Il destino si ripete
La sera invernale avvolse Roma prima del solito già alle cinque e mezza il cielo era buio e i lampioni proiettavano il loro tipico bagliore giallo sulle strade piene di motorini e clacson sommessi. Nellappartamento di Andrea cera un caldo piacevole: la luce soffusa di una piantana accarezzava il salotto con una luce dorata, sottolineava il profilo dei mobili e creava ombre bizzarre negli angoli. Sul tavolino, accanto a una ciotolina di cantuccini, fumavano due tazze di tè il vapore leggero diffondeva nellaria un aroma di menta e miele. Fuori, invece dei fiocchi di neve, scendeva una pioggerellina fastidiosa: gocce grosse correvano sui vetri e si accumulavano sul davanzale già umido.
Andrea aveva appena finito di sistemare la merenda aveva scelto con cura le sue tazze preferite, disposto i biscotti, acceso addirittura una candelina profumata che sapeva di arancia e cannella: tutto per creare quellatmosfera speciale. In quel momento suonarono. Si precipitò in corridoio: sulla porta cera Antonio, spettinato e con il naso rosso dal freddo.
Gelato come un surgelato Findus, guarda! borbottò Antonio, entrando e scrollandosi addosso le ultime gocce di pioggia dal cappotto pesante. Il colletto era pieno di macchie dacqua, sulle sopracciglia ancora qualche gocciolina. Ma con sto tempo, solo i pazzi stanno fuori di casa!
E infatti siamo qui, rispose Andrea con un sorriso accogliente, mentre prendeva il cappotto allamico. Vieni dentro, io e Ottavia stavamo giusto per prenderci un tè. E sono certo che anche a te non farà male una bevanda calda.
Si sistemarono in salotto. Antonio puntò subito il tavolino, senza tanti convenevoli: si buttò sulla poltrona, afferrò la tazza con due mani e si lasciò riscaldare dal tepore. Gli occhi si chiusero per un secondo, un sospiro poi riaprì, sembrava quasi scongelato.
Allora, che cè di così importante da mollare moglie e figlio una sera di venerdì? Non dovevate andare a cena da tua suocera? domandò Andrea, con quella vena di ironia che non mancava mai. Sorbì un po di tè, soddisfatto.
Dovevo sì, ma ho dato forfait, fece una mezza smorfia Antonio, facendo un altro sorso.
Ho capito E come stanno Elisa e Nicolò?
Antonio rimase un attimo in silenzio, con quel tipico gesto italiano di chi non sa da dove cominciare. Poi alzò una mano come a voler scacciare via un pensiero fastidioso.
Mah, bene cioè, insomma, cercò di sembrare disinvolto, ma quella nota nel tono tradiva che non era proprio tutto bene.
Si era perso a giocherellare con la tazza vuota: stringeva, ruotava, guardava il decoro sul bordo come se lì potesse trovare un aiuto. Gli occhi non incontravano mai quelli di Andrea, vagando tra la libreria, il quadro sopra la tv, lo spigolo del tavolo.
Alla fine, dopo un sospiro profondo, sussurrò:
Ho chiesto il divorzio.
Andrea rimase di sasso. La tazza tremolò leggera nella sua mano, e un cerchio si allargò sulla superficie del tè. Gli occhi puntati sullamico: cercava una smentita, uno scherzo che naturalmente non arrivò.
Sul serio? Tu e Elisa? la voce involontariamente si alzò di mezza ottava.
Antonio annuì guardando fuori: era come se, dietro quelle gocce, stesse cercando tutte le risposte.
Sì, confermò dopo una pausa breve. Ho incontrato una donna Marina. Con lei mi sento di nuovo vivo. Lei è come una luce accesa nella notte, mi capisci?
Non sarà solo una cotta passeggera? chiese Andrea, cercando di suonare razionale, ma col tono che lasciava trasparire rabbia. Avete un figlio! Nicolò ha solo due anni! Cosa farà senza il padre? Ricordati la tua infanzia
Antonio alzò lo sguardo di scatto. Nei suoi occhi una decisione che Andrea non gli aveva mai visto.
Ne sono sicuro, rispose secco. È una scelta pensata, credimi. Non ce la faccio più a recitare ogni mattina! Questa non è vita, Andrea, è solo sopravvivere per inerzia. Con Marina tutto cambia, capisci? Voglio avere sogni, mete, smettere di vivere per abitudine! E per Nicolò io non lo abbandono. Non sono come mio padre.
Andrea rimase alcuni secondi immerso nei ricordi. Vedeva nitido quel cortile delle medie, un ottobre freddo, loro due su una panchina in pausa. Antonio, allora con gli occhi accesi di entusiasmo, giurava di non diventare mai come il padre. Se un giorno sposerò una donna, ci proverò fino alla fine, non scappo, diceva.
Quelle parole, ora, risuonavano come uneco amara. Guardò lamico, non più ragazzino, ma uomo seduto sulla poltrona con una determinazione sconosciuta e sussurrò:
Ricordi quando alle superiori dicevi che mai avresti ripetuto gli errori di tuo padre?
Antonio irrigidì. Le dita si chiusero a pugno sulle ginocchia. Sollevò il mento come per difendersi.
Certo che ricordo. E allora? rispose teso, pronto al rimprovero.
Allora che stai facendo la stessa identica cosa, sentenziò Andrea, con voce calma ma ferma. Lasci moglie e figlio al loro destino.
Antonio saltò in piedi in un attimo. Due passi agitati per la stanza, poi si voltò: negli occhi una fiamma di rabbia, o forse di disperazione.
Non è la stessa cosa! gridò, e poi subito si ricompose. Lui è sparito, senza spiegare nulla. Io invece sono stato chiaro con Elisa. Abbiamo parlato, discusso, cercato di capire. Non scappo, ma cerco di fare le cose nel modo giusto anche se fa male. E Nicolò lo vedrò spesso! Lo prenderò ogni weekend. È tutta unaltra storia!
Andrea non rispose subito. Carezzò il bordo del tavolino, si prese un attimo prima di guardare lamico negli occhi. Lo sguardo preoccupato ma lucido.
Sei davvero convinto? sussurrò, controllando la voce. Pensi davvero che tuo figlio starà meglio perché sarai onesto nel lasciarlo? Un bambino non pesa le parole degli adulti, pesa solo i vuoti: papà non torna più, non legge più la favola della buonanotte, non gioca con lui. La tua onestà pesa più di questo dolore?
Antonio si congelò. Guardava fisso il tappeto come se tra i suoi disegni trovasse una soluzione.
Nella sua testa, immagini taglienti come fotografie: lui a sette anni, seduto sul gradino umido della scuola a guardare la strada, sperando che la mamma passi a prenderlo. Lui a tredici, sbeffeggiato dai compagni: Dovè il tuo papà? Non viene mai… Ah già, vi ha abbandonati!. Lui a sedici; la chitarra scadente che il padre gli aveva portato come regalo di compleanno, gettata da lui stesso contro il muro in preda alla rabbia. Il suono del legno che si rompe, i sogni infranti.
Eppure, linfanzia di Andrea era tutta unaltra storia. Suo padre era sempre presente: portava Andrea a pescare, aggiustava la bici, veniva a scuola, faceva domande ai professori, si interessava davvero. Antonio li spiava con una silenziosa invidia.
Tuo padre è un supereroe, aveva detto una volta.
Andrea aveva solo sorriso, senza nemmeno alzare la testa:
Mio padre semplicemente mi vuole bene.
Solo anni dopo Antonio aveva capito davvero cosa volevano dire quelle parole.
Ora, davanti a Andrea, si sentiva pieno di emozioni inconciliabili. Ricordi che tornavano allimprovviso, fortissimi, tanto da fargli perdere per un secondo il filo della realtà. Ma la voce di Andrea lo riportò indietro.
Non puoi capirlo, sussurrò faticosamente, tradendo la lotta interiore. Cercava le parole giuste. Non sono come lui. Non mi sottraggo. Costruisco una nuova vita, non scappo.
Andrea lo fissò senza giudizio, ma con quello sguardo da amico che lo aveva sempre ascoltato.
Ma quella vecchia hai provato almeno a salvarla? gli chiese piano. Ma davvero, hai tentato? Oppure è solo più facile ricominciare da zero?
Antonio si fece pallido. Le mani a pugni, lo sguardo sul pavimento in cerca di una risposta.
Ho provato, rispose alzando gli occhi con fermezza. Anno dopo anno. Ma non cambiava nulla. Parlavamo, provavamo a rimediare, ma tutto rimaneva uguale: una routine infinita senza gioia.
Andrea inclinò la testa, insistente ma pacato, quasi ironico:
E in pratica? Da quanto non le regalavi un mazzo di fiori senza ragione? Quando lhai portata lultima volta fuori a cena solo per farla sorridere? O anche solo un complimento?
Basta! Antonio alzò la voce più di quanto volesse. È facile parlare per te! Tutto perfetto a casa tua! Il papà modello, la famiglia da Mulino Bianco!
Era rabbia amara, carica di frustrazione accumulata. Chiuse i pugni, poi li lasciò andare, rendendosi conto delleccesso.
Andrea restò fermo, solo un lungo sospiro mentre si passava una mano sul viso, come per spazzare via quello che sentiva. Il suo sguardo, però, era stanco più che arrabbiato.
Non si tratta di essere perfetti, disse con dolcezza ma con fermezza. Si tratta di scegliere. E di non fare gli errori degli altri.
Antonio si voltò di scatto, segnato dalla tensione.
Ma che centra tutto questo?! sbottò. Tu non puoi capire cosa voglia dire crescere senza un padre! Sentirti invisibile parole che rivelavano una vecchia ferita, mai davvero rimarginata.
Andrea si alzò lentamente. Restò a distanza, però con una postura aperta, come a dire: Non sono contro di te.
E allora perché vuoi far vivere a Nicolò quello che hai vissuto tu? mormorò, il tono pieno di tristezza. Dici di essere diverso da tuo padre. Ma stai facendo esattamente la stessa cosa!
Antonio si immobilizzò sulla soglia della porta, la mano sulla maniglia senza girarla. Si voltò: ormai la rabbia era svanita, sostituita da una specie di smarrimento, quasi non si riconoscesse più.
Tu non vuoi capire la voce fioca e stanca.
Capire cosa? Che lasci moglie e figlio piccolo perché hai incontrato una ragazza nuova? Andrea scuoté la testa. No, questo davvero non lo capisco.
Senti, Andrea, risparmiami le prediche! la voce acida, e Antonio uscì sbattendo la porta.
Il tonfo echeggiò nellappartamento, lasciando un silenzio strano, denso. Andrea rimase fermo in piedi a fissare la poltrona vuota, quasi sperando che Antonio tornasse, chiedendo scusa. Invece, niente.
Lentamente Andrea si lasciò cadere sul divano, mano sul viso per cancellare almeno le tracce di quella conversazione. Si appoggiò allo schienale, chiuse un attimo gli occhi, ma nella testa i pensieri correvano veloci e disordinati, come pioggia su una finestra.
Passarono qualche minuto. Entrò Ottavia, in vestaglia e appena uscita dalla doccia, i capelli avvolti da un asciugamano. Lo sguardo colmo di preoccupazione, le sopracciglia corrugate. Come un radar, notò subito la porta spalancata, gli occhi pensierosi del marito.
Che è successo? Ti ho sentito discutere, disse con tono basso, sedendosi accanto a lui. La voce era dolce, morbida, ma la preoccupazione vera.
Andrea sospirò a lungo prima di parlare, cercando le parole giuste.
Antonio ha lasciato la famiglia, riuscì infine a dire. Dice che ha trovato unaltra, chiede il divorzio.
Ottavia spalancò gli occhi, la mano al petto per lo stupore. Un misto di incredulità e malinconia le passò sul viso.
Ma cè il piccolo Nicolò! Ed Elisa sembravano felici! Li abbiamo visti insieme ai compleanni dei bimbi, alle feste. Parevano una coppia innamorata
Appunto, ghignò amaramente Andrea, accarezzando il bracciolo del divano. Oggi lui fa quello che tanto odiava di suo padre, e nemmeno se ne accorge. La storia si sta ripetendo: stavolta tocca a lui.
Ottavia rimase silenziosa, lasciando il tempo alle emozioni di assestarsi. Poi con cauta saggezza disse:
Forse si è solo perso. La gente si smarrisce, confonde il desiderio di cambiare col bisogno di fuggire. Gli sembra la soluzione migliore, ma magari non è altro che un pretesto
Andrea scosse la testa, lo sguardo un po altrove.
Perdersi capita, ammise. Ma lui non si sforza nemmeno di capirsi. Voleva essere diverso dal padre e ora fa il replay, proprio lui. Non me lo aspettavo da lui, Ottavia. Proprio no.
Ottavia sospirò piano e gli poggiò la mano sulla spalla. Avrebbe voluto trovare le parole giuste, consolarlo, ma in certi momenti il silenzio è più forte di qualsiasi frase. Rimase seduta accanto a lui, offrendogli solo una calda vicinanza.
Fuori la pioggia continuava a martellare Roma. Nellappartamento di Andrea il tempo sembrava essersi fermato: solo le lancette dellorologio lavoravano, tic tac che misuravano minuti ormai passati per sempre
*****************************
Una settimana dopo, Andrea e Ottavia erano davanti al portone di Elisa. Laria era fredda, tirava un vento che scompigliava le ciocche ribelli ai berretti. Ottavia teneva tra le mani una torta alla ricotta e cioccolato appena fatta confezionata con una scatola decorata con tanto di nastrino, semplice ma elegante, proprio quello stile da autentica vicina di casa italiana.
Andrea aggiustò la cerniera della giacca, lanciò una rapida occhiata interrogativa a sua moglie come a chiedere conferma del piano e poi suonò. La suoneria risuonò dentro. Elisa aprì pochi secondi dopo. Lo stupore nei suoi occhi era sincero: evidentemente non si aspettava visite.
Andrea? Ottavia? Ma che ci fate qui? la voce esitante, come quella di chi cerca le parole giuste.
Solo per vedere come stai, rispose Ottavia sorridendo calda, poggiando la scatola sul palmo. Nessuna allegria forzata, solo partecipazione. Possiamo entrare?
Elisa esaminò i due ospiti, sembrava incerta ma più smarrita che sospettosa. Alla fine, accennando un sorriso imbarazzato, fece cenno di sì:
Sì, certo, venite pure.
Lappartamento aveva un silenzio insolito. Di solito era animato dalle risate di Nicolò, dai cartoni animati sempre accesi, dalle parole di Elisa. Ora, il vuoto era quasi tangibile: pure Ottavia ci fece caso.
Sta allasilo, spiegò Elisa, avendo notato lo sguardo di Ottavia che cercava il bimbo. Oggi in classe cè il teatrino delle marionette. Lo vado a prendere fra un paio dore.
Andarono in cucina, dove Elisa accese distrattamente il bollitore, tirò fuori le tazze: ogni gesto un rituale meccanico, per tenere insieme i pezzi della giornata. Fece accomodare gli ospiti.
Ottavia posò la scatola sul tavolo, sistemò il nastro e aprì: profumo di torta appena sfornata. Elisa versò il tè, ma della sua tazza si servì poco: la rigirava tra le mani in cerca di calore puro e basta.
Come va? chiese Andrea con voce bassa, scelto apposta per non risultare invadente. La domanda era semplice, non scontata.
Elisa fece spallucce, fissando la tazzina, poi lo sguardo scivolò verso la tovaglia a fiori.
Me la cavo più o meno, rispose sinceramente. Poi, dopo una pausa, aggiunse con tono più fermo: Al lavoro almeno mi distraggo. Finché ho da fare, penso meno.
Un respiro, unaltra pausa.
Nicolò non capisce bene cosa succede. A volte mi chiede dovè papà. Gli dico che è impegnato, che lavora. Non so se mi crede, però almeno non piange.
Alla parola piange, la voce tremò, ma Elisa riprese subito la padronanza. Un piccolo sorriso di circostanza, per far credere che non fosse poi tanto tragica.
Ottavia allungò la mano, sfiorò quella di Elisa. Gesto breve, ma pieno di empatia vera. Elisa strinse le dita di Ottavia in segno di gratitudine e tornò a guardare la tazza.
Nello sguardo una tristezza contenuta, come una corda sottile pronta a spezzarsi. Cercò di ricomporsi, ma Ottavia aveva ormai compreso tutto. Tese delicatamente la mano, coprendo di nuovo quella di Elisa.
Se hai bisogno, per Nicolò, per la spesa, per parlare chiamaci, disse Ottavia con fermezza ma senza teatralità. Noi ci siamo, davvero.
Elisa sollevò lo sguardo. Nei suoi occhi brillavano lacrime, ma questa volta non erano di disperazione, bensì di gratitudine: sembrava si fosse finalmente permessa di lasciarsi andare. Una lacrima le rigò la guancia e lei la ignorò completamente.
Grazie, sussurrò. La voce rotta, ma piena di emozione. Davvero. Non sapevo a chi rivolgermi Quando ti serve aiuto, ti accorgi che amici veri puoi contarli su una mano sola.
Andrea si sporse verso di lei, in modo da incontrare i suoi occhi.
Da noi, Elisa. dichiarò deciso. Il campanello lo conosci. Basta che pensi di avere bisogno, noi arriviamo.
Parole normali, nulla di eclatante, eppure in quelle poche sillabe cera tutta laffidabilità di cui Elisa aveva bisogno. Non tentò più di fermare le lacrime, lasciandole scendere fino al mento: erano lacrime di sollievo, finalmente.
Ottavia strinse ancora la sua mano; poi, mollando la presa, si avvicinò alla scatola sul tavolo.
Dai, prendiamo il tè che ormai si fredda! E prova la torta, lho fatta col cuore, anche se forse si è dorata un po troppo sotto ma tanto il cioccolato copre tutto!
Il tono volutamente leggero e la normalità della frase aiutarono Elisa a ritrovare un po di calma. Si soffiò il naso, sorrise appena.
Certo, assaggiamo. E davvero, non facciamolo raffreddare e la tua torta è sempre la benvenuta!
Prese il cucchiaino. Anche solo quellatto semplice la fece sentire, per qualche istante, di nuovo con i piedi per terra.
**************************************
Tre anni dopo, una domenica di maggio, Roma era vestita di sole. Lerba di Villa Borghese risplendeva di verde, e Nicolò ormai di cinque anni rincorreva instancabile un pallone rosso. Il suo modo di ridere faceva voltare più di un passante. Sulla panchina vicina, Ottavia faceva dondolare piano la carrozzina dove dormiva la loro neonata. Un refolo di vento spostava il cappellino di pizzo e i raggi di sole disegnavano cerchi sulla copertina bianca.
Andrea, seduto accanto alla moglie, non toglieva gli occhi da Nicolò: laffetto si vedeva chiaro dal modo in cui controllava ogni movimento del bimbo.
Ormai è un ometto! commentò Ottavia, con quellorgoglio tipicamente italiano. Non si sta mai fermo!
Già, fece Andrea, ammirando i dribbling sfrenati del bambino che segnava gol in porte invisibili. Elisa è stata bravissima, ce la sta mettendo tutta.
Ottavia sospirò, questa volta seria, aggiustando la copertina della neonata. Parlò sottovoce:
Ma deve essere dura, Andrea. Soprattutto quando Antonio si dimentica i compleanni, o allultimo annulla tutto. Ieri doveva prendere Nicolò per il weekend alle sei del mattino ha scritto che aveva una cosa urgente al lavoro.
Andrea abbassò il tono. In tre anni aveva visto spesso questa scena: Antonio entrava e usciva dalla vita del figlio come un acceso-fuori. A volte arrivava, portava giocattoli costosi, altre rimandava tutto con un Scusa, non ce la faccio. Talvolta si presentava dopo mesi dassenza, prometteva di recuperare, ma già dopo dieci minuti guardava il cellulare e si ricordava dimpegni più urgenti.
Ho provato a parlargli, confidò Andrea, triste. Gli ho detto: Nicolò non è un soprammobile. Ha bisogno di presenza, costanza, persone che non spariscono. E invece lui si offende: Eh, tu non capisci il mio momento difficile.
Momento difficile che dura tre anni sospirò Ottavia, con una tristezza che non era giudicante, ma reale. I bambini queste cose le sentono. Ieri Nicolò ha chiesto a Elisa: Mamma, papà non mi vuole più bene?. Lei ha fatto fatica a trattenersi dal piangere.
Andrea strinse le mani, poi rilassò quei pugni invisibili, come per non mostrare allesterno il proprio nervosismo.
A volte penso che Antonio non voglia vedere la realtà. Da ragazzino giurava di non diventare suo padre. Diceva che ne avrebbe fatto tesoro e ora, invece
Ora è proprio come lui, completò Ottavia, con un filo di voce decisa ma dolce. E trova sempre una giustificazione: Sto cercando me stesso, È una svolta della vita. Ma la verità è che non si prende la responsabilità che dovrebbe.
Fu allora che Nicolò corse da loro, tutto sudato, ciuffi scompigliati e occhi che brillavano di entusiasmo.
Zio Andrea, guarda cosa so fare! esclamò, mostrando un nuovo gioco col pallone. Poi, come se nulla fosse, riprese la corsa.
Ottavia sorrise, con la dolcezza sincera di una madre.
È bello che abbia te. Almeno cè sempre qualcuno che non se ne va, che non gli dà buca, che non dimentica i compleanni disse, la voce calda e rassicurante. Questo per lui vale più di mille regali.
Andrea annuì, fissando Nicolò mentre correva nel sole. Negli occhi la determinazione di chi si assume una promessa silenziosa: se Antonio non farà il padre, lui Andrea non permetterà mai a Nicolò di sentirsi abbandonato. La storia di Antonio non si ripeterà con Nicolò. Non questa volta.
Intanto il sole avvolgeva tutto, Nicolò rideva, la carrozzina cullava la neonata, e dentro Andrea cresceva la certezza: ai bambini non serve un passato perfetto nei genitori. A loro basta il presente e qualcuno che non li lasci mai soli.







