Lucia, porta un bicchiere! Ma guarda che roba! Dai, muoviti! Caterina sobbalzò e si voltò di scatto. Ma con chi ce lhai? Pure il sale è poco!
Il pappagallo stava accovacciato sul trespolo nella sua gabbia e la fissava dritto negli occhi. Sembrava uno sopravvissuto a una tempesta nel Tirreno: le penne bianche erano diventate grigiastre, alcune avevano ceduto del tutto, e il ciuffetto giallo (che un tempo ondeggiava fiero come la chioma di Raffaella Carrà) giaceva moscio sulla testa, invece di svettare sopra gli occhietti attenti.
Si è intristito da morire, senza Paolo, poveraccio. E non vuole più parlare. È quella la reazione, Caterina mia: su di te ha fatto presa, ma con me niente. Sta zitto, accigliato, finché non gli cambio lacqua e gli do da mangiare. Prima almeno faceva il comico: chiacchierava di continuo, si buttava nel catino e faceva il bagno come se fosse a Rimini. Paolo diceva che i cacatua sono riservati; spiegava sempre il motivo, ma io mi dimenticavo puntualmente. Ma lui, Gianni il pappagallo, dico era un chiacchierone pazzesco. Ora zitto. Anna Stefania si avvicinò alla gabbia e allargò un gran fazzoletto che aveva tenuto vicino. Non so che fare. Ho provato pure a proporlo allasilo, nel mini-zoo, ma le maestre si sono indignate. Lo conoscono tutti: temono che insegni parolacce e poi i genitori ci fanno un processo per cattiva educazione faunistica. Ma mi fa una pena E portarlo da me niente, con i miei gatti durerebbe un pomeriggio. Così vengo ogni giorno a dargli da mangiare. Che devo fa?
Caterina si avvicinò e passò il dito tra le sbarre.
Ma quanti anni ha?
E chi lo sa? Paolo lha portato da un viaggio in nave, saranno quindici anni fa, almeno. Io a quellepoca ero solo la vicina, non ci frequentavamo ancora, come si dice. E da allora è sempre stato qui. Quanti anni avesse quando Paolo lha trovato, boh. Ho sentito che vivono a lungo. Paolo non cè più, Gianni invece Anna Stefania tirò su col naso e Caterina capì che da lì a poco ci sarebbe scappata qualche lacrima.
Nei due ore passate da quando Caterina aveva conosciuto Anna Stefania, quella povera donna si era commossa una ventina di volte. E guardandola bene, Caterina si era accorta che cera qualcosa, nel suo modo di tenersi raggomitolata e persa, che la faceva somigliare un po al pappagallo incupito. Forse voleva davvero bene a suo padre, non lo aveva solo usato per fuggire dalla solitudine. Di lei, come del padre, Caterina sapeva poco e nulla: erano diciassette diciotto anni che non vedeva il genitore. Lultima volta che venne a trovarla, aveva appena compiuto due anni: questo era lunico dettaglio raccontato dalla mamma, Giulia, giusto qualche anno addietro, quando, presa dal rimorso, le aveva confidato tutto in una sera dautunno.
La colpa è mia, Caterina. Mi aveva fatto soffrire, te lo giuro. Così lho vendicato non facendoti vedere. Ti tenevo nascosta e poi sono scappata via lontano. Sapevo che non ci avrebbe rincorse. Dopo un paio danni mi era passata la rabbia, ma ormai era tardi. Lui si è risposato, e noi qui, distanti. Oramai
Ma perché? Che aveva fatto di così tremendo?
Era capitano, Caterina In ogni porto una storia. Non riuscivo a sopportare una cosa simile.
Ma come lo hai saputo?
Sai come sono certi amici di paese Informati, come dicono. Raccontavano, facevano vedere Dopo ho capito che forse non era tutto vero. Ma allora ormai
Caterina provava pena sia per la madre che per il padre. Ma più di tutto, sentiva un vuoto infinito pensando di non averlo mai conosciuto. Dopo quella confessione, aveva provato a rintracciarlo, scrivendo allultimo indirizzo che aveva, andò persino lì: nulla, la casa venduta, i nuovi padroni non sapevano niente. Stava quasi per denunciare la scomparsa, quando ricevette la lettera di Anna Stefania. Due giorni per sistemare gli esami in università e poi subito in aereo, se non altro per parlare con qualcuno che suo padre laveva conosciuto davvero.
Scusa se ti ho chiamato tardi Mi ha proprio pregato lui di non disturbarti. Non voleva che ti spaventassi. Diceva che se non te lo ricordavi da sano, meglio non vederlo da malato. E se nè andato con dolori fortissimi, Caterina, urlava insieme a Gianni, pure i tappi nelle orecchie non bastavano
Ma comera, papà? Non negli ultimi giorni, prima?
Bravo, una persona buona. Io prima di lui due mariti e nessuno mi aveva trattata così bene. Sempre premuroso, anche per le sciocchezze. Ogni volta che uscivo per la spesa, controllava se mi ero coperta bene. Adorava cucinare, preparava torte su torte! Io ridevo, dicevo che non sarei più entrata dalla porta, lui rispondeva che mi avrebbe amata comunque. Marmellate e conserve per linverno! Mio balcone è ancora una dispensa. Gli dicevo di darsi una calmata, che poi chi se le mangia? Le regali in giro mi diceva. Lo faceva ridendo. E poi lo sentivi urlare: Sale! Una tragedia, sale non basta! Ma non ci pensare a come litigava: era solo teatro Piuttosto era un genio delle parolacce, ma mai con le donne. Solo se si bruciava o qualcosa Anna Stefania sorrise tra le lacrime. Ma sempre garbato, mai una parola brutta con le donne.
Posso chiederti una cosa?
Certo. Ti capisco. Lui tutta la vita si è pentito di non avervi frequentate. Rispetta tua madre per la scelta fatta, ma poi si è mangiato le mani per non aver insistito di più. Non giudicarlo male. Era tenero dietro quella corazza
Mah, non lo so. Forse meglio provarci comunque, no?
Forse sì, ma ognuno è fatto a modo suo. Io non lo giustifico, solo ti racconto comera.
Caterina toccò ancora le sbarre della gabbia. Il pappagallo la osservava attento.
Che strano Per qualcuno era adorabile. Per me, manco una mezza parola.
Rosichi? Anna Stefania si sedette sullorlo della poltrona, fissandola dal basso. Hai ragione, guarda. Non è giusto. Pensava sempre a te, avrebbe dovuto provarci, non aspettare. Chissà perché Gli chiedevo sempre, ma niente. Quando si ammalò, disse solo una parola: Tardi.
E allora, troppo tardi. Ma non importa. Mica serve arrabbiarsi. Tanto indietro non si torna.
Ecco, brava! Che buon cuore che hai! Chissà, forse ora anche lui è un po più sereno, se hai deciso di perdonarlo.
Anna Stefania si alzò, andò verso il comò e prese il cofanetto di velluto.
Questo è per te. Era sua volontà, se fossi venuta.
Caterina lo prese ma non lo aprì subito.
Che cè dentro?
Scoprirai. E questi sono i documenti della casa. Domani andremo dal notaio.
Dal notaio? Non era tutto tuo?
Ma figurati! Anna Stefania sorrise, malinconica. Lui aveva solo una erede: te. Perché avrebbe dovuto lasciare a me? Per non avere grane, abbiamo fatto testamento. Te lho detto, io capisco che la tua vita è altrove ormai.
Caterina guardava il pappagallo, di nuovo spelacchiato e raggomitolato tra le piume.
E lui? Che fine farà?
Gianni? Proverò a trovargli una famiglia. O qualcuno che lo accolga.
No! Caterina si avvicinò e aprì la gabbia.
Occhio! disse Anna Stefania, ma poi tacque.
Caterina porse la mano dentro la gabbia, con delicatezza, e la avvicinò alluccello.
Vieni con me?
Accarezzò leggermente le ali stanche di Gianni.
So che ti manca Paolo. Non posso sostituirlo. E non so fare neppure la passata di pomodoro per linverno ma imparerò, promesso. Mi aiuti?
Tolse la mano, lasciando la gabbia aperta. Gianni si prese il suo tempo, poi, con passo deciso da nonno arzillo, uscì dalla gabbia e si incamminò verso di lei.
Miracolo! Io non son mai riuscita a farlo uscire! Anna Stefania batté le mani. Davvero ci capiscono, questi animali?
Un gioiellino! Caterina lisciò di nuovo le piume.
Pasticche? Sei matta, Lucia! Gianni spalancò le ali e si mise ad agitarsi. Versamene un goccetto! Fammene assaggiare un cetriolino!
Caterina scoppiò a ridere e si voltò verso Anna Stefania.
Lo porto via con me.
Sbrigate le faccende con il notaio e salutata Anna Stefania, Caterina tornò a casa. Organizzare il viaggio del pappagallo fu unimpresa, ma ce la fece.
Ah, caro mio babbo, proprio uneredità da ridere mi hai lasciato brontolava mentre trascinava la gigantesca gabbia, cercando di non mollare la valigia.
Appena vide la mamma tirò un sospiro.
Ti aspettavo! Coshai lì?
Leredità! Caterina posò la gabbia e abbracciò la madre.
Tutto ok? Giulia la squadrò con preoccupazione.
Va tutto alla grande! si sciolse i capelli e i ricci le piombarono sulle spalle. Mi fa male la testa Mamma, mi serve una clinica seria.
Che hai? Ti senti male? Giulia era già in panico.
Mica io! Serve una veterinaria.
Ma che scherzi? fece Giulia, scocciata. Non abbiamo animali.
Adesso sì. Cè Gianni.
Caterina sollevò la gabbia e sbirciò sotto il copri-gabbia.
Guarda che bello!
Il pappagallo si drizzò, esaminando Giulia come il sindaco di Venezia valuta i forestieri.
Sembra malandato
Così mi dici? Gianni borbottava tra sé, Tho detto che il sale manca! Caterina intanto già richiudeva il copri-gabbia.
Giulia si ritrasse e fissò la figlia attonita:
Cosè sta roba?
Solo un pappagallo, mamma.
La clinica veterinaria la trovò Giulia. Dopo una settimana persino i veterinari risero così tanto con Gianni che a Caterina fecero lo sconto.
Un cliente più buffo non labbiamo visto!
E nemmeno più caro! sospirava Caterina. Gianni, mi costi quanto un mutuo ad Amalfi! Vuoi guarire o no?
Gianni la ascoltava con attenzione e il suo ciuffetto, che prima stava triste sul capo, adesso saliva come uno zuccotto da festa.
Testa fina! Valgo oro! camminava avanti e indietro sul trespolo, gonfio di sé.
Su questo nessuno discute… Caterina gli metteva acqua pulita. Ti verso lacqua anche nella bacinella? Vuoi fare il bagno?
Sciocchezza! Non siamo ancora intimi! e se ne usciva dalla gabbia a passeggiare sulla scrivania.
Oltre le peripezie con Gianni, il tempo volava, e arrivò il momento di riprendere luniversità. Adesso la veterinaria portava Gianni la mamma, la mattina; la sera Caterina si fiondava verso la gabbia:
Ciao Gianni!
Anche tu! Ma dove sei stata? Versa un goccio, dai! Belluccello, furbo!
Giulia rabbrividiva quando Gianni, che la sera era in astinenza, partiva a valanga con le sue battute, ma Caterina rideva come una matta.
Ma come ridi?! È assurdo! Giulia nascondeva però un sorriso, guardando la figlia.
Mamma, ascolta che repertorio! Io pensavo che i pappagalli ripetessero e basta, invece lui vuol proprio discutere! Fantastico.
Uccello furbo! Prezioso! faceva subito eco Gianni, annuendo come un saggio in senato.
Dopo sei mesi era méta da selfie. Pancione lucente, piume nuove, Gianni era diventato la star della casa: le amiche di Caterina venivano solo per postare storie con lui. Origliavano pure al GianniOfficial, hashtag lanciato da un compagno di corso.
Guarda che influenzer sei diventato!
Bellissimo! rispondeva lustro e fischiava.
Se avessi il tuo fascino magari pure Federico si accorgerebbe di me… Caterina si accigliava davanti allo specchio.
Eh, donne! Amare bisogna! Uccello furbo!
Grazie eh… fa lei, scuotendo la testa, i riccioli come un soffione. Ma come faccio a farmi notare?
Canta, canta una canzone!
Caterina restò lì, pensosa. Cantare le era sempre piaciuto. Da piccola, in colonia a Riccione, aveva vinto il talent cantando Volare così da far cantar coro tutti i pensionati in sala.
Bisogna iscriverti a una scuola di musica! aveva commentato Giulia, accarezzando il premio: una conchiglia enorme decorata a mano.
Lidea era stata felicissima. Le piaceva studiare lì. Sempre solista, sempre sul palco. I prof la volevano al conservatorio: ma lei, testarda, spiazzò tutti.
No, sarò medico.
Perché, Cat? Con quella voce!
La musica è potente, ma il bisturi… è più sicuro.
Giulia, incredula, sospirò. Ma visto come ci teneva, accettò.
I tre anni di preparazione furono una maratona: Giulia lavorava al doppio e accettava di tutto.
A volte sogno soltanto di dormire… borbottava, prendendosi il the dalla figlia e una cucchiaiata di miele.
Sì anche io, mamma… e lei giù a ripassare chimica, biologia, una maratona di corsi e ripetizioni per Milano. La musica restava, ma ormai era sottofondo.
Ma ecco che serviva di nuovo.
Gianni, sei genio, hai capito? Ripeti con me!
Genio, Gianni, genio! sussultava lui dal trespolo.
Ora sì! Caterina si sedeva a terra con la chitarra.
Gianni ascoltava dritto in faccia, prima serio, poi con il ciuffetto bene alzato. Alla fine, quando Caterina diede voce al primo verso della nuova canzone, lui rimase inchiodato, orecchie tese, ali aperte come a teatro.
Ti piace?
Mannaggia! Gianni si mise a correre, frullando di gioia.
Vedi che hai ragione! Esatto.
Alla fine, funzionò. Federico la guardava come se non lavesse mai vista: quella ragazza riccioluta che riceveva applausi a ogni festa universitaria.
Ma canta che sembri una jazzista. Come ti è venuto in mente medicina?
Caterina incrociò le dita, sperando bene.
Stavano insieme da un anno, ognuno coi suoi sogni e progetti. Era complicato venirsi incontro: lui ambizioso come un cardiochirurgo della tv, e lei che non voleva mollare nulla.
O famiglia, o carriera… Senti, Gianni, perché sempre noi donne dobbiamo fare retromarcia?
Passata! Serve preparare la passata per linverno! E marmellata! Manca il sale!
E pure tu… Caterina scacciava il consiglio.
Donne! Bisogna amare, amare il pennuto!
Ma che amore è, se pensa solo a se stesso? Anchio voglio operare, mica stare sempre dietro al fornello!
Giulia spiava dalla porta, poi richiudeva e lasciava sfogare. Caterina era sempre stata autonoma nelle decisioni, mai una scelta avventata, sempre ponderata e poi consultava mamma. Ecco, come ogni volta.
Mamma?
Giulia, alle spalle della porta, cercava di non sorridere.
Dimmi, piccola.
Parliamo.
Caffè ristretto, qualche cubetto di torrone, lo sguardo attento di Giulia.
Che succede?
Federico mi ha chiesto di sposarlo, mamma.
E allora, bene! sonda Giulia vedendola accigliata.
Forse…
Cosè che non va? Non sei felice?
No, non va Lunico modo per stare insieme è lasciare tutto ciò per cui mi sono spaccata la schiena.
Come mai?
Vuole trasferirsi a Firenze, lo aspettano già in clinica. Lui è bravo, magari davvero geniale.
E ti turba questo?
Federico non vuole che lavori. Caterina spinse lentamente via la tazza.
Non scherzare… Giulia era allibita.
Vuole la moglie casalinga. Pranzo, figli, casa: lui chirurgo, io madonnina. Questo si aspetta.
E tu? Come la vedi?
Non lo so! Non posso buttare via tutto. Ma nemmeno lasciarlo, non ne ho il coraggio…
Giulia si voltò verso il vetro. Ma allora non cambia mai nulla? Era stato lo stesso dialogo che aveva avuto con sua madre trentanni prima, nella stessa cucina, per lo stesso identico motivo. Paolo anche lui pretendeva, e lei aveva ingoiato tutto, per poi rimpiangere spesso, di aver rinunciato a sé stessa.
Tu lo ami, Caterina?
Sì.
Secondo te che cosè lamore?
Caterina si raccolse in silenzio. Gli unici suoni erano un rumoreggiare proveniente dalla stanza accanto: Gianni, folgorato dal campanello incorporato in una pallina di plastica, giocava come un pazzo. Giulia rideva la sera quando raccontava alla figlia le gesta del pennuto, dicendo: Deve avere il campanello pure nelle orecchie!
Il silenzio si prolungava. Infine, Caterina si fece seria.
Boh, mamma. Pensavo che amare fosse mettere laltro prima di te. Ma ora non lo so più: è un gioco a senso unico? Se penso a lui, rinuncio a tutto. Se lui pensa a me, rinuncia alle sue idee… Quindi?
Quindi sì.
Esiste un modo per far stare bene tutti?
Non lo so… io non ci sono riuscita. Tu magari sì?
Continuarono a parlare a lungo. Lincontro per conoscere i genitori di Federico era tra due giorni. Alle tre di notte Giulia alzò gli occhi allorologio e la mandò a dormire.
Se sei confusa, prenditi una pausa. Non devi decidere subito. Prima vedi chi sono i suoi. E poi si vede, ok?
Caterina annuì e andò nel suo letto. Gianni la accolse col solito rumore. Lei lo rimise in gabbia a testa bassa e tirò il fazzoletto sopra la gabbia.
Buonanotte!
La domenica fu frenetica come la vigilia di Ferragosto: mercatino, cucina, preparativi. Caterina rimbalzava per la casa mentre Giulia sbucciava verdure in religioso silenzio.
Sua figlia è splendida, Giulia! Bella, in gamba e sa pure cucinare. Federico ha sempre saputo scegliere! Elena, la madre di Federico, magnificava Caterina, ma Giulia osservò attentamente il suo sguardo, notando la frugalità con cui sbirciava intorno e quellaccenno di smorfia lanciato al marito.
Quando si trasferiranno a Firenze, penseremo noi ad aiutarli. Laffitto è un salasso. Immagino che lei non possa tanto, ma copriamo noi. Federico è il nostro unico figlio e vogliamo garantirgli una base solida. Ovvio che poi, con il parto e tutto, la ragazza starà a casa… Giusto?
Certamente rispose Giulia, recitando la parte di chi sistema la tovaglia. Ma per fortuna non serve mutuo. Caterina possiede un appartamento a Firenze, lasciato dal padre.
Davvero? Elena strinse le labbra ma poi sorrise. Ma come mai?
Non è un segreto. È uneredità.
Pensavo foste sole Elena accennò un inchino. Grazie davvero per il pranzo! Caterina, mi mostri la tua stanza? Così chiacchieriamo tra donne
Lanciando uno sguardo alla madre, Caterina accompagnò Elena nella cameretta.
Voglio che tu sappia, Caterina: mi piaci molto. Elena osservò la stanza muovendo la testa. Federico ti adora. Non ha mai voluto una ragazza, come te. Lui, così circondato di ammiratrici Ma tu sei quella giusta. La donna che può stargli dietro le quinte per farlo volare. Non è facile, sai? Lo so anche io. Da noi donne dipende tutto: famiglia, carriera di lui. Se cè una casa accogliente, luomo sboccia.
E la donna?
Eh, la donna Elena parve sorpresa. Noi dobbiamo solo stargli vicino. Fare in modo di ricevere e permettere a loro di dare. Se sta bene il marito, stiamo bene anche noi. È impossibile far tutto: prima o poi dovrai scegliere.
Si avvicinava alla gabbia, coperta da un tessuto disegnato a mano da Giulia.
Bella questa fantasia.
Lha dipinta la mamma.
Non lavrei mai detto… Dalla sua aria molto pratica. Eppure, qui, cè fantasia.
Un urlo improvviso di Gianni fece scattare la mano di Elena.
Cosè?
È il mio pappagallo.
Caterina scoprì la gabbia e Gianni si drizzò, studiando Elena.
Che bestia Elena spellò gli occhi. È?
Un cacatua.
Gianni si fermò e, a sorpresa, esclamò:
Lucia! Porta il bicchiere! Aridaje, il sale manca!
Elena indietreggiò guardando Caterina.
Non ci pensare, è solo chiacchiere Caterina rimise il telo. Ma dal fondo della stanza partì una raffica di parolacce tali che Caterina rimase basita. Gianni! Ma che dici?
La visita dei futuri suoceri terminò e Caterina tirò un respiro di sollievo.
Mi serve una pausa, mamma. Sul serio! abbracciò Giulia e andò a liberare il pappagallo.
Ma che combini?
Bisogna amare! Gianni camminava minaccioso tra i quaderni di Caterina.
Già, bisogna…
Dopo neppure una settimana la storia con Federico finì. Una proposta di lavoro super arrivata a Caterina da una importante clinica fu la goccia.
Starai anni come apprendista! Sicura sia meglio di fare la moglie e mamma di miei figli? Federico avanzava rosso in viso.
Magari sì. Ma sarà una mia scelta, non di qualcun altro.
E allora addio! Così amavi, eh? Aveva ragione mamma.
Caterina guardò le sue spalle andarsene, scuotendo la testa.
Vorrei tanto sapere che diavolo è lamore
Lo scoprirà dopo. Passeranno anni prima che incontri davvero luomo giusto. Che non le farà mai aut aut, che avrà bisogno proprio delle mani di Caterina per restare in vita.
Mi ha salvato lei le dirà lui a letto dopo lintervento.
Magari! Ma dallal di là non so ancora far tornare nessuno rispondeva Caterina, sorridendo.
Alessio, quando arriverà a casa loro coi bastoni, farà ridere Gianni: lui si gratterà la testa col dito e sentenzierà:
Bestia rara. Amare! Ci vuole amore!
Caterina lancerà uno sguardo complice a Giulia. E quando la madre, tempo dopo, le chiederà:
E adesso, amore vero?
Sì, mamma. Ora sì, lo so.
La gabbia di Gianni finirà poi nella cameretta dei gemelli. E Caterina, ai curiosi, risponderà:
Mai una volta che abbia svegliato i bambini o li abbia insultati semmai saranno loro a insegnargli qualcosa di nuovo! Lui ormai è diventato il più saggio di tutti!







