A Modo Loro

Ricordo quel periodo, quando acquistammo quellappartamento a Trastevere. Avevamo ormai circa trentanni. Le carte da parati con i fiori sembravano ancora unidea dolce, il linoleum era pratico, e il mobiletto della cucina color ciliegia pareva quasi un lusso. Ora entrambi superavamo i quaranta; Matteo studiava alluniversità, tornava a casa sempre meno, e le carte da parati si staccavano a pezzetti, quasi a suggerirci che fosse giunto il momento di cambiare qualcosa.

Una sera, dopo il lavoro, ci trovammo tutti e tre nella cucina. Il ventilatore sopra il fornello ronzava, il bollitore sul tavolo si raffreddava, in un piatto rimaneva lultima stella di pan di zenzero. Andrea girava la tazza tra le mani e fissava langolo della finestra dove lintonaco si era gonfiato e sfaldava.

Quante volte possiamo guardare così, disse infine. O lo facciamo noi, o accettiamo di vivere in un museo.

Ginevra, con le gambe accavallate sullo sgabello, scorreva le foto di interni sul suo smartphone. Sullo schermo comparivano pareti bianche, legno chiaro, lampade di design.

Non voglio accontentarmi, rispose. Voglio qualcosa di vero, non quello che vediamo nei cataloghi. A modo nostro. E senza agitò la mano verso la finestra. i fiori.

Allora chiamiamo una ditta, propose Andrea. Paghiamo e la faranno.

Ginevra fece una smorfia.

Non voglio che qualcuno venga qui a stuccare e a dirci «così non si fa». Voglio decidere io dove mettere le prese, dove gli scaffali. E soprattutto cercò le parole. Voglio che sia una nostra impresa, non solo una fattura da pagare.

Andrea sorrise.

Quindi mi chiedi di stuccare dopo il lavoro e tu mi indichi le prese?

Falso, si offese Ginevra. Anchio ci metterò. Posso levigare, dipingere. Saremo insieme. Non è una questione di soldi.

Guardò il volto stanco di Ginevra, le rughe sottili intorno agli occhi. Ricordò come, poco prima, avessero calcolato di poter permettersi un rinnovamento chiavi in mano. Ma la sola frase chiavi in mano gli fece venire i brividi.

Va bene, disse. Facciamo così: noi stessi, ma con testa. Niente improvvisazioni.

Ginevra sorrise, e la cucina sembrò illuminarsi di più. Prese il suo taccuino.

Allora servono piano, stanza per stanza. Lista, budget.

Da fuori la porta sbucò Matteo, con le cuffie e i capelli spettinati.

State organizzando una rivoluzione? chiese.

Ristrutturiamo, rispose Andrea. Fateci da braccio, studente.

Matteo sbuffò.

Sto preparando gli esami, ma se serve trasportare qualcosa, chiamatemi.

Ginevra lo fissò più intensamente.

Non solo trasportare. Ti occuperai dei computer, disegnerai la planimetria e, forse, inventerai il design della tua stanza.

Matteo alzò un sopracciglio.

Da solo? Senza le carte da parati con i fiori?

Da solo, confermò Ginevra. Solo entro i limiti del budget.

Lui scrollò le spalle e scomparve nella sua stanza, ma Andrea colse una punta di curiosità nella sua voce.

Nel weekend andammo al grande centro per il bricolage di Via di Tor Sapienza. Lenorme hall, piena di lampade, sacchi, secchi e rotoli di carta da parati, lo colpì subito. Ginevra afferrò il carrello come se fosse il timone di una nave.

Prima la lista, ricordò Andrea. Stuccatura, primer, rullo, carta vetrata

E la vernice, aggiunse Ginevra. Voglio pareti bianche nella stanza. Non latte, non beige, ma bianco puro.

Pareti bianche è unospedale, obiettò lui. Che ne dici di un tono più caldo?

Si fermarono davanti a uno scaffale di vernici. Sulle etichette cera scritto: Latte di mandorla, Nebbia mattutina, Nuvola di cotone.

Questo è quasi bianco, ma non proprio, prese Andrea una lattina.

Io voglio il bianco vero, insistette Ginevra, indicando una foto. Come qui, pulito.

Andrea sentì crescere una lieve irritazione. Discutere sul colore sembrava stupido, ma per Ginevra il bianco era più di una vernice: era la possibilità di ricominciare da capo.

Va bene, disse, sospirando. La tua stanza, le tue pareti. Io sceglierò io il resto.

Lei annuì, più dolce, e puntò verso un altro scaffale.

Continuammo a girare tra gli scaffali, a dibattere se fosse necessario un livello laser, che larghezza dare al rullo, se valesse la pena spendere di più per carta da parati lavabile nel corridoio. A un certo punto Ginevra si fermò davanti a una serie di carte da parati di design con motivi geometrici.

Guarda che bello, disse. Andrebbe in salotto.

Andrea lesse il prezzo e fischiò.

Con questi soldi potremmo comprare una cucina completa. Avevamo detto di non esagerare.

Ma durerà più a lungo, ribatté Ginevra. Non facciamo ristrutturazioni ogni anno.

Lui provò a trattenere la tensione. Il denaro cera, ma nella sua mente giravano ancora i numeri del finanziamento per lauto, gli studi di Matteo, le vacanze rimandate da due anni.

Siamo onesti, disse. Possiamo comprarlo, ma dovremo stringere la cintura. Sei pronta?

Lei sfiorò il campione.

Va bene, concluse infine. Facciamo qualcosa di più semplice, ma non il più economico, daccordo?

Daccordo, annuì Andrea.

Tornammo a casa al tramonto, carichi di sacchi e lattine. Lingresso si riempì subito di confusione. Matteo tolse le cuffie e fischiò.

Avete aperto un deposito?

È il tuo futuro luminoso, rispose Andrea, appoggiando un sacco al muro. Iniziamo dalla tua stanza, è la più vuota.

Dalla mia? si irrigidì Matteo. E dove mettiamo le cose?

Nel salotto, per ora, disse Ginevra. Avevamo detto che avresti partecipato.

Matteo sbuffò, ma non contestò.

Quella sera spargiammo i disegni scaricati da internet sul tavolo della cucina e il taccuino di Andrea, pieno di schemi scabrosi. Matteo portò il laptop e aprì un semplice modello 3D dellappartamento.

Guardate, disse. Così possiamo spostare larmadio e fare spazio per una scrivania.

Ginevra si avvicinò.

E se al posto dellarmadio metessimo delle mensole? Così più leggero.

Andrea guardava lo schermo e sentì una strana sensazione: non stavamo solo spostando mobili, ma ridisegnando la nostra vita. In quei quadratini cerano passato, presente e un futuro incerto ma nostro.

Il giorno seguente iniziò la parte più dura: rimuovere le vecchie carte da parati. Andrea, su una scala, sollevava il raschietto, tirava via i fogli. Le carte si strappavano, lasciando gialli strappi sul muro. Ginevra raccoglieva i ritagli in un sacco, Matteo spostava larmadio borbottando.

Chi ha inventato questi fiori? mormorò Andrea. E perché li abbiamo scelti?

Allora sembravano belli, rispose Ginevra. E noi eravamo sempre al lavoro, a casa dormivamo solo.

Matteo sbuffò.

Romanticismo.

A pranzo Andrea sentiva la schiena dolere, le dita coperte di stucco e colla. Ginevra, con le maniche arrotolate, era macchiata di bianco, i capelli in coda. Matteo, per un attimo, scomparve e tornò mezzora dopo.

Hai promesso di aiutare, disse Ginevra senza voltarsi.

Io ho aiutato, si offese lui. Ho spostato larmadio. E poi ho una relazione di laboratorio.

Il laboratorio può aspettare, intervenne Andrea. Stiamo facendo la tua stanza.

Matteo alzò gli occhi al cielo, ma prese il raschietto.

La sera crollammo sul divano del salotto. Le pareti di Matteo erano a metà rimosse, sul pavimento giacevano ritagli di carta, laria profumava di polvere e intonaco umido. Il televisore taceva. Restammo lì in silenzio.

Forse dovremmo chiamare una ditta, mormorò Matteo. Rimuoverebbero tutto in un giorno.

Ginevra sorrise stancamente.

E ci toglierebbero il piacere di litigare su ogni centimetro, rispose.

Andrea sbuffò.

Non ci toglierebbero nulla. Litigheremmo lo stesso.

Sorrisero, e la tensione si allentò un po.

Una settimana dopo capimmo che le nostre stime sui tempi erano troppo ottimistiche. Dopo il lavoro Andrea tornava a casa, mangiava in fretta e si precipitava in camera. Ginevra levigava pareti, lavava pavimenti, cercava su internet come preparare il primer. Matteo aiutava quando poteva, poi tornava a studiare o a incontrare gli amici.

Un giorno, la discussione scoppiò per una piccola questione. Ginevra voleva una mensola sopra la scrivania di Matteo. Andrea era contrario.

Finirà per riempirla di cose, disse mescolando lo stucco. Alla fine cadrà.

È la sua stanza, ribatté Ginevra. Lui deciderà.

E io dovrò poi forare e appendere, sbuffò Andrea. Devo soddisfare ogni suo capriccio?

Matteo, seduto sul davanzale con il laptop, alzò lo sguardo.

Posso intervenire? chiese.

Entrambi lo guardarono.

Vuoi la mensola? chiese Andrea.

Matteo rifletté.

Sì, ma non così grossa come quella del salotto. Una cosa stretta, per i libri.

Non hai molti libri, sbuffò Andrea.

Ne arriveranno, rispose Matteo tranquillo.

Ginevra guardò Andrea.

Allora, disse piano. Lo lasciamo decidere?

Andrea sentì il peso della stanchezza e del desiderio di controllare tutto. Sapeva che cedere significava tornare al negozio per scegliere staffe, trapano, viti. Ma negli occhi di Matteo vedeva una richiesta di fiducia.

Va bene, concluse. La mensola sarà sua, ma la dipingerà e la manterrà in ordine. Daccordo?

Matteo annuì.

Daccordo.

Il salotto fu il pezzo più difficile. Lì cera il vecchio divano su cui Andrea si addormentava la sera tardi per non svegliare Ginevra. Cerano foto di famiglia, una libreria e un credenza regalata da sua madre.

Il credenza non ce lo teniamo, disse fermamente Ginevra, pianificando.

È un regalo di mamma, obiettò Andrea. Le farà male.

Vogliamo vivere nella nostra casa, non in un museo dei gusti di nostra madre, ribatté Ginevra.

Andrea strinse i denti. La madre aveva davvero amato quel mobile, importato da Ferrara, ma era diventato ingombrante.

Possiamo tenere solo una parte, propose Matteo. Scaffali in basso, ripiani in alto, o smontarlo e fare qualcosa con il legno.

Andrea lo guardò sorpreso.

Diventi falegname? chiese.

Mi dispiace buttare via il legno, sbuffò Matteo. Ma non voglio neanche conservarlo così.

Quella sera Andrea chiamò sua madre. Parlò del rinnovamento, del credenza, e dopo un lungo silenzio, lei rispose:

Fate come vi sembra meglio, è la vostra casa. Ho finito la mia vita lì.

Il suo tono era un misto di rammarico e riconoscimento della nostra indipendenza. Andrea chiuse la chiamata con un peso più leggero: il rinnovamento non era solo questione di pareti.

Il giorno dopo smontammo il credenza. Le tavole le sistemammo in un armadio di corridoio, ne tenemmo qualcuna per eventuali mensole.

Ne faremo una mensola per il corridoio, disse Andrea asciugandosi la fronte. E un paio di piccole.

Una rinascita, osservò Ginevra.

Quando le pareti del salotto furono stuccate e levigate, arrivò il momento della vernice. Andrea insistette per un grigio tenue.

Il bianco sarebbe stato troppo luce, spiegò. Questo è neutro, si adatta a qualsiasi divano.

Ginevra brontolò ma accettò.

Lavorammo la sera con la radio in sottofondo. Il secchio di vernice sedeva su uno sgabello, i rulli frusciavano sui muri. Matteo, con le cuffie, dipingeva gli angoli.

Guarda, le strisce, indicò Andrea.

Le correggo subito, rispose Ginevra.

Dopo qualche ora si allontanarono dal muro e videro la differenza: la stanza era più ampia, le macchie e le crepe sparite.

È migliore, commentò Ginevra. Come se laria si fosse rinfrescata.

Sì, è stata la nostra, aggiunse Andrea.

Seduti sul pavimento, sorseggiavano tè dal thermos che Ginevra aveva portato, mentre Matteo scorreva sul cellulare foto di divani.

Ho trovato un modello economico, ma decente, con vani per il bucato, disse.

Andrea guardò lo schermo.

Il colore è strano, osservò.

Non macchia, intervenne Ginevra. E la misura va.

Il prezzo è accettabile, aggiunse Matteo.

Alla fine, mentre il sole tramontava sopra i tetti di Trastevere, capimmo che la casa rinnovata era diventata il vero rifugio dei nostri sogni condivisi.

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A Modo Loro
Ho 30 anni e pochi mesi fa ho chiuso una relazione durata otto anni. Niente tradimenti, niente urla, niente scenate. Un giorno, però, seduta di fronte a lui, ho realizzato una verità dolorosa: nella sua vita ero la donna “in attesa”. E la cosa più triste è che probabilmente lui nemmeno se ne rendeva conto. Per tutto quel tempo siamo stati fidanzati, ma mai una vera convivenza. Io vivevo dai miei, lui dai suoi. Ho una professione e lavoro in azienda, lui ha un ristorante tutto suo. Eravamo entrambi indipendenti – ognuno con i propri impegni, orari e soldi. Nessun motivo economico per non costruire qualcosa di più. Ma la decisione veniva sempre rimandata. Per anni gli ho proposto di andare a vivere insieme. Mai parlato di nozze in grande o piani complicati. Gli ho sempre detto che il matrimonio non è obbligatorio, che una firma non definisce quello che siamo. Gli ho spiegato che la nostra relazione è solida e che potremmo condividere uno spazio, la quotidianità, una vera vita insieme. E lui trovava sempre una scusa: che più avanti, che non è il momento, che il ristorante, che è meglio aspettare. Col tempo la nostra storia è diventata una perfetta routine: ci vedevamo in certi giorni, parlavamo a certe ore, andavamo sempre negli stessi posti. Conoscevo casa sua, la sua famiglia, i suoi problemi. E lui conosceva i miei. Ma tutto avveniva nel sicuro, nel comodo – senza rischi, senza cambiamenti reali. Eravamo una coppia stabile, ma bloccata. Un giorno ho avuto una consapevolezza che mi ha fatto male: io crescevo, ma la relazione no. Ho iniziato a pensare al tempo che passava. Che se continuavamo così, a quarant’anni sarei stata ancora la “fidanzata storica”. Senza una casa insieme, senza progetti veri, se non quello di vederci e farci compagnia ogni tanto. Non perché lui fosse una brutta persona, ma semplicemente perché non voleva quello che volevo io. La decisione di chiudere non è stata impulsiva, ci ho pensato per mesi. Quando finalmente gliel’ho detto, nessuna lite. Solo silenzio. Lui proprio non capiva. Diceva che stavamo bene, che non mancava niente. In quel momento ho avuto la conferma: per lui era sufficiente. Per me, ormai, non più. Poi è arrivato il dolore. Perché anche se sono stata io ad andarmene, restavano le abitudini. I messaggi, le telefonate, il “tempo condiviso”. Mi accorgevo che mi mancavano cose che non erano amore, ma routine. La sicurezza del conosciuto. Quello che non mi aspettavo era la reazione degli altri. Pensavo che mi avrebbero criticata, detto che esageravo, che otto anni non si buttano via così. Invece ho sentito tutt’altro. Mi hanno detto che era ora, che una donna come me non deve restare ferma, che avevo aspettato fin troppo. Ancora oggi sto attraversando questa fase. Non cerco nessuno. Non ho fretta.