Stanca di essere invisibile. Un racconto

– Di nuovo non hai sparecchiato! – gridò Mariella, scagliando la spugna contro il lavello così forte che qualche goccia schizzò sulle mattonelle bianche.

Giancarlo alzò gli occhi dal suo tablet, facendo una smorfia infastidita.

– Buongiorno anche a te, – borbottò, tornando subito a fissare lo schermo.

– Che buongiorno? – Mariella sentiva tendersi qualcosa dentro lei, come una corda di violino. – Ieri ti ho chiesto di portare almeno il piatto nel lavello. Uno soltanto! Non potevi portare UNA sola tazza?

– Me ne sono dimenticato, – disse Giancarlo senza neppure voltarsi. – Non sarà una tragedia.

Le briciole di pane sparse sulla tovaglietta sembravano prenderla in giro. Mariella le raccolse con la mano buttandole a terra: tanto alla fine dovrà passare la scopa, come sempre. Sempre lei.

– Ma tu ti ricordi mai di qualcosa, tranne del tuo “amicone”? – accennò con la testa verso il tablet “Pasticcino” che Giancarlo stringeva come fosse un santuario.

– E ridai! – Giancarlo sospirò pesantemente. – La cominci pure di mattina presto. Non hai dormito bene, vero?

Mariella era ferma davanti ai fornelli, aggrappata alla cucina. Le mani tremavano. Se di rabbia o di fatica, nemmeno lo capiva più. La moka “MattinaViva” sbuffava alle sue spalle, preparando il caffè per lui. Come ogni giorno. Da trentotto anni.

– Ho dormito benissimo, – rispose sussurrando, ma come se ogni parola le staccasse un pezzo dellanima. – Semplicemente sono stanca di sentirmi invisibile in casa mia.

Giancarlo finalmente posò il tablet. Guardò la moglie come se la vedesse per la prima volta da anni. O come se proprio non la capisse.

– Invisibile? Ma che stai dicendo?

Mariella si versò il caffè. Le mani continuavano a tremare, la tazzina tintinnava sul piattino. Si sedette di fronte al marito, incrociando i suoi occhi gonfi e spenti, già irritati, come chi si è appena svegliato e ha già voglia di scappare.

– Niente, – sussurrò. – Proprio niente.

Crollò tra loro un silenzio pesante, appiccicoso. Dal cortile si sentivano gracchiare i corvi. Da qualche parte una porta sbatté nellatrio del palazzo. Un altro giorno qualsiasi nel condominio di Via dei Tigli. Un giorno uguale a ieri, l’altro ieri, uguale a tutti quelli degli ultimi anni.

Mariella bevve il suo caffè, si alzò, cominciò a raccogliere la tavola. Giancarlo era tornato nel suo mondo, perso nel tablet. Le briciole scricchiolavano sotto le sue ciabatte mentre scopava il pavimento. Neppure se ne accorse.

***

Lautobus era soffocante e pieno. Mariella si schiacciava contro il finestrino, a guardare i palazzoni grigi e la gente che correva indaffarata verso chissà cosa. Tutti sembravano avere una meta, una vita propria, una preoccupazione diversa. Pure lei aveva le sue, ma sentiva che nessuno le avrebbe mai viste. Nemmeno luomo con cui aveva passato quasi quarantanni.

Ripensava al litigio del mattino. Un litigio? No. Una di quelle piccole scintille che si accendono dopo anni, una goccia dopo laltra, si trasforma in una pozzanghera e poi in un lago, e lei faceva finta di non vedere. Come se fosse normale. Come se fosse così per tutti.

Giancarlo non era un uomo cattivo. Non beveva, non alzava mai le mani. Da più di trentanni lavorava allofficina Progresso, portando a casa lo stipendio. Una volta, tanto tempo fa, le regalava i fiori. Una volta erano quel tipo di coppia che camminava la sera tenendosi per mano. Una volta Giancarlo la guardava come se fosse la donna più bella della terra.

E adesso? Adesso guardava tablet. O la TV. Tornava dal lavoro, si buttava sul divano, guardando i soliti programmi. Lei preparava la cena, sistemava, lavava. Lui ringraziava appena, tornava davanti al televisore. Lei lavava i piatti. Lui si addormentava sul divano. Lei lo svegliava e si mettevano a letto, ognuno dalla sua parte.

Così ogni giorno. Mese dopo mese. Anno dopo anno.

Mariella chiuse gli occhi, poggiando la fronte contro il vetro freddo. Quando era diventata così? Così spenta, così stanca? Nemmeno la forza per dire tutto quello che sentiva. Aveva paura. Paura di rovinare quel poco che era rimasto. Paura di restare sola in quella casa che conservava ogni ricordo della loro giovinezza, della loro felicità, dei figli ormai grandi e lontani.

Il bus si fermò davanti al palazzo degli uffici dove stava la sua azienda, la Vettore. Mariella scese, sistemò la borsa sulla spalla e si avviò. Lavoro. Un altro giorno tra numeri, fatture e il vecchio computer Leonardo, sempre lento, che nessuno si decideva a cambiare. A che scopo? La contabile Mariella Romano non si lamenta mai. Tiene duro. Tiene sempre.

***

Luciana entrò nellufficio della contabilità come un uragano. Sorriso acceso e mani smaltate fucsia che accecavano. Si buttò sulla sedia davanti a Mariella, mostrandole le mani.

– Guarda! Appena fatti ieri. Che ne dici?

Mariella guardò le unghie con strass che sembravano eccessive lì dentro.

– Bellissime, – disse, forzando un sorriso. – Veramente allegre.

– Dovresti farlo anche tu, – Luciana osservò con tono materno le mani di Mariella, corte e senza smalto. – Ti dà subito buonumore. Sabato io e Sandro siamo usciti a cena e non smetteva di guardarmi le mani. Diceva che ero la sua regina.

Mariella annuì, si rifugiò nel monitor. Le cifre ballavano davanti agli occhi. Luciana non si arrestava.

– E voi che avete fatto nel weekend? Siete usciti un po?

– Così, – strinse le spalle, – in casa, cè sempre qualcosa da fare, lo sai.

Una bugia. In realtà non erano usciti. Giancarlo aveva guardato il calcio tutto il giorno, lei cucinava, lavava, sistemava. Poi ancora a letto. Il solito tran tran.

– Ma che vita è questa! – Luciana allargò le braccia. – Ogni tanto bisogna farsi un regalo! Sandro dice sempre: la vita è una sola, bisogna godersela. Ieri senza motivo mi ha portato un profumo, solo perché ci ha pensato.

Dentro Mariella sentì stringersi qualcosa. Da quanto tempo Giancarlo non pensava a lei? Da quanto non le regalava qualcosa solo per il piacere? Non riusciva a ricordare. Lultimo regalo era stato sì, un aspirapolvere Tornado-Maxi per il compleanno tre anni prima. Aveva detto: Così ti stanchi meno per le pulizie. Lei aveva ringraziato. Anche stata contenta, allinizio. Solo che poi, a letto, aveva pianto sul cuscino. Un aspirapolvere per il compleanno. Come se fosse una domestica. Come se la sua vita ormai si riducesse solo a pulire.

– Mari, ci sei? – Luciana le toccò una spalla. – Tutto bene?

– Sì, sì, – Mariella si riscosse, tornando al lavoro. – Solo stanca. Ho dormito poco.

– Devi prendere qualche integratore! – Luciana annuì con aria di chi sa il fatto suo. – Io prendo lomega-3. Sandro li ordina dallestero. Mi sento subito meglio.

Mariella annuiva, fingendo di ascoltare. Pensava solo a cosa laspettava a casa. I piatti lasciati da Giancarlo la sera prima, ancora nel lavello. Non aveva avuto forze di lavarli, li avrebbe dovuti affrontare quella sera, ben incrostati. Come sempre.

– Va beh, torno al lavoro, – disse Luciana, ammirando di nuovo le sue unghie. – Stasera vengono degli amici. Sandro griglia la carne sul balcone, pensa! Io taglio solo linsalata.

Rimase un vago sentore di profumo e dinvidia. Mariella fissava il cursore lampeggiare sullo schermo. Grigliata sul balcone. Marito che cucina. Profumo senza motivo. Era unaltra vita. Quella dove le donne non erano trasparenti.

Aveva letto quegli articoli sulla crisi matrimoniale dopo i cinquantanni. Si parlava di distacco, di perdere interesse. Che bisognava comunicare, fare qualcosa insieme. Proporre delle novità. Aveva provato. Chiedeva a Giancarlo di andare al cinema, di passare un week end fuori. Lui replicava: Perché spendere? Meglio casa. Provava a conversare, a chiedergli del lavoro. Risposte brevi, occhi sempre incollati al tablet. Aveva rinunciato. Si era arresa. O così pensava.

Perché allora questo peso al petto? Perché ogni mattina alzarsi diventava più duro? Perché guardando Luciana con i suoi aneddoti felici sentiva solo voglia di piangere?

***

La giornata lavorativa sembrava infinita. Mariella sbagliava, correggeva, ricontava. Il Leonardo si bloccava come se lo facesse apposta. Guardava lorologio ogni dieci minuti. Il tempo non passava.

Finalmente arrivarono le sei. Mariella spense il computer, prese la borsa, salutò i colleghi. Il vento dautunno la sferzò, le spettinava i capelli. Affrettò il passo verso la fermata.

Lautobus era più vuoto del solito. Mariella si sedette accanto al vetro, stringendo la borsa sul petto. Tra mezz’ora sarebbe stata a casa. Dove laspettavano piatti sporchi, vestiti buttati in giro, Giancarlo steso sul divano davanti alla televisione. Dove avrebbe rimesso la veste invisibile della domestica e continuato tutto daccapo.

Le tornò in mente Nadia, una vecchia amica incontrata mesi prima. Divorziata a cinquantacinque anni, il marito era andato con una più giovane. Nadia aveva pianto, si era lamentata della solitudine. Ma sai, Mariella, almeno ora riposo. Entro in casa, tutto in ordine. Niente urla perché la cena non è pronta. Libertà, capisci?

Mariella allora non aveva capito. Non riusciva a credere si potesse essere felici dopo un divorzio. Pensava che tenere in piedi una famiglia fosse un vanto. Adesso, mentre guardava il buio fuori dal bus, improvvisamente si chiese: che cosa aveva tenuto insieme realmente? Una famiglia? O solo due persone che vivono da coinquilini, dove lei fa la serva silenziosa e lui il pensionante muto?

Non era vita, questa. Era burnout domestico. Aveva dato tutta se stessa a marito e casa senza ricevere niente. Nessuna gratitudine, nessun calore. Il lavoro invisibile della moglie, una volta letto su una rivista. Cucina, lavora, pulisci. Nessuno se ne accorge. Fino a quando non smetti, e allora arriva subito la domanda: Ma perché non hai stirato la camicia? Perché non cè cena?

Il bus si fermò sotto casa. Mariella scese e si trascinò su per le scale. Ogni gradino pesava. Non era fatica fisica, ma un logorio inciso nelle ossa. Stanchezza di vivere sempre lo stesso giorno, come in un ciclo continuo.

Entrò a casa. La colpì il sentore di aria chiusa e stantia. Le scarpe di Giancarlo buttate in corridoio, la giacca a terra. Dal salotto arrivavano le voci della televisione.

In cucina si bloccò: la tavola piena di piatti sporchi, non solo della sera prima, ma anche del pranzo. Pentole, scodelle, briciole sparse e un cartone del succo che ancora gocciolava sul pavimento.

Rimase a guardare quel caos. Dentro di lei montava qualcosa di caldo, feroce, insopportabile. Chiuse i pugni. Il fiato le mancava.

Mariella si voltò di scatto, andò in soggiorno. Giancarlo era sdraiato sul divano, la testa appoggiata al braccio, col tablet. A terra una ciotola con bucce di mela e semi di zucca.

– Giancarlo, – disse a bassa voce.

Lui niente. Sullo schermo esplosioni e spari, unazione qualsiasi.

– Giancarlo! – Alzò la voce.

Lui si girò controvoglia.

– Che cè?

– Lhai vista la cucina? I piatti? Tutto questo casino?

Giancarlo si rabbuiò, come se lei parlasse arabo.

– Lho vista. Ho pranzato qui, non ho avuto tempo di sistemare, stavo per fare tardi a lavoro.

– E ieri sera facevi tardi? E lunedì? E ogni giorno?

– Mari, sono stanco, – borbottò Giancarlo. – Non cominciare adesso.

– Tu? TU sei stanco?!

Un nodo si sciolse. La voce le uscì da sola, come se fosse rimasta rinchiusa da troppo.

– Io torno a casa e trovo il porcile! Ogni giorno! Non riesci a lavare neanche il TUO piatto? A mettere a posto le tue cose? A pulire la tavola?

Giancarlo si sedette, spense la tv. Guardava la moglie con stupore e fastidio.

– Ma che gridi? Sei impazzita?

– Forse sì! – La voce ormai rotta, le parole una dietro laltra, troppo a lungo represse. – Lavoro anchio, torno stanca! E in più casa, cucina, bucato, tutto su di me! E tu solo sul divano!

– Lavoro dodici ore al giorno in officina! – ribatté Giancarlo. – Mi credi fortunato forse?

– Credi che io sia meno stanca? – Mariella aveva le lacrime agli occhi, ma le tratteneva. – Lavoro anchio e poi mi sacrifico a casa! Ti sei mai domandato come sto? Se sono stanca?

– Ma che vuoi da me? – Giancarlo si alzò, camminando avanti e indietro. – Ho sempre lavorato per la famiglia! Porto i soldi, tengo in piedi la casa!

– La casa la tieni? E come, di preciso? Forse lavi i piatti di notte? O passi la scopa mentre dormo?

– Queste sono cose da donna! Sempre stato così. Mia madre faceva tutto, anche la tua! Si viveva benissimo!

– Io non voglio vivere come nostra madre! – Un passo avanti, il viso di Mariella duro. – Non sono la serva! Voglio sentirmi vista, amata! Sono stanca di essere trasparente!

– Ancora con questa storia? – Giancarlo imbestialito, rosso in faccia. – Non hai sparecchiato, è la fine del mondo?

– Non si tratta di un piatto! – urlò Mariella. – Si tratta che non ti importa! Non vedi quello che provo, mi ignori, non mi vedi proprio!

– Ma che dici? Ti vedo ogni giorno.

– No! Tu vedi una domestica. Una lavandaia. Non la Donna che hai scelto. Da quanto non mi fai sentire importante? Da quanto non mi porti fiori? Non mi guardi davvero?

Giancarlo tacque. Distolse lo sguardo. Mariella vide una tensione contratta sul suo viso, incapace di trovare le parole.

– Ecco, – sussurrò sedendosi sfinita sul divano. – Nemmeno te lo ricordi.

Seguì un silenzio denso. Giancarlo in piedi in mezzo alla stanza, lo sguardo a terra. Mariella seduta, le mani molli sulle ginocchia. La rabbia era svanita, lasciando solo il vuoto.

– Ma cosa vuoi, allora? – chiese lui, rauco. – Vuoi che venga coi fiori? Che ti reciti le poesie? Non abbiamo più ventanni, Mariella. Sono sciocchezze.

– Voglio che mi vedi, – la voce di lei era quasi un bisbiglio. – Che ti ricordi che sono ancora una persona. Che porto anche io stanchezza, che ho bisogno di attenzione, di cura. Non sono un automa.

– Ci penso a te Solo, non lo mostro.

– E a che serve se non lo fai vedere? – Lo guardò negli occhi. – Non leggo dentro di te. Ho bisogno di gesti, di parole. Di sentirmi veramente tua.

Giancarlo serrò le labbra. Uno sguardo smarrito.

– E allora a che servo io a te? – disse secco. – Se sono così inutile? Se con me non stai bene?

Mariella si fermò, il dubbio si fece tagliente.

– Non è questo, – provò a replicare, ma Giancarlo la interruppe.

– Ma dimmelo! Forse staresti meglio senza di me.

Prese la giacca, si infilò le scarpe.

– Gianca, aspetta, – si alzò Mariella. – Dove vai?

– Esco, mi schiarisco le idee, – lui aprì la porta di botto. – Altrimenti rischio di dirne troppe.

La porta sbatté. Lei rimase immobile nellingresso, fissando il vuoto. Un gelo dentro. Che aveva fatto?

Si trascinò in soggiorno, si sedette. Le mani tremavano. Una sola idea nella testa: se nera andato. Forse non sarebbe tornato. Forse era la fine.

Le lacrime uscirono finalmente, silenziose. Piangeva per la paura, per il rancore, per la fatica, per sentire la vita trasformarsi in una palude senza uscita.

***

Non ricordava quanto tempo rimase così. Unora? Di più? Fuori il buio era totale. Giancarlo non tornava. Mariella si alzò, accese la luce, si diresse in cucina.

I piatti nel lavello, le briciole sula tavola, il cartone del succo ancora a perdere liquido. Guardava tutto questo e dentro cresceva una disperazione nuova.

Prese la spugna, il detersivo. Aprì lacqua. Cominciò a lavare. Meccanicamente. Le mani agivano da sole, strofinavano piatti, pentole. Lacqua rovente le bruciava la pelle. E ne era grata: quel dolore toglieva i pensieri.

Pulì tutto, sistemò, buttò limmondizia. Lavorò finché ogni cosa fu perfetta. Poi si sedette, la testa tra le braccia. Perché? Perché non lasciava semplicemente il disastro così comera? Perché non riusciva a dire: arrangiati tu? Perché la vita una donna è, da sempre, fatta dobblighi e doveri? Custode del focolare.

Ma chi custodisce lei? Lamore, la cura, non dovrebbero essere reciproci?

Pensò a Giancarlo. Forse aveva ragione lui. Forse stavano meglio separati. Si provò a immaginare senza di lui. Una casa vuota. Silenzio. Niente confusione, niente piatti sporchi. Ma nessuno a dirle buongiorno, nessuno che le chieda comè andata la giornata. Nessuno nel letto, nelle notti fredde. Solitudine. Terribile.

Si fece paura. Perché, in fondo, Giancarlo era la sua abitudine, il suo albero. Una sicurezza, seppur ruvida. Senza di lui sarebbe un albero senza radici.

Scoprì così di essere più dipendente da quel legame di quanto supponesse. E, nonostante tutto, non voleva perderlo. Non voleva restare sola.

Alluna di notte lui ancora non tornava. Mariella prese il telefono. Chiamare? Scrivere? Scusarsi? Ma di cosa? Di aver detto la verità? Di aver smesso di tacere?

Posò il telefono. Se voleva tornare, sarebbe tornato lui. Se no…

Non voleva neppure pensare all’eventuale se no.

Andò a letto, ancora vestita. Non dormiva. Nella mente roteavano anelli di parole e silenzi, domande senza risposta. A che servo io?. Questa domanda rimbombava nella casa vuota.

A cosa serve tutto? Lei lo amava ancora? In quel momento non sapeva davvero rispondere. Forse era rimasto solo lattaccamento. O la paura della solitudine che aveva scoperto adesso.

La solitudine femminile dentro il matrimonio. Era come se quella frase comparsa tempo fa su un articolo diventasse improvvisamente la sua voce.

Sentì la chiave nella toppa. Il cuore le balzò in gola. Giancarlo era tornato. Rimase immobile mentre lui si spogliava, andava in cucina. Una lunga pausa. Avrà visto che lei aveva pulito? Che avrà pensato?

I passi si avvicinarono. La porta della camera si aprì, una striscia di luce sul pavimento. Mariella chiuse gli occhi, fingendo di dormire. Lui rimase sulla soglia, poi richiuse piano e andò in salotto. Avrebbe dormito lì.

Mariella riaprì gli occhi, fissando il buio. Così, quindi. Silenzi. Distanza. Come sempre. Nulla risolto. Solo più lontani di prima.

Provò a dormire. Solo verso mattina, un sonno agitato la prese.

***

La mattina iniziò nel silenzio. Mariella sentì Giancarlo prepararsi per andare al lavoro. Si muoveva piano, per non disturbarla. O forse evitava proprio di incrociarla. La porta di casa si chiuse. Era uscito senza dire addio.

Mariella entrò in cucina. La moka MattinaViva era spenta. Giancarlo si era fatto il caffè da solo. Per la prima volta dopo chissà quanti anni. La tazzina era lavata, riposta a posto.

Provò una sensazione strana. Non sollievo, non gioia. Un punto di domanda. Forse era il primo passo. Forse no. Solo il tempo lo avrebbe detto.

Al lavoro fu distratta, taciturna. Luciana cercava di coinvolgerla, ma Mariella rispondeva con monosillabi. Non le andava di sentire fiabe su Sandro, i regali e le uscite. Non voleva nemmeno mentire dicendo che andava tutto bene. Voleva solo starsene zitta.

La giornata scivolò. E la sera Mariella salì sullautobus con il cuore pesante. Cosa avrebbe trovato? Ancora il solito muro di silenzi?

Entrò in casa e si bloccò. Nellingresso cera un mazzo di fiori enorme. Rose, crisantemi e gigli, disposti a formare una “M”. Un mazzo vistoso, costoso.

Giancarlo apparve dalla porta della camera. La fissò con unespressione tesa.

– Sono per te, – disse.

Mariella si chinò, toccò i fiori. Profumavano di dolcezza.

– Gianca…

– Scusami, – balbettò lui. – Ho riflettuto. Avevi ragione. Sono stato… sbagliato.

Mariella lo guardò. Era stanco, invecchiato. Forse anche lui aveva dormito male, aveva pensato tutta la notte.

– Grazie, – prese il mazzo. – Sono davvero belli.

Rimase il gelo. Un mazzo di fiori è solo un gesto, se non è accompagnato da altro. Mariella lo sapeva. Anche Giancarlo, forse.

– Proverò a fare di più, – disse infine. – Davvero. A darti una mano.

Lei annuì. Avrebbe voluto crederci, ma una parte di lei non ci riusciva.

I giorni successivi furono strani. Giancarlo davvero ci provava. Sparecchiava, puliva la tavola, una sera passò addirittura laspirapolvere in salotto rumorosamente, in modo goffo, da non sapere se ridere o piangere.

Ma erano gesti isolati. Per lui era come depennare una voce dalla lista. Non capiva che la casa ha bisogno di cura quotidiana. Non bastano una sera o due. Mariella ringraziava, ma dentro cresceva il vuoto. Nulla era cambiato davvero.

***

Passò una settimana. Poi unaltra. Giancarlo ricadde piano nei soliti ritmi. Sempre più spesso tornava a sprofondarsi sul divano con il tablet. Mariella lo guardava e sentiva la delusione rimontare.

In ufficio Luciana continuava i suoi racconti idilliaci. Mariella ascoltava appena, annuiva, sorrideva. Si sentiva invidiosa. E si odiava per questo.

Un venerdì Luciana arrivò in ufficio con gli occhi rossi. Senza trucco, un maglione spento. Si sedette e non disse parola.

– Lucy… che ti è successo? – Mariella non seppe trattenersi.

Luciana la fissò, le lacrime agli occhi.

– Sandro mi ha lasciata, – sussurrò. – Per unaltra. Più giovane. Ha fatto le valigie ieri notte.

Mariella restò di ghiaccio. Il perfetto Sandro. Quello dei profumi, delle grigliate, del romanticismo.

– Mi dispiace… davvero…

– Sai cosa fa più male? – Luciana si asciugò le guance. – Credevo andasse tutto bene. Sembrava attento, premuroso. Ma era tutto apparenza. Per la gente. A casa… a casa non parlavamo quasi più. Era sempre al telefono. Io sola. Mi sono fatta ingannare.

Mariella ascoltava e sentiva qualcosa cambiare dentro. Dietro le facciate perfette poteva esserci lo stesso vuoto suo. Lo stesso silenzio. Forse peggio, perché Luciana caveva creduto.

– Tutti questi regali, – mormorò Luciana con amarezza, – era solo per comprarmi. Pensava che bastasse. E io mi illudevo. Ora mi vergogno.

– Non devi vergognarti, – Mariella le prese la mano. – Volevi essere felice. È umano.

– E tu, sei felice? – chiese allimprovviso Luciana.

Mariella esitò. Una volta avrebbe mentito, come sempre. Invece no.

– Non lo so, – ammise. – Siamo insieme da una vita. Lui non è cattivo. Ma io… non mi sento felice. Solo stanca.

Luciana capì, annuendo.

– Forse dobbiamo iniziare a dire la verità. Prima che sia troppo tardi.

Quelle parole continuarono a girare nella mente di Mariella. Dire la verità. Lei aveva provato, ma cosera cambiato? Un mazzo di fiori e niente più. Tutto il resto, uguale.

Forse non era solo Giancarlo. Forse erano entrambi. Avevano smesso di parlare. Vivevano accanto, non insieme. Due solitudini sotto lo stesso tetto.

Arrivò a casa quella sera col cuore pesante. Come ritrovare la comprensione? Era ancora possibile?

***

Entrò e subito ebbe unimpressione insolita. Odore di cucina. Rumori dalla sala.

Mariella si avvicinò incredula. Tutto pulito. Tavola apparecchiata. Due piatti, due bicchieri, tovaglioli. Sulla cucina un tegame di minestrone e una padella di polpette. Un po bruciate, storte, ma sempre polpette.

Giancarlo davanti ai fornelli, agitava il mestolo. Quando la vide, arrossì.

– Hai… cucinato tu? – riuscì a chiedere.

– Ho provato, – si scusò. – Ho bruciato le polpette, il minestrone lho salato troppo. Ma ci ho messo tutta la buona volontà.

Mariella si accostò, guardò la pentola. Sì, il profumo era troppo salato, le polpette dure. Ma aveva cucinato. Per lei.

– Non ridere… – Giancarlo si schermì. – Non lho mai fatto in vita mia. Non sono capace. Però hai detto che sei stanca. Ho pensato… dovevo provare almeno.

Lei si mise a sedere. Le mani tremavano. Lui versò il minestrone, pose le polpette. Sedettero insieme, in silenzio.

Mariella assaggiò. Salato, ma mangiabile. Le polpette non erano migliori, ma per la prima volta da anni cenavano insieme.

– Grazie, – disse.

Giancarlo la guardò.

– Di che? Ho combinato solo pasticci…

– Di aver tentato.

Finirono in silenzio. Mariella sparecchiò, poi iniziò a lavare i piatti. Giancarlo si accostò col canovaccio.

– Asciugo io, – propose.

Lavavano e asciugavano insieme. Goffi, impacciati. Ma insieme. Dopo quanto tempo?

– Mariella, – ruppe il silenzio lui. – Voglio davvero provarci. Non so se ne sono capace. Ho vissuto sempre così, convinto che fosse giusto: luomo lavora, porta a casa. E il resto… non lo riguardava. Invece non va bene. Lavori anche tu, ti stanchi anche tu. E io non devo essere solo un coinquilino.

Mariella lavava, ascoltando senza voltarsi. Parole semplici, sincere.

– Io ho paura, – confessò. – Paura di crederci ancora. Paura di restare delusa.

– Anche io ho paura, – mise giù il canovaccio lui. – Di non riuscirci. Di perderti.

Mariella si voltò. Negli occhi di lui il medesimo spavento.

– Siamo in due, – sussurrò. – Forse dovremmo provarci insieme. Senza paura.

Giancarlo annuì.

– Proviamoci.

Su quella piccola cucina della vecchia palazzina di Via dei Tigli, due persone che avevano rischiato di perdersi ritrovarono un barlume. Unoccasione.

Mariella non sapeva se davvero qualcosa sarebbe cambiato, se avrebbe ancora trovato la forza di credere. Ma in quellattimo, uno accanto allaltra, sentiva rinascere una timida speranza. Una scintilla nel buio.

– Domani mi insegni a fare un piatto vero? – azzardò Giancarlo, con un sorriso.

– Ti insegno, – rispose Mariella, sorridendo a sua volta. – Se non cambi idea.

– Non cambierò.

Finirono di sistemare. Spensero la luce, andarono insieme in soggiorno. Non usarono nemmeno la tv. Semplicemente sedettero uno accanto allaltra, in silenzio. Ma fu un silenzio diverso. Calmo. Come una tregua.

Mariella guardò il marito, lui fissava la notte fuori dalla finestra. A cosa pensava? Forse alla stessa cosa. Che la vita non regala sempre un secondo tempo. E se arriva, bisogna afferrarlo.

– Gianca… – disse piano.

– Sì?

– Ti amo. Ti amo ancora. Nonostante tutto.

Giancarlo si voltò. Negli occhi lucidi brillavano le lacrime. Le prese la mano, la strinse.

– Anchio, – sussurrò. – Solo che mi sono scordato come si dice. Scusami.

Restarono così, a tenersi la mano. Vecchi, stanchi e impauriti. Ma insieme. E in fondo, era questo limportante.

Così, forse, iniziava per loro una nuova vita.

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Stanca di essere invisibile. Un racconto
Ha rifiutato di passare il suo unico giorno libero con i nipoti del marito