Aveva promesso di aspettarmi, ma trovò un altro.
Tutto iniziò come in quei romanzi rosa dappendice che mia madre Isabella amava leggere la sera, avvolta dalla coperta davanti al camino sorseggiando tisane. Solo che il finale di questa storia non fu un lieto fine, ma una vera tragedia, dove la felicità non trovò posto.
Lucia così si chiamava quella ragazza arrivò nel nostro paese di San Giuliano, che non aveva ancora diciassette anni. Era esile, gambe lunghe, con una massa di capelli rossi che al sole sembravano incendiarsi. Le vecchiette si facevano il segno della croce e sussurravano: Una di fuoco, da una così arriva solo guai. Lucia rideva di queste dicerie, poi incontrò Marco, e la sua vita prese una tale velocità che le tolse il fiato.
Marco era più grande di un anno, abitava tre vie più in là, frequentava la stessa quinta superiore e, allinizio, nemmeno si degnavano di uno sguardo. Lui chiuso, serio, lo sguardo cupo, lei al contrario piena di vita, rumorosa, sempre circondata da amici. Ma come spesso accade, gli opposti non solo si attraggono, ma si urtano come treni in corsa.
Senti, rossa, vieni stasera al lago con noi? le chiese lui una sera di maggio.
Lucia lo guardò stupita, socchiuse gli occhi scettica, con le labbra tirate:
A me lo chiedi, Romano? E io pensavo che tu sapessi parlare solo con la prof di matematica e i tuoi libri. Scopro che hai più parole di quanto credessi.
Non vuoi? Non insisto. Marco si era già girato per andare via, quando Lucia lo afferrò per la manica del giubbotto.
Chi ha detto che non voglio? Però fammelo come si deve linvito.
Lucia, verresti con noi stasera al lago? Questa volta nel suo tono non cera distanza, ma un timido imbarazzo che quasi la fece esultare.
Vengo, rispose semplicemente.
Mia madre Isabella detestò Lucia dal primo giorno in cui attraversò la soglia di casa nostra. Stava sulla porta, le mani sui fianchi, osservando come il figlio portava questa ragazza per mano, ridendo felice.
Mamma, lei è Lucia, disse Marco, e nella voce aveva una tale felicità che Isabella dovette trattenersi dal rovesciargli addosso il secchio appena riempito dacqua.
Vedo che è Lucia, non sono cieca, rispose lei, fissando la ragazza come se fosse unintrusa, o peggio ancora una malattia che minacciava la nostra casa. Entra va, ormai sei qui. Ma sappi che la cena non è per gli ospiti.
Grazie signora Isabella, ma ho già mangiato, rispose piano Lucia.
Fu una serata pesante, fatta di sorrisi forzati e lunghi silenzi imbarazzanti. Mamma non la perdeva docchio per un momento, come se potesse rubarci qualcosa o, peggio ancora, avesse già rubato il cuore, il futuro di suo figlio. Lei aveva già i suoi piani: università, un buon lavoro, una brava moglie con una dote, non certo una rossa senza famiglia né mezzi.
Lucia, che lavoro fanno i tuoi genitori? chiese mentre portava in tavola una composta di frutta secca così aspra che Lucia si morse la lingua.
Mia madre lavora alle Poste, mio padre non cè più, se nè andato quando avevo sette anni, rispose Lucia senza vergogna, solo constatando la verità.
Ah, ora capisco, mormorò Isabella, e in quel capisco cera così tanto disprezzo che Marco sbottò.
Mamma, basta! Lucia è nostra ospite, comportati bene.
E sarei io quella scortese? Io? Isabella si alzò di scatto, quasi rovesciando la composta di frutta. Guarda tu con chi vai a metterti! Lei ti manipola e tu glielo lasci fare! Avevam dei progetti Marco, e tu con una…
Signora Isabella, Lucia si alzò, sistemando la gonna, capisco la sua preoccupazione. Ma non ho nessuna intenzione di mettere Marco contro nessuno. Ci amiamo, e se non le sto simpatica non verrò più qui.
Uscì, e Marco la seguì. Mamma restò seduta, stringendo il cucchiaio, sentendosi bruciare di rabbia.
Continuarono a vedersi. Mamma non parlava con Marco se lui nominava Lucia. Cambiava argomento o si chiudeva in camera col televisore a tutto volume. Lucia non mise più piede in casa nostra, ma in paese tutti sapevano che stavano insieme, e le vecchie già facevano pronostici sul matrimonio.
Mai, tagliava corto mamma davanti al panettiere, quando la vicina Gina iniziava a parlare dei giovani. Mio figlio non ha studiato per sposare la figlia di una postina. Ha un futuro davanti, altro che finire come lei nel niente.
Dai Isabella, che ti importa? Lucia è una brava ragazza, e Marco sembra proprio felice, provava a rasserenarla Gina, ma mamma scuoteva la testa con disgusto.
Una brava ragazza? Hai visto come guarda in giro? Una così scavalca i recinti per andarsene, appena le conviene. Ha solo incantato mio figlio, altro che amore.
Le voci giravano veloci. Lucia piangeva la notte nel cuscino per non farsi sentire da sua madre, ma a Marco non rivelava nulla. Solo una volta, seduti sulla panchina davanti al circolo, lui le chiese come mai fosse giù di morale. Non resistette più:
Tua madre mi odia, disse guardando i ragazzi che ballavano nella piazza. Dice che sono una nullafacente e che ti tirerò giù con me. Marco, forse ha ragione lei. Forse dovremmo smettere, lasciar perdere…
Ma che dici, rossa? le prese il viso tra le mani, obbligandola a guardarlo negli occhi. Veramente hai intenzione di lasciarmi per colpa di lei?
Non voglio che tu litighi con tua madre per colpa mia, sussurrò Lucia, con le lacrime che le rigavano le guance. Lei è tutto per te, e io… io me la caverò.
Sciocca, disse Marco con dolcezza. Io non ti lascio. Nessuno può decidere della mia vita, né mia madre né altri. Siamo solo io e te qui. Capito?
Lucia annuì, e non tornarono più su quellargomento.
Quando Marco fu bocciato allesame di ammissione alluniversità, per mia madre fu una sconfitta personale. Non gli rivolse parola, e quando lui tentò di spiegare che si era bloccato dallansia, alzò le spalle con disprezzo:
Ansia… Tutta colpa di quella rossa! Ti ha distrutto il cervello, hai mollato con lo studio, e ora finisci in militare come un idiota!
Mamma, cosa centra Lucia? È tutta responsabilità mia, provava a risponderle, ma lei ormai non ascoltava più.
Se devi partire, parti. Forse lì ti toglieranno la stupidità dalla testa. Lei vediamo se ti aspetta. Oggi le ragazze son tutte infedeli, come gatte in calore.
Marco restava zitto, stringendo i denti. Non aveva voglia di litigare proprio mentre doveva partire, e Lucia gli aveva chiesto di non peggiorare la situazione.
Si rividero davanti al circolo prima della partenza. Marco parlava come dovesse separarsi per sempre, anche se sapeva che due anni passano, e poi tutto sarebbe tornato normale.
Lucia, aspettami, le chiese stringendole le mani, mentre sentiva tremare le sue dita. Torno, trovo lavoro, mi iscrivo da esterno, e ci sposiamo. Il matrimonio più bello che abbiano mai visto qui. Tu solo devi promettermi di aspettare. Lo prometti?
Lo prometto, Marco, piangeva Lucia, le lacrime sulle loro mani intrecciate. Ti aspetterò quanto serve. Ma scrivimi ogni settimana, per favore?
Ogni settimana, la baciò sulla fronte, sulle guance bagnate, sulle labbra. E anche tu scrivimi. Ho bisogno delle tue lettere, lì senza non resisto.
Lucia rideva tra le lacrime, annuendo, piena di fiducia.
I primi mesi di servizio furono i più duri per Lucia. Le lettere di Marco arrivavano ogni settimana, a volte anche più spesso; le leggeva e rileggeva mille volte, sentendo sulle dita il profumo delle sue mani, ascoltando la sua voce tra le righe. Marco parlava della caserma, delle prese in giro tra commilitoni, dei turni pesanti, ma chiudeva sempre con: Ti amo, rossa. Aspettami.
Lei rispondeva su fogli a righe, raccontandogli della vita in ufficio postale, dei nuovi stivali comprati, di quanto pensasse a lui ogni giorno. E ogni lettera finiva con: Ti amo anchio, Romano. Torna presto.
Proprio in quei mesi migliorò il rapporto con Isabella. Lucia non capiva bene come fosse successo. Forse, la donna aveva iniziato a sentire la mancanza del figlio, o riconobbe la fedeltà di Lucia e si ammorbidì. La prima volta fu quando la incontrò per strada e domandò se avesse già mandato la lettera della settimana, se fosse tutto a posto.
Anchio ho scritto a Marco, disse Isabella, il tono non più aspro come una volta. Spero solo che arrivi in tempo, con questo freddo chissà.
Arriverà, signora Isabella, rispose Lucia, e le sorrise per la prima volta da mesi. Lho spedita anchio.
Allora, aspettiamo insieme, propose timidamente la madre di Marco, e Lucia acconsentì.
Da quel giorno Lucia cominciò a frequentare casa loro. Allinizio solo per qualche minuto, poi per interi pomeriggi passati a bere tè, parlare di Marco, pensare al futuro insieme. Isabella cominciò a chiamarla per nome, senza quella punta cinica di disprezzo di prima.
Lucia, ci hai mai pensato al matrimonio? le chiese una sera, mentre guardavano vecchie fotografie.
A dire il vero? Non ci ho mai pensato molto, ammise Lucia. Limportante è che Marco torni sano e salvo. Il resto… verrà da sé.
Eh, voi giovani, sospirò Isabella. Ma pensate di restare qui o di trasferirvi in città?
Credo che andremo via, rispose Lucia senza certezza. Marco vuole trovare lavoro, continuare a studiare… In una città più grande le possibilità abbondano.
Isabella si rabbuiò, ma non disse nulla. Solo:
Avete ragione voi.
Poi prese una scatola di legno scuro dallarmadio, cercò tra carte e piccoli oggetti e posò sul tavolo un anello: fine, dargento, con un minuscolo ametista che splendeva opaco nel crepuscolo.
Era della nonna di Marco, disse la donna, la voce rotta. Si tramandava di generazione in generazione. Doveva andare a lui, poi a sua moglie. Voglio che lo tenga tu. Quando tornerà, te lo regalerò davanti a tutti.
Signora Isabella… Lucia guardava lanello senza crederci. È un dono troppo prezioso. Non posso… non ho fatto nulla per meritarlo…
Sciocca, la donna sorrise senza cattiveria. Hai fatto la cosa più importante: ami mio figlio e lo aspetti. Lamore così non lho mai conosciuto. Con il padre di Marco… era più abitudine che amore vero. Voi invece sì. Io lo sento.
Lucia tornò a casa sconvolta, portando in tasca quellanello che Isabella aveva comunque infilato nella sua mano.
Tienilo pure, indossalo se vuoi. Se no, lascialo lì. Quando te la sentirai, mettilo al dito. Io aspetto.
Lucia aspettava. Portava quellanello al collo, nascosto sotto la camicia, e le sembrava che la vita stesse finalmente prendendo forma. Marco in caserma, ma sempre presente tra le sue lettere, con progetti futuri che parevano portare a un lieto fine.
Ma il finale si spezzò in una notte.
Ai balli organizzati nel circolo, dove Lucia entrò dopo il lavoro, le si avvicinò uno sconosciuto. Profumo costoso, giacca in pelle, sorriso sicuro. Si presentò come Davide, disse di venire da Milano, in visita da uno zio, in cerca di compagnia.
Posso invitarla a ballare? e la voce era calda, morbida. Lucia tremò. Non di paura, ma per quello che nei romanzi di mia madre si chiama colpo di fulmine.
Non ballo, mormorò Lucia, ma la voce le mancava.
Non balla o non vuole ballare con me? E il suo sorriso le fece dimenticare perfino come si respira.
Ballarono tutta la sera, poi uscirono a prendere aria. Lui la accompagnò a casa, raccontandole di Milano, lappartamentino in centro, il lavoro, i tanti viaggi. Lucia aveva la sensazione di stare vivendo una vita completamente diversa, quella che non aveva osato nemmeno sognare.
Lucia, disse Davide sotto casa, con gli occhi che brillavano nella notte, tu sei incredibile. A Milano la gente è tutta… di plastica. Tu invece sei vera.
Qualcuno mi aspetta, sussurrò Lucia, toccando la catenina nascosta, dove pendeva lanello con lametista. Ho una persona amata. Sta facendo il servizio militare.
Sul serio? Lucia, ma sei sicura di amare davvero? O magari lo fai solo perché ci si aspetta così da una ragazza del paese?
Lucia non seppe cosa rispondere.
Due settimane dopo partì per Milano. Prese una valigia, lasciò un biglietto alla madre e partì con Davide. Non scrisse a Marco, non lo chiamò, non gli spiegò nulla. Svanì, come se non fosse mai esistita.
I primi mesi a Milano furono per Lucia un sogno. Lappartamento vicino a Porta Romana, elegante e luminoso con soffitti alti e grandi finestre. Davide la portava nei ristoranti, le regalava fiori, la accompagnava nei suoi giri per la città notturna, facendola sentire una principessa. Lavorava in una boutique elegante, guadagnando più che in paese in sei mesi e, finalmente, sentiva di respirare.
Ma la coscienza la divorava. La notte ripensava a Marco, alle sue lettere piene damore, alla promessa. Sapeva di averlo tradito, e il dolore le si conficcava come una spina.
Davide, disse una sera devo raccontarti una cosa.
Del militare? Lui tranquillo, sorridendo appena. Lucia rimase senza parole. Lo so, Lucia. Nel sonno continui a chiamarlo.
E non hai mai detto nulla?
Che avrei dovuto fare? Geloso? Fare scenate? Ormai sei qui, con me. Questo è quello che importa.
Devo scrivergli, decise Lucia. Dirgli la verità. Che non mi aspetti più.
Scrivi pure, rispose Davide, scrollando le spalle. Ma preparati: di solito noi uomini certe cose non le perdoniamo.
Prima scrisse a Isabella. Si tormentò, riscrisse dieci volte la lettera, e finalmente la spedì. Chiese scusa, spiegò che non riusciva più ad aspettare, che ora amava un altro. Non ebbe risposta.
Allora scrisse a Marco. Fu la lettera più difficile della sua vita. Le mani le tremavano, le parole si confondevano, non sapeva come fare meno male possibile.
Marco, perdonami, ti prego. Non ho saputo aspettarti. Ho incontrato un altro e ora gli voglio bene. Non è una scusa: sono una sciocca e una traditrice, lo so. Ma è più forte di me. Non cercarmi, non scrivermi. Ti auguro di trovare chi saprà amarti come meriti. Perdonami, se puoi.
La lettera partì, e Lucia attese. Unattesa senza risposta.
Dopo due mesi Isabella le spedì una lettera. La busta sgualcita, quasi strappata per quanto era stata rimuginata tra le dita. Lucia la aprì tremando, e, leggendola, la terra le mancò sotto i piedi.
Lucia, scriveva Isabella, incidendo la carta fino a strapparla hai ucciso mio figlio. Si è impiccato dopo aver ricevuto la tua lettera. Non ha resistito. Ti maledico, Lucia. Da madre, da donna, da suocera che non sei mai stata. Mai avrai più gioia o amore. Ti guarderai allo specchio e vedrai solo il volto di una maledetta. Non osare più scrivere, non provare a tornare. Se ti vedo, ti ammazzo.
Lucia lesse la lettera tre volte. Alla quarta stramazzò a terra urlando, tanto che i vicini chiamarono i carabinieri. Davide tornò dal lavoro, vide Lucia riversa sul pavimento, vide la lettera, e la sua espressione cambiò.
Sapevi che avrebbe fatto una cosa del genere? chiese con una voce così cupa da farle gelare il sangue.
Non potevo saperlo… diceva che ce lavremmo fatta… che sarebbe stato tutto ok…
Lui ti amava. E tu lo hai tradito. E ora è morto.
Vuoi accusare anche me? urlò Lucia. È colpa mia se ha fatto quello che ha fatto? Dovevo restare tutta la vita ad aspettarlo?
No, rispose Davide scuotendo la testa ma avresti dovuto dirgli la verità prima, non sparire come una ladra. Dovevi essere onesta. Invece sei scappata. E ora paghi.
Si chiuse in cucina a fumare, e Lucia restò sola, stringendo quella lettera maledetta.
Un mese dopo cominciarono i guai. Prima una dermatite fastidiosa su tutto il corpo, poi pustole che non guarivano neppure con le medicine. Girò per medici, prese farmaci, niente cambiava.
È psicosomatica, le disse un anziano dermatologo. Lei soffre molto, signorina. Forse dovrebbe parlare con qualcuno, non con me.
Non ho nessuno stress, sbottò Lucia, ma in fondo sapeva che aveva ragione. Lo stress si chiamava Isabella e la sua maledizione.
Allinizio Davide cercò di aiutarla, ma quando la faccia, un tempo così bella, le si sfregiò di croste e cicatrici, cominciò a prendere le distanze.
Non mi ami più, gli disse una notte in cui lui rifiutò di andare a letto con lei, fingendo stanchezza.
Ti amo ancora, mentì lui guardando altrove. Ma non riesco a vedere tutto questo.
È tutta una questione daspetto, vero? Lucia si guardò nel riflesso della vetrata Hai amato una bella donna, ma ora ti fai schifo di me. Capisco.
Non è solo laspetto. Sei tu che sei cambiata. Sei diventata amara, aggressiva, cattiva con tutti. Così non ce la faccio più.
Allora vai, gli gridò, sentendo una rabbia che non sapeva di avere. Vai come sono andata io da Marco! Sparisci!
Lucia, basta…
No, basta tu! gli lanciò addosso una tazza, mancandolo per un soffio. Lo vedi anche tu come mi guardi? Ti fa schifo perfino toccarmi! Lasciami stare!
Davide raccolse le sue cose, chiamò un amico, dopo tre giorni Lucia trovò un messaggio: Scusami, ma non ce la faccio più. Laffitto è pagato fino a fine mese. Lascia le chiavi al portinaio.
Restò sola. In una città sconosciuta, con un viso irriconoscibile. Si guardava allo specchio e vedeva non più una ragazza, ma una vecchia sfregiata, con occhi spenti e mani piene di ferite.
Così tornò a San Giuliano. Quando la gente la vide, pareva avessero visto un fantasma. La madre si mise a piangere, i vicini si fecero il segno della croce, Isabella, appena la scorse in strada, attraversò ostentatamente senza degnarla di uno sguardo.
Ecco, Dio lo ha punito, mormoravano le anziane. Il male va pagato, e il bello se lo porta via la cattiveria.
Non è stato Dio, sussurravano altre. È stata Isabella, la sua lingua è tagliente come un coltello.
Lucia ascoltava senza rispondere. Lavorava alle Poste, aiutava la madre, provava qualsiasi cura, ma nulla cambiava. Le piaghe si diffondevano e il suo volto era irriconoscibile.
Passarono dieci anni.
Dieci anni di dolore, vergogna, solitudine e mille tentativi di guarire. Aveva provato ogni medico tra Milano e Parma, ma la risposta era sempre la stessa: È dentro di te.
Un giorno trovò il coraggio. Indossò un abito lungo con le maniche, salì i cinque gradini della casa di Isabella e bussò.
Apre una donna che Lucia quasi non riconosce: Isabella, in dieci anni, era diventata anziana, curva e tremante. La fissò come si guarda un fantasma.
Isabella, sono io, Lucia, la voce le tremava. Posso entrare?
Lucia? Che vuoi? Non hai sofferto abbastanza?
Ho sofferto, rispose Lucia. Ma anche lei. Possiamo parlarne?
Si sedettero in cucina, tutto uguale a dieci anni prima. Ma laria era diversa, piena di dolore trattenuto.
Mi perdoni, disse Lucia con fatica. So quello che ho fatto, so che ho ucciso Marco e che lei mi ha maledetta. Mi sono meritata tutto. Ma non posso più continuare così. Voglio chiederle perdono.
Isabella tacque a lungo, così tanto che Lucia temeva di venir sbattuta fuori. Poi le scesero lacrime silenziose, rigandole il viso rugoso.
Lucia… la voce rotta. Sono io che devo chiedere scusa a te. Sono stata io a maledirti, a sperare che tu soffrissi. Pensavo di vendicare mio figlio, ma ho solo aumentato il dolore.
Isabella…
Lascia parlare me, alzò una mano. Parlava il mio dolore allora. Volevo solo che tu soffrissi come me, ma poi… poi non mi sono più sentita meglio.
Io la perdono, disse Lucia, con le lacrime a mescolarsi al sangue delle ferite. Lho perdonata già da tempo. Ora proverò a perdonare anche me stessa. Per Marco. Così, magari, lui lassù starà meglio.
Perdonami anche tu, Lucia, Isabella le allungò la mano, e Lucia la prese nella sua, sentendo tremare quelle dita vecchie. Perdona questa sciocca. Ho solo voluto la felicità di mio figlio, ma poi…
Restarono lì in silenzio, in lacrime, unite da un dolore che solo loro potevano capire.
Da quel giorno la pelle di Lucia cominciò a guarire. Prima sparirono le piaghe, poi anche le croste, infine le cicatrici si dissolsero. I medici parlavano di miracolo, ma Lucia sapeva che il vero miracolo era il perdono.
Andava ogni giorno da Isabella, la aiutava in casa, cucinavano insieme, ricordavano Marco, ridevano dei suoi dispetti, piangevano sulle sue lettere, custodite ancora in quella scatola di legno.
E lanello? chiese un giorno Isabella.
Qui, e Lucia mostrò la catena sotto labito, con lanello dargento. Non lho mai tolto.
Mettilo al dito, comandò Isabella, la voce ferma come un tempo. Come avrebbe voluto Marco.
Non ho diritto…
Fallo e basta, replicò Isabella.
Lucia infilò lanello al dito, calzava perfettamente, come fosse sempre stato suo.
Rimasero in silenzio.
Quante sofferenze ci siamo causate, Lucia, sospirò Isabella guardando fuori dalla finestra. A noi stesse, a Marco. Per cosa?
Non lo so, rispose Lucia. Forse perché siamo solo esseri umani.
Pensi che lui ci abbia perdonate?
Sì, rispose Lucia, per la prima volta sorridente. Lui che ci ha amate entrambe, sapeva perdonare.
E Dio?
Dio, Lucia guardò lanello, le mani di Isabella, anche Dio perdona chi si perdona tra di loro.
La vita continuava. In questa vita cerano spazio per dolore, perdono e una speranza: che un giorno si sarebbero riabbracciate tutti e tre, dove non esistono più né maledizioni né tradimenti.
Solo il cielo sa se questo giorno arriverà. Ma loro ci credevano.






