Caro diario,
le strade di San Michele al Tagliamento profumano sempre di pane appena sfornato e di terra bagnata dopo la pioggia. È un paesino di quelle dove tutti si conoscono e i segreti si spargono più veloce del vento. Ogni pomeriggio, con lo zaino appoggiato a una spalla e un fiore di campo strettamente tra le dita, cammino lungo quei vicoli. Mi chiamo Tommaso Agnelli, dodicenne snello, con gli occhi profondi e un passo calmo per la mia età.
Il mio percorso quotidiano mi porta sempre allo stesso luogo: lassistenza Luna dAutunno, un edificio daltri tempi dipinto di crema, con grandi finestre e un giardino colmo di bouganville. Non cè giorno in cui non oltrepasso il cancello arrugginito dopo la scuola.
Entro piano, salutando tutti: la signora Livia, che treccia al banco dingresso; il signor Raffaele, che sempre mi chiede un dolcetto; e il personale, che mi guarda con tenerezza. Sanno che non vengo per obbligo, ma per un impegno che pochi comprendono.
Salgo al secondo piano, corridoio in fondo, stanza 214. Lì mi attende la nonna Ginevra Bianchi, una donna il cui capello è bianco come la neve e lo sguardo a volte smarrito, a volte vivace.
Buon pomeriggio, nonna Ginevra le dico, depositando lo zaino su una sedia. Ecco il tuo fiore preferito.
E tu chi sei, tesoro? mi chiede quasi sempre, con un sorriso dolce.
Solo un amico rispondo.
Ginevra è stata professoressa di letteratura, elegante e dal carattere deciso. LAlzheimer le ha rubato, piano piano, i frammenti della memoria. Per lei i giorni si ripetono e i volti si confondono. Eppure, quando sono lì, sembra accendersi una scintilla nei suoi occhi.
Per mesi le ho letto poesie di Eugenio Montale e racconti di Giovanni Verga. A volte le dipingo le unghie di un rosa pesca, altre volte le pettine i capelli con cura, intrecciandoli come se fossero quelli di una nipote. Ride di battute improvvisate, piange silenziosa quando qualcosa tocca il suo animo, oppure confonde il mio viso con quello di un giovane galante di un tempo.
Il personale dice che ho unanima antica in un corpo giovane. Non vengo per carità né per compiti scolastici; vengo perché lo voglio.
Quel ragazzo ha un cuore enorme osserva linfermiera Margherita, la più esperta della casa di riposo.
Il segreto che nessuno conosce
Nel lungo periodo in cui la visito, non ho mai rivelato che non sono un semplice amico per Ginevra. Sono suo nipote. Lunico.
La storia è dolorosa: quando Ginevra ha iniziato a dimenticare, lunico figlio suo, mio padre, ha deciso di ricoverarla. Allinizio veniva spesso, poi le visite sono diventate sporadiche finché, un giorno, non è più tornato. Diceva che vederla così gli spezzava il cuore. Io, invece, non potevo immaginarla sola.
A casa, mio padre evita di parlare di lei. Non è più la stessa donna dice con freddezza. È meglio che rimanga lì.
Per me, però, resta la nonna. Anche se non ricorda più il mio nome, anche se a volte mi chiama Francesco o Giuliano, so che da qualche parte, in un angolo della sua mente, cè ancora amore.
La confessione
Un giorno dinverno, mentre le sistemavo i capelli accanto alla finestra, Ginevra mi fissò intensamente. I suoi occhi, per un attimo, sembrarono riconoscermi.
Hai gli occhi di mio figlio mormorò.
Io sorrisi.
Forse il destino me li ha prestati.
Abbassò la voce, come a confidarmi un segreto.
Mio figlio si è allontanato quando ho cominciato a dimenticare ha detto che non ero più sua madre.
Il peso di quelle parole mi colpì, ma non le contraddissi. Le strinsi la mano con forza.
A volte, quando la memoria se ne va, se ne va anche la gente. Ma non tutti la dimenticano.
Mi guardò come se quelle parole le dessero pace, poi tornò perso nei suoi pensieri.
Lultimo estate
Quellanno la salute di Ginevra peggiorò. I giorni buoni erano rari e, a volte, non riusciva più a sollevarsi. Continuai a visitarla, anche solo per leggerle mentre dormiva o per lasciarle fiori sul tavolo.
Nel pomeriggio, il medico della struttura mi parlò:
Figlio mio, tua nonna è molto debole. Forse non supererà linverno.
Abbassai la testa, ma non piansi. Sapevo che quel momento sarebbe arrivato.
Nel suo ultimo compleanno arrivai con un mazzo intero di fiori di campo. La stanza odorava di campagna. Mi guardò e, con una lucidità che non aveva mostrato da mesi, mi disse:
Grazie per non avermi dimenticata.
Quella fu lultima conversazione che potemmo avere.
Laddio
Ginevra se ne andò in una notte tranquilla. Sul suo comodino rimase un fiore di campo, appassito ma intatto, come se si fosse aggrappato al desiderio di non scomparire finché non fosse stata pronta a partire.
Il funerale fu sobrio. Pochi parteciparono: qualche vecchio collega, il personale dellassistenza e io. Mio padre comparve allultimo momento, serio, senza lacrime.
Linfermiera Margherita, commossa, si avvicinò a me.
Figlio mio, perché non hai mai smesso di venire?
Le risposi con gli occhi rossi.
Perché è la mia nonna. Tutti lhanno abbandonata quando è stata malata. Io no. Anche se lei non sapesse più chi sono.
Mio padre, che aveva ascoltato, abbassò la testa, imbarazzato. Non disse nulla, ma alla fine del servizio si avvicinò a me e mi pose una mano sulla spalla.
Hai fatto quello che io non ho potuto sussurrò. Grazie.
Epilogo
Gli anni passarono. Cresciui, terminai luniversità e divenni scrittore. Il mio primo libro si intitolò Il fiore che non appassì mai, dedicato alla memoria di nonna Ginevra.
Nella dedica scrissi:
A la mia nonna, che mi ha insegnato che il vero legame familiare non dipende dalla memoria ma dal cuore.
Sulla copertina, unillustrazione di un fiore di campo, lo stesso che ogni pomeriggio portavo nella stanza 214.
E così, anche se lAlzheimer ha cancellato nomi e date, non è riuscito a cancellare ciò che conta davvero: lamore che resta quando tutto il resto svanisce.







