«Se cucinare ti pesa così tanto, forse dovresti andartene, ce la caveremo benissimo senza di te» ha detto mia suocera, mentre mio marito annuiva con la testa
«Se è così difficile per te preparare da mangiare, perché non te ne vai e ci lasci arrangiare?» mi ha detto mia suocera, e mio marito le ha dato ragione
Mai avrei creduto che la mia esistenza avrebbe potuto capovolgersi da un attimo allaltro, come se tutto ciò che era casa si sciogliesse sotto i miei piedi come neve a maggio. La ferita, la sentivo bruciare non dallesterno, ma proprio da chi portava il mio cuore in tasca. Un solo discorso con Gisella Sordi mia suocera e il sipario si è alzato sul vuoto: ero sola al centro di una piazza sconosciuta, il viso rivolto verso la nebbia. Tutto è iniziato con una frase che rimbalzava sulle pareti come una voce stanca: «La mamma deve riposare. È sfinita. Non potresti andartene qualche settimana così da non disturbarla?» Così mi ha parlato mio marito. Luomo con cui sognavo di invecchiare, quello che avevo nutrito e sostenuto come una roccia in mezzo allAdriatico in tempesta. E sono finita qui?
Pietro mio marito era spesso altrove per lavoro. Faceva il tecnico nelle officine e viaggiava ad aggiustare macchinari dal Piemonte al Veneto, portando a casa uno stipendio su cui si poteva contare, traendo lequivalente di un buon tenore di vita in euro. Abitavamo in un bilocale ereditato dalla zia Ada, non troppo lontano da San Giovanni in Laterano, camere basse e silenzio di provincia romana. A lui andava bene, io mi cullavo nel mio guscio. Ma ogni volta che lui spariva dietro una valigia, sua madre prendeva il treno regionale, calava su di me come nebbia dinverno: Gisella Sordi. Non bussava mai, non avvertiva solo appariva, e subito decideva tutto: quale pasta gettare nellacqua, dove impilare gli asciugamani, con quale detersivo lucidare i piatti.
Io tacevo. Nel sogno, la vedevo fluttuare tra le mie stanze lasciando scie di ammoniaca nellaria. Cercavo la gentilezza, le tendevo braccia di nebbia. Mi illudevo che la solitudine, con gli anni, avesse scavato dentro di lei una grotta di bisogno, e io lavrei scaldata. Ma in cambio, ogni volta ricevevo solo un elenco di mancanze. «Nemmeno una minestra sai fare», «Cè polvere sulle sedie!», «Come farai a crescere dei figli se non sai pelare una patata?» Finché la realtà ha cominciato a retrocedere e, in quel sogno, mi ha chiesto dandare. Da casa mia. Perché lei, stanca e dolente, doveva «finalmente dormire». Dormire! Dove andare, sotto quale campanile trovare rifugio? Da unamica? In un albergo affollato di turisti giapponesi?
Così, nel sogno, mi sono attaccata al cellulare come a una zattera e ho composto il numero di Pietro, ansimando tra le mie stesse paure. Gli ho raccontato tutto, sussurrando la mia disperazione alle lampade spente. Attendevo il suo abbraccio di parole. E invece Nulla. «Mamma ha proprio bisogno di tranquillità. Sii carina, sopporta. Fatti un giro, ne riparleremo» Non mi ha chiesto dove sarei finita, non ha parlato di euro, né di stanza in ostello. Neanche un «sei tu la mia sposa, la padrona della cucina, la madre dei miei futuri bambini».
Il sogno finiva così: il vuoto damore, una donna strizzata in un fazzoletto che serve, sgobba, a cui non si dedica né rispetto né cuore. Ho detto solo: «Rimani pure con tua madre, Pietro. Io voglio il divorzio.» Il silenzio era denso come lafa dagosto nei campi romagnoli. Dopo qualche giorno, lui è tornato: ha preso la sua valigia, gli abiti lavati, e se nè andato, muto, verso il paese di sua madre al confine con le Marche. E io sono rimasta, in quellappartamento di sogno rarefatto. Solitudine e vuoto.
Non ho pianto per davvero: sentivo che, nel sogno, le lacrime si erano seccate nella stanza in cui, tra le pareti opache, mio marito aveva scelto la voce di sua madre e non il mio cuore. Ora, nel sogno, vivo piano, come tra le nuvole basse del mattino. Nessuna lite, nessun peso, nessun morso di dolore. A volte torna il pensiero di lui, un tuffo timido nel tempo che fu. Poi ricordo la sua voce che mi diceva di sparire, e un vento tiepido mi pulisce lanima. Non sono io ad essere andata via. È stato lui. Lamore ha fatto le valigie e si è dissolto nella notte italiana. Io sono rimasta. Intera, forte, reale.
E ogni mattina, mi sveglio nel sogno sapendo che tutto ciò che accadrà è solo mio, baciato dal sole che arrampica sui tetti. Non ci saranno più Gisella Sordi: ora so che posso vivere solo come decido io, senza che nessuno mi dica più come respirare nella mia casa.





