Tre accordi

Tre accordi

– Ti piace, vero?

La voce di Sandro, il mio migliore amico, mi fece sobbalzare alle spalle. La scopa che tenevo tra le mani sembrò prendere vita da sola e Sandro urlò nel corridoio affollato di compagni:

– Max, sei impazzito?! Perché?!

Ormai chiedere scusa era inutile. La classe scoppiò a ridere, abbandonando subito i lavori di pulizia, e dalla sala professori spuntò la severa figura della professoressa Olga Nicoletti.

– Cosè tutto questo baccano?! Le lezioni sono ancora in corso!

La 3ª B, ripresa dalla nostra amatissima professoressa di storia per lallegria fuori luogo, si precipitò a riacchiappare le scope, facendo finta di niente.

Con la Nicoletti non si scherzava. Con lei, una chiamata ai genitori era il minore dei mali: la sua vera punizione era una lezione di monologo in tono monotono che faceva tremare anche i più ribelli. Dopo cinque minuti nessuno fiatava più, dopo dieci veniva voglia di chiedere pietà e chiamare la mamma. Chi avesse passato mezzora con lei in aula di matematica, garantito, non ci riprovava mai più.

Eppure, chi la rispettava e sapeva ascoltarla, aveva in lei una regina, un giudice e un comandante. Sapeva risolvere qualsiasi problema, dai voti alle liti tra compagni. Era capace di calmare anche i più turbolenti e trovava sempre il modo giusto per far riflettere chiunque.

Lo sapevamo tutti. Ancora di più da quando Lena Petri, abbandonata dalla madre, fu accolta in casa Nicoletti, che decise che la ragazza meritava una famiglia vera e non lorfanotrofio. La madre di Lena era partita per rifarsi una vita col nuovo marito quando la ragazza era solo in seconda media. Da allora, Lena era vissuta con la professoressa, che la trattava come una figlia, e ormai la considerava la sua vera madre, quella che davvero non lavrebbe mai tradita né lasciata.

Nessuno seppe mai come Olga Nicoletti riuscì a convincere Lena che non poteva sentirsi in colpa per le scelte di sua madre. Ma Lena, che per molto aveva creduto di essere la causa dellabbandono, aveva fatto pace con se stessa e deciso che mai e poi mai avrebbe lasciato i suoi figli, un giorno. Perché non si abbandona chi non può cavarsela da solo. E intorno, di persone come la Nicoletti, ce ne sono troppo poche.

– Dopo aver mandato in crisi la prof. Rossi, volete fare test anche con me? la Nicoletti socchiuse gli occhi e le scope si muovevano veloci, facendo risplendere ancora di più il corridoio. Forse vi farà bene una bella ora di classe

– NO!

La 3ª B lo gridò allunisono, così forte che qualcosa cadde e si ruppe nel laboratorio di scienze, mentre Sonia Petrini, su cui stavo fissando gli occhi da unora, si voltò verso le finestre della scuola, sbagliando la ricezione nella partita di pallavolo.

La 3ª A si disperò: la sconfitta era più vicina, e Sonia si rabbuiò senza capire come avesse mancato la palla.

Saltai giù dal davanzale, prendendo senza protestare una sculacciata da Sandro, che mi fissava con la guancia arrossata.

– Scusa! Non volevo!

– Sì, figurati! Una scopa in faccia davanti alle ragazze!

– Ma sei matto? È stato un caso! cercavo di spiegarmi, ma Sandro aveva già cambiato atteggiamento.

– Vabbè, pace! Tanto tu hai gli occhi solo per Sonia, vero? Fossi stato io, ci avrei dato anche di più con la scopa

Non potei che abbassare lo sguardo.

– Io…

Era difficile parlare di ciò che mi tormentava da mesi. Ma se non al mio migliore amico, a chi?

– Ho scritto una canzone – confessai quasi a me stesso. Ma tanto… lei non lo saprà mai

– Perché? Sandro si piazzò sul davanzale, guardando verso la porta della sala professori leggermente socchiusa.

– Perché non so cantare, né suonare la chitarra. E anche se volessi, non ce la farei mai.

– Ma dai, che sarà mai! Io ti insegno! disse Sandro, facendomi il solletico col dito, sapendo che lo odio.

– Ehi!

– Ma le parole sono tue? O hai copiato?

– Sono mie! protestai, tirando fuori il mio foglio stropicciato dal taschino. Guarda!

Non era la mia miglior poesia, ma era sincera. Cera tutto: il modo in cui Sonia camminava, il suo sorriso, così dolce da non avere uguali tra le nostre compagne; tutto quello che provavo per quella ragazza che forse nemmeno sapeva chi fossi.

Solo uno qualunque. Che importanza!

Sandro mi strappò il foglio di mano senza nemmeno chiedere permesso.

– Vediamo, vediamo! Nuovo Leopardi? O magari Ungaretti?

– Sei proprio scemo! Ungaretti non scriveva canzoni! tentai di riprendermi il foglio, ma Sandro lo stringeva più forte.

– Se sbagliassi, la nostra professoressa Tanina mi mangerebbe vivo!

E lì mi scappò da ridere anche a me. Tanina, alias prof.ssa Tania Petrone, la nostra insegnante di italiano, era per la 3ª B un idolo. Non urlava mai per il comportamento, perché nelle sue lezioni regnava un silenzio totale. Nessuno voleva risentirsi interrogato: Tanina oltre al programma, domandava anche argomenti spiegati anni prima. E guai a non saperli!

Ma sapeva parlare di letteratura come nessun altro. Avrebbe reso avvincente pure un libro di cucina. Nelle sue lezioni si poteva domandare di tutto, anche tramite biglietti, e lei rispondeva sempre senza veli. Alcune mamme si lamentavano alle riunioni, ma la professoressa non mollava: meglio parlare chiaramente coi ragazzi, che lasciare tutto a cose dette troppo tardi.

Fu proprio dalla prof. Petrone che andai, quando decisi di confidare i miei sentimenti.

E lei capì.

– Max, lamore è una cosa meravigliosa!

– Sul serio?

– Certissimo! Ne sono convinta.

– Ma come glielo dico?

– Come viene. È naturale, come bere quando hai sete. Limportante è che tu senta che è il momento giusto.

– Non so se lo è

– Allora aspetta. Coltiva nel cuore ciò che senti, e aspetta il momento in cui non riuscirai più a tacere.

– Ho paura

– Ed è anche giusto!

– Perché?

– Perché significa che non sei uno stupido, Max! Gli stupidi vanno avanti senza pensare alle conseguenze. La paura invece è umana. Se hai paura, allora non è ancora vero amore. Forse qualcosa che gli somiglia, ma non ancora. Te lo ripeto.

– Come fai a saperlo?

– Perché lamore vero non teme niente. Va avanti e basta. È vivo, capisci?

– Non proprio.

– Cresce, respira. Se adesso hai paura, se non sai da dove cominciare, forse ti serve solo un po di tempo per lasciare che questo sentimento maturi.

– Forse

– Senti Max: se non riesci più a tacere, parla! Ci sono mille modi.

– Quali?!

– Scrivi una lettera o una poesia. Magari una canzone!

– Non so scrivere canzoni.

– Imparerai! E intanto capirai meglio ciò che senti. Affida tutto alla carta: lei non giudica.

– Ci penserò

Ci misi quasi un anno a finire quella canzone!

Le parole non volevano sistemarsi come avrei voluto. Arrivavano nei momenti meno adatti e non mi aiutavano a esprimere quel che sentivo per Sonia. Era una lotta contro me stesso, ma non cedevo.

Alla fine, le parole giuste arrivarono. E la tempesta dentro di me si calmò un poco. Ora Sandro agitava quei versi come fossero suoi e a me, non so perché, veniva paura.

Scacciai quel pensiero cupo e, annuendo, diedi a Sandro il permesso di leggere: lasciavo vedere a lui, almeno, ciò che il mio cuore sapeva.

Dopo la prima strofa Sandro smise di ridere. Dopo il ritornello si rabbuiò. Finito, mi restituì il foglio e disse:

– Dalle il foglio!

– Sei impazzito?!

– Dalle, dai… Mica lhai scritta per niente!

Non sapevo cosa rispondere. Ma, senza pensarci troppo, mi avvicinai a Sonia, che stava tornando a lezione dopo educazione fisica, seguendo il consiglio di Sandro. Il mio discorso fu imbarazzato e sconclusionato, ma Sonia prese il foglio e mi sorrise in fretta mentre scappava in classe al suono della campanella.

E a me pareva di avere le ali! Scivolai giù in spogliatoio a prendere la giacca e uscii fuori, sperando solo che il telefono in tasca vibrasse: desideravo solo sapere che forse, almeno un po, Sonia ricambiava.

E il telefono cantò per me. Ma la sua canzone era sinistra, più simile a una marcia cupa.

Ragazzi! Max è un poeta! Ecco cosa scrive il nostro cantautore!

La foto del mio foglio stropicciato era su tutto il gruppo classe, piena di like e commenti.

Cera chi rideva, chi taceva, chi partecipava e chi no. Ma chi non mi aspettavo affatto, uno da cui non pensavo mai brutte sorprese, era il protagonista dei commenti: Sandro.

– Sandro…

Stavo per rompere il telefono contro un muro. Non volevo accettare quello che vedevo. Il tradimento mi colpì così nel profondo da lasciarmi senza difese; solo dopo mi accorsi che cera anche un video breve in cui Sandro scherzava sul mio foglio, proprio davanti alla sala professori, dove quella mattina avevamo finto di litigare con le scope, senza sapere poi dove saremmo arrivati.

Rientrare fu un attimo. Ma Sandro era ancora lì. Seduto sul davanzale, rideva guardando i commenti al suo video.

– Perché lhai fatto?

– Ma dai, era per scherzo! balbettò Sandro, porgendomi il telefono. Sei un mito adesso! Lei sicuro se ne accorgerà, vero Sonia?

La domanda era rivolta a chi mi stava dietro, ma io non mi voltai. Avevo già capito tutto.

Spingendo Sandro da parte, corsi via verso le scale. Vidi ancora, di sfuggita, Sonia allontanarsi con indifferenza, senza degnarci di uno sguardo.

Il foglio spiegazzato sul pavimento mi parlò più di qualunque parola.

Uscendo da scuola, camminando senza guardare dove andavo, mi ritrovai sulle rive del Tevere, fuori Roma.

Non capii subito dove fossi. Solo quando estrassi il telefono e vidi lora, mi prese il panico. Mia madre, che quel giorno era uscita prima dal lavoro per portarmi dal dentista, mi aveva chiamato almeno una decina di volte. Io non avevo sentito nulla.

– Mamma – chiamai al telefono.

– Madonna santa! Massimo! Stai bene?!

La voce di mia madre era così tremante che senza nemmeno rispondere mi misi subito a correre verso casa.

Era passato meno di un anno da quando eravamo rimasti soli. Mio padre aveva deciso che ormai ero grande e che una nuova moglie era meglio. Se ne andò.

I grandi non volevano mostrarsi fragili davanti ai figli. A me dissero solo che i loro problemi non mi riguardavano, che avrei sempre avuto sia papà che mamma.

In parte era vero. Papà insistette per frequentarmi ancora, mamma non lo ostacolò. Ma io vedevo quanto fosse stato duro per lei. Così cercavo di proteggerla e non darle mai dispiaceri.

Ovviamente dal dentista ci andammo tardi. Ma mamma non mi sgridò. Capì subito che qualcosa non andava.

– Vuoi raccontarme …? chiese, senza aspettarsi risposta.

Quella sera però, non mi andava di fare il solito adolescente sfuggente. Qualcosa si era rotto dentro di me vedendo il foglio stropicciato coi miei versi.

– Mamma Come hai fatto? Scusa se te lo chiedo. Come hai fatto a superare il tradimento di papà?

Nei suoi occhi scese unombra profonda e io mi morsi la lingua temendo di aver esagerato; ma lei rispose.

– Con molta fatica, Massimo. Non esiste modo facile, quando ti tradisce proprio chi ami di più al mondo. Chi gli avevi dato quasi tutta la tua fiducia.

– Quasi?

– Sì, figliolo. Forse nessuno si fida completamente nemmeno di se stesso. Figurati degli altri… È stato difficile, molto. E anche adesso, a dire il vero, non è che sia troppo più facile, anche se il tempo è passato e il dolore si è un po sedato. Ho te, ho avuto una vita abbastanza felice. E questa è la cosa più importante.

– E adesso? Sei felice, mamma?

– Ma certo! sorrise, più serena. Sono viva, sono qui, tu sei con me. Sono sana. Il resto Se qualcosa è finito, va bene così. Lascia spazio al nuovo.

– E arriverà, mamma?

– Ma certo Massimo, è la legge della vita: dove perdi qualcosa, da unaltra parte guadagni. È così che funziona. Ma basta discorsi filosofici. Raccontami tutto, se vuoi

Nella sua voce cera tanta attesa che decisi di parlarle davvero.

Chi mi avrebbe capito come lei? Nessuno. Così mi confidai. E non sbagliai.

Mamma ascoltava in silenzio, come mai prima. Di solito avevamo sempre fretta, corri di qua e di là. Stavolta invece eravamo lì, seduti, a parlare come non succedeva da tanto.

Non cera nulla a impedirci di capirci. Avevamo una ferita comune: dovevamo trovare una soluzione insieme.

– Se nè andata senza dire niente! Capisci, mamma!? Non ha detto una parola!

– Ecco, qui la capisco. Se si è sentita ferita, non poteva che reagire così.

– Ma ha buttato la mia canzone!

– Forse era delusa. O forse indifferente. Nel primo caso potresti ancora recuperare. Nel secondo, direi proprio di no.

– Come faccio a capire quale dei due?

– Chiediglielo.

– Così semplice?

– Perché complicarsi la vita, Massimo? Le persone spesso fanno una montagna dove non cè nulla. E lo sanno, eppure continuano.

– Perché?

– Ah, questo è il mistero! Nessuno te lo confesserà. Trovano mille scuse per continuare, mai una per cambiare strada.

– Non capisco!

– Semplicemente: la via diretta è sempre la più facile, ma spesso ci complichiamo la vita per renderla più interessante.

– Le chiederò

– E sarai pronto a ogni risposta?

– Non lo so.

– Allora promettimi una cosa.

– Cosa?

– Qualunque risposta otterrai, non agire subito. Aspetta un po.

– Questo posso prometterlo.

– Bene. Adesso a letto. Domani è sabato. E abbiamo una missione da compiere.

– Cosa?

– Devo comprarti una chitarra.

– Ma perché?!

– Poi capirai. Intanto fidati: ne hai bisogno. E ti troverò anche un buon insegnante. Non chiedere altro, per ora. Te lo spiegherò presto.

Lidea era tanto semplice quanto geniale. Dopo che parlai con Sonia, senza ottenere niente, visto che si era semplicemente rifiutata di spiegarmi il motivo, mamma propose una cosa pazza: cantare la mia canzone.

– Mamma, ma sei matta? Dopo tutte le risate? No!

– Invece sì! Altrimenti penserai per tutta la vita che il tuo primo amore è stato calpestato e te ne hanno fatto vergognare. Ma non è vero. Nessuno tranne Sandro ti ha davvero deriso. Tutti si sono dimenticati della tua canzone appena è arrivato qualcosa di più interessante. O no?

E aveva ragione. Il giorno dopo nessuno pensava più a quei versi: un video di un gatto sul campanile, i pompieri chiamati, e la scuola parlava solo di quello. Anche chi avesse riso di me, ormai non mi toccava, sapendo che dietro cera la mano di Sandro.

La ragione del suo tradimento era semplice e triste: anche lui si era innamorato di Sonia. Pensando di eliminare il rivale, mi aveva messo alla berlina. Quasi cera riuscito, ma aveva calcolato male: io avevo trovato la forza, se non di conquistare la ragazza, almeno di difendere il mio diritto ad amare.

E quando, alla festa di maturità, salii sul palco con la chitarra, non avevo più paura. La mamma aveva ragione: basta lasciare che qualcuno ti schiacci, e rialzarsi non è poi così facile.

Anche se la mia chitarra era ancora incerta, anche se la melodia era composta solo da tre accordi non ne sapevo di più e anche se le parole a volte non facevano rima, e la voce mi tremava. Cantai con il cuore, tanto che nel salone calò un silenzio assoluto.

Mi ascoltavano tutti.

Tanina asciugava gli occhi di nascosto, Olga Nicoletti piangeva apertamente abbracciando Lena vestita a festa, mamma sorrideva orgogliosa sussurrando le parole insieme a me; Sonia era corrucciata e Sandro teneva gli occhi bassi.

Io non vidi nulla di tutto ciò.

Cantavo.

E quella sera imparai che le ferite fanno crescere. Lamore, la vergogna, anche il tradimento: tutto serve a diventare più veri, più forti, più nostri. E che la semplicità di tre accordi, a volte, vale più di mille parole.

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