28 ottobre 2023
Non riesco a credere di dover abbandonare il nostro primogenito.
Luca, dobbiamo pagare lasilo a Matteo, dammi dei soldi.
Mi fermai sulla soglia. Luca era sul divano con il cellulare incollato alla mano, nemmeno alzò lo sguardo verso di me. Scosse la testa, negandomi.
Non ho soldi, Carla.
Come così?
Il mio volto si incrinò, feci un passo avanti e le mani si posarono automaticamente sui fianchi.
Ma ieri hai ricevuto lo stipendio.
Luca finalmente spostò lo sguardo dallo schermo. Il suo volto era impassibile, senza traccia di colpa o rimorso.
Ho già pagato a Laura la parte delle pensioni alimentari per due mesi disse, con voce secca.
Mi bloccai. Dentro di me si accese unondata di rabbia.
E tutto? Non ti è rimasto nulla?
La sua voce tradì un tremolio traditore.
Restano solo spiccioli. Devo ancora andare al lavoro, pranzare. Non ho soldi extra.
Rimase incollato al telefono, segnalando che la discussione era finita. Non ne potei più.
Luca, non hai mai soldi per Matteo! Mai! Capisci? Lasilo, i vestiti, il cibo sono tutti a carico mio, e tu pensi solo a Laura!
Carla, basta borbottò Luca senza alzare lo sguardo le pensioni alimentari sono la legge. Devo pagarle. Il nostro bilancio è comune, non importa chi paga cosa.
Mi voltai di scatto, afferrando la giacca dal appendiabiti. Le lacrime cominciavano a riempire la gola, ma non volevo che lui mi vedesse così. La porta sbattè rumorosamente alle mie spalle.
Uscìi in fretta per le strade, senza guardare da dove venivo. Il vento gelido scompigliava i capelli, ma non ci pensai. Stringi il denti e compunto il numero di Marisa.
Marisa, sei a casa? Posso venire?
Certo, succede qualcosa?
Te lo racconto più tardi.
Appendetti la chiamata e presi un taxi.
Mezza ora dopo mi trovai nella cucina di Marisa. Si sistemò di fronte a me, con una tazza di tè ancora fumante.
Di nuovo i soldi?
Annuii, prendendo un sorso. Il tè bruciava le labbra, ma non mi curai.
Siamo insieme da cinque anni, Marisa. Cinque! Abbiamo un figlio in comune. E ogni volta che serve qualcosa per Matteo mi sento umiliata.
Misi la tazza sul tavolo e accarezzai il viso con le mani. La stanchezza mi travolse allimprovviso.
Le pensioni per la figlia del suo primo matrimonio le paga puntualmente continuai. Perché lì cè la legge, il tribunale. E Matteo? Matteo può aspettare, dice Luca. Lasilo non è pagato? La mamma si occuperà. Le scarpe sono rotte? La mamma le comprerà. Luca, invece, risponde: Non ho soldi, lo stipendio non è una gomma elastica.
Feci silenzio e mi voltai verso la finestra. Fuori pioveva, le gocce grigie scivolavano giù, cancellando i contorni del mondo. Marisa afferrò la tazza con entrambe le mani e si chinò leggermente.
Ne avete davvero parlato? Seriamente?
Decine di volte sorrisi amaramente. Sempre la stessa storia. Inizio io con Matteo, con i soldi, con il peso di tutto. Lui risponde: Non posso fare nulla, lo stipendio è per tutti, non posso abbandonare il primo figlio. E basta. Sipario. Fine.
Marisa tamburellò le dita sul tavolo, le sopracciglia si incontrarono sul ponte del naso. Riconobbi quello sguardo: stava pensando a qualcosa.
Non siete sposati legalmente, vero?
No scrollai le spalle. Allinizio non ci sembrava necessario registrarsi. Poi è nato Matteo, eravamo troppo impegnati. Io ero in congedo di maternità, Luca al lavoro. Nessun tempo. E perché dovremmo? Eravamo già una famiglia.
E sul certificato di nascita di Matteo chi è indicato come padre?
Luca, naturalmente.
Lo guardai perplessa.
Marisa, a cosa vuoi arrivare?
Marisa alzò un sorriso strano, quasi predatorio, ma al tempo stesso celebrativo.
Carla, allora fai causa per gli alimenti!
Rimasi senza fiato, la tazza rimase sospesa a mezzaria.
Come? Una causa per gli alimenti? Ma viviamo insieme!
Marisa alzò il dito indice.
Ma non siete sposati. Siete semplici conviventi. Hai quindi il diritto pieno di chiedere gli alimenti. La legge è dalla tua parte.
Ma è…
Giusto? Onesto? Corretto? insinuò Marisa, avvicinandosi. Luca ti sta facendo la vita impossibile da anni. Forse è ora di spaventarlo con la minaccia degli alimenti. Magari così cambierà atteggiamento verso il proprio figlio.
Rimasi in silenzio. Lidea sembrava folle, ma al tempo stesso logica. Dentro di me si scatenava una lotta. Una parte voleva correre subito a farlo, laltra la tratteneva, dicendo che era un tradimento.
Non lo so. Devo pensarci.
Quella sera riportai Matteo dallasilo. Il bambino, felice, mi raccontava dei disegni di razzi e io annuivi, ma la mente era altrove. Le parole di Marisa mi ronzinavano nella testa.
A casa Luca era ancora sul divano. Matteo corse verso di lui, gridando Papà!, ma Luca lo accarezzò distrattamente e tornò al cellulare. Stringetti i denti, andai in cucina a preparare la cena.
Non avevo ancora intenzione di seguire il consiglio di Marisa. Sembrava un passo troppo grande. Eravamo una famiglia, comera possibile rompere tutto così?
Dieci giorni dopo tutto cambiò.
Matteo mostrò le scarpe rotte. La suola si era staccata del tutto, oscillava pericolosamente.
Mamma, ho bisogno di scarpe nuove disse colpevolmente. Non lho fatto apposta, si sono rotte.
Mi sedetti accanto a lui.
Non ti preoccupare, tesoro. Domani andiamo a comprarne di nuove, belle e resistenti.
Andai da Luca, immerso in un videogioco.
Luca, Matteo ha bisogno di scarpe. Dammi dei soldi.
Non ho soldi, Carla.
Non si girò neanche. Qualcosa dentro di me scattò. Lo afferrai per la spalla e lo girai verso di me.
Luca! Ancora non ho soldi? Quante volte devo sentirti dire che non ci sono risorse per tuo figlio?
Non urlare.
Luca si scrollò di dosso, liberandosi.
Ti ho già detto che non ho soldi. Che cosa vuoi?
Non trattenni più la furia.
Voglio che tu sia un padre! Che il tuo figlio non debba andare a scuola con le scarpe bucate perché il papà non ha soldi. Se non cambi, ti farò causa per gli alimenti! Hai capito?
Luca balzò dal divano, il viso contorto dalla rabbia. Si avvicinò minaccioso.
Che cosa dici? Gli alimenti? Sei come Laura! Tutti vogliono solo i miei soldi! Io non sono altro che un portafoglio con gambe!
Continuai a parlare, nonostante il tremore interno.
Non osare paragonarmi a lei! Ti ho creduto per cinque anni, ho sperato che cambiassi! E invece peggiori!
Luca sbottò:
Allora vattene! Vai dove vuoi! Nessuno ti trattiene!
Rimasi immobile. Nei suoi occhi cera solo un vuoto gelido, privo di amore e speranza.
Va bene. Me ne vado. E farò comunque causa per gli alimenti. Non dubitare.
Mi diressi verso la camera a raccogliere le cose. Matteo mi guardava dalla porta con gli occhi spalancati.
Mamma, dove andiamo?
Dalla nonna, tesoro.
Lo abbracciai, lo stringei forte.
Andremo a vivere dalla nonna.
Unora dopo eravamo davanti alla porta della casa di mia madre. Lei ci accolse, aprì le braccia e ci abbracciò senza parole.
Entrate.
Il giorno dopo andai da un avvocato. Quella era la fine: fine di cinque anni, fine di speranze, fine di una famiglia che non era mai davvero esistita. Ma quando firmai lultimo documento sentii un peso sollevarsi dalle spalle.
Luca cercò di riconquistarmi. Telefonava, scriveva, veniva a casa. Prometteva cambiamenti, sosteneva che non dovevamo andare in tribunale. Ma era troppo tardi.
Troppo tardi, Luca. Troppo tardi.
Il processo fu rapido. Gli alimenti furono fissati a diecimila euro al mese, circa il 25% del suo stipendio. Luca sedeva pallido, i pugni stretti, e io vidi il suo volto contorto da una tensione che non mi importava più.
Ora vivo con la madre e Matteo. La vita è tranquilla, regolare. Ogni mese arrivano i soldi, puntuali, senza discussioni. È molto più di quel che Matteo riceveva quando eravamo insieme.
Ho comprato a Matteo scarpe nuove, colorate, proprio quelle che sognava. Corre per casa, ride, e io lo guardo, sapendo di aver fatto la scelta giusta.
Luca e io non siamo più insieme, ma sono felice. Non devo più chiedere lultimo centesimo, non devo più umiliarmi. Luca paga, per legge, e questo è giusto.
La sera, dopo aver messo a letto Matteo, mi siedo in cucina con una tazza di tè. Lì fuori Luca vive, arrabbiato, convinto di aver sbagliato. Ma a me non importa più.
Sono libera. Ho difeso mio figlio. E questo è tutto ciò che conta.




