Ho messo mio marito di fronte a una scelta difficile.

Avevo messo mio marito davanti a una scelta difficile.

Mamma, ma perché stiamo andando dalla nonna Carla? Non mi va, laggiù mi annoio.

Dallo specchietto retrovisore guardai Viola, la nostra figlia di sei anni. Era seduta dietro, immersa nel suo tablet rosa, senza neppure alzare lo sguardo mentre parlava. Sei anni, ma già sapeva usare quel tono sfacciato, come se ci facesse un favore solo con la sua presenza.

Perché oggi è il compleanno di Luca, tuo cugino, le spiegai. Te lo ricordi, vero?

Sì. Mi sta antipatico.

Viola! mi voltai, ma Matteo appoggiò una mano sulla mia spalla.

Lascia stare, per favore. Non oggi.

Lo guardai. Era teso, con le mani serrate sul volante, lo sguardo fisso davanti. Sembrava stesse andando a un interrogatorio, non a una festa di bambini in famiglia. Indossava il completo blu che gli avevo stirato la mattina, la camicia bianca ancora senza una piega. Avevo perso mezzora a stirarla; sapevo che sua madre avrebbe notato anche un piccolo sgualcimento e avrebbe fatto finta di nulla, con quel modo di guardarti che diceva tutto.

Non la sto rimproverando, replicai, sto solo spiegando perché stiamo andando là.

Ma lo fai con un tono tale che Viola capisce già che ci rechiamo in un posto dove non siamo voluti.

E lo siamo davvero?

Lui tacque. Il semaforo diventò giallo e Matteo rallentò, fermando la macchina. Nel silenzio si sentiva solo il tintinnio delle monetine digitali dei giochi sul tablet di Viola.

Dai, mettiamoci daccordo, sbottò lui senza guardarmi. Arriviamo, facciamo gli auguri a Luca, ci tratteniamo due o tre ore, massimo, e poi andiamo via. Niente discussioni, niente riferimenti al passato. Solo una festa in famiglia. Puoi farcela?

Volevo dirgli che non lo sapevo, che ogni volta ci promettevamo la stessa cosa e ogni volta finiva che mi ritrovavo in cucina ad ascoltare le ramanzine di Carla su come dovrei crescere mia figlia, lavorando troppo e trascurando la famiglia. O sulle mie doti culinarie, che pace allanima sua mia madre non mi aveva insegnato come quelle della signora Carla.

Ma deglutii. Annuii e voltai la testa verso il finestrino. Le strade di maggio passavano lentamente, avvolte dal sole. Donne con abiti leggeri, uomini in camicia, bambini che leccavano gelati. Tutto ciò che vorresti fare di sabato, invece di attraversare Milano per andare da persone per cui resterai sempre unestranea.

Mamma, ma Luca riceverà tanti regali? Viola posò finalmente il tablet.

È il suo compleanno, certo che li riceverà.

E io, li riceverò anche io?

Mi voltai. Mi guardava con i suoi grandi occhi scuri, pieni di attesa. Era abituata a ricevere qualcosa a ogni festa, per colpa mia. Ogni Natale, ogni evento, ogni visita alle mie amiche finiva con un regalino o un dolce per lei.

Amore, oggi non è il tuo compleanno. Oggi i regali sono per Luca.

Però li vorrei anche io…

Viola, al tuo compleanno tra qualche mese sarai tu a ricevere i regali. Oggi noi portiamo un regalo a Luca. Ricordi che ieri abbiamo comprato una scatola di Lego?

Sì, ma la voglio anchio!

A casa hai una stanza piena di giochi, sbottò Matteo, puoi resistere per un giorno?

Viola fece il broncio e si rifugiò nel tablet. Guardai Matteo. Serreva il volante così forte che le nocche erano bianche. Sapevamo entrambi cosa pensava. Pensava a come sua madre avrebbe reagito se Viola avesse fatto una scenata. Cosa avrebbe detto a dopo, a lui, a sua sorella Donatella. Sapeva che avrebbero discusso di me e del mio modo di crescere una figlia, forse per settimane.

Non parlammo quasi più fino allarrivo. Venti minuti lunghi, spezzati solo dai suoni del tablet e dal traffico.

Tre anni prima, dopo una lite in cui Carla mi aveva detto in faccia che non ero né una buona moglie, né una brava madre, avevo giurato che non sarei più entrata in quella casa. Quella volta avevo sbattuto la porta. Matteo era corso dietro a chiedermi di tornare, di scusarmi. Non lavevo fatto. Avevamo preso un taxi per tornare, e io, guardando fuori dal finestrino, pensavo che forse era la fine. Forse dovevo preparare le valigie e andare da mia sorella a Firenze.

Non lho fatto. Amavo Matteo. Amavo Viola. Non sapevo arrendermi.

Per quasi un anno, non ci eravamo fatti vedere dalla sua famiglia. Poi Matteo aveva insistito per il pranzo di Natale, avevo detto di no. Aveva chiesto di andare almeno a Pasqua ancora no. Solo quando Carla era stata ricoverata per il cuore, avevo ceduto e lo avevo accompagnato con Viola. Portammo frutta e fiori. Lei era distesa, pallida, invecchiata, e a vederla così mi era venuto quasi dispiacere.

Lei ringraziò per la frutta, accarezzò la testa di Viola, disse di aver sentito la sua mancanza. Nessuna parola sulle scuse, nessun cenno a quella lite. Come se non fosse mai successo niente.

Forse è questa, la maturità, pensai allora. Fare finta di niente, far scorrere la vita.

Ma quando, la sera prima, Matteo mi aveva detto che la madre ci aveva invitati al compleanno di Luca, mi accorsi che la rabbia era ancora viva. Un male sordo, pronto a pungere al primo pretesto.

Siamo arrivati, disse Matteo, riportandomi al presente.

Eravamo davanti a uno dei tanti palazzi popolari nella periferia sud. Lì Matteo era cresciuto e sua madre aveva vissuto per quarantanni. Un posto che non avevo mai sentito mio.

Viola, spegni il tablet. Andiamo, dissi con tono neutro.

Scendemmo dalla macchina. Matteo prese dal bagagliaio il regalo una grande scatola colorata di Lego, scelto dopo unora intera di discussione (Deve essere bello, diceva lui, sennò penseranno che siamo tirchi. Ma è solo un regalo per un bambino, ribattevo. Non per mostrare il nostro conto in banca. Alla fine vinti io. 250 euro di Lego. Troppo? Forse, ma la sua famiglia guardava tutto: marca del regalo, tipo di scarpa, dove fai la spesa. Nulla passava inosservato.)

Salimmo fino al quarto piano, lascensore come sempre fuori uso. Viola si lamentò per le scale. Le tenni la mano, tirandola su con me. Matteo ci precedeva, la schiena rigida sotto la giacca.

Arrivati sul pianerottolo, lui si voltò.

Sei pronta?

Volevo dire no. Che volevo solo andarmene. Che ero stanca di fingere che tutto andasse bene. Ma forzai un sorriso e annuii.

Pronta.

Matteo suonò. Dallinterno si sentivano voci, risate, musica. Eravamo già in ritardo, come sempre, perché Matteo pensava meglio non essere i primi.

La porta fu aperta da Donatella, la sorella di Matteo. Più giovane di due anni, ma con un aspetto già segnato, capelli corti e castano-ramati, un sorriso in bilico tra il falso e il sarcastico.

Oh, finalmente! esclamò, facendoci entrare. Vi aspettavamo, abbiamo già iniziato.

Scusa, cera traffico, si giustificò Matteo, baciandola su una guancia.

Donatella mi rivolse uno sguardo gelido.

Ciao, Silvia.

Ciao.

Formalità, un bacio freddo, mi sembrò di ghiaccio, o forse era solo la mia tensione.

Ma questa è Viola? Donatella si abbassò davanti a mia figlia. Sei cresciuta un sacco, non ti riconosco più!

Viola si rintanò contro la mia gonna. Non si ricordava della zia. Laveva vista forse quando aveva tre anni.

Dì ciao, le suggerii.

Ciao, sussurrò lei, e si nascose di nuovo.

Così timida, Donatella si rialzò. Va bene, entrate pure. La mamma è in cucina, Luca sta già aspettando il suo regalo.

Entrammo. Mi accolse il solito odore: qualcosa tra la lavanda e la pasta frolla. Carla aveva sempre i sacchetti di erbe negli armadi e preparava dolci ogni sabato. Quella volta, dal profumo, aveva fatto una crostata di mele.

Scarpe da bambini, sandali, scarpe eleganti: il corridoio era pieno, la casa affollata. Mi tolsi i sandali lucidi scelti apposta per loccasione, e infilai le ballerine. Viola protestava, non voleva togliersi le scarpe. Rimasi impassibile al giudizio negli occhi di Donatella.

Matteo, vai in sala: Luca vuole vedere lo zio, disse Donatella. Noi donne di là, la mamma ci aspetta.

Noi donne. Avevo quarantadue anni, diciannove di matrimonio, una carriera come contabile, un mutuo, tasse da pagare. Ma in quella casa restavo sempre la ragazzina.

Matteo mi guardò. Negli occhi supplica. Annuii. Lui entrò in sala, io presi Viola per mano e la portai in cucina.

La cucina era spaziosa, piena di sole. Gerani sul davanzale, asciugamani ricamati alle pareti, tovaglia di pizzo. Tutto come ventanni fa, la prima volta che venni qui.

Dietro il tavolo sedeva Carla, che chiacchierava con una signora che non conoscevo. Quando entrammo, la suocera si alzò, sorridendo in modo tirato.

Silvia! Che bello vederti! Si alzò: capelli quasi tutti grigi, rughe profonde, schiena curva.

Ma gli occhi, sempre uguali: taglienti.

Buongiorno signora Carla, accennai ad abbracciarla; un tocco appena, freddo.

Cara, questa è la mia nipotina? Si piegò davanti a Viola. Ma guarda! Che bellezza! Proprio uguale alla nonna!

Viola si nascose, io le passai una mano tra i capelli.

Viola, saluta la nonna.

Non voglio.

Il gelo scese nella stanza. Carla si raddrizzò piano, negli occhi qualcosa tra delusione e rimprovero.

I bambini sono fatti così, tagliò corto dopo un momento. Timidi. È normale.

Ma il tono diceva lopposto. Secondo lei, una bambina educata saluta sempre. Unaltra frecciata silenziosa.

È solo stanca per il viaggio, provai a giustificare.

Certo, certo. Sedetevi, che verso un po di tè. Oppure volete il caffè? Ne ho uno buonissimo da Napoli.

Un tè, grazie.

Mi sedetti, Viola di fianco. Laltra signora sorrise.

Sono Marina, unamica di Carla. Piacere.

Silvia, piacere mio.

Carla si agitava per la cucina, tazze, zucchero, acqua bollente. Io la osservavo, chiedendomi di cosa avessero parlato prima del nostro arrivo. Dei figli? Del tempo? Di me?

Come va, Silvia? Sempre nello stesso posto di lavoro?

Sì.

Tanto lavoro?

Abbastanza.

E chi va a prendere Viola allasilo, se lavori fino a tardi?

Ecco, ci siamo. Inspirai forte.

Io. Ho lorario flessibile.

Ah, bene, allora. Pensavo aveste preso una tata. Ormai lo fanno tutti.

No, facciamo da soli.

Carla mi porse il tè e si sedette di fronte. Mi squadrò a lungo.

Sei dimagrita.

No, sono sempre uguale.

No, hai il viso scavato. Mangia di più, cara. Gli uomini amano le donne formose.

Serrai le labbra. Soliti commenti su peso, vestiti, lavoro. Detti con voce gentile, ma il veleno si sentiva.

Sto bene, grazie.

Va bene. Mi preoccupo. Tu lo sai, vi voglio bene come ai miei figli. Matteo mi ha detto che venivate, ero felicissima! Mancava poco che vi dimenticaste la strada di casa.

Siamo molto impegnati, replicai. Lasilo di Viola, lavoro…

Tutti presi, certo. Però la famiglia viene prima, Silvia. Solo questo conta.

Trinciai il tè, bruciandomi leggermente le labbra. Viola si agitava, annoiata.

Mamma, posso andare nell’altra stanza? mi sussurrò.

Va bene, ma fai piano.

Viola scappò dalla cucina. Carla la seguì con lo sguardo.

Bella furbetta. Come Matteo da piccolo. Non stava mai ferma.

Sì, è vivace.

E come si comporta allasilo? Ubbidisce alle maestre?

Più o meno sì.

Più o meno, ripeté. Quindi a volte no?

Lasciai la tazza.

Capita. È una bambina.

Eh, tutti diversi i bambini. Luca per esempio è uno modello. Donatella lo ha educato benissimo. Va forte a scuola, aiuta in casa… un tesoro.

Marina annuì.

Si vede che è proprio un bravo bambino. Saluta tutti, ringrazia per i regali… Eh, la buona educazione!

Sentivo montare la rabbia. Non lo dicevano, ma il senso era chiaro. Luca, quello perfetto; Viola, quella strana e io, la madre fallita.

Dalla sala si sentivano le risate dei bambini e la voce di Matteo. Immaginavo la scena: lui che racconta storie, ridono tutti, fingendo che siamo la grande famiglia felice.

Carla, posso andare a salutare e fare gli auguri a Luca? chiesi, alzandomi.

Certo. Non allontanarti troppo, che tra poco si taglia la torta.

Mi sentii addosso tutti i loro sguardi. Nel corridoio, respiro corto, chiusi gli occhi. Erano solo dieci minuti che ero lì, e già volevo fuggire via.

Il telefono vibrò nella tasca del vestito. Un messaggio da Matteo: Come va?

Risposi: Bene. Unaltra bugia. Avrei dovuto dire che sua madre aveva già fatto tre frecciatine? Che mi sentivo in trappola?

Dalla sala uscì un uomo sulla cinquantina. Ci scambiammo un lieve cenno del capo. Rimasi ancora un attimo nel corridoio, ascoltando risate, odore di torta, confusione di voci.

Zia Silvia?

Mi voltai. Sulla porta stava Luca, camicia elegante, capelli freschi di taglio.

Ciao Luca. Buon compleanno!

Grazie! Zio Matteo ha detto che mi avete portato un regalo.

Certo. È lì nella sala.

È grande! È Lego?

Sorpresa. Tra poco lo scoprirai.

Luca sorrise e scappò da Donatella. Il bambino modello. Quello che dovrei ottenere anche io, secondo Carla.

Entrai in sala. Dodici ospiti, fra adulti e bambini, cibo e regali dappertutto. Alcuni volti noti: la cugina di Matteo e suo marito, altri parenti. Mi squadrare con curiosità, come sempre.

Matteo mi raggiunse.

Ecco Silvia, mia moglie.

Mi toccò stringere mani, ascoltare parole tipo: Finalmente ti conosciamo! Matteo parla sempre di voi! Bugie. Lui non raccontava mai della nostra vita con loro.

Viola era rannicchiata in un angolo col tablet. Mi avvicinai.

Viola, via il tablet. Non si usa in queste occasioni.

Non voglio, mi annoio.

Viola.

Ma mamma…

Molti si girarono verso di noi. Arrossii.

Mettilo via, per favore.

Si rannuvolò, ma obbedì, gettando il tablet nella mia borsa. Mi sedetti vicino a lei, consapevole degli sguardi giudicanti. Guarda come la madre non la sa gestire, mormoravano silenziosamente.

Donatella portò in sala un vassoio con spumanti e succhi.

Bene, direi che si può brindare al festeggiato! Luca, vieni qui!

Luca si mise vicino alla madre, tutti fecero foto con i telefoni.

Al nostro Luca! disse qualcuno Che sia felice, sano, bravo a scuola!

Che faccia sempre contenti i suoi genitori!

Si alzavano bicchieri. Io bevvi solo un sorso di spumante, aspro e di poco prezzo. Matteo mi era vicino. Lo sentivo rigido.

E ora i regali! esclamò Donatella. Luca, siediti!

Luca divenne il centro della sala, mentre gli ospiti gli porgevano le scatole: dapprima Pennarelli e blocchi da disegno, poi robot radiocomandati: Wow, grazie zio Franco! E ancora libri, giochi, puzzle, abiti. Ogni dono accresceva la pila. Luca ringraziava, sorrideva, baciava chi donava. Il figlio ideale.

Guardai Viola. Fissava i regali con una bramosia che mi infastidì. Unombra di invidia.

Viola, bisbigliai, non fissare così.

Perché lui riceve tanti regali? mi chiese piano.

Perché è il suo compleanno, amore.

E il mio quando arriva?

Tra quattro mesi. Te lo ricordi.

Troppo lontano!

Zitta, dai.

Matteo si avvicinò a Luca col nostro regalo. Lo scartò: rimase a bocca aperta.

Il set Mega Tecnico 3000! Mamma, è quello che volevo!

Donatella sorrise, tutti fecero apprezzamenti. Carla annuì con soddisfazione.

Avete speso bene i soldi per vostro nipote, bravi. Così si fa.

Serravo le mani a pugno. Bravi perché non siamo stati tirchi. Come se fosse un merito.

Viola mi strattonò una manica.

Mamma, a me danno un regalo?

Mi chinai.

No, oggi non è il tuo giorno.

Ma io lo voglio!

Viola, silenzio.

Ma lei no. Si alzò e, a voce alta, chiese:

Luca, me ne dai uno dei tuoi regali?

Silenzio. Tutti si girarono verso di lei. Luca sbalordito.

Cosa?

Ne hai tanti, uno puoi darmelo?

Mi alzai e la afferrai per mano.

Viola, andiamo. Subito.

Ma io voglio un regalo! Anche io! Voglio un Lego, voglio il robot!

Basta!

Lei si liberò e si mise a piangere fragorosamente. Tutti la fissavano. Donatella e Carla scambiavano uno sguardo dintesa, trionfante. Ecco: me lavevano detto che mia figlia era maleducata.

Matteo provò a calmarla.

Viola, dai, vieni qui, adesso ti spiego…

Non voglio spiegazioni! Voglio il regalo!

Si lasciò cadere sul tappeto, scalciando e singhiozzando.

Io stavo lì, sentendo addosso tutti gli occhi. Sentenziavano. Condannavano.

Qualcosa in me si ruppe.

Viola, alzati. Adesso ce ne andiamo.

La presi per un braccio. Lei scalciava, gridava, ma la presi e la trascinai via.

Silvia, aspetta provò Matteo, ma non lo ascoltai.

Carla mi sbarrò il passaggio.

Non è il caso di fare scenate, disse, lasciate che si calmi.

La fissai negli occhi. E sputai fuori tutto ciò che avevo dentro da anni.

Senta, signora Carla, forse se non aveste trasmesso ai vostri figli lossessione che i regali sono una forma di potere in famiglia, mia figlia non si comporterebbe così!

Lei impallidì.

Cosa vuoi dire?

Che avete sempre guardato tutto: quanto si spende, cosa si regala, chi sembra migliore. Avete voi creato questa atmosfera! E adesso giudicate me? Giudicate Viola se desidera attenzione?

Silvia, basta! mi prese Matteo per il braccio, ma mi staccai.

No, non basta! Sto zitta da tre anni! Tre anni di frecciatine, di occhiatine, di consigli! Non sarò mai una brava madre, una brava moglie per voi, non vi piacerò mai! Ma sapete che cè? Mi sono stancata!

Donatella fece un passo avanti:

Ti senti nel diritto di urlare qui in casa nostra?

Non urlo, dico la verità!

Quale verità? Che la colpa è nostra perché tua figlia è viziata?

È viziata perché cerca attenzione! Lattenzione che voi avete sempre dato a Luca, e mai a Viola! Perché Luca è il nipote della vostra figlia preferita, Viola è quella della nuora che non avete mai accettato!

Carla agitò le mani.

Ma che dici? Le ho sempre voluto bene a Viola!

Davvero? Lavete vista tre volte in tre anni. Vi siete persi il suo compleanno, ma qui oggi cè tutta la famiglia per Luca. Se io sono fredda con voi è perché ogni volta che venite sapete solo ferirmi!

Il silenzio cadde sulla sala. Viola, finito di piangere, si era aggrappata alla mia gonna, singhiozzando piano.

Matteo era pallido, smarrito.

Silvia, basta, ti prego.

Lo guardai. Voleva che mi fermassi, che mi scusassi, che tornassi a fingere.

Non potevo.

Matteo, sono esausta. Non voglio più fingere che tutto vada bene. Non voglio più stare qui a sentirmi fuori posto.

Nessuno ti vede così!

Invece sì! Dal primo giorno! Tua madre mi disse: Spero tu sia degna di mio figlio. Come se fossi in gara per un titolo.

Carla scosse la testa.

Non volevo dire così…

Avete sempre inteso quello. E io basta, non voglio più dimostrare nulla.

Donatella sputò: Chi credi di essere per parlare così?

Sono la moglie di Matteo, la madre di sua figlia. Merito rispetto.

Il rispetto si guadagna, ribatté Donatella.

Io penso di averlo guadagnato: diciannove anni, una figlia, lavoro, casa… Cosaltro vi serve?

Che tu abbia educazione! Carla alzò la voce. Niente scenate alle feste!

Siete voi a dividere questa famiglia! Siete voi a far soffrire Matteo che si sente sempre in mezzo! Siete voi che fate sentire mia figlia di troppo in questa casa!

Matteo si nascose la faccia nelle mani.

Basta Silvia, ti prego.

Ma ormai ero un fiume in piena.

Vuoi che mi fermi? Va bene. Viola, andiamo.

Me la presi per mano e andai verso luscita. Matteo mi fermò.

Dove vai?

A casa.

Ti prego, non così. Parliamone.

Non cè altro da dire. Qui non torno più.

Non puoi andartene così!

Invece posso. E lo sto facendo.

Presi Viola e uscii. In corridoio Carla e Matteo ci inseguirono.

Se esci ora Silvia, non pretendere che io dimentichi tutto questo, disse Carla.

Non lo spero, replicai. Fate come volete. Ma senza di noi.

Matteo mi afferrò ancora.

Ti rendi conto di quello che chiedi?

Sì. Ti chiedo di scegliere, ora. O me e tua figlia, o loro.

Era pallidissimo.

Vuoi che scelga? Ma sei tu che mi metti davanti a questa decisione!

Siete stati voi, tanti anni fa, ogni volta che mi avete lasciata sola.

Lui rimase fermo, la testa bassa.

È tutto. Andiamo, Viola.

Mi chiusi la porta alle spalle. Andai verso le scale, stringendo a me la figlia. Piangeva, e pure io piangevo.

Una volta fuori, chiamai un taxi. Salimmo, diedi lindirizzo. Il tassista mi sbirciò dallo specchietto.

Tutto bene, signora?

Tutto bene. Grazie.

Attraversammo una Milano ancora indaffarata. Viola si addormentò sulle mie ginocchia, singhiozzando nel sonno. La accarezzavo, guardando il mondo scorrere là fuori.

Il mio telefono squillava. Matteo. Rifiutai la chiamata, altre due volte, poi lo spensi.

A casa addormentai Viola sul divano, le misi una copertina. Rimasi accanto a lei. Dormiva, le guance sporche di lacrime.

La mia bambina, capricciosa, coccolata, eppure così amata.

Lo so che spesso esagero, che lho abituata a ottenere tutto. Ma non so fare diversamente. Ho sempre voluto darle ciò che io non avevo mai avuto: attenzione, cura, la certezza di essere amata.

Ma dovè il limite, dove finisce laffetto e inizia il vizio? Quando la protezione si trasforma in debolezza?

Non ho la risposta.

Due ore dopo, sentii la chiave nella serratura. Matteo tornò. Mi alzai. Lui si tolse le scarpe senza guardarmi.

Ciao, disse.

Ciao.

Andammo in cucina. Misi lacqua per il tè. Lui sedette, le mani sul tavolo.

Viola dorme?

Sì.

Lunghi minuti di silenzio.

Mia madre è molto ferita, mormorò.

Lo so.

Donatella dice che hai esagerato.

Forse.

Sai cosa hai detto oggi?

Versai lacqua. Mescolai il tè.

Ho detto la verità.

Hai detto che mia madre tratta male Viola…

È così.

No che non è così! La ama.

Matteo, lha vista tre volte in tre anni, come si fa a chiamare questo amore?

Lui si passò una mano sul volto.

È anziana, ha problemi di salute… per lei è faticoso venire qua…

Donatella la vede tutte le settimane.

Ma abita vicino!

Siamo a quaranta minuti di macchina, Matteo.

Restò zitto.

Senti, gli dissi sedendomi davanti, non voglio litigare. Non ce la faccio più a fingere che vada tutto bene.

Cosa ti aspettavi che facessi io?

Di stare dalla nostra parte. Non in mezzo. Quando tua madre fa unosservazione sprezzante, vorrei che parlassi per me.

Ti difendo!

No, tu provi sempre a mettere pace. Ma tua madre non cerca la pace. Vuole che io sia come lei mi sogna: muta, docile, accomodante.

Per lei è difficile accettare che tutto sia cambiato…

Ma io non cambio per lei.

Sospirò.

Vuoi che io scelga fra voi?

Voglio solo che tu scelga la tua famiglia: me e Viola. Che venga prima di tutto.

Anche mia madre è famiglia…

Certo. Ma io sono tua moglie. E ho diritto a sentirti dalla mia parte.

Rimanemmo in silenzio. Guardai il tè raffreddarsi. Fuori scendeva la sera.

Non so cosa fare, mormorò.

Nemmeno io.

Davvero vuoi chiudere con la mia famiglia?

Cercavo tra le mie emozioni. Lo volevo davvero? Non lo sapevo. Desideravo solo pace. Rispetto. Che mia figlia non si sentisse lultima.

Voglio che, se restiamo in contatto, sia senza giudizi. Che tua madre non abbia diritto di ferirmi. Che Donatella smetta le frecciate. Che Viola sia trattata come Luca.

E se non cambiano?

Smettiamo di vederli.

Scosse la testa.

Mi metti allangolo.

Io imposto dei limiti. Cè differenza.

Matteo si alzò, andò alla finestra.

Ho sempre voluto essere un bravo figlio. Ascoltare la mamma, aiutare, esserci. Mi sembrava giusto.

Lo è.

Ma adesso capisco che ho smesso di essere un buon marito. Per compiacere lei, ho trascurato te.

Mi alzai, labbracciai da dietro, la fronte contro la sua schiena.

Non voglio che tu smetta di voler bene a tua madre, sussurrai. Voglio solo che il nostro rapporto abbia dei confini chiari.

E se non li accetta?

Sono affari suoi. Noi scegliamo per noi.

Si voltò, mi abbracciò forte. Sentii il suo cuore battere.

Ti amo.

Anchio.

Non so come risolvere.

Impareremo insieme.

Andai a controllare Viola. Dormiva, le braccia aperte. Le sistemai la coperta, la baciai sulla fronte.

Tornai in cucina. Matteo con il telefono.

Mia madre vuole parlarci, mi disse. Vuole che andiamo domani.

Vuoi andare?

E tu?

Ci pensai. Sarei riuscita a tornare e affrontare Carla, guardandola negli occhi?

Solo insieme. E se davvero starai dalla mia parte.

Lui annuì.

Te lo prometto.

Ci sedemmo in silenzio. Pensavo alla conversazione che mi aspettava. Se potesse servire qualcosa. Se fosse davvero possibile trovare una via di mezzo.

Donatella mi scrive. Dice che Luca ci è rimasto male. Che ho rovinato la festa.

Mi sentii in colpa. Avevo spento la gioia di un bambino, rovinato una giornata a tutti.

Scrivile che domani chiamerò Luca per scusarmi.

Lui digitò il messaggio, poi pose il telefono sul tavolo.

E con mia madre?

Mi fermai. Dovevo chiedere scusa per cosa? Per aver detto la verità?

Mi scuserò per i toni. Ma non per quello che penso.

Annuii.

È giusto.

Guardai Matteo. I capelli grigi ai lati della testa. Quasi ventanni insieme. Possibile che tutto finisse per una giornata come quella?

Hai mai pensato di lasciarci? chiesi.

Lui trasalì.

Vuoi divorziare per questo?

Se non troviamo una soluzione. Se tua madre non mi accetterà mai, se resteremo sempre sospesi.

Si avvicinò a me, mi prese le mani.

Non voglio divorziare. Mai. Sì, ho sbagliato, ho perso il coraggio di difenderti. Ma ti amo, e amo Viola. Farò tutto per sistemare le cose.

Ma come?

Non lo so. Ma ci proverò.

Volevo credergli, che avremmo rimesso insieme i pezzi.

Eppure la paura restava: che Carla non mi avrebbe mai accettata, che Matteo sarebbe rimasto a metà tra due mondi, che Viola sarebbe cresciuta sentendosi leterna esclusa.

Andiamo a dormire disse lui. Domani si vedrà.

Annuii. Portammo Viola in camera sua. La vestii quasi senza svegliarla, la baciai sulle guance.

Nel letto, rimasi sveglia a lungo, il pensiero fisso alle parole, agli sguardi, alle lacrime di Viola, al viso di Carla.

Allalba, sentii Viola infilarsi tra noi.

Mamma, non torneremo più dalla nonna? chiese sottovoce.

Le accarezzai i capelli.

Non so, tesoro. Forse sì, forse no.

Io non voglio, mi ha fatto paura.

Paura perché?

Perché urlavi, e tutti mi guardavano.

Mi strinse il cuore. La abbracciai.

Perdonami, Viola. Mi dispiace di aver alzato la voce.

Perché hai litigato con la nonna?

Perché ero troppo stanca di sentirmi trattata male.

Ma mi sono comportata male io?

Sospirai.

Sì, Viola. Non si chiedono regali alla festa degli altri.

Però li volevo tanto.

Lo so. Ma bisogna imparare ad aspettare. E il tuo compleanno arriverà tra quattro mesi. Allora avrai i regali.

Tanti?

Quanti vorranno quelli che ti vogliono bene.

Rimase pensosa.

Ma la nonna mi vuole bene?

Non sapevo cosa rispondere. Carla amava Viola, a modo suo. Ma era un amore che non superava la diffidenza verso la madre della bambina.

Sì. Solo che non sa mostrarlo bene.

Viola annuì, si rannicchiò contro di me.

Entrò Matteo col vassoio della colazione.

Colazione a letto per le mie donne, disse allegro.

Biscotti, marmellata, brioche, tè. Noi tre insieme, come ogni mattina.

Ma io sapevo che nulla era come sempre. E davanti cera la prova più difficile.

Dopo colazione, Matteo disse:

Ho chiamato mia madre. Vuole vederci oggi alle due.

Va bene.

Te la senti?

No. Ma ci vado.

Prepararsi fu strano. Misi lo stesso vestito del giorno prima. Matteo, la solita camicia. Viola restò a casa con mia sorella che fece volentieri da babysitter.

Nel tragitto, nessuno parlò. Guardavo Milano scorrere oltre il finestrino; cielo gonfio, aria tesa.

Arrivati, salimmo le stesse scale. Matteo suonò.

Aprì Carla. Sembrava invecchiata di dieci anni. Ci fece entrare senza una parola, in cucina.

Niente tè, niente dolci, niente sorrisi. Solo silenzio. Solo attesa.

Bene, disse lei infine. Vi ascolto.

Presi un lungo respiro.

Signora Carla, mi scuso per come mi sono comportata ieri. Non dovevo gridare. Ho sbagliato.

Lei annuì.

Accetto le scuse.

Però non ritiro ciò che ho detto. Mi sento spesso giudicata in questa casa. E so che anche Viola lo sente.

Il suo volto si irrigidì.

Non è vero.

Forse non se ne accorge. Ma ogni volta che siamo qui, cè un commento, una critica, un consiglio che non viene mai chiesto.

Io do solo consigli…

Sembrano sempre rimproveri.

Fece una pausa.

Forse sono un po dura, ma voglio solo il meglio per mio figlio e per mia nipote.

Il meglio per loro, le dissi, è che in famiglia si stia bene. Senza tensioni.

Guardò Matteo.

Tu che ne pensi?

Penso che Silvia abbia ragione. Non possiamo andare avanti così.

E allora?

Proviamo a ricominciare. Da zero. Come due donne adulte, non come nemiche.

Carla rimase in silenzio a lungo. Alla fine, sospirò.

Proviamoci.

Sul serio? domandai, incredula.

Sì. Ma serve pazienza.

Ne avrò. Lei sarà come sarà, io pure.

E allora, per la prima volta, ci guardammo negli occhi senza ostilità.

Matteo ci prese le mani entrambe.

Grazie.

Parlammo ancora un po di Viola, di Luca, dellestate che arrivava. Era tutto fragile, formale. Ma era un nuovo inizio.

Uscendo, Carla mi abbracciò. Davvero.

La prossima settimana venite che preparo la crostata. E portate Viola.

Volentieri.

Matteo mi prese la mano in macchina.

Come ti senti?

Non so ma forse possiamo farcela.

Ci credi?

Voglio sperare.

A casa ci abbracciò Viola, con in mano un disegno.

Guarda mamma! Ho disegnato la nostra famiglia!

Nello schizzo ceravamo noi tre, e appena in disparte i nonni.

È bellissimo, la strinsi davvero bellissimo.

E pensai che sì, forse, poteva andare tutto meglio. Non subito, non perfetto, ma piano piano.

Quella sera, a cucina silenziosa, Matteo mi domandò:

E adesso, cosa succederà?

Alzai le spalle.

Non lo so. Ma ci proveremo. Insieme.

Mi strinse forte tra le braccia. Fuori si faceva buio sulla città, e per la prima volta da tanto tempo sentii che, forse, un po di spazio per la serenità lo stavamo trovando anche noi.

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