Il ciottolo

– Ma sei proprio un sasso, tu, Romano! Altroché! Un pezzo di pietra, senza un briciolo di sentimento! Dentro di te esiste qualcosa di umano, dico io? Macché, figurati! Lavoro e soldi, tutto qui! Nientaltro conta per te! Nessuno! Né tua moglie, né eventuali figli!

– Giulia, non abbiamo figli.

– Ma potevamo averli! Per colpa tua! Se solo avessi sentito accanto un uomo su cui potevo davvero contare, magari sarei già madre da tempo! E invece? Solo te stesso e i tuoi bisogni! Basta, Romano, sono stanca! Giulia buttò nellennesima valigia un vestitino e scoppiò in lacrime Ti ho amato così tanto… più di chiunque altro! E tu…

– Anchio. Ti ho amata.

Romano diede un pugno al muro della loro ex-camera matrimoniale e uscì in silenzio.

A dire il vero, quella camera non era più davvero matrimoniale già da un pezzo. Giulia, con la scusa che Romano russava come una moto, lo aveva sfrattato nello studio.

– Così dormi meglio anche tu, e io almeno faccio una notte decente. Vuoi che resti giovane e bella, no? Perché dopo una notte con te mi sveglio con due borsoni sotto gli occhi; non ho più soldi per lestetista, Romano!

Ma le spese dallestetista non erano diminuite… Solo che adesso Romano dormiva nello studio. Dopo un paio di notti di contorsioni sul vecchio divano di pelle, decise di andare allIkea e si comprò un bel letto nuovo, decente e largo. Così almeno poteva stiracchiarsi per bene, senza stare rannicchiato come quando era bambino e la madre, coprendolo, gli diceva: Amore, ma perché stai tutto contorto? Così non si dorme!

La mamma non aveva mica ragione: non cera posizione migliore per dormire, secondo Romano. Ancora oggi, col suo metro e novanta, si raggomitolava tra le lenzuola. Ma quando leggeva o guardava un film, invece, voleva proprio stirarsi a tutta lunghezza. Perciò si era fatto fare il letto su misura: trovarne uno pronto in Italia bello grande era impossibile.

La commessa del mobilificio, osservandolo, non aveva resistito: Ma lei è proprio un Marcantonio! Sembra uscito da una favola!

Romano non sapeva mai cosa rispondere quando le belle ragazze gli facevano complimenti. Si era limitato ad arrossire, pagare in fretta con duecento euro e scappare, senza neanche scegliere il colore del letto.

La ragazza, però, fu brava: il letto venne proprio come doveva.

Ma ormai quella camera era regno di Giulia, e Romano doveva arrangiarsi altrove. La casa non era grande, ma laveva costruita a modo suo, con testa, quando ancora non pensava nemmeno di sposarsi. Due camere, uno studio, salone e cucina. Giulia, dopo il matrimonio, aveva sistemato la seconda stanza per gli ospiti e vietato a Romano di entrarci. Così rimaneva solo lo studio.

Romano però, così come il suo gatto, Minuccio, non se la prendevano troppo. Romano era stufo di sentirsi ripetere sempre le stesse lamentele; Minuccio, invece, proprio non sopportava Giulia.

Lei aveva decretato guerra al gatto fin dal suo arrivo: Odio i gatti! Prendiamoci un cane! Bello grosso!

E Minuccio dove lo metto? chiedeva Romano, guardando il gatto accasciato in un angolo, con due occhi che promettevano tempesta.

Regalala a qualcuno.

No.

Romano lo disse con tanta calma che Giulia si innervosì. Era la prima volta che Romano si opponeva. Fino a quel momento tutto come da copione… ma per un gatto? Strano davvero…

Giulia non poteva sapere che Minuccio era arrivato proprio quando tutto stava andando a rotoli per Romano; prima aveva perso la mamma… Poi lazienda, che andava a gonfie vele, si era inceppata, e chi voleva portargliela via era spavaldo, senza paura. Una notte addirittura lo avevano aspettato sotto casa, senza riuscire però a fargli male. La mamma laveva irrobustito, portandolo a fare sport ogni pomeriggio e adorando le sue medaglie e coppe, colorando la casa di allegria…

Romano non aveva mai visto il padre: era pilota di caccia, morto durante un test di volo. Solo una grande foto, appesa nello studio, a testimoniare che quelluomo cera stato. Ma il ricordo era sempre vivo, la mamma gliene parlava in continuazione e Romano si diceva che voleva una famiglia come la loro: dove lamore resta anche se si è lontani, e niente può cancellarlo.

La mamma era bellissima, ma non si era mai risposata. Crescendo, Romano le chiedeva se non si sentisse sola. Lei rispondeva sempre: Sola? Ma io ho te! E dopo tuo padre, non esiste altro. Non si può vivere con qualcuno solo per vivere. Bisogna amare. E io tutto lamore lho dato a lui…

Romano ascoltava, intuendo che cera qualcosa al mondo che ancora non capiva bene. Amore, forse, o qualcosa di più. Sapeva solo che, il giorno in cui avesse incontrato una donna che lavrebbe scelto per davvero, niente lavrebbe mai più spaventato.

La mamma aspettava con ansia che trovasse la donna giusta e le regalasse un nipotino, ma non fece in tempo. Due infarti a distanza di poco la portarono via, lasciando Romano solo.

Gli sembrava che il mondo si fosse fermato, come sospeso in apnea; faceva cose, si muoveva, ma come fosse congelato, tutto si era spento intorno.

Da quelloscurità lo salvò proprio Minuccio.

Una ragazzina spiritata gli aveva messo tra le braccia, appena uscito dalla metro (proprio quel giorno che lauto laveva lasciato a piedi), un minuscolo batuffolo di pelo, mezzo spelacchiato e pieno di pulci. Gli sorrise con qualcosa di famigliare negli occhi… e scappò.

Il nome Minuccio venne spontaneo. Da piccolo Romano adorava una vecchia commedia italiana, dove cerano due amici indomabili. La mamma diceva che lui era proprio come uno dei personaggi, gran sognatore; ma lui ammirava laltro, quello coraggioso e un po scapestrato. E così, col tempo, il nome divenne solo Mino, ma Romano non dimenticò mai il piccolo amico che aveva riportato un filo di luce nella sua vita.

Dopo qualche anno Minuccio era diventato un gattone massiccio, orgoglioso e di razza incerta, ma con il portamento di un principe. E così era stato fino a quando in casa non era arrivata Giulia.

Giulia laveva incontrato per caso. In realtà, lei non faceva mai nulla per caso. Aveva notato questuomo alto, interessante, quando era venuto a una riunione daffari nel ristorante dove lei lavorava come responsabile di sala. Rifletté e decise che Romano era una buona scelta. Ci volle poco: dopo alcune mosse ben studiate lo conquistò subito. Lui, poco esperto e tanto romantico, cadde nella rete. Giulia organizzò tutto: in sei mesi si ritrovò sposata e trasferita da lui.

Non fu facile: conviveva con un uomo testardo e un gatto nemico giurato. Giulia, cresciuta in una famiglia dove era stata una principessa, non sapeva scendere a compromessi.

Allinizio la battaglia fu proprio col gatto.

Ma Romano fu irremovibile: Minuccio non se ne va. Così Giulia si limitava a ignorarlo e, quando Romano partiva per lavoro, lasciava il gatto senza pappa. Minuccio allora si vendicava, combinandole qualche guaio; spesso, Giulia trovava scarpe graffiate e vasi rovesciati e gridava come una matta. Un giorno decise di prendersi un pastore tedesco, ma il cucciolo si affezionò subito al gatto ed entrambi snobbarono Giulia.

Lei pensava: Questi animali sono tutti strani! Romano però la zittiva: Tesoro, non è bello quando qualcuno si vuole bene?.

Giulia allora si arrabbiava ma sapeva che contro Romano non si vinceva mai. Lui non litigava. Semplicemente lasciava la stanza dicendo: Quando ti calmi, ne riparliamo.

Questa frase la faceva impazzire. Era una persona emotiva. Da bambina faceva scenate per niente, ma sapea anche tornare a sorridere e chiedere scusa. Sua madre la rimproverava: Amore mio, sei una piccola vampira: quando qualcuno si affeziona, tu lo dissangui e lo lasci lì. Pensa però che gli altri ci mettono tanto a guarire.

Che dici, mamma? Ma ti rendi conto con chi vivo? Un uomo di ghiaccio! Non riesce nemmeno a litigare davvero! Io voglio la passione, non la noia! Romano è troppo tranquillo, sembra quasi che di me non gliene importi nulla!

Cara mia, quando perdi qualcosa allora capirai il valore che aveva

Se lo perdo… poco male!

Naturalmente, Romano non sapeva nulla di questi discorsi. Per lui, Giulia era il centro del mondo, e non comprendeva i suoi malumori, pensando fossero dovuti alla noia.

Giulia lasciò subito il lavoro dopo il matrimonio.

Vorresti mica che tua moglie corra dietro ai tuoi colleghi con il mio miglior sorriso? Mi rispetti almeno un po, Romano?

Domanda retorica.

In attesa di trovare la sua strada, Giulia restava a casa, sfogando le crisi sulla povera signora Rosita, la donna delle pulizie, e si lamentava di continuo.

È un disastro, Romano! Quella è proprio negata! Passo la giornata a indicarle la polvere!
Perché?
Perché bisogna pulire bene! Non doveva impararlo alla sua età?
Allora, perché non glielo mostri tu?

Questa domanda, fatta con sincerità, aveva avuto un impatto devastante. Persino Minuccio aveva preferito andarsene fuori in giardino e passare la notte nella cuccia con il cane, piuttosto che nel suo solito angolino.

Giulia fece scenate per una settimana. Romano si limitava a scrollare le spalle e Rosita gli lanciava occhiate complici mentre gli serviva il minestrone e pane fresco.
Romano, vuole che me ne vada? La signora Giulia non mi sopporta.
Io ho assunto te, non Giulia. Quindi, decidi tu. E per secondo cosa cè?
Polpette di melanzane, come le piacciono tanto!
E allora niente discussioni, resti qui. Le tue polpette sanno di casa. Non me ne priverei mai!

Rosita aveva trovato la sua serenità lì. Era vedova, aveva cresciuto due figli da sola, senza una vera professione perché aveva lasciato la scuola per amore. Aveva lavorato come portinaia, donna delle pulizie, sempre sacrificando se stessa pur di dare ai figli una vita decente. Ma ora che erano grandi, si sentiva fuori posto a casa loro. Il figlio era andato a lavorare a Milano e si era fatto vivo solo per riprendersi due vecchi libri: Mi servono, mamma. Devo vendere, sto per diventare papà ma i soldi non ci sono.
Ma quando ti sei sposato?
Lascia perdere, è fatta. Tutto era in piccolo. I genitori di mia moglie sono persone perbene, quindi non era il caso che venissi. Ci si conoscerà poi, chissà.

Rosita era triste, ma non replicava.
La figlia era diventata mamma tre volte, e attribuiva tutto alla madre: Mamma questi sono i tuoi nipoti! Potresti aiutare di più, almeno con i soldi! E quando vengo da te, mai che tu tenga i bambini!

Figlia mia, lavoro tutto il giorno…
E io, allora, cosa faccio?

Alla fine, Rosita capì che per lei non cera posto nella casa della figlia; dopo due matrimoni falliti, la figlia chiedeva sempre più spazio. Rosita aveva venduto la casa di campagna dei genitori e diviso tutto fra i figli. Non le restava più nulla.

Lincontro con Romano fu provvidenziale: un giorno, portando la nipote nel passeggino, attraversò la strada senza accorgersi del semaforo rosso proprio mentre Romano passava in macchina. Frenò appena in tempo. Rosita, sbiancata, svanì, ma lui la sorresse prima che cadesse.

Va tutto bene, non si è fatta niente. Posso chiederle se cerca lavoro? Magari posso darle una mano. Così Rosita era diventata la regina della casa di Romano. Capacissima in cucina, Romano prese subito diversi chili: Qui bisognerà buttare via i jeans!

Quando finalmente, dopo qualche anno, Romano le regalò un piccolo trilocale in periferia, Rosita lo affittò senza dir niente ai figli e cominciò a mettere via qualche soldo per i nipoti.

I rapporti con Giulia non migliorarono. Rosita ogni tanto minacciava di andar via, per non essere motivo di lite tra marito e moglie. Solo una volta, dopo un brutto litigio per due peli trovati dal gatto sotto al tavolino, Rosita si permise di stringere affettuosamente la spalla di Romano: Quando vuoi, io sono pronta ad andarmene, tesoro.

No, rispose lui, posando la guancia sulla mano calda di Rosita. No, non se ne parla.

Rosita capì subito quando Giulia iniziò a frequentare qualcun altro. Romano se ne accorse solo più tardi, quando i voli per una missione di lavoro vennero cancellati. Tornò a casa e vide la scena chiarissima dalla porta della camera matrimoniale. Non disse nulla, uscì, andò nel prefabbricato di Rosita e chiese: Da quanto? Non lo so, Romano. Ma stasera è entrato per la prima volta.

E perché non mi hai detto niente?

Avevo paura… per te. Non rovinarle la vita, lascia perdere.

Quella notte la passò in cucina con Rosita, bevendo tè in silenzio e aspettando che la macchina dell’uomo lasciasse finalmente il vialetto.

Il divorzio fu durissimo. Romano aveva amato Giulia come nessun altro, a modo suo. Quello che era successo lo lasciò vuoto: aveva creduto alle parole di amore, ma evidentemente non bastava.

Da quel momento visse come in trance. Tornava a lavoro, faceva solo ciò che serviva, senza passione né energia. Per fortuna i suoi dipendenti lo rispettavano molto e capirono come stava: si gestirono tra loro, e la ditta andò avanti.

Romano si trasferì nel trilocale di Rosita, chiedendole di badare alla casa e lasciandola chiusa.

Dormiva su un divano troppo corto, rannicchiato come da piccolo. Minuccio non mangiava più: dopo una settimana, Rosita lo portò dal veterinario e chiamò subito Romano.

Romano, cè un problema serio con Minuccio…

Lui arrivò di corsa, prese il gatto e, come una volta, cercò di farlo mangiare a tutti i costi.

Dai, Mino, coraggio! Qui ormai siamo rimasti io, te e Rosita! Cè pure Duca (il cane), ma Giulia aveva già detto che lo avrebbe portato via… Dai, se te ne vai anche tu, mi lasci solo, eh?

Mino, a vedere Romano così, faceva la vittima, lasciandosi imboccare per giorni. I veterinari ridevano: Il gatto la sta prendendo in giro, sa? gli spiegò un giovane dottore. Lui sta benissimo. Vuole solo che lei si prenda cura di lui.

Ma può essere?
A volte gli animali ci capiscono meglio di quanto noi capiamo noi stessi. Sentono quello che proviamo.

Quella fu la svolta. Basta piangersi addosso, pensò Romano. Se il gatto lo aveva capito, era ora che lo capisse anche lui.

Rosita non si stupì quando Romano tornò: gli mise a tavola una scodella di pasta fatta in casa. Allora, Romano, e adesso? Come si va avanti?

Adesso bene. Ristrutturiamo la casa.

Non si limitò a un restauro: fece aggiungere altre camere, portò la casa su due piani, insomma… una rivoluzione.

Bravissimo, Romano! Rosita sgridava il gatto mentre davano la cera: via, via! Sei più sudicio dei muratori!.

Finito tutto, Romano tornò nella solita bottega di mobili per comprare un letto nuovo.

Lo accolse una commessa dai capelli ramati e il sorriso contagioso. Lui rimase un attimo interdetto.

Ancora un letto?

Sì, stavolta nuovo davvero.

E non scappa più come la scorsa volta? Non ci ha neanche detto come si chiama! Scommetto… Leonardo?

Perché Leonardo?

Perché Alessandro non sembra il tipo da stare fermo e farsi servire, e Giovanni oggi va di moda per i bimbi piccoli, prima mica tanto. A meno che sua mamma non fosse una che amava loriginalità…

Mi chiamo Romano. E mamma era una donna fantastica.

Alla prima figlia, Romano avrebbe dato il nome della madre. La moglie non sarebbe stata contraria.

Clelia, bella Clelia… Nome giusto, Romano, giusto. E il maschio?

Cosa?

Come lo chiameremo il figlio?

Romano affondò il viso nei riccioli rossi della compagna, stringendo la piccola con sé, e lasciò che la felicità pulsasse per la casa, scacciando le ombre e svegliando Minuccio che dormiva accoccolato vicino al lettino.

Il gatto si stiracchiò pigramente, passò tra le gambe di tutti, toccò la padrona con la zampina e si adagiò sul tappeto accanto alla culla. Bisogna sorvegliarla, la felicità, non si sa mai. È velocissima e sfuggente… Se la prendi, tienila stretta, non lasciarla scappare. E allora vicino a te ci saranno sempre quelli che ti amano. E che penseranno prima a te che a loro stessi.

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