Storie Sconosciute: Racconti di Vite altrui

Ginevra conosceva la vicina del corridoio da molto tempo. Una donna con un taglio di capelli grigio a caschetto ordinato e una borsa di tela appesa alla spalla appariva sulla soglia dellandrone sempre alla stessa ora, verso le otto di sera. Saliva con calma, appoggiandosi appena al corrimano, e ogni volta rivolgeva a Ginevra un cenno di saluto quando si incrociavano davanti allascensore.

Ginevra abitava al sesto piano di un palazzo di otto piani in periferia di Bologna, lavorava come correttore in una piccola casa editrice e, nel complesso, considerava la sua vita piuttosto prevedibile. La mattina prendeva il bus, andava in ufficio, sfogliava manoscritti, la sera tornava a casa, cenava, a volte si concedeva una serie televisiva. Il marito se ne era andato due anni prima, lasciandole un bilocale e unamara nostalgia che col tempo si era affievolita. I vicini erano quasi un sottofondo: i ragazzini che rimbalzavano le scale, i pensionati con le loro borse di spesa, qualche discussione dietro le pareti.

La vicina dallaltro appartamento, Silvana, sembrava tranquilla e un po distaccata. Allinizio Ginevra la immaginava una contabile stanca o una professoressa. Poi, una fredda mattina dinverno, quando lacqua delledificio fu interrotta e tutti dovevano trasportare secchi dal seminterrato, si incontrarono davanti alla porta dingresso e scambiarono due parole.

Ha bisogno di una mano con il secchio? chiese Ginevra, notando il contenitore nella mano di Silvana.

Sarebbe fantastico rispose la donna, arrossendo leggermente. Io sono Silvana.

Ginevra replicò la giovane.

Scesero insieme le scale, riempirono i secchi, poi risalirono facendo pause a ogni pianerottolo per riprendere fiato. Durante la salita Silvana rivelò di aver compiuto cinquantadue anni, di vivere da sola e di lavorare da casa.

Che cosa fa? incappò Ginevra, prendendo il secchio.

Faccio traduzioni, scrivo testi rispose brevemente, poi cambiò argomento: Vede sempre quelle cartelle? Lavora in ufficio, vero?

Ginevra parlò delleditora, degli errori di battitura infiniti e degli autori che si offendono per una virgola di troppo. Silvana ascoltava attentamente, ponendo qualche domanda puntuale, e Ginevra sentì improvvisamente il desiderio di continuare a chiacchierare. Giunti al sesto piano, sembravano già quasi amiche.

Da quel giorno cominciarono a fermarsi più spesso davanti allascensore, scambiandosi brevi frasi. In primavera Ginevra la invitò a prendere un tè.

Ho preparato una torta, ma è troppo per una sola disse timidamente nella porta.

Se non le dispiace una compagna di chiacchiere, accetto volentieri rispose Silvana.

Lappartamento di Ginevra era tipico per quel condominio: un tappeto, una libreria, una cucina luminosa che sguazzava sullandrone interno. Silvana osservò con curiosità, quasi con affetto, i diversi gialli sullo scaffale, alcuni dei quali Ginevra amava leggere la sera.

Le piacciono i gialli? commentò, accomodandosi al tavolo.

Sì, è il mio modo di staccare. Leggo e mi dimentico degli autori che rimproverano le correzioni rispose Ginevra, versando il tè.

Parlarono di cose futili: i prezzi al mercato, i teenager rumorosi nel cortile, la difficoltà di far intervenire la ditta di manutenzione per lascensore. Silvana si rivelò calma, un po ironica ma mai pungente. Raccontava le storie come se osservasse gli abitanti attraverso una lente dingrandimento, cogliendo i minimi particolari.

Guardi quel signore al terzo piano, sempre in tuta sportiva osservò, guardando fuori dalla finestra. Una notte lho visto portare unenorme scatola avvolta in nastro verso il cassonetto. La trattava come un bambino, con molta delicatezza. Poi la lasciò lì e scomparve, senza voltarsi.

E che cera dentro? domandò Ginevra, incuriosita.

Non lo so. E non voglio sapere. Limportante è il modo in cui lo ha fatto. Questo dice molto su di lui.

Ginevra pensò che la vicina fosse solo una osservatrice dei caratteri altrui. In realtà, anche nelleditora lei a volte indovinava il temperamento di uno scrittore dal suo stile.

Col tempo i loro tè divennero una routine. A volte Ginevra andava a casa di Silvana, altre volte era linverso. Lappartamento di Silvana era più spoglio, più luminoso, con una pila ordinata di fogli stampati e un laptop sul tavolo. Sulla parete pendevano un paio di foto in bianco e nero di una città depoca.

Lha scattata lei? chiese Ginevra una volta.

No, è un regalo di un amico. Mi piace avere qualcosa da guardare e far riflettere rispose Silvana.

Ginevra notò che Silvana parlava quasi mai della famiglia. Niente del marito, niente dei figli. Solo una volta accennò al fatto che i genitori erano deceduti da tempo, e che il fratello viveva in unaltra città, con pochi contatti. Ginevra non insisti, rispettando la sua riservatezza.

Una sera destate, quando lappartamento era afoso, Ginevra era alla cucina con il portatile a correggere un articolo per il sito delleditora. Sullo schermo lampeggiò una notizia: Intervista alla misteriosa autrice di gialli N. Rovner. Il nome le suonò familiare, ma non riusciva a collocarlo. Cliccò per curiosità.

Sul sito cera una foto, ma il volto era ombreggiato. Dallintervista Ginevra scoprì che N. Rovner era una scrittrice di thriller urbani che preferiva rimanere anonima, non rivelando il vero nome. Scriveva di cortili provinciali, vicini di casa, cucine comuni. I libri vendevano a tiratura enorme, discussi nei blog.

Scorrendo più in basso, trovò una frase: Vivo in un quartiere residenziale e traggo ispirazione letteralmente dalla finestra. La gente intorno a me è una fonte inesauribile di trame. Quella descrizione le ricordò il modo di parlare di Silvana, soprattutto il riferimento al quartiere residenziale. Il cognome Rovner le fece pensare a Romano, un nome che aveva visto una volta su una bolletta per caso.

Coincidenza, pensò, ma aprì comunque un libro di Rovner in un negozio online e cominciò a leggere. Il primo paragrafo descriveva un cortile quasi identico al loro: una giostra scrostata, una bottega allangolo, persino il signore in tuta sportiva che di notte porta scatole strane al cassonetto.

Ginevra sentì qualcosa stringersi dentro. Si alzò, andò alla finestra e sbirciò nel cortile. Il signore in tuta era davvero lì, seduto su una panchina a fumare, le spalle rilassate. Tornata al tavolo, rilesse il brano. La somiglianza era troppo precisa. Le venivano in mente le conversazioni con Silvana, le pile di fogli sul suo tavolo, le parole traduzioni, testi.

Passò la serata a leggere di più. Il libro includeva personaggi riconoscibili: la vicina che rimprovera i bambini per i mozziconi, la giovane coppia che fa rumore di notte, lanziana al quinto piano che nutre i gatti del cortile. Ma il momento più inquietante fu quando incontrò una scena che descriveva esattamente lincidente di Ginevra: la scadenza sbagliata, la notte trascorsa a riscrivere freneticamente, la mattina in cui arrivò al lavoro con i capelli bagnati e i calzini diversi. Il personaggio si chiamava Oksana, editor, non correttore, ma la descrizione era inconfondibile.

Ginevra chiuse il laptop, sentì un nodo alla gola. Lidea che la sua vita, le sue piccole gaffe e le storie divertenti potessero essere materia di un libro la turbò. Si coricò tardi, girandosi a sentire i rumori al piano di sopra. Silvana sembrava silenziosa, solo il ticchettio della tastiera di tanto in tanto. Ginevra immaginò la vicina al suo tavolo, trasformare in parole quello che vedeva e sentiva.

Al mattino la situazione sembrava meno acuta. Al lavoro Ginevra controllava un altro manoscritto, aggiustava le virgole e pensava che, in fin dei conti, gli scrittori traggono da vita reale. Ma cè la differenza tra unidea generale e la ricostruzione di un cortile specifico con i suoi abitanti.

Sulla via di casa si fermò in una libreria e prese in mano un volume cartaceo di N. Rovner, la copertina con la stessa sagoma scura. Lo sfogliò, notò i passaggi familiari, ma lo comprò lo stesso. Doveva capire fin dove andasse Silvana.

Nel pomeriggio, mentre tornava a casa con la borsa della spesa, Silvana uscì dallascensore con una cartellina di documenti.

Ciao Ginevra, come è andata la giornata? chiese, sorridendo.

Ginevra ricambiò il sorriso, ma dentro sentì una punta di imbarazzo.

Così così, il lavoro è il lavoro rispose, infilando il sacchetto di libri più in profondità nella borsa.

Le parve che Silvana avesse tratto lo sguardo dalla copertina, ma non disse nulla.

Qualche giorno dopo, ancora al tavolo di Ginevra, discussero della perdita di una tubatura al seminterrato e della raccolta firme per lamministratore.

Firmate anche voi? chiese Ginevra.

Certo. Mi piace quando la gente ha un obiettivo comune rispose Silvana, aggiungendo con un sorriso: Per caso non ha letto N. Rovner? Dicono che scriva bene.

Il cuore di Ginevra si strinse di nuovo.

Lho letta ieri disse cauta. E?

Silvana fece finta di servire il tè, ma la mano tremò leggermente.

Sembra che viva davvero vicino a noi osservò Ginevra, alzando gli occhi.

Si scambiarono uno sguardo. In quel breve istante tutto divenne chiaro.

È lei, vero? chiese Ginevra, cercando di mantenere la voce tranquilla.

Silvana sospirò, abbassò lo sguardo sulla tazza.

Sì. Solo pochi lo sanno. Non mi piace il clamore.

Ginevra annuì. La sua mente era un vortice di pensieri. Voleva congratularsi, ammirare il successo, ma anche chiedersi perché usasse il loro cortile come scena.

Complimenti, il libro è ben scritto disse infine.

Grazie, lo faccio da anni. Non voglio farlo sapere a tutti rispose Silvana, quasi a bassa voce.

Un silenzio calò. Dietro la parete si sentì lo scricchiolio di una sedia.

Lei prende storie da qui, dal nostro edificio? iniziò Ginevra, fermandosi.

A volte ammise Silvana. Cambio dettagli, nomi, professioni.

Non sempre ribatté Ginevra. La storia della ragazza con i calzini diversi lho raccontata io.

Silvana sorrise appena.

È stata una scena molto viva. Non ho potuto trattenermi.

Ginevra sentì le lacrime appannare gli occhi. Non voleva creare un dramma, ma la sensazione di essere esposta senza permesso era dolorosa.

Potrebbe almeno chiedere, dire che vuole usarla? disse. Così potrei decidere.

Capisco sospirò Silvana. Ma se chiedessi a tutti, smetterei di scrivere. La gente cambia comportamento quando sa di essere osservata.

Però lei guadagna da questo replicò Ginevra. E noi, i protagonisti, non sappiamo nemmeno di esserlo.

Silvana rimase in silenzio, poi:

Non prendo tragedie crude. Metto insieme pezzi, li rendo più leggeri. È la mia difesa, e anche la loro.

Però si riconosce insistette Ginevra. Io mi sono vista, così come il cortile.

Il clima si fece teso. Silvana strinse la maniglia della tazza, come per non farla cadere.

È fastidioso, vero? osservò la vicina.

Sì ammise Ginevra. Mi sento come se mi avessero ascoltato e trascritto.

Silvana annuì.

Non pensavo che la leggesse disse con un sorriso amaro. È stupido, ma viviamo attraverso il muro.

Due parti dellanima di Ginevra lottavano: una arrabbiata per la duplice natura dellamicizia, laltra più comprensiva verso una donna che sopravviveva a modo suo.

Facciamo così propose Ginevra, cercando di parlare con calma. Non posso impedirle di scrivere, ma non voglio riconoscermi nei suoi libri. E non voglio che usi le storie che le racconto come amica, senza il mio consenso.

Silvana alzò gli occhi, stanchi ma pieni di una timida speranza.

Sta proponendo un accordo? chiese.

Sì. Vorrei dei confini. Ginevra sentì che non parlava più solo di libri. Se condivido qualcosa di personale, non voglio vederlo trasformato in una pagina, anche sotto falso nome.

Silvana osservò la proposta come se la pesasse.

È difficile ammise. A volte non mi accorgo nemmeno che una battuta entra nel testo. Vivo di questo. Ma fece una pausa, poi più ferma prometto che le sue storie, quelle che definirà personali, non finiranno nei miei romanzi. Se dovesse riconoscerle di nuovo, ne parleremo e, se possibile, le cambierò nella versione successiva.

Ginevra sospirò. Non era perfetto, ma era un passo avanti.

E magari possiamo rendere i dettagli un po più sfumati, così il cortile non è così riconoscibile. La gente qui ha le proprie paure e i propri segreti.

Capisco rispose Silvana. Sa perché ho iniziato a scrivere su questi palazzi?

Ginevra scosse la testa.

Perché credevo che nessuno fosse interessato. Che la vita vera fosse altrove. Poi ho capito che il dramma è qui, tra questi piani, più forte di qualsiasi città immaginaria. Volevo mostrare che le persone normali hanno una profondità enorme. Forse mi sono un po persa nel farlo e ho dimenticato che dietro i personaggi ci sono vicini veri.

Il suo tono tradiva una genuina confusione. Ginevra percepì lirritazione placarsi leggermente.

Mostrare profondità è bello disse. Ma è importante che la gente non si senta tradita.

Daccordo annuì Silvana. Ci penserò.

Finirono il tè in silenzio. Il dialogo eraMentre le risate dei bambini si alzavano dal cortile, Ginevra e Silvana si scambiarono un sorriso complice, consapevoli che a volte la migliore trama nasce da una semplice tazza di tè condivisa.

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