La Prima a Tavola

Prima a tavola

Nellufficio ristagnava lodore di lana bagnata, di carta e di caffè economico. Sul davanzale stava un piccolo ficus in un secchiello di plastica, e accanto alla cartella dei documenti una mazzo di chiavi appeso a un cordino rosso: eppure Emilia avrebbe giurato di averle lasciate a casa, nel cassetto vicino al sale grosso.

Il notaio, Lorenzo Fortini, parlava a bassa voce, come se si trattasse di bollette, ricevute o della serratura da cambiare, non di trentanni di vita improvvisamente andati in fumo. Si tolse gli occhiali, pulì il vetro con un fazzoletto e disse:

Signora Emilia, sia lappartamento sia la casa al lago sono intestati a lei già da sette anni.

Per un attimo il senso delle parole le sfuggì.

Allinizio le era sembrato che parlasse di qualche nuovo documento, di una delega, di un errore amministrativo, di qualunque altro problema, ma non di lei. Emilia si voltò verso la borsa, controllò il fazzoletto, il portafoglio, la carta didentità, e solo allora si accorse che le mani tremavano, non per il freddo. Cosaltro poteva essere?

Claudia, la figlia, sedeva alla sua destra, il cappotto grigio ancora addosso nonostante il calore della stanza, muta. Lindice batteva regolare sul telefono chiuso: pacato e meccanico, come la pioggia quando sbatte sullalluminio.

Emilia alzò lo sguardo.

Scusi. Forse ho capito male.

Il notaio annuì.

Ha sentito bene. Il passaggio di proprietà è stato registrato sette anni fa. Qui cè tutto: firma, protocollo, ricevute.

Le avvicinò la cartella.

La carta aveva lodore di amido e polvere. Sul foglio in cima, la firma netta e sobria di Aldo. Come se firmasse non la casa in cui avevano vissuto, non la vecchia villetta di Bracciano con la veranda scrostata e i cespugli di ribes, ma una banale ricevuta dellASL.

Emilia distolse gli occhi verso la finestra, il vetro offuscato dallumidità di marzo, e allimprovviso le tornò in mente il quaderno blu. Unagenda qualsiasi, scolastica, le pagine gonfie di vapore. Per anni aveva annotato lì che servivano sei uova, quanto tenere il riso sul fuoco, che Claudia la pellicina del latte proprio non la sopportava e che Aldo voleva il pane solo tostato da un lato. Chissà perché proprio quel quaderno le saltò in mente, non i documenti, non la fede nuziale che non si girava più sul dito, ma quella lista di colazioni.

Forse lì dentro cera davvero lelenco di tutta la loro famiglia.

Abbassò lo sguardo sulla cartella.

Non mi aveva detto nulla.

Lorenzo Fortini annuì ancora. Né compassione, né distacco. Solo la stanchezza di chi è abituato a vedere la forma della vita degli altri mutare davanti ai moduli compilati.

Depose gli occhiali.

È vero, signora. Ma mi aveva chiesto che lo sapesse qui. Per un motivo preciso.

Claudia alzò finalmente la testa.

Che motivo?

Il notaio scorse le carte.

Questo non posso dirlo. Mi limito a quello che cè scritto negli atti.

Emilia sfiorò il bordo della cartella, la carta le rigò la pelle, ritrasse la mano. Aveva sempre pensato che con Aldo fosse tutto lineare. Lui lavorava, lei custodiva la casa. Se lui desiderava ordine, lei sapeva accontentarlo. Lui parlava poco, lei sapeva già quando buttare lacqua delle uova, quando il risotto doveva essere insipido perché così bastava per tutti, quando il silenzio evitava mattinate storte. Cosaltro serviva per una lunga vita insieme?

Forse non aveva capito abbastanza.

Claudia la fissò.

Lo sapevi?

No.

Per niente?

Per niente.

La risposta si posò sulla scrivania pesante come un canovaccio bagnato.

Il notaio tirò fuori un altro foglio.

Qui ci sono gli elenchi dei beni. E le chiavi della casa al lago. Suo marito le ha lasciate lanno scorso da me, a febbraio. Mi disse che era più sicuro.

A febbraio, Aldo si alzava a fatica, restava seduto sul bordo del letto più del solito, spesso dimenticava dove metteva gli occhiali. Ma anche allora, quando ogni stanza iniziava a cambiare con piccole insignificanti cose, continuava la mattina a sedersi a tavola e a pronunciare la solita frase:

Il solito, per favore.

Come se la vita si potesse trattenere nelle abitudini.

Emilia appoggiò la mano sul mazzo delle chiavi. Il metallo gelido, il cordino rosso usurato che graffiava la pelle. Allimprovviso realizzò di non sapere quale chiave fosse del cancello basso e quale della veranda. Trenta estati passate a lavare barattoli, rammendare tende, stendere laneto su una garza. E non sapeva.

Così agisce la routine sulluomo. Vive dentro la casa eppure rimane fermo sulla soglia.

La casa era troppo silenziosa.

Non vuota, no. Il frigorifero vibrava in cucina, la goccia bagnava dal cappotto nellingresso, la pendola Tic-tac segnava il tempo stanca, sdegnata perché da ottobre era avanti di sette minuti e nessuno la aggiustava. Ma era una quiete diversa. Quella che invade un appartamento dove tutto è al suo posto ma qualcosa manca, e laria non ci ha ancora fatto labitudine.

Emilia mise su il bollitore. Tirò fuori due tazze. Prese il piattino con il bordo azzurro dallultimo scaffale, poi si bloccò, guardò il tavolo ed eliminò una tazza.

Claudia era alla finestra, leggeva le carte.

Claudia non si mosse dalla finestra.

Non lo sapevi davvero.

Ho già risposto.

Non è una risposta. Lho sentito anche dal notaio.

Emilia estrasse il pane dal sacchetto di lino, tagliò due fette, le spalmo di burro e solo allora capì di averne preparate ancora due. Il coltello lasciò un solco morbido nel burro. Raccolse le briciole col palmo della mano.

Emilia spinse avanti il piatto.

Mangia qualcosa.

Non mi va.

Stamattina non hai mangiato nulla.

E tu?

Emilia scrollò le spalle.

Neppure lei aveva voglia di mangiare. Ma non aveva mai saputo rifiutare un pasto. Anche nei giorni peggiori la mano si muoveva da sola per mettere il bollitore, scaldare la padella, pulire il tavolo. Come se lordine si potesse cucinare e servire a tutti.

Claudia poggiò le carte sul davanzale.

Lui non parlava mai, mamma. Per tutta la vita. E tu lo hai chiamato carattere.

Cosaltro dovevo chiamarlo?

Non lo so. Ma non carattere.

Emilia scostò lo sgabello e si sedette. La stoffa della vestaglia si impigliò in una scheggia della sedia. Con un gesto istintivo aggiustò il polsino sinistro e disse:

Eri piccola quando siamo venuti qui. Non hai visto quando, dopo il lavoro, si addormentava direttamente sulla sedia. Non hai visto come contava ogni banconota per comprarti gli stivali per linverno.

Io ho visto altro.

Cosa?

Claudia si voltò. Il volto era pallido, asciutto, senza collera. Solo lo sguardo diretto, adulto, non più da figlia.

Che cedevi sempre il piatto prima a lui. Che quasi mai chiedeva come stavi. Che ne parlavi come del meteo: cè, cè. Piove, piove.

La padella sul fornello schioccò con il metallo che si raffreddava.

Emilia abbassò lo sguardo sulle mani. Sul pollice era rimasta da stamani una striscia di impasto. La staccò colunghia. Cosa rispondere? Che Claudia aveva ragione a metà? Che la mezza verità fa più male di quella intera? Che anche il silenzio ha tanti linguaggi? Le parole non le venivano.

Claudia aggiunse, più dolce:

Ha intestato tutto a te, mamma. Perché?

Non lo so.

Scommetto che lo so io.

Dimmi.

Perché sapeva che altrimenti saresti rimasta senza nulla.

Emilia alzò la testa.

Pensi che stessi con lui per la casa?

Penso che solo alla fine ha capito quanto hai fatto per lui.

Dalla cucina odorava di pane bruciato. Emilia balzò in piedi, tolse le fette di colpo dalla padella, ne gettò una nel lavandino e si rimproverò tra sé. Non per il pane. Perché, nelle parole di un altro, aveva sentito lumiliazione prima della verità.

Se lui davvero aveva visto. Se.

Il quaderno blu era nel cassetto basso della credenza, tra le forme per la colomba e i sacchetti del lievito secco. Emilia lo trovò a sera, quando Claudia era in camera a sistemare le scatole dei documenti e in cucina tornava la penombra solita, quella che fa sembrare grigie anche le maioliche bianche mentre ogni cosa al suo posto sembra più sicura dei padroni di casa.

La copertina era consumata al bordo. Sul primo foglio, una scrittura inclinata, ancora giovane: Uova, latte, semolino, zucchero. Niente data, nessuna spiegazione. E avanti così. Risotti. Sformati. Frittate alle erbette. Frittelle di yogurt. Pane allolio, quello che Aldo voleva solo il sabato quando si alzava tardi.

Emilia si sedette più vicina alla lampada.

Il quaderno odorava di farina e carta secca. Qui e là cerchi marroni di tè. In mezzo unimpronta minuscola di una mano impolverata di farinaClaudia a quattro anni, entrata in cucina sbattendo le mani. Emilia non si era arrabbiata. Neanche quel segno era sparito, ma lei non ricordava più quale mattina fosse.

Quante altre mattine aveva dimenticato?

Nelle pagine saltava fuori un angolo di bolletta. Emilia la estrasse: ricevuta della luce. Somma, data, firmala sua. Aggrottò le sopracciglia. Perché Aldo laveva messa lì? O forse lo aveva fatto lei, dimenticandolo? Tra le ricette e le liste della spesa cerano altre carte: il gas, lo scontrino dello zaino di Claudia, un biglietto: compra panna mercoledì. Tutto mescolato.

Come se il quaderno parlasse non solo di colazioni.

Come se fosse la vera cronaca di una casa.

Dalla camera Claudia la chiamò.

Mamma, ho trovato unaltra cartella. E una vecchia procura.

Arrivo.

Emilia chiuse il quaderno, lo premette con la mano e ricordò una mattina antica, prima ancora di questa casa, nella vecchia abitazione della madre di Aldo. Inverno. Condensa sui vetri. Claudia tossiva nel lettino, Aldo seduto su uno sgabello mangiava il semolino che odiava, perché non era rimasto altro in dispensa, e disse senza alzare lo sguardo:

Pazienza, mangeremo anche questo.

Allora Emilia si era arrabbiata. Non per il semolino. Per il tono: come se non si parlasse di una colazione, ma di tutta la vita. Mangiamo anche questo. Passiamo anche questa. Resistiamo, perché si deve. Nessuna richiesta, nessun gesto dolce che si potesse mettere accanto alla tazza.

Ora le venne in mente che forse non era solo aridità. Forse Aldo non aveva altro linguaggio.

Ma nemmeno questo spiegava tutto.

Claudia la attendeva in camera.

Sul divano i documenti inerti, bene impilati. Al di sopra, una busta pesante senza scritte.

Claudia la teneva tra due dita.

Lho trovata dietro la scatola del miglio. Mai vista?

Emilia negò.

La apriamo?

Apriamola.

Dentro, un foglio ripiegato in quattro. Non una lettera. Un appunto da agenda, scritto con la stessa grafia semplice di Aldo, senza esordio né giri di parole:

Emilia non ama le carte, ma la casa la sa tenere meglio di me. Se mai dovesse restare da sola, Lorenzo spiegherà tutto con calma. Anche la casa al lago deve restare a lei. Claudia non capirà subito.

In basso data e firma.

Claudia lo lesse più volte.

Ecco. Lo sapeva, mamma, che per te sarebbe stato difficile.

Emilia portò il foglio alla luce.

Non è tutto.

Cosaltro ti serve?

Non so.

Mamma, non inventare altro.

Emilia ripiegò il foglio con delicatezza.

Non invento niente. Solo non capisco.

È tutto chiaro qui.

Per te, forse. Ma per me no.

E su quel punto tra loro calò di nuovo qualcosa di famigliare: non un litigio, ma un non detto difficile da sciogliere. Due donne che leggono lo stesso foglio e vedono due storie diverse.

Quella notte Emilia non dormì.

Lorologio nella camera scattava sbilenco, con quel suo eterno avanzare, come se anche il tempo in quella casa avesse fretta di andare avanti senza aspettare nessuno. Dal muro la vicina tossì una volta. Unauto passò nel silenzio. Tutto lì. Emilia restò stesa, le mani incrociate sul copriletto, e ripercorse mattina dopo mattina.

La prima frittata della vita matrimoniale, bruciata sotto.

Il tè zuccherato che Aldo beveva solo con linfluenza.

I sabati alla villetta, lui a piedi nudi sul portico che chiedeva il pane tagliato grosso.

E quella sua frase costante, quasi comica, quasi dura:

Il solito, grazie.

Un tempo le era sembrata una pretesa. Ora sentiva la richiesta di restare.

Possibile, pensò, che per trent’anni si possa scambiare la normalità per freddezza? O magari vedere e non nominare le cose giuste? Chi può saperlo?

Allalba si svegliò prima della sveglia, andò in cucina, aprì la finestra senza attaccare subito il bollitore. Prima cercò il quaderno.

Sullultima pagina, dove aveva pensato di annotare la ricetta della crostata di mele (poi dimenticata), con una grafia diversa, a matita, cerano poche righe.

Se leggi qui, vuol dire che sei arrivata in fondo. Lo sapevo. Non arrabbiarti per le carte. Ci ho pensato a lungo. Tu hai vissuto sempre come se non ti servisse nulla. Ma non è vero. Ti serve una casa dove nessuno dica che sei qui di passaggio. E anche a Claudia serve. Lei si arrabbia, ha ragione. Ma capirà.

Emilia rilesse ancora e ancora.

Ecco ciò che la faceva più paura: non la povertà, né la solitudine, né lincombenza delle pratiche. Solo il semplice riconoscimento, troppo tardi per una conversazione sul tavolo di cucina, troppo tardi per un colpo di tosse nella soglia, troppo tardi per una frase tra una tazza di tè e il telegiornale del mattino.

Hai vissuto come se non ti servisse nulla.

Non era sempre stato il suo orgoglio? Non chiedere mai, non lamentarsi, non occupare spazio, non aspettarsi neanche un grazie quando ti alzi che fuori è ancora scuro per mettere la colazione allaltro.

E allimprovviso qualcuno aveva visto non una virtù, ma la tua ferita.

Chiuse il quaderno e lo coprì con le mani.

Fuori si faceva chiaro.

Verso mezzogiorno venne la vicina, Rita, col grembiule lilla sopra la maglia e una pentola di brodo di pollo, la mano stretta ai manici come se portasse una notizia più che il cibo.

Rita varcò la soglia e sollevò la pentola.

Solo un attimo. Mettila in frigo, appena si raffredda.

Grazie, Rita.

Come stai?

La domanda restò sospesa. Non per cortesia, proprio per il peso che portava. Emilia annuì soltanto e portò la vicina in cucina.

Rita non si sedette subito. Prima si tolse le scarpe, aggiustò il bordo del grembiule, guardò il tavolo e solo dopo si accomodò.

Rimase a fissare il bollitore, sembrava perdersi nei riflessi lucidi.

Era passato da me la scorsa primavera. Il tuo Aldo.

Emilia si bloccò accanto alla credenza.

Perché?

Chiedeva il numero del notaio Fortini. Mi sono sorpresa. Diceva che doveva mettere in ordine le carte. E poi, guarda caso, mi chiese del tuo quaderno.

Quale quaderno?

Il blu, quello delle ricette. Dice: lì cè tutto di Emilia, anche le cose di Claudia, la spesa, quando perdeva il tetto, dove stanno le chiavi di riserva. Gli ho detto: guarda nella credenza. Si mise a ridere: lo so dove cercare, ma si offende se ci metto le mani. Così mi domandò se ne avevo uno simile. Voleva copiare qualcosa.

Emilia si sedette di fronte, con lentezza.

Copiare?

Sì. Non era uno da grandi parole, sai. Tu lo sai meglio di me! Ma forse, si sentiva pressato. Si è messo al tavolo, ha chiesto una matita e per unora ha scarabocchiato, silenzioso. Gli ho fatto il tè, ma gli si raffreddava davanti. Scriveva, scriveva. Andandosene, dimenticò persino la mia ciotola della panna.

Rita sorrise cortissima, quasi imbarazzata.

Sai cosa disse sulla porta? Emilia pensa che non vedo come vive. Io vedo, solo che non so spiegarlo.

Sul tavolo cera il quaderno.

Claudia, che era rimasta ferma sulla soglia, si avvicinò.

Perché non me lavete detto prima?

Non avrei mai pensato di dovertelo dire. Pensavo che in famiglia certe cose le sapeste.

Nessuna risposta.

Rita aprì il quaderno con cautela, come se temesse di infrangere una memoria altrui, e indicò un bordo verso la metà.

Ecco. Queste sono sue.

Ai margini della pagina, in matita appena visibile, righe corte. Allinizio Emilia le confuse con numericalcoli sulla spesama no.

Venerdì. Si è alzata alle cinque anche se ha dormito tardi.

A Claudia non dice che i soldi sono quasi finiti. Ha venduto il bracciale e tace.

Alla casa da sola sistema la maniglia della cisterna.

Il cappotto non se lo compra, dice che quello vecchio va ancora bene.

Oggi di nuovo non si è seduta a mangiare prima.

Più sotto, con una grafia più tremolante:

Se mi succede qualcosa, la casa deve restare sua.

Emilia seguì con un dito la riga. Il segno della matita si cancellava appena.

Lui annotava tutto?

Rita allargò le mani.

Si vede di sì.

Perché?

Non tutti sanno parlare con la bocca.

Parole semplici. Ma in quelle, come in uno specchio stretto, sfilavano le decine di mattine che Emilia aveva sempre creduto uguali. Ma non erano state mai uguali. Lui aveva notato come lei tagliava le mele sottili, proprio come piaceva a Claudia. Come lei gli dava la fetta migliore della torta. Come si mangiava lavanzo freddo. Come si comprava il grembiule scartato e pure lo lisciava con cura, come se fosse prezioso.

Se ne era accorto.

Aveva solo taciuto.

Claudia si sedette vicina. Il telefono ora non batteva più. Lo mise con lo schermo in giù e chiese:

Mamma, lo sapevi?

No.

Nemmeno io.

Rita si alzò.

Me ne vado. Non scordate di mettere il brodo in frigo.

Alla porta si girò.

Andateci, alla casa al lago. Lì laria è diversa. A volte si capisce meglio ciò che in città sfugge.

La porta si richiuse.

Claudia fissava il quaderno aperto. Anche Emilia taceva. Non occorrevano più parole. Sedevano in cucina come due donne che hanno visto la propria vita da unaltra prospettiva.

Andarono alla casa sul lago due giorni dopo.

Il cielo era bianco, basso. Claudia guidava in silenzio. Emilia teneva in grembo la cartella dei documenti, il cordino rosso delle chiavi. La strada correva tra il distributore, il vecchio mercato, la fermata dove destate trovavi sempre le fragole nei secchi di plastica. Tutto era lo stesso. Eppure nulla era più identico.

Allimbocco dei pini Emilia guardò la figlia.

Sei ancora arrabbiata con lui?

Claudia esitò.

Una volta lo ero di più.

Ora?

Ora non so. È come se avessi visto solo una sua parte.

Io pure.

Claudia sorrise amaramente.

Allora è di famiglia.

Il cancello si aprì a fatica. La chiave bassa era dura, la ruggine bloccava il serraggioEmilia stava per passare le chiavi ma Claudia disse:

Faccio io.

Inserì la chiave, girò con calma. Scattò.

Il cortile odorava di terra bagnata e foglie morte. I ribes erano nudi ma vivi. Sulla veranda, sotto la sedia vecchia, cera la bacinella per i cetrioli dellestate. Emilia salì, trovò subito la chiave giusta per la seconda porta ed entrò prima.

Dentro faceva fresco. La tovaglia sul tavolo era sbiadita. Sul davanzale, un vasetto con laneto secco. Sulla mensola, tra scatola di chiodi e candele, il grembiule a quadri dato per disperso due estati prima.

Claudia aprì le imposte.

Lui metteva tutto a modo suo.

Sì.

Ma non era più il solito sì. Era attenzione nuova.

Emilia in cucina, la mano sul tavolo, tolse via la polvere. Sullunghia, sulla parete vicino alla finestra, era fissato un foglietto in plastica. La lista, scritta da lei: Cosa portare per lapertura della stagione. Sotto, in matita, le note di Aldo:

Il rubinetto in veranda perde. Chiamare Nicola.

Tetto sopra il magazzino da sistemare entro giugno.

Per Emilia: comprare stivali nuovi in gomma. Gli altri lasciano acqua.

Un sorriso amaro le sfuggì. Non di gioia. Di riconoscenza per averlo riconosciuto. Il mondo può crollare in silenzio, ma lui aveva pensato alle sue scarpe. Al rubinetto. Al tetto.

Claudia si voltò al mobile.

Mamma, guarda.

Allinterno, al posto dei soliti orari della Corriera e della lista dei semi, cera una busta appuntata. Dentro un altro messaggio, brevissimo:

Se qui ci vieni senza di me, apri le finestre. La casa respira meglio.

Claudia si voltò al vetro. Emilia si avvicinò, aprì la finestra, fece passare laria di marzo: umida, profumata di corteccia, di terra, di acqua di pozzo.

E davvero si sentì più leggera.

Non che fossero arrivate risposte per tutto. Di domande ancora ce nerano: perché aveva taciuto? Perché la carta invece di una parola a tavola? Perché la scelta di svelare tutto davanti al notaio invece che in cucina? Il quaderno non diceva.

Ma diceva unaltra cosa. Lui aveva visto. Non laveva mai considerata scontata o invisibile. Aveva visto.

E a volte basta questo per rimettersi insieme.

Claudia tirò fuori il thermos.

Ho portato il tè. E il pane.

Anche il burro?

Anche il burro.

Emilia guardò la figlia. Il cappotto grigio, i capelli corti e scuri, le mani diverse dalle proprie ma identiche nel gesto di spazzare via le briciole col taglio della mano.

Faccio io.

Cosa?

La colazione.

Claudia sollevò un sopracciglio.

Qui?

Perché no?

Emilia cercò la vecchia padella, la lavò, la asciugò con il canovaccio che ancora odorava di casa. Mise la padella sul fornello. Il gas si accese alla terza scintilla. Il burro si sciolse pianissimo. Le uova le ruppe senza schegge. Solo quando lalbume iniziò a sbianchire ai bordi capì: era da molto che non faceva colazione per se stessa, non per abitudine, non perché qualcuno già sedeva al proprio posto aspettando il consueto ordine.

Solo per sé.

E per la figlia.

Sparecchiò le ciotole.

Siediti.

E tu?

Emilia posò la paletta.

Anchio sono seduta.

E si sedette davvero prima di tutti.

Fu un gesto minimo, che in altre mattine sarebbe passato inosservato. Ma cambiò tutto quel che per una vita le era parso naturale. Claudia si sedette di fronte. Tra loro due piatti, il pane, il burro e il quaderno blu che Emilia aveva deciso di portare con sé.

Fuori si mosse appena un ramo nudo.

Claudia sollevò gli occhi.

Mamma. Mi sa che delle cose ora inizio a capirle.

Emilia non domandò che cosa.

Le passò il pane, sistemò la tovaglia, prese la forchetta. In veranda scricchiolò il legno. Il vento entrò dalla finestra lasciata aperta. La casa odorava di uova, burro e terra.

Perché così profuma il posto dove una donna non chiede più il permesso di vivere la propria vita.

(Amici, grazie per i vostri messaggi e i “mi piace”. Seguite il mio canale così non ci perdiamo più!)Emilia si accorse che stava sorridendo davvero, con gli occhi prima ancora che con la bocca. Era un sorriso minore, quasi segreto, ma era suo, finalmente suo. Mise una fetta di pane nel piatto, la tagliò in due gesto vecchio, gentile. Per Claudia e per sé.

Fuori, un riflesso sulla superficie del lago tremolava appena. Il silenzio lì era diverso: non pesava, ma faceva spazio. Claudia, col cucchiaino contro la tazza, disse solo:
Mamma, restiamo qui un po?

Emilia annuì senza bisogno di parole. Restare. Non come si resta ad aspettare che passino i giorni, ma come si resta scegliendo il proprio posto quella sedia da cucina, lalbero di ribes spoglio, il cassetto del sale grosso, la casa che respira con loro dentro, la colazione che non è un dovere ma un modo di volersi bene. Così, senza pretese. Così, come quando si ricomincia.

Per qualche minuto lasciarono che le presenze del passato diventassero carezze leggere il passo sulle scale, lodore di pane, la voce bassa dietro la porta. Poi la luce cambiò, la tazza si svuotò, la giornata, timida, bussò a chiedere loro di vivere.

Emilia prese un appunto a matita sulla pagina dopo la ricetta mai scritta:
Oggi, prima colazione senza fretta. Le finestre aperte. La casa ride.

E capì che quella, alla fine, era la prima vera colazione della sua nuova vita.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

7 − seven =

La Prima a Tavola
Buon compleanno!!! Papà!