«Questa era la nostra ultima cena», dissi, mentre le porgevo la lettera di separazione.
«Michele, mi ascolti davvero quello che sto dicendo?»
«Sì, sì, ti ascolto. Prendiamo il ricotta, nessun problema», risposi.
«Non è una questione di ricotta! Ti chiedo quando è stata lultima volta che ti sei interessato davvero a me!»
Lorenza, con il suo carrello di spesa, si era fermata al supermercato di Porta Portese in un tono talmente alto da far voltare gli avventori. Io mi sentivo come un cane in un circolo di gatti.
«Loren, parliamone a casa. Qui ci sono gente», le dissi, cercando di abbassare la voce.
«Che se ne frega! Che sentano! Magari così capisci davvero!»
«Di cosa parli?»
«Che non mi noti più! Posso parlare per ore e tu ti limiti a annuire e a fissare il cellulare!»
Un lungo sospiro uscì dalle mie labbra. Era di nuovo iniziato. Negli ultimi tempi Lorenza era diventata nervosa, puntigliosa. Un non così qui, uno guarda lì là.
«Lena, sono stanco al lavoro. Quando arrivo a casa voglio solo rilassarmi. È normale», le dissi.
«Rilassarmi? Ti sei rilassato venti anni di matrimonio!»
«Che stai dicendo?»
Loren posa il carrello a terra.
«Sai una cosa? Compra da sola. Sono stanca».
Si girò e si diresse verso luscita. Io la guardai confuso, poi il carrello, poi di nuovo lei. Inseguire? Lasciarla calmare? Decisi di non rincorrerla. Pagai la spesa e tornai a casa.
Loren era già in cucina, intenta a preparare qualcosa. Posai le borse sul tavolo.
«Ecco, ho preso tutto quello che volevi».
Loren annuì in silenzio, senza alzare lo sguardo. Tagliava le verdure per linsalata con movimenti precisi, quasi meccanici.
«Che stai cucinando?» provai a rompere il ghiaccio.
«Cena».
«Capisco. E cosa esattamente?»
«I tuoi piatti preferiti».
Mi rimasi a bocca aperta. Dopo un litigio, ora mi preparava le cose che amavo? Strano, perché di solito Loren non cucinava per una settimana intera.
«Allora siete riconciliati?»
Loren alzò gli occhi su di me. Cera qualcosa di diverso: non rabbia, non risentimento, ma una tristezza profonda.
«Vai a rilassarti. La cena sarà pronta fra unora».
Mi spostai in soggiorno, accesi la televisione. Il campionato di Serie A era in onda, la mia squadra del cuore giocava. Mi sdraiai sul divano, presi il telecomando, ma non riuscivo a concentrarmi. I pensieri giravano intorno a lei.
Che cosa le stava succedendo? Prima Loren era tranquilla, docile, quasi senza discussioni. Negli ultimi mesi tutto era cambiato: pianti senza motivo, scoppi dira, conversazioni che non avevano più senso.
Ricordai il nostro primo incontro. Avevo ventitré anni, lei venti. Lavorava nella biblioteca di Via delle Terme. Entrai per prendere un libro di storia dellarte. La vidi dietro al bancone, capelli biondi lunghi, occhiali spessi. Fu amore a prima vista.
La corteggiai per mesi, con fiori e bigliettini, aspettandomi davanti alla biblioteca. Allinizio lei rifiutava, diceva che non aveva tempo per le storie, gli studi e il lavoro. Ma non mi arresi. Alla fine accettò. Un anno dopo ci sposammo. Il matrimonio fu modesto, poco soldi. Abitammo col genitori di mio padre, risparmiando per una casa. Dopo tre anni comprammo un bilocale in un condominio di periferia, più che bastasse. Eravamo felici.
Non ebbi mai figli; Loren non poteva. Allinizio fu un trauma, poi accettammo la cosa e ci consolammo lun laltro. Eravamo una squadra: lavoro, risparmi, qualche viaggio qua e là, vita tranquilla.
Quando è cambiato tutto? Probabilmente un anno fa. Loren divenne silenziosa, assorta. Pensai fosse solo stanchezza, problemi al lavoro. Le diedi spazio, non la assalivo di domande. Forse fu un errore.
Loren mi chiamò a cena. Quando arrivai in cucina trovai la tavola imbandita: tovaglia bianca, candele, i miei piatti preferiti pollo arrosto, purè di patate, insalata, una crostata di ciliegie.
«Caspita», sussurrai. «Come un ristorante».
«Siediti», mi indicò il suo sorriso.
Mi misi a tavola. Loren servì il cibo, versò il compotto, poi si sedette di fronte a me, in silenzio.
«Perché taci?», le chiesi, afferrando la forchetta.
«Mangia. Poi parleremo».
Il suo tono mi mise in allarme. Guardai meglio il suo viso: pallido, occhi rossi come se avesse pianto.
«Lena, cosa succede?», chiesi.
«Mangia prima. Ho cucinato con cura».
Iniziai a mangiare, ma il cibo non scivolava più giù. Non vuoi mangiare? chiesi.
«Non ho fame».
Depose la forchetta.
«Basta, dimmi cosa ti passa per la testa».
Si alzò, andò verso larmadio, ne tirò fuori una busta e la posò davanti a me.
«Era la nostra ultima cena», sussurrò.
Aprii la busta: dentro cerano fogli, una domanda di separazione. Il cuore mi cadde in un vuoto.
«È uno scherzo?», chiesi confuso.
«No. Ho presentato la separazione questa mattina. Questa è la copia per te».
«Sei impazzita?», ribellei.
«Al contrario. Sono tornata in me».
Saltai in piedi.
«Divorzio? Di cosa parli? Tutto va bene!».
Loren, con un amaro sorriso, rispose:
«Va bene? Michele, da cinque anni siamo estranei».
«Cosa? Estranei?».
«Non mi vedi più. Torni a casa, ceni, poi ti tuffi sul divano. Il weekend vai a pescare con gli amici. Quando è stata lultima volta che ti ho sentito un complimento? Quando è stato lultimo vero dialogo?».
«Parliamo tutti i giorni!».
«Di cosa? Del fare la spesa, di quello che passa in TV? Non sono conversazioni, sono vuoti».
Mi sprofondai nella sedia, la testa gira.
«Ma lavoro! Guardo i soldi! Mantengo la famiglia!».
«Sì, lavori. Ma non è tutto ciò che serve in un matrimonio. Voglio un marito, non solo un fornitore di denaro che sparisce nel suo mondo».
«Cosa vuoi, allora?»
Loren si sedette di nuovo di fronte a me.
«Attenzione. Interesse. Che mi chieda davvero come è andata la giornata e ascolti. Che andiamo insieme da qualche parte. Che mi abbracci senza un motivo».
«Ti abbraccio».
«Quando è stato lultimo?».
Ci fermammo a pensare. Non ricordavo.
«Non ricordi, lo dico anchio», disse Loren. «Viviamo come vicini di appartamento: educati, abituati, ma estranei».
«Ma abbiamo vissuto ventanni!».
«Sì. I primi dieci erano belli. Gli ultimi dieci morivo di solitudine accanto a te, nello stesso letto».
Le sue parole tremavano, una lacrima scivolò.
«Perché non me lhai detto prima?».
«Te lho detto mille volte! Ti ho chiesto di andare in vacanza insieme sei andato a pescare. Ti ho proposto al cinema volevi la partita. Ti ho invitata a una mostra avevi sempre altro da fare».
Stetti zitto, ricordando. Spesso lavevo sentita ma non ci credevo davvero.
«Non pensavo fosse così importante».
«Esatto, non lo pensavi, perché a te non importava. Erano tutti uguali».
«E tu? Non eri felice?».
Loren scosse la testa.
«Da tempo non lo sono. Ho sopportato, sperando che cambiasse, ma è peggiorato. Mi sentivo invisibile. Guardavi, ma non vedevi».
«Vedo! Certo che ti vedo!».
«Davvero? Dimmi, di che colore sono i miei capelli adesso?».
Mi guardai: lunghi, castani.
«Castani».
«Mi sono tinta tre mesi fa, ero bionda da sempre. Lhai notato solo quando tua madre ha chiesto perché cambiassi colore».
Il rossore mi salì alle guance. Ricordai quella conversazione.
«E il vestito che ho comprato due settimane fa? Lho indossato tre volte, non hai detto nulla».
«Non capisco la moda femminile».
«Non è la moda, è che a te non importa! Posso entrare in una borsa e non ti accorgi!».
Camminò per la cucina.
«Sai quando ho capito che era finita? Un mese fa. Stavamo cenando, ti raccontavo di un aumento di stipendio. Tu hai annuito e chiesto dove fosse il telecomando».
Non ricordavo neanche quel momento.
«Allora ho capito che ero morta per te. Sono diventata parte dellarredamento. Non mi vedevi più come donna, ma come oggetto».
«Loren, scusa. Davvero, scusa. Non lho fatto apposta».
«Lo so. È solo abitudine. Ventanni è tanto. I sentimenti si affievoliscono, la passione svanisce. È normale, ma dovrebbe restare qualcosa: attenzione, cura, interesse!».
«Ne ho ancora!».
«Allora perché non lo mostri?».
Non sapevo cosa rispondere. Avevo davvero smesso di farlo?
«Pensavo che lo sapessi».
«Da dove? Telepatia?».
«Le relazioni vanno coltivate, è un lavoro quotidiano. Non basta sposarsi e poi rilassarsi».
«Ho capito. Onestamente, capito. Possiamo ricominciare? Cambierò!».
Loren sorrise tristemente.
«È tardi. Ho quarantadue anni, non voglio altri ventanni da sola».
«Ma non sei sola! Sono qui!».
«Fisicamente sì. Emotivamente? Sei lontano, molto lontano».
La presi per mano.
«Aspetta. Non facciamo il divorzio. Proviamo a sistemare tutto. Sarò diverso, più attento, più premuroso. Prenderò le ferie, andremo dove vuoi».
«Michele, lasciami».
«No! Non ti lascerò! Ti amo!».
«Ami?», la sua voce tradiva dolore. «Quando è stata lultima volta che mi hai detto qualcosa?».
Mi aprii la bocca, ma non ricordai nulla.
«Vedi? Ti ho parlato ogni giorno, ma ho sentito solo silenzio. Sai quanto è doloroso?».
Rilasciò la mano.
«Vai a dormire. Domani parliamo dei dettagli. Io rimarrò qui, tu puoi andare a vivere dai genitori o affittare altrove».
«Loren, aspetta!»
Ma era già fuori dalla cucina. Rimasi solo, fissando il piatto di cena ormai freddo. Il mondo si era capovolto in una sola sera.
Non riuscivo a dormire. Giacevo al buio, ripensando agli ultimi anni, cercando di capire dove avevo fallito. Forse non cè stato un solo momento, ma mille piccole mancanze: conversazioni dimenticate, date trascurate, promesse annullate.
Il mattino successivo Loren si vestì come al solito, fece colazione, si diresse al lavoro. Io la guardai senza sapere cosa dire.
«Davvero cambierò», le dissi alla porta.
Lei mi guardò a lungo.
«Non per me. Per la prossima donna. Non ripetere i miei errori».
«Che errori? Sono io quello sbagliato!».
«Anchio. Sono rimasta in silenzio quando dovevo urlare. Ho sperato quando dovevo agire. Ho atteso quando dovevo decidere».
«Allora è finita?».
«Sì. Scusa».
Se ne andò. Io rimasi nellappartamento vuoto, chiamai il lavoro e dissi di essere malato. Non volevo affrontare persone, né far finta che tutto andasse bene.
Passai la giornata a girare per le stanze, a guardare foto di gioventù, souvenir di viaggi, i libri di Loren sullo scaffale. Trovo un vecchio album di nozze: Loren in un semplice abito bianco, felice, sorridente; io, orgoglioso, innamorato. Che ingenuità credere che lamore bastasse a fiori e parole.
Ero un fornitore di denaro, ma lei voleva amore vero, gesti, attenzioni, un abbraccio senza scopo.
Piansi, la prima volta dopo tanti anni, per la rabbia, per la pietà, per il rimorso.
La sera Loren tornò, trovandomi sul divano con gli occhi gonfi.
«Non hai mangiato niente?».
«Non ho voglia».
Prese una zuppa dal frigo, la riscaldò, me la porse.
«Mangia, non è salutare restare a digiuno».
«E a te non importa?».
«Mi importa. Voglio divorziare, ma non voglio che tu stia male».
Mangiai a stento, lei sedeva accanto, guardava fuori dalla finestra.
«Loren, se cambiasse davvero adesso, lo dimostreresti? Cambieresti?».
Lei scosse la testa.
«Non cambierò. È troppo tardi, Michele. Lamore è morto».
«Lo farò rivivere! Lo riaccenderò!».
«Dal fuoco delle ceneri non crescono alberi. Bisogna lasciar andare e andare avanti».
«Hai incontrato qualcun altro?».
«No. Ma desidero incontrare qualcuno che mi faccia sentire donna, desiderata, utile».
Stetti in silenzio, capendo che le parole erano inutili. Era sua decisione, io ne ero il responsabile.
Una settimana dopo mi trasferii dai genitori. Mia madre piangeva, mio padre scuoteva la testa con disapprovazione, ma io non cercavo scuse. Il divorzio fu rapido, non cerano beni da spartire. Lappartamento rimase a Loren, io non mi opposi. Solo incontri formali al notaio, freddi, senza emozioni.
Presi una stanza in un edificio popolare, continuai a lavorare, andare a pescare, dormire. La vita divenne grigia, ma gradualmente mi adattai allisolamento.
Una sera incrociai Loren per strada. Camminava con un uomo, giovane, con sorriso spensierato. Rideva a una battuta, il suo viso risplendeva di felicità.
Mi fermai, la guardai, il dolore al petto era così acuto da strapparmi il respiro. Lui le offriva attenzione, cura, interesse, la guardava davvero. Io avevo perso la mia occasione.
Il tempo passò: un mese, due, tre. Mi abituaivo alla solitudine, al lavoro, agli amici, alle battute in barcaAlla fine, mi ritrovai a camminare da solo lungo il lungomare, accettando che il mio futuro doveva costruirsi senza il suo sorriso.






