**Restituì la pariglia**
*”Non avete il diritto di comportarvi così in casa mia!”* La voce di Beatrice tremava di rabbia repressa. Stava nellingresso, stringendo al petto la borsa come uno scudo.
*”È il mio appartamento, signora Rossana! Mio!”*
Negli occhi della suocera brillò qualcosa di simile al disprezzo.
*”E cosa dovrei fare, se tu non riesci a tenere pulito in tempo?”* borbottò Rossana tra i denti. *”Polvere sulle mensole, piatti sporchi nel lavandino. Ma le persone perbene vivono così?”*
Beatrice afferrò la maniglia della borsa così forte che le nocche le diventarono bianche. Dentro di lei ribolliva un miscuglio di umiliazione e impotenza.
*”Lavoro, signora Rossana! Non ho sempre il tempo”*
*”Per le cose importanti, il tempo lo devi trovare,”* tagliò corto la suocera, sollevando il mento con aria di superiorità prima di dirigersi verso luscita. *”Io cerco solo di aiutarvi, e tu, invece di ringraziarmi, mi rispondi male.”*
La porta si chiuse con un lieve clic, lasciando Beatrice sola nel corridoio. Il silenzio dellappartamento le premeva sulle orecchie, ma dentro di lei infuriava ancora la tempesta. Togliendosi le scarpe, vagò per il soggiorno, poi la cucina, infine la camera da letto. Ovunque cerano tracce delle “cure” di Rossana.
E nella camera… La suocera aveva finito di pulire pochi minuti prima del suo arrivo. Dal comodino era sparito il tubetto della crema. Sul cassettone mancava la statuetta portata dalle vacanze.
Beatrice si aggirava per casa come un animale braccato. Le mani le tremavano di rabbia. Era tornata dal lavoro stanca, sognando una doccia calda, un tè nella sua tazza preferita… E ora, nel suo stesso appartamento, non trovava più nulla. Tutto era fuori posto.
La porta dingresso scattò. Marco rientrò dal lavoro. Vedendo la moglie immobile in cucina, con lo sguardo perso, capì subito che qualcosa non andava.
*”Bea, che succede?”* Si avvicinò per abbracciarla, ma lei si sottrasse.
*”Tua madre è stata di nuovo qui!”* La voce di Beatrice si spezzò. *”Ha messo a posto nella nostra camera! Nella nostra camera, Marco! Non ti sembra assurdo?”*
Marco sospirò e si passò una mano tra i capelli. Un gesto che Beatrice conosceva benelo faceva quando non sapeva cosa dire.
*”Bea, lei cerca solo di aiutare…”*
*”Aiutare?!”* Gli occhi di Beatrice si oscurarono. *”Non trovo il caricabatterie! La mia tazza preferita non è al suo posto, la cerco da mezzora! E gli asciugamani del bagnodove li ha nascosti stavolta?”*
Marco provò a prenderle le mani, ma lei si ritrasse verso la finestra.
*”Butta via le mie cose, Marco!”* continuò Beatrice, asciugandosi le lacrime. *”Cose a cui tengo! E lei le chiama ciarpame!”*
*”Bea, è solo il suo modo di dimostrare affetto,”* disse Marco con tono pacato. *”È abituata a tenere tutto in ordine…”*
*”Questo affetto mi sta strozzando!”* lo interruppe Beatrice. *”Sono stanca di sentirmi unestranea in casa mia! Tua madre sposta tutto come le pare, decide cosa devo tenere e cosa no. Sono stanca, Marco!”*
Beatrice cadde su una sedia, nascondendo il viso tra le mani. Le spalle le tremavano. Marco si avvicinò e la abbracciò con delicatezza.
*”Mi dispiace, stellina. Parlerò con mia madre, daccordo? Le chiederò di smettere.”*
Beatrice rise amaramente.
*”E certo, ti ascolterà. Ci credo proprio…”*
Marco riuscì a malapena a calmarla. Le preparò un tè, trovò la tazza preferitaera finita in fondo a uno scaffale.
Ma la suocera non si fermò.
Tre giorni dopo, Beatrice rientrò e capì subito: Rossana era tornata. Nellaria cera ancora il suo profumo dolciastro. In cucina, i barattoli erano stati riordinati per dimensione. Aprì il frigorifero: tutto sistemato con una precisione irritante.
Beatrice si lasciò cadere sul divano. La rabbia le ribolliva dentro, ma non aveva più energie per un altro litigio.
Una settimana dopo, accadde di nuovo. Stavolta, Rossana aveva “riordinato” larmadio. I vestiti erano stati tutti spostati. Il vestito preferito di Beatrice, sempre a portata di mano, era stato piegato male e infilato su uno scaffale alto.
Davanti allarmadio spalancato, Beatrice inghiottì le lacrime. La casa non era più un rifugio. Ogni sera, tornando dal lavoro, si chiedeva: *”È venuta oggi? Cosa ha spostato, nascosto, buttato stavolta?”*
Venerdì sera squillò il telefono.
*”Sì, mamma… Certo… Sabato? Va bene, veniamo… Sì, glielo dico.”*
Marco si girò verso di lei con unaria colpevole.
*”Mamma ci invita a cena domani. Dice che ha delle novità.”*
Beatrice si irrigidì.
*”Dobbiamo proprio andare?”*
*”Dai, Bea, non fare la bambina. Si è sempre prodigata per noi. Cucina sempre le tue cose preferite.”*
Sabato sera, salirono le scale fino allappartamento di Rossana. Quinto piano, niente ascensore nel vecchio palazzo. Beatrice procedeva a fatica. Avrebbe preferito essere ovunqueal lavoro, in metró, persino dal dentistatranne che lì.
*”Andrà tutto bene,”* le strinse la mano Marco. *”Mamma ha preparato i tuoi piatti preferiti. E ha fatto la crostata, quella che ti è piaciuta tanto lultima volta.”*
Beatrice sorrise a denti stretti.
A cena, Rossana parlava solo con il figlio. Raccontava della vicina del terzo piano, della nuova serie tv, dei prezzi al mercato. Beatrice stava in silenzio, muovendo distrattamente la forchetta nel piatto.
*”Beatrice, non hai fame?”* le chiese finalmente Rossana.
*”Stavo solo pensando,”* rispose meccanicamente.
*”A proposito,”* Rossana posò la forchetta e incrociò le mani. *”Ho davvero una novità. Io e Gabriella abbiamo deciso di andare in una spa. Per dieci giorni, per rilassarci.”*
*”Che bella idea, mamma!”* esclamò Marco. *”Ti serve una pausa.”*
*”Sì, lo penso anchio,”* annuì Rossana, estraendo dalla tasca del grembiule un mazzo di chiavi. *”Ecco le chiavi di casa. Tenetele voi, per sicurezza. E venite ad annaffiare le mie piante, per favore.”*
Beatrice fissò le chiavi. Due chiavi su un anello di metallo. Nella sua mente, un piano cominciò a prendere forma. Sorrise senza volerlo.
Per tutta la settimana seguente, Beatrice fu di buon umore. I colleghi notarono il cambiamentosorrideva, persino canticchiava al computer.
*”Perché sei così raggiante?”* le chiese Marco a cena. *”Hanno aumentato lo stipendio?”*
Beatrice sorrise enigmaticamente.
*”Solo una bella giornata.”*
Il giorno prima del ritorno di Rossana, Beatrice lasciò il lavoro in anticipo. Disse di avere una visita medica.
Si fermò davanti alla porta di Rossana, le chiavi in mano. Il cuore le batteva come prima di un esame. *”È arrivato il mio momento,”* pensò, e girò la chiave nella serratura.
Domenica, andarono a prendere Rossana alla stazione. La suocera sembrava riposata, rinvigorita. Per tutto il tragitto parlò delle terapie, delle nuove amicizie, del cibo.
*”Immaginate, servivano i fiocchi davena con miele e noci! Ho annotato la ricetta, la rifarò a casa.”*
Beatrice stava in silenzio sul sedile posteriore. Lo stomaco le si contorceva per lansia.
Rossana aprì la porta di casa e si bloccò sulla soglia. Un attimo, poi un altro. Fece un passo dentro, poi un altro. Lo sguardo le correva per lingresso.
*”Cosa… cosè successo?”* La voce le tremò.
Si precipitò in salotto. Ovunque era pulito, ordinato. Ma nulla era al suo posto.
*”Le mie statuette!”* Rossana corse alla vetrinetta. *”Dove sono le mie statuette?!”*
Si agitò per le stanze, controllando armadi e cassetti. Il volto le diventò paonazzo. Alla fine, si voltò di scatto verso Beatrice. Gli occhi le bruciavano.
*”Sei stata tu!”* sibilò. *”Lhai fatto tu!”*
Beatrice sollevò il mento. Un sorriso le sfiorava le labbra.
*”Sì, io,”* rispose con calma. Poi, con finto stupore: *”Non le piace? Mi sono presa cura di tutto. Volevo il meglio per lei. Così non doveva preoccuparsi delle pulizie al rientro.”*
Marco era a bocca aperta, guardando alternativamente la madre e la moglie. Ma tacque, non volendo immischiarsi.
*”E sa una cosa?”* continuò Beatrice con tono angelico. *”Ho buttato quelle vecchie statuette. E anche le tazze. Tanto non le usava mai, raccoglievano solo polvere. Ciarpame, no? È lei che lo diceva, quando buttava le mie cose.”*
*”Non ne avevi il diritto!”* La voce di Rossana si fece stridula. *”È casa mia! Le mie cose! Come ti permetti?!”*
*”Ma anche lei riordinava a casa mia,”* disse Beatrice con calma. *”Sgradevole, vero?”*
*”Marco!”* Rossana si girò verso il figlio. *”Vedi cosa combina tua moglie?!”*
Marco aprì la bocca, ma Beatrice lo anticipò:
*”Oh, guarda che ore sono! Dobbiamo andare, abbiamo da fare.”* Prese il marito per il braccio. *”Ma tornerò, signora Rossana. Dora in poi, la ringrazierò per ogni suo aiuto nelle pulizie!”*
E senza aspettare risposta, trascinò Marco fuori. Scesero le scale in silenzio. Solo una volta in strada, lui esalò:
*”Caspita…”*
Beatrice sorrise. Un caldo senso di soddisfazione le si diffuse nel petto. Il piano aveva funzionato alla perfezione.
Passarono due mesi. In tutto quel tempo, Rossana non si fece più vedere a casa loro.
*”Ho vinto io,”* pensò Beatrice, soddisfatta.







