La casa dove manca laria
Chiara, di nuovo hai messo la mia spugna nel posto sbagliato. Te lo ripeto per la terza volta: quella rosa va a sinistra, quella gialla a destra. Non è così difficile da ricordare, no?
Chiara resta immobile davanti al lavello. Ha appena pulito tutta la cucina, sgrassato la griglia, strofinato le piastrelle sopra il piano di lavoro. Le mani profumano ancora di detersivo. Fuori dalle finestre, il sole deve ancora sorgere, sono quasi le sei del mattino.
Mi scusi, Signora Benedetta. Ho fatto confusione senza volerlo.
La suocera è sulla porta della cucina, con laccappatoio di flanella annodato stretto. Piccola, compatta, labbra strette in una smorfia. Guarda Chiara come se avesse versato olio sulla tovaglia delle feste, non solo spostato una spugna.
«Senza volerlo», ripete Benedetta, e cè tanta allusione in quella parola che Chiara sente la gola stringersi. Sono tre settimane che vivi in questa casa. Mi sembrava che in tre settimane avresti potuto imparare dove stanno le spugne.
Si avvicina al lavello, mette lentamente la spugna rosa a sinistra, la gialla a destra. Lo fa con gesto solenne, quasi di rito. Poi fissa Chiara.
Matteo si alza alle sette. La colazione deve essere pronta per le sette e mezza. Gli piace la crema davena con luvetta, non con le albicocche secche. Chiaro?
Sì, va bene.
Vedremo.
Scompare silenziosa, lasciando una nube pesante del suo profumo: opprimente e dolciastro, quasi come in una vecchia parrucchiera di paese.
Chiara espira piano e riprende a pulire. Deve ancora passare il panno sul davanzale.
Sono arrivati qui ventidue giorni fa, subito dopo il matrimonio. Matteo aveva detto: «Chiara, mia mamma è da sola, la casa è grande, noi non abbiamo ancora un posto nostro, per ora viviamo qui, poi si vedrà». Chiara aveva accettato. A quellepoca avrebbe accettato qualsiasi cosa, pur di stare vicina a lui. Aveva ventiquattro anni, alle spalle un appartamentino in periferia, genitori, lavoro come commessa in ferramenta, e una grande, quasi infantile certezza: nella vita di coppia limportante è amare e avere pazienza. Se ami e resisti, tutto si sistema: così diceva sua madre, e così Chiara credeva fosse il mondo.
Ora, a metà delle sei del mattino, con lo straccio in mano, si chiede fino a quando può sopportare.
La casa di Benedetta è solida, di mattone, con un grande giardino. Benedetta cè cresciuta da sola suo figlio Matteo: il marito era andato via quando Matteo aveva tre anni, e poi era morto lontano, in unaltra regione. Lei lavorava come ragioniera in unimpresa edile, risparmiava ogni euro, faceva da sé la manutenzione, dove non riusciva chiamava i muratori e li vigilava col quaderno dietro. Tutto era limpido: pavimenti lucidissimi, tende perfette, soprammobili di ceramica disposte tutte nella stessa posizione, ognuna rivolta secondo la linea precisa. In bagno, tre tappetini separati, vietato mettere il piede su quello dellaltro.
È il nostro modo, aveva spiegato Benedetta la prima sera, indicando il bagno. Ordine in casa, ordine nella testa.
Chiara aveva annuito, pensando che almeno aveva buona memoria.
Ed era vero. Ricordava tutto: che gli specchi si puliscono solo con camoscio, mai con carta; che le lenzuola si piegano in tre seguendo la cucitura; che il latte va sulla seconda mensola del frigo a sinistra, la carne sulla prima destra, le verdure nel cassetto sotto. Si alzava prima di tutti, andava a dormire per ultima. Cucina, puliva, lavava, stirava. Le mani non si fermavano dalla mattina a sera tardi, ma Benedetta trovava sempre qualcosa che non andava.
La minestra è troppo salata.
Non hai tolto la polvere dietro il termosifone.
Hai stirato male le lenzuola, guarda qui la piega storta.
Hai aperto la finestra in sala, è entrato il freddo, ora mi viene mal di testa.
Matteo sentiva tutto. Quando succedeva, sedeva a tavola, mangiava e taceva. O guardava la TV, facendo finta di non sentire. Aveva quella caratteristica: quando la discussione diventava spiacevole, si estraniava, gli occhi si svuotavano, il viso imperscrutabile. Allinizio Chiara pensava fosse solo stanchezza, lavorava nei cantieri, giornate pesanti. Poi ha capito: è abitudine. Così aveva sempre fatto.
Una sera, accanto a lui al buio, Chiara chiede piano:
Matteo, hai sentito cosa ha detto oggi sulla mia zuppa?
Sì.
E che ne pensi?
Lui resta zitto.
Chiara mamma è fatta così. È abituata alle sue cose. Non ci badare.
Provo a non pensarci. Ma per me è dura.
Abbi un po di pazienza. Si abituerà.
Chiara chiude gli occhi. «Abbi pazienza». Lha sentito almeno dieci volte in tre settimane.
Matteo, non potresti dirle di non dico litigare, solo parlarle, magari essere più gentile
Vuoi che litighi con mia madre?
No. Vorrei solo che tu le parlassi.
Di nuovo silenzio.
Lei ci ha cresciuti da sola. Io non litigo per una zuppa.
Chiara non aggiunge altro. Si gira verso il muro e resta così a lungo, ascoltando il suo respiro regolare. Fuori il vento. Dentro la casa silenziosa, pulita. Ma proprio quella pulizia la opprime più di tutto.
Il secondo mese succede la prima stranezza.
Chiara sta preparando il pranzo della domenica, prende il grembiule che la sua mamma le ha regalato: lino, piccoli fiorellini azzurri. Lo indossa, lo lega. Dopo aver finito di cucinare, toglie il grembiule e vede una striscia bruciata, come se qualcuno ci avesse appoggiato il ferro caldo.
Sa di non averlo fatto lei. Quel giorno il ferro non lha neppure toccato.
Signora Benedetta, sa come si è rovinato il mio grembiule?
La suocera lo osserva, scuote la testa.
Bisogna fare attenzione. Sarai passata troppo vicina al fornello.
Ma non ho stirato oggi.
Allora sei stata troppo vicina ai fuochi. I miei sono molto potenti.
Lo dice con voce piatta, restituisce il grembiule e va via. Chiara resta in cucina: forse davvero sono stata io? Forse non ci ho fatto caso?
La settimana dopo spariscono i suoi orecchini preferiti: piccoli, dargento, con turchesi. Li aveva lasciati sulla mensolina del bagno, sul suo posto, ne è sicura. Cerca ovunque, niente.
Matteo, hai visto i miei orecchini?
No. Sei sicura di averli cercati bene?
Sì, ovunque.
Magari li hai messi da qualche parte e non ricordi.
Chiara tace. Ma dentro, qualcosa si irrigidisce lentamente.
Poi iniziano gli infusi.
Benedetta crede nelle erbe. In casa ci sono barattoli di vetro pieni di tisane, sacchetti con erbe essiccate. Benedetta sa a memoria tutte le proprietà, legge riviste sulla medicina naturale, a volte va da una certa Barbara, erborista. Per Chiara, allinizio era solo una stranezza.
La prima volta succede a cena.
Chiara, dice Benedetta mentre versa il tè, sei pallida. Tutto bene, là sotto?
Chiara arrossisce.
Sì, tutto a posto.
Hai occhiaie, sei molle. Ho fatto una tisana con origano e iperico, fa bene ai nervi. Bevila prima di dormire.
Sul tavolo compare una tazza con liquido scuro e dal profumo amaro.
Chiara guarda Matteo. Lui spalma il burro sul pane.
Mamma se ne intende, dice senza sollevare lo sguardo. Bevi, male non ti fa.
Chiara beve.
La mattina dopo si sveglia tardi, con la testa pesante e il corpo spossato. Pensa di aver solo dormito male.
Linfuso torna ogni sera. Benedetta lo presenta con aria materna: «Per la tua salute». Qualche volta cambia la ricetta, unerba in più, una in meno. Chiara beve. Non vuole sembrare ingenerosa, non vuole altre critiche.
Dopo due settimane si accorge che non è più lei. Piano, come abbassare il volume: al mattino si sveglia senza forza di alzarsi, tutto si svolge meccanicamente, cucina, pulisce, lava, ma la testa è avvolta nella nebbia. Le offese, che prima la bruciavano, ora scivolano via senza lasciare traccia. Non sente più nulla. O quasi.
Un giorno si sorprende riflessa nellatrio: viso grigiastro, occhi vuoti, spalle curve. Ha ventiquattro anni e sembra averne quaranta.
La mamma la chiama il mercoledì sera.
Chiaretta, come stai? Hai una voce strana.
Tutto bene, sono solo stanca.
Vieni domenica, ti preparo il ciambellone.
Non so, vedrò.
Non ci va. Benedetta dice che domenica bisogna sistemare la cantina, e Chiara resta a lavorare. Poi crolla sul letto e dorme quasi fino a sera. Per la prima volta da quando è qui, si concede di dormire. Ma nemmeno quello la aiuta.
Nello stesso periodo aumentano piccoli furti e provocazioni.
Chiara prepara una composta di mele. Al mattino Benedetta la apre, annusa, stringe le labbra.
È acida, dovevi metterla in frigo.
Chiara ne è certa: in frigo laveva messa. Ricorda bene.
Lho messa ieri sera.
Forse la porta non era chiusa bene. Controlla la prossima volta.
Poi trova uno yogurt scaduto nella borsa non lo aveva mai comprato. La sua camicetta bianca, pulita due giorni prima e stesa ad asciugare, ha una macchia gialla, sembra senape. La suocera la osserva con aria tranquilla.
Dovevi fare più attenzione quando mangiavi.
Non ho mangiato con questa camicia.
Chiara, Benedetta posa la camicetta e la guarda negli occhi, sei molto distratta ultimamente. Forse dovresti farti vedere da un buon medico. Posso darti un indirizzo.
La voce è premurosa, tanto che Chiara quasi dubita di sé stessa. Magari è vero? Magari è solo stanca? Con quella tisana così pesante
Poi succede qualcosa che cambia tutto.
Il giovedì sera Chiara, stanca morta, va a letto prima. Sente dalla cucina le voci di Benedetta e Matteo. La porta è un po aperta, le parole arrivano nitide.
Mamma, Chiara dice di non aver dimenticato la composta
Matteo, o mente, o le manca qualcosa nella testa. Guarda cosa combina: perde, dimentica, rovina. Io non dico nulla, ma io penso a te, figlio. Sicuro che hai fatto la scelta giusta?
Pausa.
Mamma, dai
Io non sono contro di lei. Vedo solo quello che vedo. Non è tagliata per essere padrona di casa. Speravo che imparasse, è giovane. Invece dopo tre mesi tutto come prima. Vuoi vivere tutta la vita con una donna che fa la minestra salata e stira male le camicie?
Matteo risponde piano, Chiara non capisce.
Lei resta stesa sul letto e sente che dentro, invece di stringersi, qualcosa si rilassa. Come se una mano serrata lasciasse andare. Non per rassegnazione, ma per chiarezza.
Dimprovviso vede tutto nitido, come se si allontanasse per guardare un quadro intero. Eccola la casa, fredda e ordinata. Eccola la donna che la governa da trentanni. Ecco suo figlio, che da sempre si nasconde dietro il silenzio. Ed eccola lei, che da tre mesi si adatta, si piega, beve tisane amare e perde se stessa ogni giorno.
E pensa, con calma, quasi freddamente: no.
La sera dopo, Benedetta le porge la tazza di infuso.
Bevi, ho aggiunto valeriana, ti serve calma.
Chiara guarda la tazza. Poi sua suocera.
Grazie. Oggi non ne bevo.
Come mai?
Mi sento bene così.
Benedetta la fissa un attimo in più del solito.
Fai come vuoi, dice lasciando la tazza.
Matteo stacca gli occhi dal telefono. La guarda. Chiara gli sorride. Calma, serena.
Quella notte non dorme. Ma non è ansia: la testa le lavora limpida, come non succedeva da settimane. Ricorda tutto in ordine: il grembiule bruciato. Gli orecchini scomparsi. La composta «andata a male». La camicetta macchiata. Le parole dietro la porta chiusa. Le tisane che la fiaccano.
Non sa cosa ci fosse davvero in quelle tisane. Magari solo troppe erbe calmanti. O altro. Ma sa con certezza che non le berrà più.
La mattina dopo si alza alle cinque, come sempre. Prepara la crema davena con luvetta, taglia il pane, prepara il tè. Tutto come sempre. Ma lei è diversa, anche se fuori nessuno se ne accorge.
Quando Benedetta entra, assaggia la crema, il suo viso resta impassibile.
Poco sale.
Va bene, risponde Chiara, senza aggiungere altro.
Non si giustifica più. Né arrossisce. Solo annuisce e pulisce.
La suocera resta in silenzio un secondo in più, poi esce.
Così comincia il nuovo periodo. Chiara smette con le tisane. Fa tutto come prima, precisa, dallalba al tramonto, ma ora non lo fa più per paura o per compiacere. Lo fa perché è suo dovere, finché vivono in casa daltri, e nessuno potrà accusarla di pigrizia. La differenza è minima, invisibile da fuori. Dentro è enorme.
Quando Benedetta critica, Chiara non si giustifica più. Dice: «Va bene» o «Mi ricorderò» e passa oltre. Se la suocera alza la voce, lei rimane serena. Se la accusa di distrazione, Chiara ascolta e sta zitta.
È più difficile che piangere o urlare. Il silenzio richiede più forza.
In quel periodo conosce la vicina, Cinzia, che abita oltre la siepe, settantenne, occhi furbi e voce dolce, un po ironica. Si incontrano vicino al cancello, Chiara porta fuori la spazzatura.
Sei la moglie di Matteo, vero? domanda Cinzia, scrutandola con interesse.
Sì, sono Chiara.
Si vede che non ti è facile. Si vede dagli occhi.
Chiara vorrebbe glissare, ma Cinzia continua senza aspettare risposta:
Conosco Benedetta da ragazza. Sempre precisa, sempre tutto sotto controllo. Il marito lha lasciata, ma non è solo andato via: è scappato, abbassa la voce, anche se Benedetta dice altro. Tu non stare zitta, ma neanche combattere. La verità non si urla, si fa vedere.
Facile a dirsi.
Niente è facile, concorda Cinzia. Ma tu hai tempra. Si vede. Non la perdere.
Parlano ancora un po’. Chiara rientra a casa con una sensazione nuova. Alla fine capisce: non è sola. Qualcuno la vede.
Matteo, nel frattempo, diventa sempre più distante. Mai sgarbato, mai brusco. Solo silenzioso. Torna, cena, guarda la TV o il telefono. Risponde a monosillabi. A letto, accanto, ma dietro una parete invisibile.
Un giorno Chiara glielo chiede:
Matteo, mi credi?
Lui solleva lo sguardo.
In che senso?
In generale. Ti fidi di me?
Una pausa troppo lunga. Basta quella.
Certo, risponde. Hai dei dubbi?
Lei non risponde. Si gira dallaltra parte. Pensa che la violenza psicologica in una famiglia non distrugge solo chi la subisce. Distrugge tutto, come la ruggine fa con il ferro: fuori sembra tutto intero, dentro si sbriciola.
Pensa: cosa sbaglio? Come faccio a farmi sentire?
E si risponde da sola: lui non ascolta me. Sente solo sua madre. La voce di lei ce lha in testa da bambino, più forte di qualunque cosa.
Il Capodanno quellanno Benedetta vuole festeggiare in casa, con ospiti: la sorella con il marito, la cugina, la vicina Elisabetta con la figlia. Dieci, dodici persone.
Cuciniamo insieme, annuncia Benedetta una settimana prima. Ma «insieme» significa che cucina solo Chiara, lei comanda.
Chiara tace e si mette al lavoro. Menù scelto, spesa fatta. La casa profuma di arance e pino. Benedetta addobba lalbero in salotto da sola: guai ad avvicinarsi.
Tre giorni prima della festa, Chiara si mette a fare dolci. Non perché glielo chieda qualcuno, ma perché è la cosa che le riesce meglio e la fa felice. Sa preparare la sfoglia come le insegnava sua nonna: piano, con amore, strato dopo strato.
Benedetta entra in cucina, vede la pasta.
Cosa stai facendo?
Focaccine per la festa.
Abbiamo già ordinato la torta dalla pasticceria. Non servono le tue focaccine.
Si possono mettere tutte e due. Piaceranno agli ospiti.
Benedetta la guarda.
Ormai decidi tu cosa serve?
Voglio solo aiutare.
La suocera esce senza rispondere. Ma Chiara continua, stende la pasta, impasta, cuoce una parte di notte, poi si alza e cuoce il resto. Non dice nulla a nessuno. Avvolge i dolci in un telo e li mette nella dispensa, dietro una mensola alta.
Le sue intuizioni, in questo periodo, sono affilate. Sente che qualcosa succederà: Benedetta non si lascerà sfuggire loccasione con tanti ospiti.
Ci pensa mentre prepara insalate, taglia il pesce, sistema i piatti. Ci pensa calma, senza paura.
La sera del trentuno arrivano tutti verso le otto. La tavola è curata, Chiara ha fatto tutto per bene. Bicchieri brillanti, tovaglioli come barchette, centrotavola di rami di pino.
Benedetta con gli ospiti è gentile, ride, racconta aneddoti. Quando vuole, sa essere affabile. Chiara va avanti e indietro, serve, sparecchia, rimpiazza. Matteo siede accanto a sua madre e non guarda quasi mai la moglie.
Verso le dieci, Benedetta la segue in cucina.
Hai fatto il vitello tonnato stamattina?
Sì.
È venuto troppo molle. Ho controllato.
Ho seguito la ricetta.
Allora la tua ricetta non vale. Lho tolto dalla tavola. Non lo servo. Mi vergogno.
Chiara non risponde. Prende il vassoio e va in sala.
Ma non è finita.
Dopo una ventina di minuti Benedetta torna in sala con aria afflitta. Si appoggia allo stipite, tossicchia. Gli ospiti la fissano.
Devo dirvi una cosa, inizia, con voce mortificata, le focaccine che ci sono sul tavolo… meglio non mangiarle. Credo che il ripieno sia andato a male, sento lodore. Non rischiamo.
Sul tavolo ci sono le focaccine ai funghi che Chiara ha fatto, con ingredienti freschissimi. Lei sa che vanno bene.
Signora Benedetta, dice Chiara con tono pacato, sono fatte stamattina. Sono freschissime.
Cara, ho un certo fiuto, mai sbagliato. Meglio evitare.
Gli ospiti si scambiano sguardi. Qualcuno sposta il piattino. Matteo guarda il bicchiere.
Il cuore di Chiara batte regolare. Niente panico, niente lacrime. Esce dalla sala.
Rientra con la scatola dei dolci. Li mette sul tavolino, apre e dispone le sfogliate: grosse, dorate, ancora profumate, perfette.
Queste le ho fatte questa notte, dice rivolta agli ospiti. Di grano tenero, con mele e cannella. E alcune con cavolo. Assaggiate, per favore.
La zia, Lucia, prende un dolce, lo morde, chiude gli occhi.
Che bontà! Chiara, li hai fatti tu da sola?
Sì.
Hai oro nelle mani. Benedetta, questa ragazza è un tesoro.
Benedetta non risponde. Il suo volto è una maschera impassibile.
Ma sa che non si fermerà. Chiara lo sente.
Verso mezzanotte succede il colpo di scena. Benedetta si alza ancora. Ma il tono stavolta è duro.
Sono davvero dispiaciuta, specie stasera, annuncia, e cala il silenzio. Stamattina mi sono accorta che sono spariti degli orologi. Quelli di mio marito, dargento, con le iniziali. Li tenevo nel comò. Oggi ho cercato per mostrarli a Lucia, sono scomparsi.
La stanza si rabbuia. Le parole cadono come pietre.
Non accuso nessuno, prosegue, in casa siamo solo noi. Chiavi solo alle persone di famiglia.
Tutti fissano Chiara.
Lei non abbassa lo sguardo. Fissa la suocera calma.
Gli orologi si troveranno, afferma.
Sei così sicura?
Sì.
Benedetta alza le sopracciglia.
Allora trovameli.
Daccordo.
Chiara si alza, tutti la seguono con gli occhi. Esce, va in dispensa, odore di lavanda e legno vecchio. Sospira, si avvicina agli stivali da neve che la suocera non mette da ventanni. Prende il destro, infila la mano. Trova qualcosa di solido.
Rientra in sala con gli orologi: dargento, con custodia di pelle, incisione.
Eccoli, li mette con calma sul tavolo.
Silenzio.
Lucia si soffia il naso. Elisabetta guarda le mani. Qualcuno tossisce.
Matteo si alza. Guarda gli orologi, poi sua madre.
Mamma, come sono finiti lì?
Benedetta apre la bocca per dire qualcosa, poi resta muta. È la prima volta in mesi. Il volto è liscio, ma dietro si muove qualcosa, come una parete che vibra.
Sarò stata io, dimenticata, dice infine, piatta. Succede.
Spiegazione pronta. Nulla da ammettere.
Ma Matteo la guarda. E a Chiara pare che il suo viso cambi, piano, come la luce prima di un temporale. Qualcosa dentro si muove, cede, mostrando altro.
Mamma, dice lui, voce ferma ma bassa, aspetta. Avevi detto che volevi mostrarli a Lucia. Se fossi stata tu a metterli lì, lo avresti detto subito. Perché chiamarci tutti per parlare di sparizione?
Ora non è il momento, inizia Benedetta.
Proprio ora, mamma. Siamo qui, Chiara, io, gli orologi. Voglio capire.
Benedetta si volta. Gli occhi sono asciutti, uno sguardo fatto di amore e amarezza che Chiara ha imparato a conoscere.
Sei mio figlio, dice. Lunico. Ho vissuto per te trentanni.
Lo so, mamma.
Non volevo farle del male. È solo che… si interrompe. Poi: Non volevo perderti.
Matteo non parla più.
Mamma, ho trentanni. Lo capisci?
Lei resta muta. Guarda fuori dalla finestra.
Festeggiano comunque. Stappano lo spumante, guardano lorologio, Lucia abbraccia il nipote. Cè confusione e imbarazzo, come succede dopo i momenti importanti. Chiara distribuisce il tè, mette i dolci davanti a tutti.
Gli ospiti vanno via verso luna.
Matteo lava i piatti. Chiara sistema la tavola. Benedetta si ritira subito, appena salutata la sorella. Dietro la porta chiusa il silenzio.
Lavorano insieme, zitti. Quando tutto è pulito, Matteo si asciuga le mani e si siede.
Chiara, dobbiamo parlare seriamente.
Lo so.
Ho preso casa in affitto. Tre giorni fa. Ci pensavo da tempo. Ora basta rimandare.
Chiara lo guarda.
Perché proprio tre giorni fa? Cosè successo?
Silenzio.
Ti ho vista quella notte. Ti sei alzata per impastare. Io non ho detto nulla, sono tornato a letto. Ma ho capito che aspettavi qualcosa. Che ti preparavi. Ho pensato: da quanto tempo combattiamo questa guerra tu da sola?
Il suo tono è calmo, quasi colpevole.
Non mi hai mai difesa, dice Chiara. Non è un rimprovero, solo un fatto.
No. Non lho fatto. Sono codardo.
No, sei solo così abituato a temerla che non puoi pensare a noi.
Non replica.
La casa è disponibile da febbraio. Non è lontana. Due locali. Dobbiamo arredarla.
Va bene.
Ce lhai con me?
Chiara lo osserva: il volto stanco, la ruga tra le sopracciglia che prima non aveva.
Non so cosa provo. Chiedimelo tra un anno.
Lui annuisce. Si alza, la abbraccia con delicatezza.
Chiara pensa che la felicità, quella vera, non è come nei film. Al cinema sono rose e baci. Nella realtà è essere in cucina a notte, con lodore di detersivo e dolci, e accorgersi che accanto cè finalmente un uomo che ha deciso di crescere.
Il primo gennaio, mentre Matteo dorme, Chiara esce in cortile. Ha appena nevicato. Tutto è bianco, pulito. Cinzia è fuori, dà briciole ai merli.
Buon anno, saluta Chiara.
Anche a te, ragazza. Comè andata?
Così, così.
Allora bene. Se fosse tutto uguale, sarebbe male.
Chiara sorride.
Cinzia, posso chiedere una cosa? Lei conosce Benedetta da sempre. È stata sempre così?
La signora riflette, raccoglie le ultime briciole.
Sempre, no. Da giovane era viva, allegra. Quando il marito se nè andato si è chiusa. Ha deciso che, se la vita laveva tradita, mai più si sarebbe fatta fregare. E ha cominciato a controllare tutto: casa, ordine, figlio.
E suo figlio?
Ladorava. Lha visto lottare, gli voleva bene. Ma la pietà, Chiara, è più tenace delle catene. Lui restava per pietà, non per paura.
Chiara guarda la neve.
Ora capisco una cosa, dice che in questi mesi non avevo paura di lei. Temevo di perdere lui. Era quello il mio timore.
E adesso?
Adesso sono solo stanca di aver paura.
Cinzia annuisce. Versa le ultime briciole. Gli uccelli si avventano cinguettando.
Essere stanchi di aver paura, è crescere.
Restano in silenzio un po. Poi Chiara torna in casa.
Benedetta è seduta al tavolo, beve il tè. Davanti, una tazza vuota e il giornale aperto, che non sta nemmeno leggendo. Guarda fuori.
Chiara si versa il tè, si siede. Nessuna parla. Fuori si sente il canto degli uccelli che Cinzia ha sfamato.
Signora Benedetta, dice Chiara, da febbraio andiamo via.
La suocera non si muove.
Matteo ha preso casa. Vivremo soli.
È una sua decisione?
Nostra.
Pausa lunga.
Capito, dice Benedetta.
Nientaltro. Si alza, posa la tazza e si ritira. La porta si chiude piano.
Le quattro settimane seguenti scorrono tranquille. Inaspettatamente tranquille. Benedetta non fa più osservazioni, parla poco, gira per casa in silenzio, prepara le sue tisane, la sera guarda la TV. A volte fissa Chiara con occhi nuovi: non rabbiosi, forse un po persi.
Matteo parla con sua madre. Senza litigi, finalmente discorsi. Chiara non ascolta: le basta che parli.
Una sera, davanti alla TV, stanno seduti vicini. Guardano un film qualsiasi, scelto a caso. Ma quel normalissimo momento è la cosa migliore che esista.
La data del trasloco è il due febbraio.
Chiara ha poche cose: sacche, scatole. Quello che aveva già e poco altro raccolto in mesi. Matteo impacchetta i libri, gli attrezzi, porta tutto in macchina. Benedetta non aiuta. Rimane in salotto.
Quando hanno finito, Matteo va da lei.
Mamma, noi andiamo. Ti chiamo stasera.
Silenzio.
Mamma?
Vai pure, dice senza voltarsi.
Lui resta un attimo. Poi le si avvicina, le bacia i capelli. La mano di lei, ferma sul bracciolo, si stringe appena.
Chiara aspetta sulla porta.
Arrivederci, signora Benedetta.
La suocera si volta. La fissa a lungo, con uno sguardo indecifrabile.
Arrivederci, risponde. Solo questo.
Escono. Lauto è carica. Chiara dà un ultimo sguardo alla casa: mattoni curati, tende dritte. Nella finestra si intuisce una sagoma.
Pensa a quella donna che ha vissuto tanti anni nella pulizia e nella solitudine camuffata da ordine. Non prova odio. Né pietà. Pensa soltanto.
Matteo avvia, fuori fa freddo, il vapore si alza dal tubo di scappamento.
Tutto bene? chiede lui.
Andiamo, risponde Chiara.
Lauto parte. La casa di Benedetta sparisce dietro la curva. Chiara guarda avanti, la strada bianca di neve.
Guidano in silenzio dieci minuti. Poi Matteo:
Dobbiamo comprare un letto vero. Quello che cè traballa.
Lo prendiamo.
E le tende. I bastoni sono vuoti.
Le sceglieremo.
Sai scegliere le tende?
Chiara lo guarda, sorride.
Imparerò.
Lui la ricambia. Per la prima volta da tanto, sorride davvero.
Il nuovo appartamento odora di calce e legno fresco. Le stanze vuote risuonano di passi. Le scatole stanno in un angolo. Fuori è un cortile normale di febbraio: auto, alberi spogli, qualcuno con la busta della spesa.
Chiara fa il giro della casa. Si affaccia in cucina, in bagno, si ferma alla finestra. Guarda fuori.
Nessun sentimento speciale. Né gioia, né sollievo, che magari si aspettava. Solo silenzio, uno spazio vuoto da riempire a piacere.
Dietro di lei, Matteo poggia una scatola.
Allora, che ne pensi?
Chiara ci pensa.
Chiedimelo tra un anno.





