Ciao, paparino, sono venuta con te per il regalo

**Diario di un Padre**

Era un tranquillo pomeriggio a Bologna quando io, Giovanni, e mia moglie, Beatrice, stavamo pranzando. La porta si aprì allimprovviso, e una donna dallaspetto trasandato entrò in casa. Gettò uno zaino logoro in un angolo e, allargando le braccia, esclamò:

«Ehilà, papà!»

Mi strozzai con un boccone e mi misi a tossire. Beatrice, indignata, domandò:

«Chi sei? E che papà?»

La donna socchiuse gli occhi:

«Tu, zia, chiudi quella bocca. Non sono venuta per te, ma per mio padre. Papà, non mi riconosci? Sono tua figlia, Rosalia. Anni sono passati, ma non ho mai smesso di pensare a te. Come stai, eh? Che Dio ti protegga dalla malattia!»

Riuscii a parlare tra un colpo di tosse e laltro:

«Perché perché sei venuta?»

«Per il regalo, papà! Per la bambola che mi promettesti ventanni fa.»

La storia tornò a galla. Mia moglie, la madre di Rosalia, era morta quando lei aveva sette anni. Io resistetti sei mesi prima di portare a casa Beatrice, con i suoi due figli maschi. La prima cosa che fece fu cacciare Rosalia dalla sua stanza per metterla in una cameretta comune. «I ragazzi hanno più bisogno», dissi, evitando il suo sguardo. I ragazzi, più grandi, erano prepotenti: le strappavano i quaderni, e lei, di notte, alla luce della luna, riscriveva i compiti. Beatrice le proibiva di sprecare corrente.

Poi, lanno dopo, proprio nel giorno del suo compleanno, la portai in un orfanotrofio. «Non sarà per sempre, Rosalia. Ti riprenderò presto. Ti porterò quella bambola che vedevi in vetrina.»

Rosalia aspettò. Ma io non tornai mai.

Adesso, lei si sedette a tavola senza permesso e ordinò:

«Zia, versami un po di minestra. Muoio di fame, non ho nemmeno un posto dove dormire!» Beatrice, muta, le riempì un piatto. Rosalia scosse la testa:

«Anni passati, e tu, zia, non cambi mai. Ancora tiri la cinghia? Dammene di più!»

Poi, rivolta a me:

«Su, papà, tira fuori i tuoi risparmi. Brindiamo alla nostra riunione!»

Io guardai Beatrice. Lei sibilò: «Noi non beviamo.»

Rosalia si batté una mano sul ginocchio:

«Lo sapevo! Ma io, a differenza di mio padre, non vengo a mani vuote. Zia, portami lo zaino.»

«Prenditelo da sola!»

Rosalia alzò un sopracciglio:

«Zia, non hai capito. Non sono venuta solo per una visita. Ci vivrò con voi. Tu mi cacciasti da piccola, no? Ora tocca a te. Vattene, o se ti comporti bene, forse ti lascerò restare.»

Beatrice urlò:

«Giovanni, perché stai zitto? Tua figlia mi insulta, e tu non fai nulla!»

Io mi agitai sulla sedia:

«Rosalia, non essere maleducata con la zia. Questa è casa sua.»

«Che pena! Brava, zia, hai messo mio padre sotto la tua scarpa. Ma non temere, papà, sistemerò questa qui. La spediremo anche lei da qualche parte!»

Beatrice gridò:

«Chiamo mio figlio! Ti butta fuori lui!»

Rosalia rise:

«Luca? Piuttosto ti butta fuori lui, per un bicchiere! Ah, zia, che sfortuna con i figli. Il maggiore è scomparso, vero? Troppo amico della bottiglia. E il piccolo seguirà la stessa strada.»

Beatrice scoppiò in lacrime.

«Non toccare i miei figli! Guarda te, non sembri una principessa!»

Rosalia rispose fredda:

«Grazie a te. Tu invece te la sei passata bene, eh? Hai trovato un vedovo e ti sei presa la sua casa. Hai cacciato sua figlia per i tuoi bambini. Ma io sono tornata, zia. Ti renderò la vita un inferno. Ho progetti. Mio marito, non sposato, arriva tra una settimana. Avremo anche figli. Che bella famiglia! Tu però, papà, ti sei mai preoccupato per me?»

Io annuii, abbassando lo sguardo.

Per una settimana, Rosalia tormentò Beatrice, finché lei non si inginocchiò:

«Abbi pietà, Rosalia! Sono vecchia»

«E dove era la tua pietà quando mi strappasti da casa? Vergogna? Io no. Pagherai per tutte le mie lacrime.»

Alla fine, Rosalia sbuffò:

«Basta. Vivi come vuoi. Io me ne vado. Senza regalo, eh, papà?»

Mi alzai:

«Ti do dei soldi!»

Lei scosse la testa:

«Non hai capito. Non volevo soldi. Solo una parola damore. Ma è inutile. Addio.»

Prese lo zaino e uscì. Nessuno la seguì.

Fuori dal paese, unauto laspettava. Salì e scoppiò in lacrime. Il marito labbracciò:

«Te lavevo detto. Perché rivangare il passato?»

«Pensavo che mio padre mi amasse, che mi avrebbe accettata»

«Ascolta il marito, Rosalia. Torniamo a casa. I bambini ci aspettano.»

Lei sorrise tra le lacrime:

«Hai ragione. Andiamo. Prima, però, passiamo dalla mamma. Le porterò questi fiori. Mio padre? Non è mai esistito. Ho te e i bambini. È più che basta.»

**Lezione:** Il passato a volte è una ferita che non si rimargina. Ma la famiglia non è sempre sangueè chi ti ama oggi.

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