L’impasto silenzioso

La pasta silenziosa

Elena, ti rendi conto di chi verrà sabato? Vittorio era fermo sulla soglia della cucina, guardandola come se avesse commesso lennesimo errore imperdonabile. Restava semplicemente lì, a fissarla.

Elena stava proprio in quel momento trasferendo l’impasto sulla spianatoia. Aveva farina ovunque, sulle mani e fin quasi ai gomiti.

Certo che lo so. I tuoi colleghi e le loro mogli. Me lhai già ripetuto tre volte.

Te lho detto, non sono solo colleghi. Ci sarà De Giovanni con la moglie. Lui è socio dello studio. E anche Lari, dovresti sapere chi sia Lari…

Vittorio, sto cucinando. Parliamone dopo.

Di solito non si tratteneva mai a lungo in cucina, la cucina lo infastidiva con la sua vitalità, il profumo delle erbe, le pentole, i canovacci umidi appesi ai ganci. Ma stavolta entrò.

Non dopo. Voglio che tu capisca bene adesso. Questa gente va in vacanza in Costa Azzurra. Le loro signore si fanno vestire dagli stilisti di Milano. Escono in ristoranti dove il menù non si tocca con mano.

E io che posso farci? Elena lo fissò negli occhi.

Niente torte fatte in casa, per favore. Ordina qualcosa di decente. Cè il servizio di consegna, portano tutto come al ristorante, nelle scatole eleganti. Ci penso io a pagare.

Elena restò in silenzio. Guardò limpasto, poi tornò a fissare lui.

Ma la pasta lho già fatta.

Elena…

Vittorio, mi sono alzata alle sei, sono già stata al mercato per la carne. Ho impastato io, non preoccuparti, farò bene.

Scosse la testa, con quellaria di chi pensa che tu dica cose da bambina, cose ingenue.

Non capisci questa gente, borbottò uscendo dalla cucina.

Elena rimase ancora qualche attimo alla finestra. Fuori, fine marzo, umido e grigio. Un piccione appollaiato sul ramo guardava lontano. Lei abbassò la testa sullimpasto, ricominciando a lavorarlo con calma.

***

Aveva cinquantadue anni, vissuti ventotto con Vittorio. Si erano conosciuti a Parma, lei lavorava come ragioniera in una piccola impresa edilizia, lui era appena stato promosso capo ufficio, con quegli abiti larghi daltri tempi. Se lo ricordava ancora spaesato con le donne, che si rigirava i bottoni dei polsini quando era nervoso. Proprio di quella timidezza, inspiegabilmente, si era innamorata.

Poi iniziarono i traslochi: prima a Bologna, infine a Milano. Ogni volta faceva le valigie, caricava il gatto, cercava negozi e medici nuovi, imparava a conoscere i vicini. Vittorio saliva di posizione e, passo dopo passo, cambiava anche lui. Niente di improvviso, tutto si plasmava col tempo, come la riva di un fiume.

Non avevano figli. Non era stato possibile. Prima un parere medico, poi un altro, poi smisero anche di parlarne. Elena soffrì in silenzio, trovò una quieta accettazione riversando tutte le attenzioni per i figli mai arrivati nella cura della casa, dellorto su al lago dIseo, nei fiori sul davanzale, nei bambini dei vicini a cui donava spesso una fetta di crostata.

Le sue torte erano il suo linguaggio. Se le parole non bastavano o suonavano inutili, si rifugiava tra piani di farina e le sue ricette antiche. Sentiva la pasta sotto le dita meglio di qualsiasi ricetta. Ne coglieva lelasticità, il calore; sapeva, come per istinto, quando era pronta.

Vittorio mangiava i suoi piatti da ventotto anni. Sempre in silenzio, capiva ora Elena. E quel silenzio lei lo aveva scambiato per approvazione.

***

Il venerdì sera non fermò le mani fino a mezzanotte. Preparò una torta salata con manzo e cipolle, la ricetta della nonna, con la crosta dorata e profumata che invadeva lodore della scala. Cucina ravioli ripieni di patate e ricotta. Mise a raffreddare il lesso in gelatina, così da essere pronto per il mattino. Uninsalata di cavolo cappuccio fermentato con carote e mirtilli rossi. Arrosto di stinco di maiale con aglio e bacche di ginepro che cuoceva piano in forno.

Vittorio rientrò alle undici, passò senza dire nulla, andò diritto in camera.

Elena spazzò la cucina, appese il grembiule, si sedette un attimo sullo sgabello davanti alla finestra e prese un tè. Domani avrebbero avuto gente a pranzo, lei li avrebbe accolti con ciò che amava fare più al mondo. Le sembrava naturale, semplice.

Andò a letto a mezzanotte e mezza e si addormentò subito.

***

Gli invitati arrivarono alle sette. In sei: De Giovanni con la moglie Regina, Lari con la moglie Silvia e un certo Antonio Alberto, che Vittorio presentò con un rispetto particolare, senza cognome, ma Elena capì che probabilmente era il più importante.

Regina De Giovanni era una donna magra, con un abito nero che probabilmente costava quanto una pensione mensile di Elena. Entrò, squadrò tutto e subito giudicò lappartamento, i mobili, le tende, Elena stessa con uno sguardo.

Silvia Lari, più giovane, bionda platinata, profumava forte di qualche essenza costosa che Elena sentì fin dal corridoio. Sorriso largo, quasi impostato, come azionato da interruttore.

Antonio Alberto, robusto e distinto, mani grandi e occhi attenti, fu lunico a stringere la mano di Elena: La padrona di casa? Piacere di conoscerla.

Elena li accompagnò in salotto, aveva già preparato la tavola: tovaglia di lino con ricamo, candele e posate disposte con cura. Il lesso servito con erbe, i ravioli in ciotolona, la torta già tagliata dal profumo invitante.

Si sedettero. Vittorio aprì una bottiglia di Chianti che aveva portato De Giovanni e versò da bere.

Regina guardò i piatti e commentò a bassa voce, ma abbastanza forte perché si sentisse: Oh, aspic! Non lo vedevo da secoli.

In quella frase cera qualcosa che Elena sentì come il gas: lo percepisci prima che possano essere guai.

Accomodatevi, disse Elena. Torta salata, ravioli, stinco qui.

Lo stinco! Silvia, strizzando locchio a Regina. Non mangio uno stinco da quindici anni. È così grasso.

E pesante, aggiunse Regina ridendo. Una risata che ti fa abbassare lo sguardo a controllare di non aver pestato qualcosa.

Gli uomini assaggiarono gli antipasti. De Giovanni prese laspic, lo gustò e annuì in silenzio. Lari tagliò la torta. Antonio Alberto riempì il bicchiere dacqua e osservò tutto come immerso nei pensieri.

Vittorio, tu non cucini mai vero? domandò Silvia con un sorriso stucchevole.

No, ci pensa Elena. È la cuoca di casa, rispose lui, come se stesse spiegando una bizzarria tollerabile.

Elena, lei forse viene da una famiglia piccola? Da provincia?

Da Parma, rispose Elena.

Ecco! Regina annuì come avesse risolto un quiz banale. Lì sopravvive ancora questa roba di casa. Torte salate, aspic… campagna in fondo. Senza offesa, oggi in città nessuno più mangia queste cose. Il gelificante fa malissimo alle arterie secondo i nutrizionisti, lo sapeva?

Elena la fissò.

Ben fatto, laspic ben preparato diventa collagene, fa bene alle articolazioni.

Sciocchezze, Regina la liquidò con un gesto. Da anni solo pesce e superfood. Conosci una nutrizionista favolosa se vuoi, Vittorio.

Vittorio rise, leggero, per dire sono dei vostri.

Elena è un po conservatrice, dichiarò lui.

Quella parola, conservatrice, restò impressa a Elena. Cadeva in tavola come una moneta che nessuno raccoglie.

Poi Silvia si lamentò che la pasta era troppo densa per chi tiene alla linea. Poi Regina raccontò di un ristorante di cucina molecolare in centro, con chef diplomato a Barcellona. Si misero a parlare di investimenti e immobili e Elena si rese conto di essere semplicemente larredo. La padrona che serve e poi sorride.

Così fece. Rimpiazzò bicchieri, portò secondi, sparecchiò. Chiese se servisse altro. Nessuno la ringraziò.

Poco dopo le nove, Regina guardò la torta rimasta quasi intatta e disse: Posso essere sincera? Tutto questo è molto… provinciale. Non fraintendere, Elena, ma in certi ambienti non è proprio il tono giusto. Un altro livello, ecco.

Ci fu silenzio. Elena guardò il marito.

Vittorio fisso il bicchiere.

Tutti abbiamo le nostre tradizioni, disse infine Antonio Alberto, in tono che zittì Regina.

Ma Vittorio intervenne: Elena, ti avevo chiesto di ordinare qualcosa di serio. Ci risiamo.

Elena si alzò, raccolse qualche piatto e tornò in cucina, con passi lenti, come se portasse un peso. Mise i piatti nel lavandino, si fermò alla finestra. Fuori, notte, lampioni e pioggerellina.

Sentì le risate in salotto, il tintinnio dei calici.

Poi tolse il grembiule, lo appese, lo riprese e lo piegò su una sedia.

Rientrò in sala.

Perdonate, disse discreta. Ho mal di testa. Accomodatevi pure, cè tutto a tavola.

Nessuno fece caso.

***

Raccolse il cibo dopo luna, quando tutti se ne erano andati. Vittorio in camera, senza una parola, la porta chiusa.

Imballò la torta su un grande vassoio con pellicola. I ravioli finirono nella casseruola, laspic avvolto nella carta da forno, lo stinco a parte.

Portò tutto sotto casa verso le due. Per fortuna, poco lontano cera un cantiere: ancora luci nei baraccotti dei muratori.

Tre operai sedevano accanto a un tavolino, tè dal thermos e mani sulle tazze per scaldarsi.

Buona sera, scusate se è tardi. Ho portato qualcosa da mangiare, volendo.

La fissarono come fosse appena atterrata da Marte.

Cosa cè? domandò quello con la sigaretta.

Torta salata con manzo, ravioli, stinco. Laspic sarebbero da frigo…

Si scambiarono uno sguardo.

Ma dai, esclamò uno alzandosi. Vi aiutiamo a portare!

Presero le teglie e la casseruola da lei. Posero tutto sul tavolinetto. Uno scoprì subito la torta, ne tirò via un pezzo, e la sua faccia cambiò: qualcosa di caldo e grato le salì al petto.

Questo sì che è cucina di casa, disse masticando.

Uguale a quella di mia madre, commentò un altro, addentando il raviolo. Precisa identica.

Abita qui? chiese il terzo indicando il palazzo. Festa?

Avevamo ospiti. Ma non hanno mangiato.

Peggio per loro. Roba buona questa.

Lo so, rispose lei.

Rimase lì altri due minuti, a guardarli mangiare davvero di gusto, senza tante cerimonie. Uno subito riprese la torta.

Grazie, signora.

Grazie a voi, rispose Elena e se ne tornò a casa.

***

Quella notte non dormì. Rimase sdraiata in salotto, occhi al soffitto. Dalla camera non veniva alcun rumore, Vittorio dormiva senza problemi.

Pensava che ventotto anni è una vita. Ripercorreva la frase: Ci risiamo. Né hai sbagliato, né non sono daccordo. Ma ci risiamo, come a dire che avere un modo tuo è già di per sé fuori luogo.

Pensava agli operai che mangiavano in silenzio e con gratitudine. Quando avevano detto roba buona, era una verità semplice, senza calcoli.

Sentiva che in quella casa non laccettavano più davvero. Non Elena, la persona, ma quel che era davvero, con le sue torte, i mercati alle sei, la ricetta della nonna, quel suo piccolo linguaggio in cucina.

Quel posto era già stato preso da qualcosaltro.

Alle quattro prese una decisione molto semplice, silenziosa, senza drammi.

***

Lasciò un biglietto: la grafia grande, ordinata.

Vittorio. Me ne vado. Non per rancore. Ma perché ho capito. Grazie per gli anni. Le chiavi sono sul comodino. Elena.

Mise entrambe le chiavi vicino al foglio.

Prese una piccola borsa con lessenziale: documenti, un cambio di vestiti, telefono, caricabatterie, qualche euro (anzi, centinaia di euro che aveva appena ritirato). Niente da mangiare. E questo, notò, era come lasciare una parte di sé per andare leggera.

Fuori, alle cinque, lalba si rifletteva sullasfalto ancora bagnato. Prese un taxi e chiese di essere portata da Pina, lamica dallaltra parte della città.

Pina aprì la porta ancora spettinata e in vestaglia, nemmeno una domanda, solo la accettò in casa. Metto su il tè?

Mettilo.

Sedettero in cucina, quasi mute. Di tanto in tanto Pina la scrutava con occhi interrogativi ma mai insistenti. Era una vera amica, una di quelle rare persone che sanno ascoltare anche restando zitte.

Sei andata via? chiese infine.

Sì.

Per sempre?

Elena rifletté.

Sì.

Pina annuì. Versò altro tè.

***

Le prime settimane furono strane. Vittorio chiamava: prima brevi, Dove sei, torna, poi più lunghe, Possiamo parlarne?, e infine: Ti rendi conto di cosa fai?. Poi smise.

Elena restò da Pina, piatti in comune, un po di tv alla sera. Nessun consiglio, e questa cosa Elena gliela sarebbe stata grata per sempre.

Alla terza settimana si rimise in moto. Da ragioniera, compilò sola i documenti per la separazione. La casa era cointestata, Vittorio le propose di liquidare la sua parte. Accettò senza assistere agli avvocati, non voleva liti o trattative.

I soldi finirono sul conto. Li guardò: ventotto anni condensati in una cifra. Era tanto? Poco? Non lo sapeva, bastava per iniziare da zero.

Dopo un mese si sentì pronta a trovare lavoro. Prima però si prese il tempo di respirare: lunghe passeggiate per Milano, pause nei piccoli bar, un caffè, volti nuovi. A cinquantadue anni, per la prima volta da molto, aveva semplicemente se stessa.

Un giorno entrò in un bar di quartiere, tavolini in legno, menu scritto a gesso sulla lavagna, tv accesa senza audio. Nellaria solo profumo di pane fresco.

Ordinò una tisana e una tortina alla ciliegia. La pasta era di quelle industriali, lo si sentiva.

Dietro il banco una donna sulla sessantina, faccia tonda e stanca, col grembiule azzurro.

Buon dolcetto? chiese.

Un po secco, ammise Elena.

La donna sospirò.

Lo so. Il fornaio se nè andato a inizio mese. Ora li compro dalla panetteria accanto, ma si sente.

Elena rifletté.

Siete in cerca di una fornaia?

La donna la guardò di sbieco.

Sa fare?

Da sempre.

***

Si chiamava Zina Bianchi e aveva aperto quel bar otto anni prima, dopo la pensione. Il locale era tutto ciò che aveva, un piccolo sogno un po in perdita ma vivo. Zina decideva in fretta e con istinto.

Vieni domattina, alle sette. Vediamo.

Il giorno dopo Elena si presentò, indossò il grembiule, scrutò la piccola cucina. Ordinata, tutto a portata di mano.

Prese a preparare tortine di patate e cipolle, panini alla cannella, mentre la pasta per la torta di mele stava a riposare.

Zina arrivò alle otto, la guardò lavorare.

Ma da dove sei saltata fuori? chiese.

Dalla vita, rispose Elena.

Alle otto e mezza i primi clienti assaggiavano. Una signora tornò subito per comprarne un altro. Un muratore prese una busta di brioches. Uno studente restò indeciso e si portò via sia la versione salata sia quella dolce.

Zina intanto faceva i conti.

A pranzo parlarono delle condizioni: tutti i giorni dalle sette alle tre, tranne la domenica. Si vedeva che i conti erano stretti, ma Zina aggiunse: Se le cose vanno, ne riparliamo.

E le cose andarono.

***

In tre mesi il bar AllAngolo divenne famoso in tutto il quartiere. Nessuna pubblicità, ma il passaparola: Vai là, le torte sono come quelle della nonna.

Elena inventò il menu settimanale: lunedì torte salate di pesce, martedì rustici, mercoledì pane a lievitazione naturale che formava coda davanti alle otto; giovedì frittelle con marmellata adorate soprattutto dalle donne del quartiere; il venerdì la grande torta salata di carne, e finiva sempre tutto.

Il sabato, suo unico giorno libero, Elena girava per il mercato. Non perché dovesse, ma perché le piaceva. Sceglieva le mele, annusandole una a una. Scambiava due parole con le donne che vendevano il formaggio fresco, comprava il burro sempre dalla stessa contadina.

Aveva preso casa nuova, modesta, vicino al locale. Un monolocale, finestra su cortile silenzioso, mobili vecchi ma solidi. Aveva appeso tende di lino, posato una gerbera sul davanzale, portato calore ovunque.

Pina veniva a trovarla un paio di volte al mese, tè insieme.

Sei meglio, si vede proprio, diceva Pina.

Dormo bene, rispondeva Elena.

È chiaro.

La sera, dopo il lavoro, leggeva. A volte guardava un film. A volte semplicemente ascoltava il vento tra gli alberi in cortile. Questa possibilità, di non dover fare nulla per nessuno, la sentiva un dono prezioso.

***

Il signore che si chiamava Giovanni lo vide per la prima volta in ottobre. Era mercoledì, giorno di pane, e lui arrivò tardi.

Arrivato tardi? chiese Zina dal bancone.

Eh già. Ci sarà domani?

Mercoledì solo pane. Domani torta.

Lui lesse la lavagna, scelse un caffè e uno sformatino di spinaci. Si sedette a leggere un vecchio libro.

La settimana dopo fu lì alle sette e mezza e prese due pagnotte. Elena tirava fuori la teglia.

Ora sei puntuale, disse.

Lui rise; aveva un viso segnato, occhi come chi ha vissuto o pensato tanto.

Dovrò venire il martedì sera, restare fuori dal portone tutta la notte, così non perdo il pane!

Zina chiude alle otto.

Allora dormo sulle scale.

Fu così che si conobbero, ridendo del pane, di piccole sciocchezze da cui nascono cose vere.

Giovanni aveva cinquantotto anni, ingegnere in azienda di progetti edilizi, anche lui divorziato, due figli adulti ormai via. Era pacato, senza ansie.

Iniziarono a scambiarsi due parole. Prima al banco, poi restava per il caffè, poi si facevano passare una breve passeggiata durante le pause.

Domandava del suo lavoro, con reale attenzione. Elena raccontava dei segreti della pasta, del calore giusto, dei tempi della lievitazione naturale. Lui ascoltava e non interrompeva mai.

Una sera Elena confidò: Una volta mi hanno detto che questa cucina è roba da paese, superata.

Giovanni pensò.

Dipende. Per me, superato significa fingere. Ecco, quello sì.

Lei sorrise.

Bel discorso.

Faccio il possibile, rispose semplice.

***

Il destino delle donne non è mai una linea retta. Elena lo sapeva. La felicità non arriva di colpo, ma poco alla volta, come l’acqua che risale nel pozzo dopo la pioggia.

Con Giovanni iniziarono a frequentarsi a marzo, senza annunci. Una sera lui propose il cinema. Elena accettò. Poi una cena modesta poco lontano. Lui ordinò la zuppa e chiese il pane.

Il pane sarà buono? domandò lei.

Lui assaggiò.

No, il tuo è meglio.

Non era un complimento, era la verità.

Elena fece solo un mezzo sorriso, ma lo ricordò a lungo.

Il bar ormai aveva menù nuovo, Zina aveva inserito altre portate calde per pranzo e assunto unaiutante. Pensava di prendere altri due tavolini per lestate.

Elena iniziava a pensare a un locale tutto suo. Una panetteria, da riempire di profumo di pane giorno e notte. Un sogno ancora sfumato, ma ormai presente.

Non aveva fretta. Aveva imparato a non avere fretta.

***

Vittorio ricomparve a fine aprile.

Elena dalla finestra vide lui che, esitante, scrutava la vetrina del bar. Allinizio non lo riconobbe, poi il cuore ebbe un sussulto.

Entrò.

Zina era dietro a sistemare i conti. Pochi clienti ai tavoli. Elena al bancone.

Ciao, disse Vittorio.

Era invecchiato, o forse era ora più evidente ciò che già era stato. Più rughe, meno sguardo dritto, come uno perso in una via sconosciuta.

Ciao, rispose lei.

Ti ho trovata tramite Pina. Mi ha detto che lavori qui.

Lavoro qui.

Lui osservò tutto: tavoli di legno, la lavagna col menù, il banco pieno di dolci. Qualcosa gli attraversò il volto: difficile dire se pena, stupore, rimpianto.

Vuoi un caffè? domandò lei.

Volentieri.

Lei lo servì al banco, lui lo prese tra le mani e bevve in silenzio.

Ho sentito che qui va benissimo.

Sì.

Ti fanno i complimenti. Dicono che da te si mangia il meglio del quartiere.

Mi fa piacere.

Vittorio posò la tazzina.

Io non sto passando un gran periodo. Con De Giovanni ci siamo separati, lo studio va male, ristrutturazioni… insomma, non è facile.

Elena lo guardò. Non sentiva rivalsa, solo una pietà naturale, lo sguardo che dedichi a uno sconosciuto su un tram, affaticato e fragile.

Mi dispiace per te.

Vorrei che tornassi.

Nel bar ci fu silenzio, o forse fu solo una sua impressione.

Potremmo ricominciare. Ho delle idee. Magari cambio città, vita daccapo.

Vittorio.

Aspetta, parlo seriamente. So che allora sbagliai, avrei dovuto fare diversamente. Ci ho pensato.

Bene che tu ci abbia pensato.

Allora mi ascolti.

Elena unì le mani sul bancone.

Raccontami una cosa: quella sera, davanti a tutti, ti ricordi cosa mi dicesti? «Ci risiamo».

Fece cenno di sì.

Sì.

Non hai detto hai ragione o il cibo è buono. Solo ci risiamo. Un ci piccolissimo, grande come una vita insieme.

Vittorio abbassò lo sguardo.

Quella sera ero in ansia. Erano ospiti importanti, volevo che tutto fosse…

Importanti, ripeté Elena. Ricordo. Anche quei muratori cui portai la torta erano importanti, solo che tu non li conosci.

Lui la guardò.

A volte proprio non ti capisco.

Lo so, rispose Elena senza alcuna amarezza. Ecco la risposta che cercavi.

Dal retro la macchinetta borbottava. Due nuovi clienti entravano in sala. Elena si voltò da loro.

Un istante, disse, poi si rivolse ancora a Vittorio. Devo lavorare.

Elena.

Non ti porto rancore. Ma non torno. Non perché mi senta offesa, ma perché qui, per la prima volta da molto, sono nel mio posto.

Lui la fissò ancora qualche secondo, poi annuì. Lentamente, come chi deve accettare qualcosa che non vuole.

Va bene, disse.

Prese il giubbotto, andò verso la porta. Si fermò.

Sei davvero in forma, disse. Non era una lusinga, solo un constatare.

Grazie, replicò lei.

Chiuse la porta.

***

Elena accolse due clienti, uno prese il pane e una rustica, laltro chiese della zuppa. Lei spiegò che la servivano dalle dodici.

Poi si ritirò in cucina, si versò un bicchiere dacqua, lo bevve al volo davanti ai fornelli. Guardò l’orologio: le undici meno dieci. Tempo di preparare la pasta per lindomani.

Prese la farina. Misurò. Aggiunse il lievito madre, vivo e frizzante, che alimentava ogni giorno come un tesoro.

Le mani andavano da sole.

***

Quel pomeriggio, verso le tre, Giovanni entrò a fine turno. Ogni tanto lo faceva, senza preavviso.

Comè andata oggi? chiese.

Giornata particolare, rispose lei.

Me la racconterai?

Uscirono a passeggiare, il clima era quello sereno della primavera, luci lunghe sugli alberi. Camminarono piano.

Mio marito è passato. Lex.

Giovanni non cambiò passo.

E quindi?

Voleva che tornassi.

Gli hai detto di no.

Sì.

Rimasero in silenzio.

È stato difficile?

Elena ci pensò.

Non come temevo. Mi ha fatto pena. Sembrava qualcuno arrivato dopo tanta strada e scoprendo che lì era vuoto.

Quella è stata la sua scelta.

È vero, però fa comunque male.

Giovanni annuì, con quel cenno che significa aver capito e rispettare.

Lo sai, disse, volevo dirtelo da tempo. Non conoscono nessuno capace con le mani, come te. Non è solo pane. Riesci a dare qualcosa di più. Capisci cosa intendo?

Lei lo guardò.

Credo di sì.

Bene. Limportante era dirtelo.

Proseguirono. Passarono cortili, panchine popolate da pensionati, il parco giochi malandato coi bimbi urlanti. Il cielo, sopra le case, era azzurro pallido, le nuvole rare.

Giovanni, lo chiamò.

Dimmi.

Questanno ho capito una cosa: ho aspettato tanto di essere riconosciuta, lodata. Poi ho smesso. E si vive meglio.

Sii tu la prima a riconoscerti il valore.

Lho capito tardi.

Mai troppo tardi. Cè chi non lo capirà mai.

Elena sorrise appena.

***

Il bar AllAngolo in estate era allapice. I tavolini fuori erano sempre pieni nelle belle giornate. Zina trattava per affittare il locale accanto e ampliare. Propose a Elena una quota nella gestione. Elena ci pensò solo un attimo.

Poi accettò.

Le era nata dentro una semplice saggezza, non da libri, non da internet, ma da se stessa: non vergognarti mai di ciò che sai fare bene. Non nasconderti, non scusarti. Trova il posto dove serve, e resta lì.

E lei restò.

***

Una sera di giugno, coi vetri finalmente spalancati per il caldo, Elena era a casa e scriveva in un quaderno. Non un diario, solo pensieri sparsi, a volte ricette frammiste a qualche emozione, come aveva sempre fatto.

Fuori il pioppo frusciava lento, la gerbera sul davanzale in fiore, la pasta madre aspettava lalba in frigo.

Scrisse: La cosa più misteriosa della vita è che il meglio arriva proprio quando sembra tutto finito.

Poi cancellò.

Riscrisse: La torta viene davvero buona solo quando non hai furia.

Sorrise. Chiuse il quaderno.

***

Domenica mattina, Pina chiamò.

Come va?

Bene. Dormo fino alle otto.

Mamma mia, fino alle otto! Sono contenta per te.

Vieni da me. Ho messo su una torta.

E di che cosa?

Mele e cannella.

Sto arrivando, disse Pina, e riattaccò.

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