Alla Facoltà di Scienze Militari insegnava una professoressa dottoressa.

Oggi, mentre riflettevo sulla mia esperienza di dottoressa alla Facoltà Militare, ho pensato a quanto la vita riservi lezioni inaspettate. Per anni ho lavorato come pediatra allOspedale dei Bambini Regina Margherita di Torino. Eppure, nonostante la mia formazione medica e la mia attenzione alla prevenzione, i miei figli sembravano ammalarsi di tutte le infezioni possibili. Io, medico scrupoloso, arrivavo a casa, facevo subito la doccia, cambiavo abiti e mi lavavo le mani, ma loro si prendevano proprio quei virus che io avevo curato durante la giornata. Era come una beffa: loro erano vivaci e allegri, ma costantemente col naso che cola o la febbre.

A nulla servivano vitamine, aerosol, persino i pediluvi freddi per rafforzarli. Io ero arrivata allo sfinimento. Sentivo addosso una grande frustrazione perché, nonostante tutto, come mamma non riuscivo a proteggerli. E il pensiero tornava sempre lì: forse non basta una casa pulita o le mani igienizzate.

Ricordo come fosse ieri una sera particolarmente pesante. Avevo dovuto affrontare un caso molto difficile in reparto e il solo pensiero di tornare a casa e vedere i miei figli ammalati mi straziava. Non avevo la forza. Così, dimpulso, invece di correre subito da loro, decisi di prendermi una pausa per me. Entrai in un piccolo cinema dessai vicino a Piazza Castello e, tra un po di senso di colpa e sollievo, guardai un vecchio film di Indiana Jones. Uscita dal cinema, con ancora quella strana leggerezza addosso, rincasai. Trovai i bambini che ridevano e saltavano tra le sedie, sani come pesci.

Non dimenticherò il senso di meraviglia che provai la volta successiva: dopo una giornata stressante, andai a berci un tè con biscotti dalla mia amica Lucia, nel suo accogliente appartamento a San Salvario. Parlammo del più e del meno, ridemmo fino alle lacrime per una barzelletta. Anche quella sera tornai a casa serena, e niente: i miei figli erano perfettamente in salute.

Quegli episodi mi hanno insegnato qualcosa di fondamentale. Ho iniziato a farlo sempre: anche se stanca morta, invece di precipitarmi subito a casa, facevo una piccola passeggiata nel Parco del Valentino. Mi sedevo sulla panchina, ascoltavo lo scrosciare delle fontane e il profumo dei tigli. Solo dopo questo piccolo rituale tornavo dai miei cari. E succedeva la stessa magia: più nessuna malattia, niente febbri improvvise.

Un giorno, davanti a una tazza di caffè, mi resi conto che non erano solo i microbi i veri responsabili. Credo che il peso emotivo, il carico negativo che portavo con me, avesse uninfluenza misteriosa sui miei figli, come se trasmettessi loro qualcosa di invisibile ma potentissimo. Così sono arrivata a una semplice conclusione che mi ha cambiato la vita: non bisogna portare a casa, subito e con la testa piena di pensieri tristi, il malumore delle giornate storte. Senza dire nulla, possiamo contagiare chi amiamo con le nostre emozioni.

Ora, mi ricordo che dopo una giornata difficile devo cambiare aria, soffermarmi tra le bellezze del mio quartiere, concedermi una piccola gioia. E solo dopo vado dai miei figli con un sorriso vero. Gli scienziati forse studieranno questi fenomeni ancora a lungo, ma io so che funziona: una passeggiata tra i fiori o un vecchio film davventura possono essere la cura migliore prima di tornare a chi ci vuole bene davvero.

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