vorrei denunciare la scomparsa di una persona! ho quasi gridato, senza riuscire a trattenere lansia nella voce. È sparita la mia fidanzata, è come se fosse svanita nel nulla! Non si è presentata a scuola, nessuna delle sue amiche sa dove sia Devessere successo qualcosa di grave! Ho chiamato tutti gli ospedali di Milano, non lhanno ricoverata da nessuna parte
Il piantone si è staccato di malavoglia da una montagna di fascicoli, mi ha guardato da sopra gli occhiali e ha sospirato con rassegnazione. Intanto, con la penna tamburellava contro il caos di fogli e cartelle sparsi sulla scrivania, e questo suono monotono caricava ancor più la mia tensione.
Quando è scomparsa la sua fidanzata? ha chiesto con tono piuttosto distaccato, senza trasparire nemmeno un briciolo dempatia, solo stanchezza e una punta di fastidio. Ne avrà sentite tante di storie simili: gente che si presenta disperata, pretende ricerche immediate, e poi la persona scomparsa aveva solo dimenticato il cellulare scarico o magari era andata due giorni in montagna senza avvisare nessuno.
Tre giorni fa, ho risposto, facendo scattare nervoso lelastico che porto sempre al polso. Quelle piccole spinte di dolore mi aiutavano a schiarirmi la mente, un trucco che mi aveva insegnato la stessa Beatrice. Ho respirato a fondo cercando di sedare il cuore in tumulto, che martellava come impazzito nel petto. Mani sudate, bocca secca, ma mi sono costretto a continuare.
Ho cercato ovunque, ma non lho trovata! Beatrice non avrebbe mai lasciato la scuola così, le vogliono tutti bene, insegna ai bambini dellasilo comunale. E la prossima settimana ha la recita di fine anno: non lavrebbe persa per nulla al mondo! la voce mi si è incrinata, ho mandato giù un nodo in gola, poi sono rimasto zitto per riprendermi. Non sarebbe fuggita senza un motivo. Dovevamo presentarci questa settimana allanagrafe per ufficializzare il matrimonio!
Il piantone si è raddrizzato leggermente, mostrava un briciolo dattenzione in più. Per quanto ne avesse sentite tante, le mie parole, la paura autentica, devono avergli fatto capire che questa volta non era la solita sceneggiata.
Capito, ha detto, guardandomi fisso negli occhi. Ha provato a parlare con i parenti?
Beatrice ha solo la madre, vive a Napoli, ci siamo visti di rado, ho risposto, lasciandomi cadere stremato su una delle sedie. Mi sono coperto la testa con le mani, avevo tamburellii nelle tempie e il petto colmo di quel gelo di vuoto che taglia il respiro. Beatrice non mi usciva mai dalla mente, la preoccupazione mi paralizzava fino alle ossa. Maria Teresa dice che la figlia non la chiama da settimane. Non sono mai andate molto daccordo, hanno litigato due anni fa, ma Beatrice non ha mai voluto spiegarmi il perché.
Mi sono morso le labbra ricordando quanto fosse testarda. Ho provato a parlarne con lei tante volte, a chiederle, a stuzzicarla, perfino a farmi vedere contrariato, ma niente. Si limitava a scuotere la testa e ripetere che era una faccenda solo loro. In quei momenti mi sentivo frustrato. Mi chiedevo: Perché non si fida di me? Non ha ragione di escludermi da quello che le accade?
Volevo sapere tutto della sua vita: dove andava, con chi, cosa pensava, cosa progettava. Mi sembrava giusto essere aggiornato su ogni dettaglio, anche sul più piccolo cambiamento. Così stavo tranquillo, come se potessi tenere tutto sotto controllo ed essere sicuro che lei stesse bene. In cuor mio mi giustificavo con la scusa della premura, volevo soltanto proteggerla. Ma ora, quandero travolto dal suo sguardo ostinato, sentivo un pizzico di colpa: forse esageravo? Forse avrei dovuto essere più paziente? Ma questi pensieri volavano via allistante. Ora limportante era trovarla. Ho incrociato lo sguardo del piantone, pronto a qualsiasi domanda, disposto a tutto pur di aiutare la mia Beatrice.
Non pensi che tu la assilli un po troppo? aveva scherzato il mio collega Marco, notando che prendevo in mano il cellulare per chiamarla di nuovo. Era la quinta chiamata in una sola giornata, e lui non aveva potuto trattenersi: La mia fidanzata mi avrebbe mandato a quel paese già al secondo squillo
Ho arrossito ma ho cercato di non darlo a vedere. Ho rialzato la testa, facendo sfoggio di una sicurezza che neanche sentivo, e ho ribattuto:
Beatrice sa che lo faccio per il suo bene. È uningenua, se non la tengo docchio rischia di combinarne qualcuna grossa! E poi chi dovrebbe risolvere i pasticci? ho scrollato le spalle con un sorriso forzato, che suonava più come una smorfia. Preferisco prevenire, insomma
Marco aveva solo alzato le spalle, poco convinto dalla mia filosofia, ma aveva lasciato perdere. In fondo non lo riguardava e Beatrice sembrava accettare senza protestare.
Vada in quinto ufficio, lì potrà fare la denuncia. la voce del piantone mi ha riportato al presente.
Ho raggiunto il quinto ufficio e lì ho raccontato tutto: il suo lavoro allasilo, la routine, le passioni, i posti preferiti, le persone frequentate, gli oggetti che portava sempre con sé (come quella borsa blu capiente che usava quando stava fuori a lungo). Ho persino descritto labbigliamento che indossava il giorno in cui è scomparsa, ho elencato le sue recenti uscite, ogni minimo dettaglio.
Lispettore ascoltava prendendo nota, ma il suo volto tradiva una certa sorpresa: solitamente nemmeno i genitori conoscono così approfonditamente la vita dei propri figli adulti Sembra più uno stalker che un fidanzato, deve aver pensato.
Ma rimandò quel pensiero. Bisognava trovare la ragazza. E cera anche il sospetto che magari io, così agitato e informato, potessi essere coinvolto. Lispettore chiuse il taccuino e decise di cominciare col sentire i vicini, controllare le telecamere vicino a casa di Beatrice, e parlare coi suoi colleghi. Bisognava agire.
***
Dopo la polizia, mi sono fiondato dalla migliore amica di Beatrice. Salendo i ripidi gradini di quel condominio vecchio stile, sentivo il cuore rimbombare in petto. Speravo almeno qui di trovare qualche indizio. Cercavo di controllarmi stringendo e aprendo i pugni, ma era tutto inutile.
Valentina viveva in periferia, in una zona anonima, e in testa mi giravano mille pensieri: avrei dovuto vedermela con la sua semplicità disarmante. Valentina era franca, spontanea, quasi ingenua e proprio per questo la sua vicinanza a Beatrice non mi infastidiva. Ho sempre creduto che amicizie troppo sveglie potessero complicare la felicità di coppia. Se ne ho già allontanate un paio, in fondo, era proprio per quello
Quando ha aperto la porta, Valentina è rimasta sorpresa. Giocherellava col bordo del grembiule, il volto confuso.
Beatrice si è fatta sentire?
No, doveva forse? rispose insicura.
Ho sentito il nervoso montare. Ora come ora la sua semplicità non mi aiutava per niente.
Siete amiche, ho detto quasi scandendo le sillabe non ti preoccupa il fatto che lei non si faccia viva? Ho fatto denuncia! Quando vi siete sentite lultima volta?
Due mesi fa, mormorò Valentina imbarazzata. Ultimamente ci siamo sentite poco. Mi sto per sposare, il mio ragazzo è geloso e Beatrice è più bella di me. Non volevo che mi rubasse la scena il mio fidanzato è benestante, premuroso
Non ho voluto sentire altro. Ho alzato le braccia, voltato le spalle e richiuso la porta con un tonfo. Ho saltato le scale di corsa, con un unico pensiero: Possibile che nessuno sappia nulla? Dove sei, Beatrice?
Non ho visto che Valentina, rimasta sola, ha sorriso sorniona. Ha afferrato il telefono, scritto un messaggio su un numero che conosceva a memoria e spento lo schermo. Nei suoi occhi brillava qualcosa di furbo, di trionfante, come se avesse mosso la pedina giusta in una partita troppo complicata
***
Quando sono rientrato, ero talmente furioso che ho rischiato di travolgere la signora Teresa, la vicina del piano di sotto, che stava proprio uscendo. Ha gridato qualcosa, ha sbattuto la porta e poi si è fermata a lamentarsi davanti alluscio ma io ero troppo teso per badarci. Lei, delusa dallassenza delle mie scuse, ha raggiunto le amiche nel cortile sotto casa e ha subito iniziato a raccontare: Sapeste che maleducato quello lì! Mi ha quasi buttata giù per le scale! E le altre a incalzarla, a commentare sapevo benissimo che ora sarei diventato largomento di pettegolezzo della sera.
Intanto io vagavo per la mia casa, da una stanza allaltra, incapace di fermarmi. Ero furibondo e disperato allo stesso tempo. Ora cosa dovevo pensare? Beatrice mi aveva forse mentito? Mi diceva che vedeva Valentina due volte a settimana E invece ora? Dovera quando usciva davvero? Con chi stava? E soprattutto: con che diritto mi nascondeva la verità?
Ho sempre voluto gestire tutto della sua esistenza: decidevo come avrebbe dovuto vestirsi, che colore scegliere per i capelli, quale trucco usare. Persino il lavoro glielho suggerito io, insistendo che la scuola dellinfanzia privata era la scelta migliore. E mentivo, a volte ad esempio, Beatrice in realtà detestava quel lavoro. Si lamentava sempre dei bambini viziati, delle famiglie pretenziose, della fatica infinita. Ma io, in fondo, pensavo che sapendo tutto sarei stato al sicuro.
Era come una marionetta nelle mie mani: dolce, obbediente, senza iniziativa propria. Adesso, scoprendo che forse mi aveva tenuto nascosto qualcosa, mi sentivo tradito, pieno di rabbia.
Vedrai, Beatrice, mi sono ripromesso stringendo i pugni fino a lasciarci i segni delle unghie Appena la polizia la ritrova, gliela faccio vedere io. Voglio sapere tutto, ogni dettaglio, dove sia stata e con chi! Non si muoverà più senza il mio permesso! Andavo avanti e indietro per il corridoio, a pensare altri dettagli da dare alla polizia, altri posti dove cercare. Fare tutto, insomma, per riportare Beatrice sotto il mio controllo.
***
Michele Romano? La disturbiamo dalla questura, riguardo alla sua denuncia.
Stavo dormendo, finalmente esausto dopo notti di pensieri senza fine. Al sentire questura, mi sono svegliato di colpo. Ho balzato sul letto, il cuore a mille, già visualizzando Beatrice davanti a me, pronta a chiedere scusa, a promettere che mai più mi avrebbe mentito.
Lavete trovata? Ditemi dove si trova, arrivo subito! ho detto tutto dun fiato, la voce tremante e colma di aspettativa.
Non corra, ha ribattuto lagente con tono gelido, distaccato, come stesse leggendo le previsioni del tempo. Sì, labbiamo rintracciata. O meglio, è stata lei a venire da noi. Voleva sapere chi la stesse cercando. Può stare tranquillo, sta bene.
Come sarebbe?! Dovè, perché non mi dite nulla? È la mia futura moglie! ho urlato quasi strozzato, le mani sudate, i pensieri confusi. Dovevo rintracciarla, parlarle, chiarire!
È tutto molto semplice: Beatrice Bianchini non desidera affatto che le comunichiamo alcunché che la riguardi. Anzi, ci ha detto chiaramente che non si riconosce come sua fidanzata. Ha anche minacciato di sporgere denuncia nei suoi confronti.
Sono rimasto pietrificato con la cornetta in mano. Non riuscivo a credere a quello che sentivo: Beatrice non mi voleva più, stava davvero lasciandomi? E minacciava pure la denuncia? La testa mi girava, mi sono seduto pesantemente sul letto, soffocato dallansia.
Ma cosa le avrei mai fatto? ho sibilato arrabbiato, ormai trafitto da mille pensieri. Ero tutto rosso, le vene sporgenti dalla stretta delle dita attorno al telefono.
Lei perseguitava questa ragazza, ha aggiunto freddo il poliziotto. Un consiglio: la lasci in pace. Da noi si è presentata un avvocato importante, di quelli che fanno pagare onorari altissimi. E fuori dal commissariato lattendeva unauto con autista e guardia del corpo. Mi creda, lasci perdere per il suo bene.
Rimasi bloccato, ferito nellorgoglio. Dentro mi esplose una rabbia nuova, scagliando a terra una sedia, rompendo un vaso, facendo cadere un quadro dal muro. Ho preso a camminare furioso da una stanza allaltra, lanciando piccole cose per casa.
Dopo qualche minuto di pura follia, mi sono risvegliato seduto alla stessa sponda del letto. Guardavo nel vuoto, con una sensazione di impotenza mai provata prima. Per la prima volta non avevo la minima idea di come riprendere il controllo.
Suona il campanello. Sobbalzo, ancora nervoso dopo quella telefonata. Mi avvicino lentamente alla porta, guardo dallo spioncino. È Sofia, una collega di Beatrice: capelli biondi raccolti, lineamenti delicati, unaria timida, forse troppo ingenua per i miei gusti.
Sofia abbassa lo sguardo, gioca nervosamente con la tracolla della borsa.
So che Beatrice è sparita e che la polizia non ha aperto il caso quasi sussurra, imbarazzata, senza alzarmi gli occhi addosso. Volevo solo dirti che ti sono vicina. Al lavoro tutti conoscono la vostra storia damore, pensavo che magari avessi bisogno di un po di compagnia.
Sono rimasto lì, in silenzio. Provavo ancora una marea di rabbia mista a tristezza e tradimento. Ma la presenza di Sofia, così gentile e sincera, ha calmato il mio animo giusto un po.
Entra, le ho detto con un mezzo sorriso stanco. Volevo sembrare padrone della situazione, ma la voce mi tradiva ancora. Grazie di essere passata la compagnia di qualcuno mi fa bene.
Lho fatta accomodare e si è seduta timidamente sul bordo del divano, guardandosi intorno, controllando ogni particolare dellambiente con un certo disagio.
Sono andato in cucina a mettere lacqua per il tè. Le mani ancora un po tremanti, tentavo di calmarmi. Il bollitore cominciava a sibilare quando ho domandato, senza voltarmi:
Tè? Caffè? cercando di suonare più accogliente possibile.
Tè, grazie magari con una fettina di limone, ha risposto piano.
Ho annuito e ho preparato la teiera, tagliato il limone, disposto tutto su un vassoio e portato il servizio in salotto. Sofia scrutava ogni angolo della stanza. Appena sono entrato, ha sorriso timidamente. Ho poggiato tutto sul tavolino.
Anche a me sembra strano quello che ha fatto Beatrice, non era da lei, ha detto cogliendomi lo sguardo. Ha stretto la tazza tra le mani, arrossendo. Non potevo restare indifferente vedendo quanto ci tieni
Mi sono seduto di fronte, ho sorseggiato piano il tè sentendo un tepore che non riusciva però a scaldarmi dentro. Ho stretto la tazza tra le mani.
Non può averlo fatto da sola, ho ribadito deciso. Scoprirò cosè successo, a ogni costo. Anche se la polizia si è arresa, io troverò una soluzione.
Sofia ha annuito, nei suoi occhi brillava una sorta di ammirazione.
Sei coraggioso, io non saprei fare altrettanto. Tu non molli mai
Ho abbozzato un sorriso. Le sue parole erano balsamo amaro. Forse, ho pensato, con Sofia tutto sarebbe stato diverso. Sarebbe stato più facile. Magari sarebbe stata la marionetta perfetta
Mi sono vergognato per quello che stavo pensando. Eppure, in fondo, scacciavo subito quel senso di disagio. Ho continuato a intrattenere Sofia, a organizzare nella mia mente le prossime mosse. Limportante, come sempre nella mia vita, era avere tutto sotto controllo.
Oggi, però, mentre metto queste righe su carta, so che la mia ossessione per il controllo ha rovinato tutto. Ho confuso il prendersi cura con limporre, ho chiamato amore qualcosa che era solo paura di restare solo. E la persona cui volevo bene non aveva bisogno di una gabbia, ma di fiducia. Se non altro, oggi questo lho capito. Forse troppo tardi, ma finalmente lho capito davvero.







