Se nè andata, e lui lha capito solo quando era ormai troppo tardi che era il suo unico vero amore.
Se nera andata, ed Ettore capì molto, troppo tardi, che Giulia era stata lunica che avesse mai davvero amato.
Ettore era seduto in macchina, fissando lingresso della trattoria. Gli tremavano le mani, ma neppure se ne accorgeva. Un fischio sottile gli martellava le orecchie, chiaro segno della tensione. Quella sera cera la rimpatriata del liceo. Ventanni che erano usciti da quella scuola. Ventanni da quando lui stesso aveva rovinato tutto quello che avrebbe potuto renderlo felice.
Ai tempi, aveva sospettato che Giulia lo tradisse. Una foto con un nuovo corteggiatore, così pensava lui, laveva fatto impazzire di gelosia. Lei non si era giustificata. Era rimasta muta. Lui aveva urlato, accusato, tirato fuori tutto il veleno che aveva dentro. E lei se nera andata. In silenzio. Senza scenate, senza spiegazioni.
Sei mesi dopo, aveva sposato Marta. Per orgoglio, per dimostrare a Giulia che riusciva a vivere senza di lei. Ma la felicità non era mai arrivata. Il matrimonio era una fatica continua, teso come una corda di violino. Tutto era a posto: la moglie, la bambina, il lavoro stabile. Ma il cuore non batteva mai davvero.
E ora, dopo tutto questo tempo, lavrebbe rivista. Giulia. Lunica. Quella che aveva veramente amato.
Entrò nella sala e la sentì subito. Non la vide per primala sentì. Il suo modo di sorridere, quella leggerezza. Bella come sempre: vestito a fiori, i ricci morbidi appoggiati sulle spalle, lo sguardo sicuro. E allimprovviso, tutto tornò come prima, come un colpo al petto.
Giulia la chiamò quando uscì per rispondere al telefono.
Sì, Ettore? La sua voce era tranquilla, quasi ironica.
Voglio sapere tutto. Come hai vissuto senza di me?
Sei davvero sicuro di volerlo sapere? Nessun dolore nella voce, solo una stanchezza antica, logorata.
Non riesco a vivere senza di te. Senza di noi
Non cè più un noi, Ettore. Da un bel pezzo.
E nostro figlio? se lo lasciò scappare, come se le parole gli fossero cadute dalle labbra.
Lei impallidì. Chiuse gli occhi, e poi parlò sottovoce, ma con fermezza:
Parli di quel bambino che ho perso dopo che mi hai accusata? Quello che non ho potuto salvare perché piangevo troppo? Sì, ero incinta. Ma tu hai detto che non era tuo. Hai creduto a quella foto. Non a me. Non al tuo cuore. Hai creduto a Marta.
Lui chinò la testa. Sapeva di aver rovinato tutto, proprio quel giorno.
Sono sopravvissuta, Ettore. A pezzi, consumata. Ma sono sopravvissuta. Me ne sono andata. Ho ricominciato altrove. Un uomo mi ha aiutata. Un uomo che ha visto in me solo Giulia. Non le mie colpe, non il mio passato. E adesso, abbiamo due figli adottati. Sono i miei figli dal primo giorno. E oggi sono felice.
Perdonami
Per cosa? Per avermi distrutta? Ti ho perdonato. Io, invece, mi ci è voluto molto di più. Ma ora non sono più quella che conoscevi tu. Non sono più tua. Hai capito troppo tardi cosa avevi perso.
Girò i tacchi, si allontanò con passo leggero, la schiena dritta, una sicurezza nuova. Quella che lui, un tempo, non aveva saputo difendere.
E lui rimase così, come una statua, nel silenzio delle macchine, il cuore in pezzi, con una certezza: indietro non si torna. A volte è davvero troppo tardi. E anche se lhai tenuta nel cuore per tutta la vita ormai, per lei, tu non sei più nessuno.






