Le presentazioni
Come sarebbe che ti sposi? Figlio mio, perché lo vengo a sapere solo ora? domandò Teresa Bianchi, lasciando cadere i ferri e la sciarpa che stava lavorando. Il gatto, raccolto sulle sue ginocchia, si rannicchiò ancora più comodamente.
Mamma, non sapevo come dirtelo…
E perché?
Temivo che tu non fossi daccordo!
Marco, ma che succede? Da quando hai paura di me? Quando mai non ho approvato le tue scelte? Figlio! Mi fai agitare!
Su, mamma, non farlo Marco si inginocchiò sul tappeto accanto alla poltrona, guardandola negli occhi. Ti racconto tutto, se prometti di non agitarti e non farmi il solito ricatto morale.
Figliolo!
Mamma! Come se non ti conoscessi! La voce ti trema ma negli occhi ti lampeggiano già i diavoletti! Su, basta. È solo che è complicato Non sapevo neppure come iniziare il discorso.
Parti dallinizio e poi si vedrà, rispose Teresa Bianchi, mettendo da parte la lana per prendere le orecchie al figlio. Ti darei anche una bella sculacciata, ma ormai nemmeno le forze e nessun altro lo farebbe.
Se ci fosse papà
Non tirare fuori tuo padre! Teresa si fece seria e Marco subito si avvicinò per abbracciarla.
Scusa, mamma. Mi manca tanto
Con papà non ti saresti mai permesso certi segreti! Guarda quanti anni hai, e hai paura di far vedere la fidanzata a tua madre! E perché?
Lorecchio, ancora schiacciato tra le dita della madre, si colorò di rosso e Marco si liberò ridendo.
Dai, mamma, lasciami! Sembro un topolino!
E sarebbe pure carino! Ma su, racconta, non farmi penare! Chi è?
Livia.
Interessante! Tutto qui?
No
Mi toccherà farti parlare una parola alla volta oppure devo ricorrere alle maniere forti?
Niente dolci o mi mandi in punizione?
Ti faccio sistemare la recinzione in campagna! E zappare le patate!
Quali patate, mamma? In campagna da te crescono solo fiori, fragole e qualche cespuglio di ribes!
Ne pianterò apposta per te!
No, no! Racconto!
Man mano che ascoltava, le sopracciglia ordinate di Teresa si sollevavano sempre di più. Non si sarebbe mai aspettata una simile novità dal suo unico figlio! Non sapeva nemmeno cosa farsene di quelle informazioni, anche se una cosa era evidente: Marco faceva sul serio. Non era una storiella passeggera, ma un affetto profondo. E il fatto che lui avesse detto è complicato, non era affatto uno scherzo.
E lei, ci tiene a te?
Per ora… no.
E che succede?
Dice che non vuole complicarmi la vita.
Ah Hai una foto?
Marco tirò fuori il telefono dalla tasca, sfogliò la galleria e porse lapparecchio alla madre.
Eccola, Livia.
Teresa si mise gli occhiali e strappò il telefono di mano al figlio. La guardava una donna dai lineamenti dolci, poco sopra i trentanni. Capelli castani, leggermente spettinati, quasi senza trucco; la foto emanava un senso di pace Si vedeva che Marco laveva colta di sorpresa, probabilmente in un parco. I rami nudi degli alberi, da cui appena spuntava la nuova vegetazione, parevano incorniciare il volto di Livia, come a dire: Ecco la primavera. Portatrice di vita Guardate, ma con delicatezza, per non spaventare, per dare il tempo di fiorire.
Sei sempre stato molto talentuoso! Aveva ragione tuo padre: se non facevi il militare, dovevi fare il fotografo darte! Uno scatto così spontaneo! Quanta profondità… Bravo, figliolo! Teresa restituì il telefono e fece la domanda che non vedeva lora di porre. Quando ce la presenti?
Appena lei accetterà. Mamma…
Marco, perché sei nervoso come una lepre? Non la mangerò, la tua Livia! Non crederai mica che stia aspettando che tu mi porti a casa una ragazzina timida con le guance rosse per limbarazzo? Certo, sei sempre stato affascinante, ma ormai, a crescerti la moglie, è un po tardi, no? E se non aspettiamo una ventenne, è naturale che una donna adulta abbia un passato. Altro discorso: quale? Ma questo, caro mio, lo capirò da sola, guardandola negli occhi. Ricordati: con lei ci devi vivere tu, non io!
Marco se ne andò e Teresa Bianchi iniziò a preparare le sue cose. Doveva portare fuori Belinda e al Micio stavano finendo i croccantini. Due cose insieme. E nel frattempo, avrebbe fatto ordine nei suoi pensieri.
Sapeva che allincontro con leventuale nuora mancava poco. Del resto, al fascino di Marco resistevano in pochi. Un vero italiano: alto, distinto, spiritoso. Anche se si faceva vedere poco, era capace di passare inosservato se voleva.
Teresa sospirò. Quel periodo di invisibilità era durato troppo. Da quando la prima moglie di Marco se nera andata, in modo crudele, il tempo pareva essersi fermato. Marco non si perdonava la perdita del bambino, e Teresa si colpevolizzava per non essere intervenuta, pur sapendo di non poter cambiare le cose. Si ripeteva che avrebbe dovuto almeno cercare di dissuadere la nuora dallinterrompere la gravidanza.
La storia di Marco e Giulia era la più banale di tutte. Giovani, impetuosi, innamorati solo luno dellaltro E poi, ad un certo punto, per uno dei due arriva lilluminazione che tutto è sbagliato, che cè un altro amore, più grande, più acuto, e quello che cera va dimenticato come un sogno. Giulia, guardando negli occhi lex suocera, disse semplicemente:
Non cera mai stato niente. Sempre il vuoto.
E allora perché?
Perché tutti dicevano che bisognava sposarsi. Senza il maledetto timbro non sei una donna! Tutti: mamma, nonne, zie! Non mi hanno mai chiesto cosa volessi io. E io voglio vivere! Non esistere, vivere! Con chi amo, non solo perché qualcuno lo vuole!
Giulia quasi gridava, asciugando lacrime di rabbia, e Teresa si ritrovò a provare una tenerezza infinita per quella ragazza, così spaesata e spaventata. In fondo, era quasi una bambina, come suo figlio.
Dopo la partenza di Giulia, se ne era andata una parte importante di Marco. Perse la fiducia in se stesso, cercava spiegazioni che non arrivavano mai. Così, per non impazzire, si buttava in viaggi di lavoro uno dopo laltro, e Teresa non chiedeva più nulla, limitandosi a pregare che tornasse a casa sano e salvo.
Quando rimase sola fu dura. Vedova una parola che fa paura. Come se avessero tolto la pietra dangolo della tua casa, e sei lì che traballi, senza appoggi. Guardare in basso fa paura. Ma bisogna resistere. Per Marco. Lui aveva bisogno di lei.
Così andavano avanti, sorreggendosi a vicenda.
Teresa aveva ormai smesso di sognare una felicità per suo figlio. Sapeva che aveva avuto altre donne, ma niente di serio. Questo la turbava. Nessuna gli aveva riscaldato il cuore con quel calore che solo lamore può dare? Di nipoti non pensava ormai desiderava solo che Marco ritrovasse la luce negli occhi. Cera così tanto da dare, ancora…
Belinda strattonò il guinzaglio, imprecando contro i passeri che la provocavano davanti al naso, distraendo Teresa dai suoi pensieri. Si rese conto di essersi persa via, come dice il figlioccio del vicino Leonardo, piccolo genio che la stupiva ogni volta sistemando il suo portatile o spiegandole come usare lo smartphone regalatole da Marco.
Leo, ma hai solo dodici anni! Da dove impari tutte queste cose?
Signora Teresa, queste sono cose da principianti! Voi siete una principiante spiegava con pazienza. È bello che vogliate imparare! Mia bisnonna, quando vede il computer, quasi si fa il segno della croce!
Oh! Da film dellorrore!
Altroché! Se scrivesse un copione, i registi impazzirebbero per le sue idee! Comunque, vi ho installato il gioco nuovo, e anche il programma per la maglia come volevate. Trovate tutto sul desktop!
Dove? Teresa si guardava attorno come se cercasse davvero qualcosa sulla scrivania. Leo rideva di gusto.
Ma non là! Siete troppo simpatica!
Teresa non poteva fare a meno di pensare a Marco bambino, curioso e sempre pronto ad aiutare. Se Giulia non avesse fatto quelle scelte, chissà, avrebbe già avuto un nipotino quasi decenne
Le tornò in mente il viso di Livia. Non poteva essere una cattiva donna. C’era qualcosa, forse negli occhi, forse in quel mezzo sorriso rivolto proprio a Marco, non alla fotocamera, si vedeva dai suoi occhi.
Decisa, afferrò Belinda e deviò dal solito giro verso il parco. Il sacchetto che riportò a casa fece alzare finalmente il gatto dal divano.
Che ne dici, Arturo? Bello vero? Abbiamo tanto lavoro da fare, ma ce la faremo, no?
Alla fine, Livia aveva detto sì. C’era voluto quasi tutto lanno e una pazienza infinita da parte di Marco, che ad ogni ritorno dalla madre sembrava brillare così tanto che Teresa scherzava:
A breve non cambiamo più le lampadine, figlio mio!
Non accennava più allincontro, aspettava che Marco fissasse una data.
Si avvicinava il Natale, il sacchetto di quella camminata con Belinda era quasi vuoto, e ciò che Teresa aveva preparato in gran segreto aspettava il suo momento.
La tradizione era che Marco il Capodanno lo passasse con gli amici, ma il Natale era con la mamma. Quanto fu sollevata Teresa quando il figlio la chiamò:
Mamma, ti dispiace se veniamo io e Livia da te?
Teresa si diede così tanto da fare, che Arturo andò a nascondersi sotto il letto, e Belinda non smetteva di correre avanti e indietro seguendo il ronzio dellaspirapolvere. Finalmente tutto era in ordine. Teresa si sistemò davanti al tavolo.
Arturo uscì allo scoperto e si sedette accanto alla padrona, spostando Belinda di qualche centimetro.
Allora? Teresa guardò i due animali.
Quattro occhi la fissarono sincroni, facendola scoppiare a ridere. Che bricconi! Sentivano che lei era agitata, per questo erano lì, di guardia. Proprio come dice Marco: La mia ronda con la coda! Dice sempre che li affiderebbe sua madre più volentieri che a se stesso.
Teresa accarezzò prima il gatto, poi la cagna. Animali, sì, ma quanta gioia portavano Si ricordò di quando aveva accolto a malincuore Belinda.
Il vicino, Giovanni Ernesto, abitava nella porta accanto. Non erano grandi amici, lui era piuttosto solitario, senza famiglia: solo Belinda. Aveva raccolto la cagnetta cucciola vicino ai bidoni, tremolante e debole, e fu proprio questo a sciogliere il cuore del vecchio scapolo. Così Belinda era cresciuta e diventata la ragione di vita di Giovanni. Era la sua felicità, e per questo adesso il burbero si era fatto più espansivo, sorrideva e parlava di Belinda a ogni occasione. Lei apprezzava che le sue ossa e il brodo non andassero sprecati, e Giovanni la ringraziava restituendo le pentole pulitissime.
Quando Giovanni venne a mancare, Belinda divenne unossessione per tutto il condominio col suo pianto continuo. Teresa, che era in campagna, rientrò in città e diede subito lallarme. Nessuno era intervenuto. Teresa organizzò tutto per il vicino e portò Belinda da sé. La cagnetta, come capisse tutto, la seguì senza esitazione e per mesi dormì sul tappeto vicino al letto, svegliandosi appena Teresa si muoveva.
Che cè piccola, sei spaventata? Tranquilla, io sto bene! Sono ancora giovane, e prima di andarmene voglio vedere i miei nipoti!
Belinda si tranquillizzò solo dopo aver adottato Arturo. Era stata la cagnetta a scegliere il gattino: durante una passeggiata nel parco dinverno, aveva trovato una federa ben annodata e portatala a Teresa. La donna si spaventò, pensando al peggio, ma sentì muovere qualcosa e un miagolio soffocato.
Degli altri gattini solo Arturo si salvò, il più piccolo e ostinato, deciso ad attaccarsi alla vita con forza. Belinda lo vegliava come un figlio.
Vedi carina mia, ora capisci quanto vale la vita.
Teresa aveva creato un angolo tutto per loro, così finalmente poteva alzarsi dal letto senza temere di calpestare nessuno. Tutti avevano trovato il loro posto: lei nel letto, Belinda e Arturo nel loro cantuccio.
Marco rideva di cuore vedendo la mamma che si consultava coi suoi animali per ogni decisione.
Mamma! Ma ci parli davvero come se fossero persone!
Marco, a volte penso che capiscano più dei cristiani, davvero. Non li umanizzo, eh, ma un po di cervello ce lhanno.
E quella sera spiegò loro:
Stasera saranno tutti ospiti importanti. Ragioniamo un po: possiamo fidarci del nostro Marco con questa ragazza?
Il campanello la fece sussultare.
Sono arrivati mi raccomando, fate bella figura!
Marco invase il corridoio e posò per terra una cassetta di arance.
Buon anno, mamma! Buon Natale! la baciò sulle guance, poi fece passare quelli che Teresa attendeva con ansia.
La donna che la guardava ora era proprio quella della foto: stessi occhi profondi, stesso mezzo sorriso. Accanto a lei, due bambini, un maschietto di circa otto anni e una bimba più piccola, osservavano curiosi.
Benvenuti Teresa dimenticò il discorso preparato, ma non ci fu bisogno di tante parole.
Subito si crearono movimento, togliendo giubbotti e sciarpe, tutto si sistemò con naturalezza.
Dopo cena i bambini tirarono fuori un gioco da tavola, e Teresa rise vedendo il figlio grande travestirsi da rana, spaventando Arturo e Belinda.
Mamma, non è dignitoso!
Cosa, figliolo?
Ridere così di tuo figlio!
Oh, via! Adesso vado a lavare i piatti, poi tutti a bere il tè. Ho preparato una millefoglie e dei bignè.
Nientemeno! Marco si illuminò e Teresa strizzò locchio a Livia, che aiutava a sgombrare. Sempre stato un golosone! Da bambino si è mangiato quasi tutta una torta da solo.
Ma come?… Livia quasi fece cadere le stoviglie. Deve essere stato male!
Eccome! Un giorno intero di pancia, ma non ha imparato la lezione: la passione per i dolci non gli è mai passata!
Livia sorrise e seguì Teresa in cucina.
Posso aiutarti? So che la cucina è il regno della padrona di casa, però mi sembri stanca.
Lo sono, hai ragione! Mi sono agitata molto oggi. Non è una giornata qualunque. Avevo paura.
Anchio
Hai sentito troppe storie sulle suocere cattive?
Già, ma non ci credo.
Perché?
Ho avuto due suocere, entrambe meravigliose.
E io sarò la terza?
Le mani di Livia, rapide a sistemare i piatti, si fermarono di colpo.
Se ti va, Livia. Posso chiamarti così? Mia sorella maggiore si chiamava così. Mi manca tanto, e mi farebbe un gran piacere dar voce al suo nome in questa casa.
Grazie Livia annuì e appoggiò il piatto.
Di cosa hai paura? decise Teresa, senza troppi giri di parole. Sentiva che con Livia non occorrevano tanti preamboli.
Non di te. Solo della confusione, dei cambiamenti. Tutto qui.
Vuoi raccontarmi? Se vuoi ci aiuterà entrambe.
Va bene Livia si sistemò i capelli dietro lorecchio, accennando un sorriso. È difficile parlare di sé.
Inizia dai bambini, allora.
Giusto. Come avrai notato, hanno padri diversi. Matteo viene dal primo marito. Era mio compagno alle scuole elementari. Mio padre era stato trasferito qua per lavoro; a me, niente liceo artistico o scientifico, la scuola normale. Poi la classica storia: la ragazza timida e il monello. Io con la mia cartellina di spartiti, lui il calciatore sempre nei guai. Era cresciuto solo con la madre, donna straordinaria, abbandonata dal marito con due figli piccoli.
Ma dai…
Sì, lha lasciata, portando in casa unaltra donna. Per fortuna la mamma di Giulio ha potuto contare sulle colleghe: le hanno aiutato a tenere la casa e a chiedere il mantenimento. Ha tirato su i figli con tanto amore.
Vi siete separati oppure?
Oppure. Lui era camionista. È morto in un incidente vicino Firenze. Livia asciugò una lacrima, poi sorrise. Lho amato molto. Matteo mi dà tanta gioia, assomiglia tanto al padre. Dicono che i figli nati dallamore vero si riconoscono subito.
Ha rapporti con la nonna?
Eccome. E con la zia pure. Siamo rimasti una famiglia. Se non fosse stato per la mamma di Giulio, non avrei saputo cosa fare con Matteo piccolo. Anche ora mi aiuta tanto.
Sembra più piccolo della sua età
Sì, ha dodici anni, anche se ne dimostra meno. Non è facile per lui, ma la nonna lo sostiene sempre. La chiamo il mio muro.
Come mai?
Sa, certe volte lunico sollievo è appoggiarsi a un muro affidabile. Lho sempre detto a lei, anche se lei ribalta: sarebbe lei a reggersi su di me! Ma non le creda!
Livia asciugò il piano cucina.
E la piccina?
Azzurra è nata dal mio secondo marito. Me lha fatto conoscere proprio la mamma di Matteo. Lei lavorava con la mia seconda suocera. Due grandi amiche: ci hanno combinati!
E comè andata?
Non subito. Ci sono voluti due anni per capirci. Due artisti lui pittore, molto talentuoso. Azzurra tutta suo padre, dipinge da quando era in fasce. Le ho trovato una scuola di disegno in anticipo. I maestri non fanno che decantare il suo talento. Ma con suo padre non ce labbiamo fatta: troppo diversi. Quando nacque Azzurra, ci disturbavamo troppo a vicenda. Lui si stancava, non riusciva a lavorare. Abbiamo deciso che era meglio essere amici e vivere separati.
Avevi un posto dove andare?
No, ma non ci fu bisogno. Siamo rimaste con la mamma di lui, Rosa, che poi mi ha regalato la casa della nonna. Ma ho fatto intestare tutto ai bambini.
E ha accettato anche Matteo?
Figurati, lo tratta come un nipote vero. Ho avuto suocere meravigliose. Vere madri. Prima di loro non sapevo cosa volesse dire avere una mamma.
Sei orfana?
In parte. Mi hanno cresciuta mio padre e mio fratello. Mia madre è mancata al parto, le nonne le avevo già perse tutte. Quindi sono un po una bimba cresciuta allavventura. Da piccola sapevo smontare la moto di papà, non portare le bambole. Poi papà decise: dovevo diventare signorina. Allinizio non volevo sapere, ma ora lo ringrazio. Se non fosse stato per lui, chissà che strada avrei preso Ora lavoro in conservatorio, insegno canto.
Poi, come se nulla fosse, Livia si raddrizzò e un meraviglioso canto dopera si diffuse nella cucina.
Dellamore come un uccello sono leggere le ali cantava così bene, che Teresa si trovò trasportata a teatro, con ancora in mano lo strofinaccio.
Ecco, insegno agli altri a cantare, tornò a sedere Livia. Ho risposto alle tue domande?
Sì, e ti ringrazio, cara. Sono lieta che tu abbia compreso.
Anche io ho un figlio. E già tremo al pensiero che toccherà anche a me tutto questo! E se poi sarò una suocera terribile?
Secondo te, comè la nuora ideale?
Livia rispose al volo, senza bisogno di riflettere:
Basta che ami mio figlio. Il resto son dettagli.
Ecco, pure io la penso così.
Teresa scandagliò lo sguardo di Livia. Questa annuì, e poi, a mezza voce, mormorò:
Io amo Marco.
Il trambusto di Belinda e Arturo in salotto richiamò Teresa, che si alzò ridendo:
È ora di preparare il tè.
Verso sera, quando del millefoglie ne restava solo un pezzetto e gli ospiti iniziavano ad assopirsi, Teresa si allontanò un attimo e tornò con alcuni pacchetti.
Cosa sono? chiese Azzurra, battendo le mani e tirando un nastrino rosso.
Apri e vedrai. Spero ti piacciano!
Sciarpa e berretto bianchi per Livia, e un set simile ma più piccolo con fiocchi azzurri per Azzurra. Matteo srotolò dal suo pacchetto una sciarpa nera e gridò felice:
Mamma! Guarda che bello!
Livia annuì, avvolgendo la nuova sciarpa:
Che morbida!
E calda, così non vi raffredderete! Teresa sistemò il berretto alla bambina e sorrise. Vi piace?
Tantissimo! Azzurra la abbracciò distinto, così naturalmente che Teresa rimase per un attimo sorpresa, prima di ricambiare. Grazie!
Grazie! fece eco Livia. Io poi non so lavorare a maglia. Ho sempre voluto imparare, ma nessuno mi ha mai insegnato.
Allora ci penseremo questestate, in campagna.
Teresa incrociò lo sguardo di Livia e capì che sì, ora poteva essere tranquilla per suo figlio. Le ansie sarebbero state meno, la gioia di più: due nipoti in una volta sola non sono uno scherzo! Certo, con Livia ci sarebbe stato ancora da costruire, ma il più era fatto: avevano capito la cosa fondamentale. Amavano la stessa persona. Ognuna a suo modo, ma il senso era quello. E dunque, farlo felice, significava esserlo anche per loro, solo così poteva funzionare. Teresa avrebbe fatto tutto perché suo figlio avesse una famiglia, e quella donna, che ora poggiava il naso sulla sciarpa bianca e sorrideva a Marco ogni volta che lui entrava in casa, sarebbe rimasta con loro.
E così, due anni dopo, Livia si alzò con fatica dalla poltrona a dondolo della veranda della vecchia casa in campagna, si massaggiò la schiena e, sorreggendo il pancione, chiamò:
Mamma Teresa, Azzurra, dove siete?
Il viso di sua figlia, macchiato di fragole raccolte nellorto, spuntò sorridente dietro langolo della casa:
Siamo qui! Vieni!
E Livia, scalza, camminò sul vialetto, superò la casa e porse alla suocera le scarpine appena finite ai ferri:
Che ne pensi?
Teresa Bianchi ruotò le minuscole scarpine bianche tra le mani e annuì compunta:
Perfette!






