Tovaglia bianca, vita grigia
Il minestrone era venuto bene. Elena ne è certa, perché lha assaggiato tre volte, mentre lo cucinava, e tutte le volte ne è rimasta soddisfatta. Le verdure sono fresche, prese stamattina al mercato di San Lorenzo, il brodo è stato sul fuoco per due ore, e il basilico lo ha aggiunto solo alla fine, come deve essere. In tavola ci sono le candele, la tovaglia bianca proprio quella di lino che ha tenuto da parte per le occasioni speciali. Quindici anni. È o no unoccasione speciale?
Fuori si fa buio. Ottobre a Firenze è sempre così: grigio, umido, con odore di foglie bagnate e lo smog dei motorini. Elena raddrizza la forchetta a destra del piatto, tira la tovaglia da un angolo anche se è già perfettamente dritta. Poi rimane in piedi in mezzo alla cucina, ascoltando solo il ticchettio dellorologio sopra il frigorifero.
Vittorio arriva alle otto e mezza. Elena sente il rumore della serratura, il sacchetto gettato sul pavimento, linterruttore che scatta nellingresso.
Allora, che cè da mangiare? chiede, senza togliersi il giubbotto, col naso rosso dal freddo.
Vieni, lavati le mani, siediti Elena sorride. Cè minestrone, pollo, ho fatto anche linsalata.
Vittorio si toglie il giubbotto lì sulla soglia della cucina e lo butta sulla sedia. Si guarda intorno.
E le candele? Perché?
Come perché, Vitto È il nostro anniversario.
Lui non risponde, va a lavarsi le mani in fretta e si siede. Elena versa il minestrone e gli mette davanti la scodella. Anche la ricotta è fresca, presa al mercato. Gliene mette un cucchiaio sopra, come piace a lui.
Vittorio annusa la minestra, prende il cucchiaio, assaggia. Mastica.
È un po acidula.
Elena si siede di fronte.
Davvero? A me sembrava buona.
Mia mamma la fa diversamente la minestra. È non so, più saporita. Ha proprio il vero sapore.
Elena sorride, ma non dice niente.
Mangia che è caldo.
Sto mangiando, borbotta Vittorio, girando la scodella. Però questa tovaglia bianca non andava. La sporchi di sicuro.
Non la sporcherò.
Sì, vediamo. Dice con un mezzo sorriso. Mia madre, per le feste, mette sempre la bordeaux, quella scura. È pratica. E bella anche.
Elena guarda la fiamma della candela tremare un po, per il movimento di Vittorio a tavola.
Vittorio, dice lei calma oggi sono quindici anni che siamo sposati.
Lo so.
Non hai detto niente entrando.
Lui la guarda, un po sorpreso, quasi offeso.
Che dovevo dire? Farti gli auguri? Viviamo insieme, non è mica un compleanno.
Beh, non so però quindici anni
Quindici anni, la interrompe. Dovè il pollo?
Elena si alza e porta il pollo dal forno. Bello dorato, con le erbe: Vittorio lo vuole sempre così, con il rosmarino.
È secco, dice lui tagliando un pezzo.
L’ho appena tirato fuori.
Eh, lhai lasciato troppo. Mia mamma lo copre con la stagnola, viene sempre morbido. Te lo dice sempre.
Elena si serve un po di pollo. Mangia. Una macchina passa sotto la finestra, proietta una lama di luce sul soffitto.
Sei passato da tua mamma oggi? chiede Elena.
Sì, dopo il lavoro. Perché?
Così, per sapere.
Ancora uno sguardo alla tovaglia.
Hai sbagliato a mettere quella bianca, Elena, davvero. E poi la tavola mia mamma, lei sì, sa apparecchiare: le posate abbinate, la tovaglia, il pane tagliato sottile. Tu, annuisce verso il pane, guarda qua che fette spesse.
Elena appoggia la forchetta. Non la sbatte, solo la mette giù, piano, di fianco al piatto. Dentro qualcosa si stringe e si allenta. Come una mano chiusa.
Vittorio, la voce le esce ferma, anche lei se ne stupisce, capisci quello che stai dicendo?
Vittorio la osserva irritato, quel fastidio che hanno le persone quando le disturbi mentre mangiano.
Cosa? Dico solo che mia madre lo fa meglio. Non è un insulto.
Sei entrato, non mi hai fatto gli auguri. Hai criticato la cena, la tovaglia, il pane, il pollo. Ho cucinato per tre ore, Vitto.
Hai cucinato. E allora? Che dovrei fare, applaudire? È il tuo dovere.
Elena tace per un secondo.
Il mio dovere, ripete. Come se stesse assaporando la parola.
Certo, tu sei a casa, cucini. Io lavoro, porto i soldi. Mi sembra logico.
E quindici anni, anche quelli sono logici?
Elena, che vuoi da me? Vuoi che declami poesie? Sorride, sarcastico. Mia madre dice sempre: meno romanticismo, più ordine in casa, così si tiene in piedi una famiglia.
La candela sussulta. Una volta sola. Come se ascoltasse anche lei.
Elena si alza, prende il suo piatto, va verso la finestra. Resta così, a guardare i tetti umidi dei palazzi di fronte, le finestre gialle, il platano nel cortile che ha già perso quasi tutte le foglie.
Poi si volta.
Vittorio, fai le valigie.
Lui alza la testa.
Cosa?
Fai le valigie e vai, per favore.
La guarda come si guarda chi improvvisamente parla una lingua sconosciuta. Fa un mezzo sorriso, quasi tossisce.
Dici sul serio?
Sì.
Per il minestrone?
Non per il minestrone.
E allora per cosa? adesso la sua voce è tagliente Perché ho parlato di mamma? Elena, questa è assurda.
Io non rido.
Ti sei offesa? Si alza, incrocia le braccia. Ti chiedo scusa, allora. Siediti, mangia.
No, Vitto.
Lui la fissa. Lei è dritta, composta, con la schiena ben eretta vicino alla finestra. Forse si aspettava urla, lacrime, un colpo di porta. Qualunque cosa, tranne questa calma.
Non stai scherzando, dice piano lui.
No.
Silenzio. Lorologio continua a scandire i secondi, le candele bruciano.
Per una discussione comincia.
Non per una, Elena lo interrompe. Per quindici anni, sempre la solita discussione. Vai, Vitto. Porta quello che ti serve ora, il resto dopo.
Resta fermo ancora un minuto. Poi va in camera. Elena sente larmadio aprirsi, il frusciare del sacchetto. Rimane in cucina, seduta, a fissare le candele. Bruciano dritte, senza tremare.
Quando esce con la borsa in mano, si ferma sulla soglia. Guarda la tavola: la tovaglia bianca, il minestrone, il pane tagliato spesso.
Te ne pentirai, dice.
Forse, risponde Elena. Addio, Vitto.
La porta si chiude. La chiave gira nella serratura. Ascolta i suoi passi che si allontanano lungo le scale.
Poi spegne le candele, perché ormai non hanno più senso, e lava i piatti. Il minestrone lo mette in frigo. Non ha fame.
Lappartamento profuma di cipolla rosolata e un po di umido, come succede sempre in ottobre, quando lasciano le finestre aperte e i termosifoni ancora non funzionano sul serio.
Va a letto alle dieci e mezza. Non si addormenta subito, fissa il soffitto, ascolta il televisore dei vicini. E pensa solo a una cosa: non piange. Strano, eh.
***
Maria Grazia apre la porta prima che Vittorio riesca a suonare una seconda volta. Fa sempre così, come se sentisse arrivare, come se lo aspettasse già dallaltra parte.
Vittorino! Alza le mani, nota la borsa. Madre di Dio, cosa è successo?
Mi ha cacciato, risponde lui, secco.
Chi? Quella lì? Maria Grazia fa segno di entrare. Te lavevo detto, io te lho sempre detto! Dai, entra, stavo giusto finendo la minestra. Di patate, con il pollo, come piace a te.
Si toglie le scarpe, entra in cucina e si siede. Nellappartamento cè odore di cibo e quello particolare profumo delle case delle signore anziane: un po di canforina, un po dolio, e sopra ogni cosa, la cucina.
La madre si agita tra i fornelli, senza fermarsi un attimo.
Lho capito subito che non era per te. Donna fredda, capisci? E le donne fredde non fanno figli, non è caso, è la natura. Dai, mangia il pane che ho tagliato sottile.
Il pane è sottile, preciso. Vittorio lo guarda e pensa a Elena, che lo tagliava spesso.
Mamma, basta.
Basta cosa? Dico la verità! Quindici anni a farti soffrire, e guarda cosa ha ottenuto. Niente figli, niente casa a modo. Mangia la minestra, dai.
La minestra è buona, calda, come promesso. Vittorio mangia e tace.
I primi giorni passano come in un sogno. Va al lavoro, torna, cena con la madre, guarda la televisione. Maria Grazia prepara ogni giorno qualcosa di nuovo, con entusiasmo. Prende le polpette dal frigo, mette il piatto, dice: «Devi mangiare meglio, sei tutto grigio».
Il terzo giorno la madre gli svuota la borsa. Da sola, mentre lui è al lavoro.
Quella camicia non la mettere più, lho vista che è sgualcita, annuncia a cena. Ti stiro la blu, la blu ti sta meglio.
A me piace la grigia.
Ed è male. La blu è meglio.
Non risponde. Mangia, beve il tè. La madre racconta dei vicini di sopra, di quelli che «vivono da soli e stanno bene», lasciando intendere qualcosa su Elena, ma Vittorio non ascolta.
Dopo una settimana, la madre decreta che le scarpe sono vecchie. Bisogna comprare un paio nuovo.
Mamma, le mie scarpe sono perfette.
No! Si scolla la suola.
Non è vero.
Andiamo sabato. Punto.
Sabato vanno insieme al negozio. La madre sceglie con cura, prova paia su paia, quelle che piacciono a lei, mica a lui. Vittorio vorrebbe nere, semplici. Lei prende le marroni, con la fibbia.
Guarda che belle.
Non mi piacciono.
Smettila, Vitto. Queste sono meglio. Punto.
La commessa sorride vaga. Vittorio si guarda allo specchio in cassa: un uomo di mezza età in scarpe marroni con la fibbia lo fissa senza espressione.
Le compra.
La sera, la madre si siede di fronte e racconta di quando era piccolo, di come lha cresciuto da sola, delle fatiche, di quanto Elena non abbia capito niente. Vittorio annuisce.
Qualche volta pensa alla tovaglia bianca. Alle candele. Non capisce perché le abbia messe, che senso avesse tutto questo. Quindici anni e allora? Si festeggia, forse?
Eppure ci pensa.
E pensa anche che Elena non ha pianto, né gridato. È rimasta in piedi, tranquilla, gli ha detto solo di andare. Non sa da dove venisse quella calma. Aspettava altro, era abituato ad altro.
Dopo un mese la madre gli impone uno schema. Non lo chiama così, ma ogni giorno cè qualcosa: martedì devi andare dal dottore, ho già preso lappuntamento, giovedì andiamo da zia Rosa, venerdì non tornare tardi, faccio la crostata.
Vittorio rientra tardi, per una riunione. Telefona alla madre per avvisare. Lei parla mentre lui è sullautobus, e lui guarda fuori al buio.
La crostata è buona. Tutto è buono.
Vittorio sta seduto a tavola e sente loppressione sul petto. Non dolore. Solo una pressione continua, sottile, come se ci fosse meno aria di quanta ce ne vorrebbe.
***
Le prime tre settimane Elena le passa in apnea.
Va al lavoro, torna, cucina qualcosa di facile, mangia, va a letto. Le sere sono le più dure, perché la casa è silenziosa, un silenzio che allinizio fa paura e poi semplicemente resta lì.
Lamica Olga chiama un giorno sì e uno no. Elena, come va? Vuoi venire da me? Ma Elena dice che sta bene, non ha bisogno. Olga comunque arriva il primo sabato, porta del vino e dei biscotti, siedono in cucina fino alle due di notte e Elena racconta delle candele, del minestrone, della mamma col suo modo perfetto di apparecchiare. Olga ascolta e ogni tanto commenta sottovoce che stronzo e tutto diventa un po più leggero.
Hai fatto bene, dice Olga a fine sera. Hai fatto proprio bene, Elena.
Ho paura, ammette Elena.
Lo so. Passa.
Dopo che Olga va via, Elena rimane in soggiorno, guarda le tende blu pesanti. Vittorio le aveva scelte otto anni fa (Oscurano bene, sono pratiche). Da allora sempre quelle. Elena non ci aveva mai pensato. Sono tende, punto.
Il giorno dopo le toglie.
Ci mette più di unora, il bastone è pesante e deve salire sul tavolo. Le ripiega e mette nellarmadio. La stanza cambia subito aspetto: la luce grigia dottobre, anche se fredda, è meglio che il buio.
Poi sposta il divano. Chiama il vicino di casa, il signor Paolo, anziano ma gentile, che la aiuta. Ora il divano è sotto la finestra e la luce cade diversa.
È strano, ma piacevole.
Dalla seconda settimana inizia a dormire meglio. Non benissimo, ma almeno non passa la notte a fissare il soffitto.
Al lavoro non cambia nulla. Elena è una brava contabile, precisa, affidabile; non arriva mai tardi, le carte sono sempre a posto. I colleghi la rispettano, in particolare la dottoressa Irene, la capoufficio, una donna minuta e severa, sempre con i suoi orecchini di perle, schiva ma che apprezza Elena.
A fine ottobre Irene la chiama in ufficio.
Elena, vado in pensione lanno prossimo. Vado da mia figlia a Verona. Il direttore vuole proporre a te il mio posto. Capocontabile.
Elena rimane in silenzio qualche secondo.
Io? chiede, non per incredulità, ma solo per dire qualcosa.
Sì, tu. Pensi che non abbia visto chi tiene in piedi tutto? Accetta.
In autobus pensa alla proposta. Capocontabile. Responsabilità, fatica. È sempre stata insicura. Vittorio una volta aveva detto: A che ti serve fare carriera? Lavoro io. Lei aveva accettato, senza discutere.
Ora, guardando dalle finestre di un autobus notturno le luci che scorrono, si chiede: perché no?
Novembre passa tra mille cose. Inizia a sistemare la casa, niente di costoso: dipinge la parete della camera di giallo tenue, cambia le tende con lino chiaro, compra una nuova lampada arancione che accende la sera. Lappartamento cambia, diventa suo.
Prende qualche vaso di gerani da mettere sul balcone. Lodore verde fresco si sposa bene con le tende chiare e il giallo della stanza.
Le questioni pratiche con Vittorio le risolve tramite lavvocato. Tutto tranquillo. La casa era intestata a lei, lui non si oppone. Forse la madre lha convinto, forse non gli importa più.
A dicembre Elena accetta il posto da capocontabile. Irene le stringe la mano.
Brava, le dice. Per la prima volta sorride davvero, calda.
Passa il Capodanno a casa di Olga, tra amici, bambini, cani, e insalate di riso. È bello e anche un po triste, quella malinconia delle feste quando pensi a ciò che lasci indietro. Beve uno spumante, guarda i fuochi dartificio dalla finestra e si dice: anche questanno è passato, e sono viva, forse pure in pace.
***
Linverno per Vittorio non va.
La madre decide che serve il medico. Prepara appuntamenti dal medico di base, dal cardiologo, dal gastroenterologo non stai bene, Vitto, bisogna controllare. Lui ci va. I dottori non trovano niente di particolare. Tutto nella norma, dicono. E la madre scuote la testa: come se preferisse trovare qualcosa, per poterci pensare sopra.
Al lavoro diventa irritabile. I colleghi se ne accorgono. Petrella, con cui fuma sugli scalini, un giorno gli domanda:
Che ti succede?
Niente, dice Vittorio.
Problemi a casa?
No.
Petrella getta la sigaretta e va via. Vittorio rimane, guarda il cortile della fabbrica. La neve è sporca, schiacciata, segnata dolio. Non vorrebbe tornare al lavoro, né a casa. In nessun posto.
Si chiede: dove vorrebbe andare, davvero?
Non trova risposta.
Ogni sera la madre lo aspetta a cena. È attenzione, lo sa. Ma ogni pasto porta con sé la lista delle cose da fare. Cosa indossare, dove andare, quando rientrare. Se si attarda, lei chiama. Se non risponde, chiama ancora. Poi: Mi preoccupo, Vitto, dove sei?
A febbraio una sera resta da Petrella: partita di calcio e birra. Torna alle undici.
La madre lo aspetta in cucina al buio. Appena entra accende la luce, lo guarda con occhi pieni di rimprovero.
Dove sei stato?
Mamma, avevo avvisato.
Hai detto tardo, risponde lei. Ma io non sapevo doveri. Mi sono agitata. Ho avuto la pressione alta.
Mamma…
Mangia, ti ho lasciato le polpette. E non spegnere il telefono che ho chiamato tre volte.
Non era spento, non ho sentito, cera la partita.
Ah, la partita, ripete lei come fosse una cosa oscena.
Vittorio mangia senza dire nulla.
Si accorge di giustificarsi sempre. In ogni occasione. Perché è tardi, perché ha quella camicia, perché non ha chiamato prima o mangiato quel piatto.
Si ricorda di aver detto, lui stesso: Mamma sa sempre il meglio. Allora ne era sicuro, ne andava fiero. Ora gli suona strano.
A marzo cerca una stanza in affitto. Trova una soluzione vicina al lavoro e avvisa la madre.
Lei piange.
Non urlando, solo piano: Ti stai male qui. Sono di peso, ho capito.
Non la prende.
Di notte sogna Elena ogni tanto. Niente di romantico: la vede cucinare, o insieme in macchina. Frammenti normali. Si sveglia e fissa il soffitto dellappartamento di mamma, che non è niente di più che un soffitto.
Si chiede: chissà cosa fa? Come sta?
E subito si dice: starà bene, magari ha già trovato qualcun altro.
E questa idea gli dà fastidio.
***
Febbraio è sorprendentemente luminoso. La neve è pulita, vera, e quando Elena va alla fermata la mattina il sole acceca e pensa che forse dovrebbe comprare degli occhiali da sole, li desidera da tempo.
Li compra. Rosa, con una montatura fine. Si guarda allo specchio in negozio e ride, e si sente bene.
Al lavoro va avanti. Le nuove responsabilità non sono semplici, ma se la cava. Sta in ufficio anche fino alle otto, prepara i bilanci, ascolta il direttore, Giovanni, uomo concreto e taciturno, che la stima.
I colleghi la trattano bene. La giovane assistente Daria la guarda con ammirazione; a volte le porta il caffè, così, senza chiedere. Elena sorride e ringrazia.
A marzo Olga la trascina a una festa di compleanno da unamica, Marta. Elena non vuole non conosce nessuno, rumore, dover fare conversazione. Olga insiste: Basta stare rinchiusa, ti farà bene.
Marta è una donna allegra e generosa, vive in un appartamento grande con due gatti e una enorme pianta di ficus. Dodici gli invitati. Elena allinizio sta vicino a Olga, poi si trova a chiacchierare con una professoressa di matematica: parlano di libri tutta la sera.
Alessandro è seduto di fronte a lei, lo nota solo dopo un po. Non è uno che attiri lattenzione: basso, con le tempie che iniziano a ingrigire, un maglione grigio. Parla poco, ascolta molto. Ogni tanto sorride per qualcosa che trova buffo.
A fine serata restano fianco a fianco alla finestra, con la tisana in mano. Lui chiede qualcosa, lei risponde, poi lui racconta qualcosa, e il discorso esce fluido, naturale. È un ingegnere, lavora in uno studio, vedovo da quattro anni la moglie è mancata per una malattia. Lo dice semplice, come chi ha imparato a conviverci.
Conosci Marta da tanto? chiede Elena.
Attraverso il suo ex marito. Ora lui è altrove, ma sono rimasto amico suo. E tu conosci Olga dai tempi delluniversità?
Sì. È unamica vera.
Fortuna avere amiche così, lui dice.
Molta.
Si scambiano i numeri. Semplicemente, senza aspettative. Tre giorni dopo lui scrive, propone un caffè. Lei accetta.
Si incontrano in una piccola caffetteria. Parlano due ore. Lei racconta il divorzio, lui ascolta, non giudica, non dà consigli. Poi racconta un po di sé. Si salutano, rimangono qualche minuto fuori, fa freddo ma piace. Chiede se può risentirla. Lei dice di sì.
Seguono altre uscite: una passeggiata in lungarno, un cinema. Un giorno di aprile lui la invita a cena da lui.
***
Alessandro vive in un appartamento al quinto piano di una casa vecchia in via della Scala. Elena sale le scale con una bottiglia di vino in mano, pensando che troverà il classico disordine da scapolo e che dovrà far finta di niente. È nervosa, in modo familiare, come chi ha sempre vissuto in difesa.
Suona.
La porta si apre. La casa profuma di mele, dolcemente, con sottofondo di cannella.
Vieni, dice Alessandro con un sorriso tranquillo. Ho già messo la torta in forno, spero non sia un problema se è di mele.
Anzi, adoro le torte di mele.
Lappartamento è semplice. Non impeccabile, ma vissuto: scaffali carichi di libri, qualche attrezzo. Niente estetica forzata, solo tracce di una vita vera.
Preparano insieme linsalata. Lei taglia i pomodori, lui il formaggio. A volte chiacchierano, a volte tacciono. Il silenzio non pesa.
Elena si ritrova ad aspettarsi una critica, una battuta su come preparare linsalata, sul condimento sbagliato. È la voce di quindici anni di abitudine.
Ma Alessandro non dice nulla. Si siedono, versa il vino, guarda la tavola, poi lei.
Grazie di essere venuta, dice.
Solo tre parole. Senza accenni sminuenti.
Elena guarda il piatto e sente dentro qualcosa sciogliersi, comè quando ci si rende conto che non bisogna più stare sempre in guardia.
Fuori è sera daprile. I lampioni si accendono e dalla finestra si vede un ramo su cui sbocciano le prime foglie. Il profumo della torta si diffonde nella cucina.
Si fermano a parlare a lungo. Elena racconta della sua infanzia, di come voleva fare la maestra e invece è diventata contabile. Lui parla di un progetto di recupero di edifici storici. Lei pensa che è davvero un bel mestiere, restituire vita a ciò che è stato rovinato.
Prima di andare via lui la accompagna e dice:
Sono contento di averti conosciuta.
Elena torna a casa e pensa, più che a lui, a quel profumo di torta, e che si può stare insieme a tavola senza paura del giudizio. Basta solo così.
***
Lestate scorre tranquilla e bella.
Si vedono spesso, lei e Alessandro, ma senza correre. La domenica vanno al mercato di SantAmbrogio, lei prende erbe e ricotta, lui il pesce. Cucinarle insieme è un piacere nuovo, diverso dal cucinare da sola o con il fiato sul collo.
Una notte di luglio dorme da lui. È rimasta perché era tardi, non aveva voglia di rientrare. La mattina lui le porta il caffè a letto. Non come un film, semplicemente.
Hai lavoro oggi? le chiede.
Solo dalle dodici.
Ti va di andare al mercato stamani? Ci dovrebbe essere già la prima frutta.
Le prende il caffè con entrambe le mani. Fuori, il mattino destate è azzurro, cè profumo di fresco e da lontano il verso delle rondini. Le viene quasi da piangere, ma non di tristezza: di quella felicità che improvvisa, quando ci si scopre finalmente bene.
Certo.
In autunno Alessandro le propone di andare a vivere insieme. Non solennemente, solo una sera mentre lavano i piatti:
Elena, che ne pensi se ti trasferissi qui? Questa casa è grande, sarebbe meglio per te. E anche per me.
Devo pensarci.
Fai pure.
Ci pensa due settimane. Poi dice sì.
A novembre trasloca. Tiene il suo appartamento in affitto, per ora. Porta i libri, i gerani, la lampada, le tende di lino. Alessandro sposta una libreria per sistemare i libri di entrambe. Tecnici e romanzi mischiati: stanno bene.
A dicembre si sposano. In Comune, senza fronzoli. Solo Olga e Sergio, lamico di Alessandro. Poi cena fuori, ridono, Olga piange (ma di gioia, eh!).
A gennaio Elena scopre di essere incinta.
Sta in bagno, guarda il test, le due linee rosa, resta seduta sul bordo della vasca dieci minuti, ferma.
Ha quarantatré anni. Ha sempre pensato che non avrebbe avuto figli. Vittorio non li voleva, o forse nemmeno lei davvero; i medici non avevano detto niente di definitivo, ma lei aveva deciso che non era destino.
E invece.
Alessandro è nello studio. Elena entra, si ferma sulla porta. Lui si volta, la vede.
Che succede? chiede piano.
Elena gli porge il test. Lui guarda. Silenzio. Poi si alza, la abbraccia forte.
Poi dice:
Questa è una cosa bella, Elena. Bellissima.
Lei sprofonda sulla sua spalla e finalmente piange. Con tutto il cuore, come non piangeva da anni. Lui non si spaventa, non la interrompe, la stringe e sussurra: «Va tutto bene. Va tutto bene».
***
Arriva di nuovo aprile, cè di nuovo la caffetteria, la passeggiata lungo lArno, ma ora Elena cammina piano, pancia in avanti, e Alessandro la tiene ogni tanto sotto braccio.
Sesto mese. Al lavoro tutti sanno. Giovanni le fa gli auguri: Stai tranquilla, il posto ti aspetta. Daria la guarda in modo diverso: una stima nuova, tipica di una giovane donna verso chi sa vivere.
La casa che ora chiamano la nostra è piena di nuove cose. La cameretta, la culla ancora da montare, una piccola lampada a forma di luna, un cassetto con vestitini minuscoli. Elena ogni tanto lo apre e tocca quei tessuti. Cè qualcosa di vero, concreto e affidabile in quel rito.
Al mattino si siede vicino alla finestra con una tazza di tè, guarda in cortile dove lerba spunta fitta. Odore di terra umida, un po di mele dal giardino vicino, che comincia a fiorire. È bello, è quieto.
A volte, però, la sera prima di dormire, mentre Alessandro si addormenta e lei ascolta la piccola vita che si muove dentro, pensa al passato. Non con dolore, ma come si guarda una foto antica: cè stata una vita così, con certe persone. Un po di rimpianto cè: forse per quei quindici anni, o forse solo per la sé giovane che metteva tutta se stessa nel cucinare minestrone e preparare la tovaglia bianca.
Non sa nulla di Vittorio. Olga un giorno dice di averlo incrociato al supermercato, viso più segnato, invecchiato. Elena annuisce, non commenta. Non gli vuole male. Semplicemente, ora lui fa parte di unaltra storia, non della sua.
***
Vittorio è in cucina con la madre.
Fuori è aprile, ma nellappartamento sembra sempre inverno: le tende spesse chiudono la luce, le stesse cose sugli scaffali, lo stesso odore: canforina, zuppa, qualcosa di stantio.
Maria Grazia sta ai fornelli. Gira la zuppa e parla, come sempre.
Ancora con questa aria, Vitto. Devi farti vedere dal dottore, non dal solito quello del lavoro, ma da uno bravo a Santa Maria Nuova. Ti prenoto io.
Mamma, sto bene.
Ma no, gli uomini non lo riconoscono mai! Anche tuo padre diceva così, poi guarda come è finita.
Vittorio guarda il tavolo.
Sul tavolo cè la solita tovaglia a quadretti blu e bianca. Pratica. La madre ha ragione, non la si sporca.
Lei mette davanti la zuppa.
Mangia che è calda. È di grano saraceno, con manzo. La tua preferita.
Mi piace, dice Vittorio.
Assaggia, è buona. La mamma è sempre stata brava con le zuppe.
Vitto, lei si siede con la tazza di caffè hai pensato a quello che ti dicevo? Quella donna, Lucia. Una brava vedova, con casa propria. Chiedeva di te.
No, mamma.
E sbagli. Hai quarantacinque anni, non si vive da soli, non è naturale.
Ho una donna, dice Vittorio, e si sorprende lui stesso.
Lei lo guarda.
E chi sarebbe?
Nessuno. Cioè, voglio dire, non mi presentare Lucia. Penso a me.
Come pensi a te, se stai solo a fissare il muro? scuote la testa. Sto qui che vedo, Vitto. Pensi ancora a quella Elena. Non vale la pena. Ti ha cacciato.
Mamma, la interrompe, con un tono che la zittisce.
Silenzio. Lorologio batte i secondi, gli uccelli fuori cinguettano chiamando la primavera.
Mangia, si fredda. Chi te la fa ancora così buona, la zuppa, se non tua madre?
Vittorio guarda la zuppa.
È proprio buona. Non si può negare, la mamma ha talento.
Prende la cucchiaiata, mangia. Intanto pensa. Pensa a quella sera dottobre in cui è entrato, stanco, nervoso, e lha criticata per la tovaglia, il minestrone, la mamma che sa fare tutto meglio.
Non aveva capito che non era questione di tovaglia. Solo ora, troppo tardi, capisce che cosa voleva davvero dire. La gabbia. Sì, la parola è questa. Per anni ha pensato che fosse Elena a costruire la gabbia, con la cucina sbagliata, lessere diversa dalla madre. E invece Elena cedeva, lasciava fare. La vera gabbia era la sua, quella che portava sempre con sé: prima da bambino in casa di mamma, poi nel matrimonio, poi di nuovo qui.
È buona? chiede la madre.
Sì, mamma. Buonissima.
Lo sapevo, si rasserena. Vedi? Senza di me sei perso, Vitto.
Non risponde.
Un uccello fuori canta più forte. La primavera irrompe dietro le tende, sottile, una lama di luce di aprile che sembra quasi superflua per lui.
Vittorio si lascia andare sulla scodella e finisce la zuppa.
***
Quella sera daprile Elena è sul balcone della casa di Alessandro, ormai la loro. Guarda il tramonto. Il pancione è grande, stare in piedi scomodo, ma vuole respirare aria. Sotto, profumo di terra nuova, di qualcosa che non ha nome ma esiste solo a primavera.
Dentro, Alessandro parla al telefono con qualcuno del lavoro, con tono calmo e sicuro. In cucina, le loro due tazze sul tavolo, la lampada arancione accesa quella che lei ha portato qui.
Mette una mano sulla pancia. Il piccolo si muove, piano, sonnolento.
Ehi, ciao, sussurra Elena, come se parlasse nel vuoto.
Paura cè. Anche serenità. Una felicità sottile, sincera, senza certezze o promette solenni: solo questo, un tramonto di aprile, odore di terra, la luce calda della casa, e una nuova vita che si fa sentire.
Resta ancora un po lì.
Poi rientra in casa.







