Lucia era in sovrappeso. Aveva compiuto trent’anni e il suo peso aveva raggiunto i 120 chilogrammi.

30 aprile, 2025

Oggi mi trovo a scrivere sul quaderno del mio piccolo tavolino di legno, mentre il sole di primavera filtra timido tra le tende di cotone. Ho trentanni e peso 120 chilogrammi. Forse è una malattia, un guasto interno o un metabolismo scompostosi, ma sembra che il mio corpo sia diventato una fortezza di cui non riesco più a scavalcare le mura. Vivo in San Giacomo del Monti, un paesino sperduto ai confini della regione, così isolato che sulla cartina appare come un granello di polvere.

Il tempo qui non si piega allorologio, ma alle stagioni. Linverno è una morsa gelida, la primavera un sentiero fangoso, lestate una soffocante calura e lautunno piove a dirotto. In questo lento fluire la mia vita, chiamata da tutti solo Fiorenza, si è persa in una melma di insicurezze. Quei 120 chilogrammi non sono solo un numero: sono il muro che separa me dal mondo, il bastione della stanchezza, della solitudine e di un silenzioso sconforto. So che la causa è dentro di me, ma andare in città a cercare specialisti è un sogno troppo lontano e troppo caro.

Lavoro come bambinaia nellasilo Il Cinguettio. I miei giorni sono pieni dellodore del latte caldo, dei piatti di farina e del pavimento sempre umido. Le mie mani grandi e dolci sanno consolare un bimbo che piange, preparare dieci lettini in un baleno e pulire una pozzanghera senza far sentire colpevole il piccolo. I bambini mi vogliono bene, si aggrappano alla mia tenerezza, ma quel piccolo affetto non riempie il vuoto che mi attende fuori dal cancello dellasilo.

Abito in un vecchio edificio di otto monolocali, ereditato dal periodo fascista. Le pareti scricchiolano di notte, gli infissi tremano al minimo vento. Due anni fa la madre, una donna silenziosa e stanca, se ne è andata, lasciando dietro di sé i sogni sepolti in quelle mura. Il padre non lo ricordo più; è sparito da tempo, lasciandomi solo la polvere dei ricordi e una foto sbiadita.

Lacqua del rubinetto è fredda e arrugginita, il bagno è fuori, dinverno diventa una caverna di ghiaccio, destate il locale si trasforma in una sauna. La stufa a legna è il vero tiranno: in inverno inghiotte due sacchi di legna, prosciugando gli ultimi spiccioli del mio stipendio. Le sere le passo davanti al ferro del camino, osservando le fiamme che sembrano divorare non solo la legna, ma anche i miei anni, le mie forze, il mio futuro, lasciandomi solo cenere fredda.

Una sera, quando il crepuscolo avvolgeva la stanza in una fosca malinconia, sentii bussare alla porta. Era la vicina, Nunzia, con due banconote da venticinque euro in mano.

Fiorenza, scusa, ti prego, ecco venticinque euro. Non ho dimenticato il debito, perdonami mormorò, porgendomi i soldi.

Io li guardai incredula, avendo già cancellato quel debito dalla mente.

Nunzia, non è necessario.

È necessario! insistette, alzando la voce. Ora ho i soldi! Ascolta

Sussurrando come se confidasse un segreto, Nunzia mi raccontò una storia incredibile: gli immigrati albanesi erano arrivati in paese. Uno di loro, vedendola con la scopa, le propose un lavoro strano e spaventoso, una paga di centosettanta euro.

Hanno bisogno di cittadinanza, vedi, cercano sposi fittizi nei nostri buchi. Ieri mi hanno già registrata. Non so come si arrangiano al comune, ma è veloce. Il mio ragazzo, Arben, è in attesa, ma presto se ne andrà. Anche la mia figlia, Silvia, ha accettato. Ha bisogno di un piumino perché linverno è vicino. E tu? Guarda che opportunità. Hai bisogno di soldi, vero? E chi ti sposerà?

Le parole non avevano rabbia, ma una dura verità. Sentii un dolore familiare nel petto e capii subito: Nunzia aveva ragione. Il vero matrimonio non era destinato a me. Non avrei mai potuto trovare uno sposo. La mia vita era limitata allasilo, al negozio di alimentari e alla stanza con la stufa divoratrice. Ecco i soldi. Centosettanta euro. Con quei soldi avrei potuto comprare legna, incollare nuove carte da parati, forse far sparire un po della tristezza delle pareti scrostate.

Va bene, dissi piano. Accetto.

Il giorno dopo Nunzia mi condusse un candidato. Quando aprii la porta, un lampo di sorpresa mi colpì e feci un passo indietro nelloscurità dellingresso

Mentre la memoria ricorre a quel momento, vedo ancora la scena: la porta si apre, io mi blocco, retrocedo per nascondere il mio corpo ingombrante. Sulluscio cera un giovane, alto, slanciato, con un volto ancora non segnato dalla durezza della vita, occhi grandi, scuri e sorprendentemente tristi.

Dio, è ancora un ragazzino! scoppiò dentro di me.

Il ragazzo si raddrizzò.

Ho ventidue anni, disse con voce chiara, quasi senza accento, solo con un lieve timbro melodico.

Vedi? commentò Nunzia. Il mio è più giovane di quindici anni, ma la differenza è di otto soli. Un uomo in piena forza!

Al comune rifiutarono subito il matrimonio. Una funzionaria in un rigido completo li osservò sospettosa e, senza tante fronzole, spiegò che per legge serve un mese di attesa per far riflettere.

Gli albanesi, avendo concluso la loro parte, partirono. Prima di andare via, Arben, il giovane, chiese a me il numero di telefono.

Sei sola in una città straniera, spiegò, e nei suoi occhi riconobbi la stessa smarrimento che sentivo.

Iniziò a chiamarmi ogni sera. Allinizio le telefonate erano brevi e imbarazzate, poi si allungarono, più sincere. Arben si rivelò un interlocutore sorprendente: parlava delle sue montagne, del sole diverso, della madre che amava con tutto il cuore, del suo viaggio in Italia per sostenere la famiglia. Si interessò della mia vita, del lavoro con i bambini, e io, con mio grande stupore, cominciai a raccontare. Non mi lamentavo ma condividevo aneddoti divertenti dellasilo, descrizioni della casa, il profumo del primo terreno primaverile. Mi accorsi di ridere al telefono con voce cristallina, femminile, dimenticandomi delletà e del peso. In quel mese apprendiamo luno dellaltro più di molte coppie che convivono da anni.

Passò il mese e Arben tornò. Indossavo il mio unico vestito dargento, stretto ma elegante, e provavo un fremito diverso: non paura, ma un tremore di attesa. I testimoni erano i suoi compagni di lavoro, anchessi robusti e seri. La cerimonia al comune fu veloce e di routine, ma per me fu un lampo: il bagliore degli anelli, le parole ufficiali, lirrealità del momento.

Dopo la registrazione, Arben mi accompagnò a casa. Entrato nella stanza familiare, mi porse un busta con i soldi, come concordato. La presi, sentendo un peso diverso, quello della scelta, della disperazione trasformata in una nuova responsabilità. Poi estrasse dalla tasca una piccola scatola di velluto nero. Dentro cera una delicata catena doro.

È per te, disse piano. Volevo comprare un anello, ma non conoscevo la misura. Non voglio andare via. Voglio che tu sia davvero mia moglie.

Rimasi senza parole.

In questo mese ho ascoltato la tua anima al telefono, continuò, gli occhi accesi da una luce adulta. È pura e buona, come quella di mia madre. Mia madre è morta; era la seconda moglie di mio padre e lo amava immensamente. Ti ho amato, Fiorenza, davvero. Lasciami restare qui, con te.

Non era un matrimonio di comodo, ma una proposta di cuore. Guardando i suoi occhi sinceri e tristi, vidi lì non pietà, ma rispetto, gratitudine e tenerezza, cose che non sognavo più.

Il giorno seguente Arben ripartì di nuovo, ma ormai non era più una separazione: era solo linizio di unattesa. Lavorava a Milano con i compagni, ma ogni fine settimana tornava da me. Quando scoprii che portavo in pancia un bambino, Arben fece un passo decisivo: vendette una parte della sua quota in una piccola impresa, comprò unusata Fiat Ducato e tornò definitivamente a San Giacomo. Iniziò a fare trasporti di persone e merci verso la città più vicina, e grazie alla sua laboriosità lattività prosperò presto.

Nacquero due figli: prima un maschietto, poi tre anni dopo un fratellino. Due ragazzini dal viso scuro, con gli occhi di papà e la dolcezza della mamma. La nostra casa si riempì di risate, di urla e del profumo di una vera felicità familiare.

Mio marito non beve né fuma, la sua fede lo vieta, ma è instancabile e mi guarda con un amore che fa invidia alle vicine. La differenza di otto anni è scomparsa in quel sentimento, divenuta invisibile.

Il miracolo più grande è stato dentro di me. La gravidanza, il matrimonio felice, la cura per lui e per i bimbi hanno trasformato il mio corpo. I chili di troppo si sono sciolti da soli, giorno dopo giorno, come se una corazza inutile si fosse smantellata, lasciando emergere una creatura delicata e leggera. Non ho seguito diete, è la vita stessa che mi ha riempito di movimento, compiti, gioia. Il mio aspetto è migliorato, lo sguardo ha più brillantezza, il passo più saldo.

A volte, seduta accanto alla stufa che ora Arben accende con cura, osservo i figli giocare sul tappeto e sento lo sguardo affettuoso del marito. Ripenso a quella sera strana, alle due e venticinque euro, a Nunzia e al fatto che il più grande miracolo non avviene nei tuoni, ma nel dolce bussare di una porta. Con un uomo dagli occhi tristi, che una volta mi ha offerto non un patto fittizio ma una vita vera, nuova, autentica.

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