Due più uno: Un’avventura all’insegna dell’amore e dell’amicizia

Sono passate circa dodicimila nascite nelle mie mani in quindici anni di servizio nel piccolo reparto di ostetricia di Val di Sole, un paesino sperduto tra le montagne dellAlto Adige. Tra tutti questi momenti ci sono alcuni che restano scolpiti nella memoria, e il più straordinario è stato il nostro unico set di fratellinisorelline! Vorrei raccontarvi di loro.

Era una giovane coppia, in attesa del loro primo figlio. Il papà, Antonio, era stato assegnato al nostro ospedale dopo aver lavorato come tecnico aeronautico allaeroporto di Bolzano. Lui e la moglie, Giulia, abitavano in una stanza minuscola di una casa famiglia. Giulia, originaria di Milano, era una ragazza energica, dai capelli rossi brillanti e di una bellezza che catturava subito gli sguardi.

Il marito, invece, veniva dalla Calabria, era robusto, calmo, quasi pigro, ma dal cuore generoso. Allinizio della gravidanza il medico lesse che avrebbero avuto dei gemelli. Giulia decise di tornare a Milano per partorire con la madre, ma le contrazioni iniziarono prima del previsto: a 32 settimane.

Fu proprio durante il mio turno che Giulia si presentò al reparto. Il palazzo principale era chiuso per lavori di ristrutturazione, così attendevamo nelle aree temporanee del reparto ginecologico. La responsabile in guardia era la dottoressa Daniela Bianchi, ostetrica esperta e dal carattere fermo. Al primo sguardo, la dottoressa intuì che i piccoli non erano nella posizione corretta, il che rendeva il parto vaginale molto pericoloso. Decise subito di optare per un cesareo e, per confermare, fece una radiografia.

Limmagine rivelò quello che gli esami preliminari già sospettavano: due bambini. Uno era in posizione cefalica, laltro con i piedi verso il basso. Convinti che la situazione fosse gestibile, passiamo alloperazione.

Il primo neonato fu un maschietto di 1700grammi. Mentre io e linfermiera gli somministravamo le prime cure, i colleghi estrassero il secondo maschietto, di 1600grammi. Proprio mentre stavamo finendo, la dottoressa, senza alcun tono scherzoso, mi ordinò:

Preparate il terzo!

Con i cuori ancora in subbuglio, non cera tempo per riderci sopra; i due fratellini erano già fragili. Improvvisamente, un grido forte mi fece girare di scatto. Ecco la terza vita: una bambina di 1400grammi, chiamata Cinzia. Rimanere senza parole è lunico modo per descrivere lo stupore che provai.

Come poteva non essere vista nella radiografia? I due maschietti erano allineati lungo lutero, mentre la piccola Cinzia giaceva in trancia, annidata tra di loro. Così, i piccoli cavalieri proteggevano la loro damigella dagli sguardi indiscreti della macchina.

Solo grazie allinsistenza della dottoressa Bianchi, quella piccola vita ebbe una chance di sopravvivenza. Portammo la neonata e, assieme allinfermiera, ci occuparono dei tre neonati. Il reparto non era attrezzato per una tale emergenza: cera un solo cullino per neonati prematuri, ma riuscimmo a sistemare tutti e tre al suo interno.

Passai la notte intera accanto a loro, preoccupata, ma al mattino i piccoli avevano stabilizzato le loro condizioni. Il campanello del reparto suonò e, aprendo la porta, vidi un uomo alto in divisa di volo entrare.

Chi è nato qui? chiese per primo.

Congratulazioni, ha due figli esitai un attimo e una figlia!

Linformazione tardò ad arrivare al padre, che ripeteva a se stesso, quasi incredulo:

Due figli e una figlia due figli capito figlia? Non capisco tre bambini?

Io cercai di rassicurarlo con calma, sedendolo e offrendogli dellacqua. Lui era appena stato assegnato al nostro ospedale, con uno stipendio modesto, una stanza piccola e ora una trezia!

I piccoli rimasero in reparto per qualche settimana finché non guadagnarono il peso necessario e la salute migliorò. Mi piaceva entrare nella loro stanza e ammirare quel miracolo della natura. Nonostante fossero tre, erano sempre curati e nutriti. La mamma, Giulia, era impeccabile, con un sorriso costante che illuminava la stanza.

Fu la prima trezia di Val di Sole, e la famiglia fu fortunata. Lamministrazione dellospedale assegnò loro un appartamento di tre camere in un nuovo complesso residenziale e provvide a tutto il necessario. Nei primi mesi, una infermiera specializzata fu assegnata alla famiglia, ma il vero eroe era la giovane madre, di una bellezza straordinaria, che sollevò i suoi bambini e li guidò alla crescita.

Dieci anni passarono. Un pomeriggio mi trovai per caso nella sala dattesa del reparto. Entrò Vania, una ex paziente, con i suoi tre figli, venuti a far visita al padre.

Due maschietti dai capelli scuri, quasi identici al loro papà, si avvicinarono lentamente. Poi, una bambina dai capelli rossi, vivace e sorridente, entrò di corsa: era la perfetta copia di Giulia.

Vedere quella famiglia felice mi riempì il cuore. Sentivo ancora il battito dei loro cuoricini, come se il tempo non avesse cancellato quel miracolo.

Questa esperienza mi ha insegnato che, quando la vita ci presenta ostacoli inaspettati, la determinazione, la collaborazione e la tenacia di chi ci sta accanto possono trasformare una crisi in una benedizione. È nella solidarietà e nella cura reciproca che troviamo la forza di superare le più grandi sfide.

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