Mio marito cenava con sua madre, mentre io… preparavo la valigia

Mio marito cenava con sua madre, mentre io… facevo la valigia.

Carlottina, mi sa che non hai messo abbastanza sale nella minestra, la voce di Signora Angela suonava dolce ma i suoi occhi restavano gelidi. Il mio Riccardo ha sempre amato i sapori decisi. Ti avevo anche dato la mia ricetta, ricordi?

Carlotta, in piedi accanto ai fornelli, strinse il canovaccio tra le mani. Ce laveva messa tutta per preparare una cena perfetta.

Mamma, va bene, è buona, borbottò Riccardo senza alzare gli occhi dal piatto.

Buona? la suocera sospirò delicatamente. Forse buona per uno scapolo. Ma per un uomo di casa, una moglie deve impegnarsi di più.

Carlotta guardò il marito, implorando un minimo di sostegno. Ma lui studiava con attenzione la cotoletta nel piatto, come se da quella dipendesse la sua salvezza. In quel momento, capii che lottare contro la suocera sarebbe stato inutile finché il mio alleato principale avrebbe continuato a schierarsi, in silenzio, dalla parte avversa.

Erano passati ormai due anni dal matrimonio. Due anni che sarebbero dovuti essere i più felici della nostra vita e che invece si erano trasformati in una maratona senza fine per dimostrare di essere allaltezza. Ogni giorno portava nuove sfide, e ogni visita della suocera lasciava graffi dolorosi sulla mia anima. Lavoravo come designer presso lo studio Occhio dArte; ogni progetto ci mettevo il cuore, ma quando tornavo a casa non trovavo ammirazione e sostegno, solo nuove critiche sotto la guida di Signora Angela.

Era iniziato tutto prima ancora delle nozze. Ricordavo ancora la prima volta che la madre di Riccardo aveva ispezionato il mio appartamento prima della proposta: passava il dito sugli scaffali per scoprire la polvere, si affacciava nel frigorifero scuotendo la testa. Riccardo, allora, rideva: Mamma è fatta così, si preoccupa per tutto, non stare a dar peso.” Gli credevo. Pensavo che dopo le nozze tutto si sarebbe sistemato, che le regole della nuova famiglia si sarebbero stabilite da sole, che mio marito non mi proteggeva solo perché non credeva fosse necessario.

Ma dopo le nozze peggiorò. Angela ottenne un mazzo di chiavi “per qualsiasi emergenza” e lo usava con inquietante costanza. Rientravo dal lavoro e la trovavo in cucina a risistemare i piatti “come si deve”. O nella camera da letto a rifare il letto “in modo giusto”. O in soggiorno a criticare le tende nuove che avevamo scelto insieme.

Il beige allarga visivamente lo spazio, cercavo di spiegare lennesima volta quando commentava le tende. È una regola base del design dinterni.

Design, design…! tirava le labbra. E laccoglienza? Hai mai pensato a quello? Una casa devessere calda, non un ufficio. Guarda Silvia, la moglie del cugino di Piero, una vera regina della casa…

Anche quella sera Riccardo tacque. Tornato dal lavoro, si buttò davanti alla televisione e, quando tentai di parlargli di quanto accaduto, allargò le braccia.

Carlottina, che vuoi che sia? Mamma ha sempre gestito tutto da sola, vuole solo darci una mano. Non pensarci troppo.

Aiutarci? la mia voce tremava. Riccardo, entra in casa senza preavviso, sposta tutto, critica ogni mia scelta… Non è aiuto, sono interferenze!

Non esagerare, non lo fa apposta. Ha bisogno di occuparsi di qualcosa dopo che papà se nè andato.

E io ho bisogno di sentire che questa è casa nostra! Lacrime salivano agli occhi, ma le trattenevo. Non possiamo neanche passare un weekend da soli, perché chiama ogni mezzora.

Riccardo sospirava, mi abbracciava.

Vedrai, passerà. Deve solo abituarsi al fatto che adesso sono sposato. Serve tempo.

Mi stringevo alla sua spalla, sperando potesse essere vero. Ma ormai lo intuivo: più il tempo passava, più il conflitto si inaspriva.

I rapporti tra suocera e nuora erano ben più difficili di quanto sognassi durante le mie illusioni sulla vita matrimoniale. Leggevo articoli in internet, cercavo consigli, puntavo a un compromesso, ma ogni tentativo rimbalzava contro un muro ostinato.

Soprattutto feriva vedere che la gelosia della suocera diventava sempre più sottile, come se mi sfidasse per lattenzione del figlio. Lo chiamava più volte al giorno, proprio mentre eravamo insieme; trovava sempre qualcosa di urgente: una mensola da fissare, un computer da sistemare, una corsa in campagna per vedere se il tetto perdeva dopo la pioggia.

Riccardo, avevamo programmato di andare al cinema oggi, dissi sottovoce mentre lui metteva la giacca per uscire dalla madre.

Faccio in fretta, amore. Unora e torno. Non posso lasciarla con quella mensola…

Ma quellora diventava tre, poi cinque, poi tutta la giornata. Io rimanevo sola, i biglietti inutilizzati, la rabbia a pesarmi nel petto.

Lunica a cui potevo confidarmi era la mia amica Paola, conosciuta tra i banchi delluniversità.

Sai, mi pare di essere una inquilina a tempo nella famiglia di Riccardo e Signora Angela, le confessai una volta davanti a un caffè vicino allo studio. Ogni mia scelta viene messa in discussione, ogni passo giudicato.

E Riccardo cosa dice?

Riccardo? scoppiai in una risata amara. Lui sostiene che esagero, che sua madre lo fa per il nostro bene, che dovrei lasciar correre.

Così non si va avanti, Paola mi strinse la mano. Devi chiedere a Riccardo di prendere posizione. Come puoi migliorare le cose se lui non mette dei paletti?

Ci ho provato cento volte. Cambia argomento o promette di parlarle, ma poi non lo fa. Alla fine, sembro io la matta che fa scenate per niente.

Non è per niente, Carlottina. È la tua vita, il tuo matrimonio. Se non imponi delle regole ora, continuerai a vivere tra due fuochi.

Era proprio così: tra sua madre con le sue critiche e un marito che non voleva vedere il problema, io mi sentivo schiacciata.

Peggiorò quando Angela iniziò a insistere sui figli.

Dai, Carlottina, quando ci fate questo regalo? domandò un giorno, sorseggiando un tè da una tazza portata da casa: “Le vostre sono troppo fragili”.

Non ci pensiamo per ora, risposi, irrigidendomi.

Non ci pensate? Ma come si fa? Sei giovane, avete trentanni. Il tempo corre.

Signora Angela, Riccardo e io prima vogliamo un po di tempo per noi.

Per voi? E Riccardo allora? Un uomo deve avere figli, una vera famiglia… O pensi solo al tuo lavoro?

Sapevo che il mio lavoro era il suo punto dolente. Per lei, essere designer era disegnare figurine al computer, niente di serio.

Per me è una professione che amo.

Una professione…! rise beffarda. Io facevo la contabile in fabbrica, crescevo mio figlio da sola. Questa era vera fatica, non le vostre immagini digitali.

Basta, mamma, Riccardo provò a intervenire, ma senza convinzione, più una supplica che una difesa.

Basta cosa? Io dico la verità. Guarda Carlotta, davanti al computer tutto il giorno, torna a casa e la minestra è sciapa, le camicie non sono stirate…

Mi alzai. Se fossi rimasta un minuto di più, avrei detto cose di cui mi sarei pentita.

Scusate, devo finire un progetto, e mi rifugiai in camera, chiudendo la porta.

Sentivo Angela sospirare e Riccardo borbottare qualcosa, tentando di smorzare. Dopo mezzora, la porta si chiuse dietro la suocera. Quando Riccardo venne in camera, si sedette sul letto.

Che bisogno cera? Non lo fa per cattiveria.

Non lo fa per cattiveria? lo fissai con le lacrime agli occhi. Riccardo, hai sentito cosa ha detto? Mi sminuisce continuamente!

È solo allantica. Per lei il lavoro di una donna è secondario.

Ma per me non lo è! E voglio rispetto in casa mia!

Non drammatizziamo. Ha un buon cuore, tua suocera.

Con le buone intenzioni si lastrica la strada… allinferno, ribattei amara.

Carlottina, stai esagerando. Qualche critica non è la fine del mondo. Se serve aiuto, cè sempre.

Capivo che non mi ascoltava. Per lui il problema era solo una tempesta da donne, destinata a svanire da sola. Ma ogni visita di sua madre mi toglieva forza, ogni volta che non mi difendeva, il cuore sanguinava, e la nostra coppia si sgretolava.

Quella notte dormimmo schiena contro schiena. Rimasi sveglia, fissando il soffitto, domandandomi come trovare il modo di salvare un matrimonio in cui mi sentivo ormai sola.

La botta definitiva arrivò quando meno me lo aspettavo. Avevamo deciso di prendere una vacanza, la prima dopo due anni. Andare al mare, in albergo, solo noi. Avevo già trovato il posto ideale, discusso le date, bastava prenotare.

Ma quando Riccardo ne parlò con sua madre, lei si imbronciò.

Vacanza? E la casa in campagna? Mi avevate promesso di aiutarmi: il tetto perde, la recinzione è cadente, lorto è allo sfascio.

Mamma, possiamo aiutare prima o dopo, cercò di spiegare Riccardo. Ormai abbiamo programmato.

Avete pensato solo a voi, tirò le labbra. Io qui sola a spezzarmi la schiena e voi al mare!

Possiamo venire a sistemare prima di partire, ma vorremmo davvero staccare un po, dissi calma.

E da cosa dovresti staccare? Dal tuo computer? Alla tua età lavoravo il doppio e non pensavo a vacanze!

Basta, mamma, Riccardo alzò la voce: sperai invano. Angela passò subito al contrattacco.

Riccardino, io sono tua madre. Ho bisogno di te! Davvero tua moglie conta più di me?

Ecco la domanda chiave. Rimasi in attesa. Cosa avrebbe risposto? Riccardo abbassò lo sguardo, esitò.

Carlotta, dai, magari possiamo rimandare. Aiutiamo mamma, poi partiamo senza pensieri.

Sentii qualcosa spezzarsi. Mi fu chiaro che sarei sempre arrivata seconda. Che i desideri di sua madre venivano prima dei miei. Che non mi avrebbe mai realmente difeso.

Va bene, mormorai.

Angela sorrise soddisfatta, Riccardo tirò un sospiro di sollievo, ignaro che la sua piccola vittoria era in realtà una sconfitta enorme.

Quella sera chiamai Paola.

Non so quanto ancora posso andare avanti, le confessai disperata. Sento che sto perdendo me stessa. Ormai sono irritabile, sul lavoro sono distratta. E a casa ho paura di dire o fare qualsiasi cosa.

Devi mettere Riccardo di fronte a una scelta seria, mi disse decisa. Sennò continuerai a farti logorare così.

Ho paura, confessai. Che scelga la madre.

Meglio saperlo ora che tra dieci anni, con dei figli e senza più forze né identità.

Sapevo avesse ragione. Ma la paura mi paralizzava.

Da quel momento, Angela divenne ancora più invadente. Arrivava a qualsiasi ora, perfino tardi la sera, perché mi mancava vedere Riccardo. Telefonava a mezzanotte per la medicina, alle sei di mattina la domenica per andare al mercato.

Non è normale, dissi a Riccardo dopo una chiamata domenicale allalba. Abbiamo bisogno di privacy.

Ma è sola, è anziana, non ha altro che me.

E io sono tua moglie! sbottai in lacrime. O per te non conto nulla?

Abbassa la voce… Ho mal di testa. Esageri sempre.

Esagero? sentivo la rabbia crescere. Non possiamo passare una sera insieme. Non possiamo partire perché serve aiutare lei. Non posso nemmeno scegliere delle tende. Cosa cè di esagerato?

Va bene, parlerò con mamma, sospirò, senza convinzione.

Ovviamente, non lo fece. I consigli degli esperti non funzionavano se il marito si toglieva di mezzo. Quegli articoli che raccontavano come salvare il matrimonio presupponevano ununione di fronte alle difficoltà, e invece mi sentivo sola.

Il colpo di grazia arrivò un mese dopo. Tornai a casa prima del solito, avevo un mal di testa tremendo. Aprii la porta e sentii parlare in cucina. Angela e Riccardo.

Te lho detto, Riccardo, questa ragazza non va per te. Guarda quanto è irritabile. Avessi sposato Silvia, la figlia della mia amica Teresa, sarebbe stato tutto diverso…

Mi fermai nel corridoio.

Dai, mamma, non dire così, borbottò Riccardo, senza indignazione, solo stanchezza.

Silvia tiene tutto in ordine, cucina bene, rispetta suo marito. La tua Carlotta pensa solo alla carriera.

È una brava designer, è talentuosa.

Un talento a disegnare figurine? Io lavoravo in fabbrica, portavo lo stipendio a casa!

Entrai in cucina. Angela fece una smorfia, poi indossò un sorriso finto.

Ah, Carlottina, già a casa? Stiamo bevendo il tè.

Sì, ho sentito tutto, dissi fredda. Ho sentito cosa pensa di me.

Cade un silenzio. Riccardo fissò la tazza. Sua madre rimase impassibile.

E che avresti sentito? domandò.

Tutto. Abbastanza per capire cosa pensate di me.

Non offenderti, fece la preoccupata. Io ho solo a cuore mio figlio.

Va bene preoccuparsi, ma non spetta a lei intromettersi nella nostra vita e mettere suo figlio contro la moglie.

Non lo metto contro! sbottò. Dico solo quello che vedo: sei sempre nervosa. Riccardo si lamenta lui stesso.

Guardai Riccardo.

Hai parlato di me a tua madre?

Non mi sono lamentato… Ehm, semplicemente mi sono confidato.

Confidato… Quindi invece di parlare con me, parli con tua madre?

Carlottina, dai, finiscila. Ho sempre confidato tutto a mamma…

Ora basta, feci con voce ferma rivolta ad Angela. La prego, se ne vada da casa nostra. Ora.

Angela simulò uno sdegno scandalizzato:

Mi cacci via?

Voglio parlare con mio marito. Da sola.

Riccardo, senti come mi tratta? si rivolse al figlio.

Quello fu il momento decisivo. Fissai Riccardo: preghiera, speranza, esasperazione. Cosa avrebbe scelto?

Riccardo si alzò, andò dalla madre:

Mamma, forse è meglio che riparliamo domani. Devo discutere una cosa con Carlotta.

Angela lo guardò come se lavesse ferita profondamente.

Va bene, sibilò. Ma ricordati chi ti ha cresciuto, chi ti ha dato tutto. E chi ti sta portando via tua moglie!

Andò verso la porta, si girò.

Un giorno ti pentirai, Carlottina. Capirai che volevo solo il bene.

Porta chiusa. Restammo seduti in cucina, in un silenzio che pesava come un macigno.

Ti senti meglio? chiese Riccardo.

No, risposi. Dobbiamo parlare seriamente.

Ancora? Sono sfinito da queste discussioni, Carlottina! Non ne posso più.

Discussioni? Difendere la mia dignità ti sembra una lite?

No, ma non si può reagire così a ogni parola di mia madre. È anziana, ha le sue abitudini…

Riccardo, ascoltami bene. Non posso più andare avanti così. Tua madre entra e fa quello che vuole, critica le mie scelte, sminuisce il mio lavoro, si intromette nei nostri affari. E tu non fai nulla.

Le ho appena chiesto di andare via…

Troppo poco! Dovevi già proteggermi la prima volta che criticava la mia cucina, o quando spostava i mobili, o quando cancellò la nostra vacanza!

Non lha cancellata…

Lha fatto! Hai scelto lei senza chiedermi nulla. Io sono tua moglie. Dovrei venire prima di tutto!

Ma sei tu la prima, allungò una mano, che ritrassi.

Riccardo, cosa vuoi davvero? Che io non veda più tua madre?

No! Voglio solo che ci siano dei limiti. Che non entri senza preavviso, che non critichi, che non programmi la nostra vita. Serve rispetto.

Non lo fa per cattiveria…

A me non interessa! Il risultato è che mi sento estranea a casa mia. Non posso essere libera, non sento il tuo appoggio.

Sto solo cercando di tenere tutto unito…

Una finta pace, Riccardo, mentre io sono infelice! Vivo nellansia e nellattesa di una critica, di una telefonata, di un rimprovero. E tu sei sempre dalla parte di tua madre!

Provò ad abbracciarmi, mi divincolai.

No. Ascoltami davvero. Linvadenza di tua madre sta sfasciando il nostro matrimonio. Non il mio carattere, ma il fatto che tu non metti dei limiti!

Provò a giustificare la madre, ma non lo ascoltai più. Gli citai la storia di unamica di Paola, lasciata sola contro la suocera, finita in divorzio. Solo allora iniziò a capire.

Pensavi al divorzio?

Penso a come salvare quello che resta. Ma da sola non posso.

Sono con te, disse.

Allora dimostralo, lo fissai. Parla con tua madre. Metti delle regole chiare. E che vengano rispettate sempre.

Lui annuì. Ma ormai le sue promesse non significavano più niente.

Passò una settimana. Riccardo non fece nulla. Angela mi chiamò il giorno dopo la lite come se nulla fosse. Ci invitò a pranzo domenica, lui accettò senza neppure consultarmi. Quando mi rifiutai, lui mi accusò di essere infantile.

Avevi promesso di parlarle, ricordai.

Lo farò, serve il momento giusto.

Il momento giusto non arriverà da solo. Va creato.

Non incalzarmi, sto già stressato così.

E io mi ritirai, per lennesima volta. Perché era stanco, perché cera altro da pensare. Ci sarà sempre una scusa per non agire.

Angela, sentendo la mia debolezza, alzò la posta. Le visite si moltiplicarono, le critiche si fecero più feroci. Io mi perdevo. Lavoravo peggio, commettevo errori. In studio il capo mi chiamò.

Carlotta, va tutto bene? domandò. I tuoi progetti stanno rallentando, non sembri più concentrata. Vuoi una pausa?

Una pausa. Quella pausa che non ero riuscita ad avere perché la suocera aveva bisogno di aiuto in campagna.

No, grazie. Mi riprenderò.

Ma non era vero. A casa le tensioni peggioravano, non ci parlavamo quasi più, ogni conversazione era una lite, e la solitudine divorava tutto.

Una sera, Riccardo era fuori ancora da sua madre perché cera da comprare delle cose. In quel momento capii di aver raggiunto il limite. Basta. Non potevo più vivere in una casa che non sentivo mia, accanto a un marito che non mi era davvero alleato. Non potevo più fingere che tutto andasse bene.

Chiamai Paola.

Me ne vado, le dissi con calma sorprendente. Non ce la faccio più. Sto facendo la valigia.

Sei sicura?

Sì. Ho fatto di tutto. Ho parlato, provato, chiesto, sperato. Ma Riccardo non mi sente. E io non posso più annullarmi.

Vieni da me, rispose. Per quanto vuoi.

Iniziai a raccogliere le cose essenziali. Abiti, documenti, portatile. Sentii il rumore della chiave nella serratura. Riccardo era tornato prima del previsto.

Entrò e mi trovò in mezzo alle valigie.

Che stai facendo?

Mi preparo. Vado via.

Vai via? Dove?

Da te. Riccardo, non posso più vivere così.

Venne verso di me, mi prese la mano.

Carlottina, perché dimprovviso?

Mi voltai verso di lui, le lacrime ormai libere.

Improvviso? Sono due anni che ti prego, Riccardo. Due anni. Sono sempre seconda. La tua priorità è sempre tua madre.

Non la scelgo! Voglio stare bene con entrambe!

Non si può. Bisogna scegliere. Un uomo deve proteggere la sua famiglia.

È un ultimatum?

Chiamalo come vuoi. Sono stanca di fare la guerra per un po damore e rispetto.

Provò ad abbracciarmi. Mi scostai.

Come pensi di risolvere? Ancora promesse che non manterrai? Ancora pazienza?

Giuro che stavolta parlo con mamma!

Le tue promesse non valgono più nulla… sospirai. Ho sentito troppe volte le stesse parole.

Cosa vuoi che faccia? Dimmi solo che cosa posso fare…

Chiusi la valigia, mi sedetti sul letto. Guardai luomo che avevo amato, con cui speravo di essere felice per sempre.

Scegli me, dissi sottovoce. Non a parole, ma coi fatti. Metti regole. Parla chiaro a tua madre. Che venga solo avvisando. Che non mi critichi. Che non decida per noi. Sostieni queste regole, sempre.

Va bene. Faccio tutto, basta che resti.

Vado da Paola. Una settimana. Se in questi giorni le cose cambiano, torno. Se no… Riccardo, allora dovremo parlare di separazione.

La parola separazione rimase sospesa nellaria. Riccardo impallidì.

Non puoi andartene così. Siamo una famiglia…

Una famiglia vuol dire camminare insieme. Non piegarsi sempre e solo per far felice la madre dellaltro. Sono stanca di essere una spettatrice nel mio matrimonio.

Alluscita mi voltai:

Ti amo, Riccardo. Ma non sacrificherò più la mia vita per soddisfare tua madre. Sta a te decidere.

Chiusi la porta. Scesi le scale, presi un taxi. Solo allora, finalmente sola, piansi come non facevo da tempo. Per la ragazza che aveva creduto che bastasse amare. Per le speranze infrante. Per un matrimonio che poteva essere felice se solo ci fosse stato il rispetto dei confini.

A casa, Riccardo rimase fermo in mezzo alla camera vuota e si rese conto, per la prima volta, che rischiava davvero di perdermi. Che, a forza di voler compiacere tutti, aveva perso lunica che contava. Che mamma non si cambia e lascia perdere erano solo scuse per non affrontare la realtà.

Prese il telefono, fissò a lungo lo schermo. Poi chiamò la madre.

Mamma, dobbiamo parlare seriamente.

Che succede, Riccardino? la voce di Angela era inquieta.

Carlotta se nè andata. E se non cambio le cose subito, la perdo per sempre.

Una pausa.

È andata via? Magari è meglio così. Troverai una donna più accomodante…

Riccardo percepì il disprezzo, la superiorità, il giudizio, la convinzione che lui doveva avere una moglie diversa.

Mamma, non cercherò unaltra donna. Amo Carlotta. E se voglio salvarla, devo fissare delle regole. Da oggi non puoi più entrare senza chiamare, non puoi criticarla, non puoi decidere per noi. Se vuoi far parte della mia vita, rispetta la mia famiglia.

Come ti permetti?… Io ti ho dato tutto! Ho vissuto solo per te!

Lo so. E ti sarò sempre grato. Ma ora ho una famiglia mia. È a lei che devo pensare prima di tutto.

Attaccò prima che la madre potesse rispondere. Si sedette sul letto, osservando il vuoto lasciato da me, e per la prima volta da anni sentì di aver fatto la cosa giusta.

Sarebbe bastato? Avrebbe davvero cambiato tutto? Sarei tornata? O era troppo tardi?

Dopo una settimana ci vedemmo in un bar. Ero stanca, ma nei miei occhi cera una nuova fermezza. Riccardo raccontò la conversazione con la madre, delle nuove regole imposte.

E lei? chiesi.

Offesa. Non chiama da giorni. Ma non tornerò indietro. Ho capito troppo tardi quanto ti stavo perdendo.

Annuii lentamente.

Voglio crederci, Riccardo. Ma ora servono i fatti, non le parole. Azioni costanti, non una frase giusta oggi e poi il solito domani.

Lo so, mi prese la mano, che questa volta non ritrassi subito. Non mi sono meritato la tua fiducia, ma farò di tutto per riconquistarla. Giorno dopo giorno.

Restammo insieme, le mani intrecciate. Tra noi ancora tanti nodi da sciogliere, tanta fatica, tanto non detto. Sarei tornata davvero? Sarebbe stato abbastanza? Angela avrebbe accettato le regole, o trovato il modo di aggirarle? Basterà accorgersi dellerrore per rimediare a due anni di torti?

Il finale restava incerto. Guardai Riccardo negli occhi chiedendomi se rischiare ancora, se tornare e tentare di ricostruire tutto su basi diverse o lasciar andare ciò che non può essere salvato.

Ci penserò, dissi, liberando la mano. Ho bisogno di tempo.

Tutto quello che vuoi, rispose lui. Ti aspetto.

Mi alzai, presi la borsa. Alla porta mi voltai verso Riccardo. Nei suoi occhi vidi qualcosa che non vedevo più da tempo: la consapevolezza vera. Ma sarebbe stato sufficiente?

Nessuna risposta, solo una domanda aleggiante tra noi, pesante e senza soluzione, come tutto ciò che avevamo vissuto in quei due anni.

Uscii nel vicolo, dove piovigginava. Lasciai che le gocce fredde mi bagnassero il viso e tirai un respiro profondo. Davanti a me cera lincertezza. E soltanto io potevo scegliere quale strada prendere: tornare provando a ricostruire tutto oppure liberarmi e ricominciare da capo.

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Storie divertenti di famiglia per farti sentire meglio