Diario personale, 14 giugno
Sono ormai tredici anni che cresco Luca, il figlio di mia moglie dal suo primo matrimonio, allo stesso modo in cui cresco mia figlia, Giulia. Giulia mi somiglia parecchio, sia nel modo di essere che nei sogni che coltiva: condividiamo passioni, progetti, persino il modo di vedere la vita. Luca invece sembra lo specchio della madre: per lui, tutto va sempre bene così comè, non chiede mai nulla.
Ogni volta che si avvicina il suo compleanno, chiedo ai ragazzi cosa vorrebbero come regalo, oppure cosa desidererebbero trovare la mattina di Natale sotto lalbero. Giulia stila sempre una piccola lista, mi aiuta a scegliere e si diverte a parlarne con me. Luca invece dice che gli va bene qualsiasi cosa, o addirittura che non gli importa. Quando Giulia esce con gli amici, mi fermo a chiederle se ha bisogno di qualche euro, e lei accetta sempre; Luca, invece, rifiuta anche solo un centesimo, risponde che ha già tutto quello che gli serve. In realtà so bene che poi si rivolge a sua madre, ma con me non vuole ammettere mai di avere bisogno di nulla.
Dopo tutti questi anni vissuti insieme, non mi sono ancora abituato a questa distanza. Perché dopo tutto quel tempo vissuto come padre per lui, Luca ancora si vergogna a chiedermi qualcosa? Non ha mai avuto rapporti col padre naturale, che si è rifatto una vita altrove senza più cercarlo, eppure, con me, si comporta ancora come uno sconosciuto. Fa sempre affidamento sulla madre, come se io fossi un semplice estraneo.
Adesso Luca ha sedici anni, e in casa si discute animatamente della scuola superiore da scegliere. Tutta la famiglia dà consigli, ma lui ha già deciso che vuole andare al liceo scientifico statale qui a Torino, dove sono sicuro che si troverebbe bene. Gli propongo di considerare anche altre opzioni, come un istituto privato di qualità, offrendomi di sostenere le spese, ma lui chiude subito la questione: non è necessario, si arrangerà da solo, non ha bisogno di niente.
Sono davvero ferito da questo suo atteggiamento così chiuso e, permettetemi, altezzoso. Una tale sicurezza, una tale voglia di cavarsela da solo, quasi mi offende. Se vuole sentirsi così autonomo, che si arrangi davvero. Se non vuole accettare il mio aiuto, rispetterò la sua decisione.
Mia moglie, interrogata su come comportarmi, non ha preso posizione. Pensa che io sia troppo permaloso e infantile; io invece credo che Luca si atteggi troppo da adulto. Forse è davvero così che deve andare, forse è il suo modo di proteggersi, ma io continuo a chiedermi: come si può costruire un rapporto padre-figlio, se da una parte cè questa muraglia di silenzi? Non so più in che altro modo farmi largo tra le sue difese.







