Quasimodo
Oggi mi è tornato in mente quanto la fantasia e le malelingue riescano a trasformare una persona in una leggenda vivente. È stato proprio così con il nuovo magazziniere, quel Gianluca Vittorio Radicci! È difficile dimenticare la prima impressione che mi ha fatto. Anna diceva che il nuovo arrivato era un vero e proprio «mostro» da far paura.
La faccia segnata, naso storto, con quella gobba raccontava Anna stringendo le dita a pizzicotto vicino al suo delicato nasino, mentre noi la ascoltavamo senza fiatare. Si vede subito che ha un passato losco. Sarà stato coinvolto in qualche giro brutto negli anni Novanta, ora che letà avanza, lo tengono buono in magazzino. Tutto storto, si tiene sempre la mano sinistra come se fosse paralizzata, o forse peggio. Sembra sempre sul punto di cadere quando cammina e quando ha dovuto firmare la bolla con me, giuro che ho quasi perso i sensi! Le «ragazze», tutte oltre i sessanta, si sporgevano curiose, trattenendo il fiato.
Racconta! Dai, cosa hai visto quando ha firmato? sussurrò infine con voce acuta Daria Mattei.
Gli manca un dito! sussurrò Anna, ma forte abbastanza da far rabbrividire tutte. Un vero malavitoso, vi dico! A quelli come lui beh, tagliavano le dita, no? Se li beccavano a rubare! E Anna Andrea affondò la mano sulle proprie nocche, lì dove mancava il dito di Radicci.
Noi, le «ragazze» che la ascoltavano, donne che la gioventù lavevamo lasciata alle spalle, abituate alle fatiche di casa e alla solitudine, sussultammo. Daria Mattei si coprì la bocca con la mano.
Che orrore! Perché ce lo hanno mandato? Ci fa davvero paura! Zinaida Sabbatini strinse la borsa a sé, palpeggiando il portafoglio. Sono sola… come tutte noi, in fondo.
A Serranova, di uomini ce nerano pochi: qualche ubriacone, qualche rissoso, ma pure quelli se li erano già divisi fra moglie e figli. Le donne rimaste erano zitelle per forza. Anna Andrea aveva avuto il marito, ma lo aveva mandato via, eppure la curiosità verso il maschio rimaneva
Su, non cè nulla da temere adesso! fece la spavalda Anna Andrea. Ormai non è più pericoloso. Ha smesso i suoi giochi, si è calmato. Non mi stupirei se questo signor… come si chiama già? Si mise gli occhiali e sfogliò le carte sul tavolo con aria esperta. Ah, sì, Gianluca Vittorio, sicuramente è sotto sorveglianza dei «Carabinieri»!
E perché, allora, lo hanno preso? Basta, Anna, piantala di parlare a vanvera! Io so riconoscere le persone al primo sguardo intervenne con fare deciso Fausta Iacovoni, minuta e secca come una canna. Vedrai, vado io di persona e poi vi dico tutto.
E allora va pure in magazzino! Prendi almeno qualche puntina da disegno, che dobbiamo appendere il cartellone per la festa e qui non ce ne sono! suggerì Zinaida.
Il cartellone, fatto con la tempera per il Primo Maggio, stava su un tavolaccio nello studio di Anna Andrea, fermato agli angoli da pesanti bucatrici. Anna vi aveva disegnato delle colombe bianche, Fausta bandierine rosse, e Zina invece aveva schizzato gente e un pezzetto di mura di Castel SantAngelo: da ragazzina era stata al doposcuola darte e le sue figure erano decisamente le migliori.
Ma chi ce lo fa fare di scomodarsi?! Chiediamo per telefono, così porta qui lui le puntine. Non andiamo certo a ciondolare tra i corridoi! sbuffò Fausta, subito pronta a comporre il vecchio numero sul telefono, ormai sbiadito e con i tasti stanchi.
Magazzino? Pronto, magazzino? urlò nella cornetta, calcando sullultima «o». Non vi sento! Serve chiarezza! Vi state rendendo conto? Noi, qua, abbiamo bisogno di puntine per il quarto ufficio, dobbiamo appendere il cartellone. Che? Dobbiamo venire noi? E che maniere sono! Ma come si permette! Capisco bene con chi ho a che fare, sì. Arrivederci!
Fausta sbatté giù la cornetta, il nasino aguzzo teso da falco, gli occhi piccoli e astuti.
Va bene! Allora, Lucia! Lucia Natalina, tu che sei la più giovane qui, smettila di battere sui tasti e andiamo giù in magazzino. Finiremo dopo col resoconto! urlò verso la stanza accanto, dove Lucia, corpulenta e quasi cinquantenne, picchiettava nervosa sulla macchina da scrivere, le dita gonfie e doloranti, la testa che le martellava già dalla mattina. Oggi non aveva proprio forze: la casa, lorto, il pollaio, il tetto che si scrosta, i ribes da potare…
Lucia interruppe il lavoro, cercò nella scrivania una scatola di cartone.
Fausta, qui ce ne sono ancora. Ne abbiamo abbastanza. Meglio finire il resoconto.
Non basta, ci serve altro. Andiamo! Fausta si alzò, pronta ad uscire, quando il telefono rosso del direttore squillò. Prese la cornetta, annuì di fretta, salutò e sospirò: Niente ispezione, Lucia. Devo correre a una riunione. Ma tu vai lo stesso: che vedano che lavoriamo e il cartellone voglio appeso al mio ritorno!
Così, io Lucia Natalina ho preso la strada per il magazzino. Ma prima, sistemai il vaso storto nel corridoio e tirai la finestra: già si sentiva freddo. Al volo, mi aggiustai il colletto davanti allo specchio.
La vicina, Maria Dionisi, diceva sempre: Lucia, tu sei «stagionata», non ancora guasta, ma neanche la rosa di maggio Dovresti smettere di aspettare il principe azzurro: prendi quello che passa.
Ma io non la ascoltavo. Mi piaceva commuovermi con i film amorosi, piangere, poi coccolare il mio grosso gatto Cesare, raccontargli che, in fondo, la vita non era poi così male.
Dai Cesare, tra poco finisce il lavoro e ce ne andiamo dalla zia Paola in campagna gli sussurravo. Lui scuoteva la testa, io sorridevo. Tu starai sdraiato al sole sul portico, io andrò a raccogliere fragoline!
Da piccola, con le amiche, facevamo così: secchielli, foulard in testa e via nei campi. Io e Alice ne raccoglievamo tante, mentre Vicky, sempre distratta, si sedeva allombra e mangiava subito tutte le sue, senza portarne a casa. Ridevamo, poi qualcuno cedeva metà del suo raccolto a Vicky e a sua madre. Non cera posto a cui sentissi più di appartenere: il bosco, il frutto, il cielo screziato di betulle, e il vecchio battello sulla fiumara che pareva chiamarci allavventura.
Proprio dalla zia Paola era venuto Cesare, allora spelacchiato, ferito e impaurito. Lo avevo curato, domato. Ora mi accoglie la sera, si acciambella sulle mie gambe, mi conforta È enorme, quasi non ci sta più sulle mie ginocchia, ma si stringe bene e mi scalda, come io facevo con lui una vita fa.
Scendendo in cantina, i tacchi che battevano sui gradini, mi colpì il freddo delle pareti dipinte di grigio topo, con la banda rossa in basso. Cerano accatastati telai e porte: a giugno avrebbero fatto dei lavori, e già avevano cominciato a portare cose.
Mi fece rabbia impigliarmi con il maglione su una tavola, un filo rimase penzolante.
Cè nessuno? Mi servirebbero delle puntine! gridai.
Silenzio, poi il cigolio di una porta laggiù.
Avanti! Ma attenta, dove sei? mi rispose una voce maschile.
Qui, non riesco ad avanzare avete fatto un vero fortino! risposi.
Resti lì, arrivo.
Rumore di oggetti, qualche imprecazione, e infine nel corridoio buio apparve lui, Radicci, in camice blu, procedendo di lato per celare il volto.
Ero curiosa: Anna aveva raccontato così, descritto ogni dettaglio con tale enfasi, che dovevo vederlo con i miei occhi.
Luomo si avvicinava con passo incerto, basso e robusto; attorno al suo capo lalone di chi discende da un quadro fiammingo: un angelo sbeccato.
Io, piccola, mi feci ancor più stretta.
Lui arrivò, mi porse una scatolina di puntine.
Ecco, sono annotate per il vostro ufficio. Un attimo! prese una specie di registro dal tascone, lo aprì sulla parete. Firmi qui.
Alzai gli occhi al cielo.
Per questa scatolina scassata, che si sta aprendo?! mi lamentai, poi mi pentii di essere troppo simile a Fausta. Daccordo, ma non ho con me la penna.
Mi porse allora una matita blu e vidi la mano mutilata.
Forse la reazione fu troppo visibile, perché Gianluca tremò dentro, nascose la mano in tasca, portò via il registro e sparì.
Mi scusi sussurrai. Nessuna risposta.
Tornata su, tra i bisbigli delle colleghe, non feci a tempo a parlare, si mischiavano le loro voci, ognuna aveva una sua versione dei fatti.
Terribile, proprio orrendo! dissero, stringendomi addosso. Perché ci sei andata? Che paura!
Veramente spaventoso, confermai io, sedendomi e prendendo la tazza di tè ormai freddo che mi porgeva Zinaida. Non ho guardato il volto, troppo orrido ma la mano sì. Dentro mi si è gelato tutto, ragazze! Il cuore non smette di battere! Scappavo da lui come dal diavolo. Trovatevi un altro aiuto, perché lui ha proprio unaria che mette i brividi. Odora pure di sudore, e le mani rosse, tutte pelose! Mamma mia.
Aggiunsi altro terrore alla narrazione, le donne tornarono chi alle scrivanie, chi a trafficare nelle borse di caramelle, chi a chiudere a chiave i cassetti, mentre la giornata volgeva al termine.
Tutte a casa alle sei in punto. Fausta non tornò, chiamò dicendo che sarebbe andata dritta a casa e ci ricordò del cartellone.
Così fui io a doverlo appendere. Il foglio grande mi scivolava sempre, le puntine cadevano, io sbuffavo, saltellavo. Era sempre un disastro.
All’improvviso qualcuno mi afferrò quasi alle spalle, premette la fronte sulla mia testa, ma poi si spostò davanti, distese il cartellone.
Tieni così, ora fisso io! Altro che puntine, qui serve scotch! brontolò Radicci, fiutando laria. Notai una mela morsicata nel tascone. Anche io adoro le mele verdi, dure e succose.
Ecco, tieni! Gianluca spezzò il nastro adesivo coi denti e me lo porse. Io incollai.
In breve il cartellone stava lì, illuminato dai lampioni. Lui spense tutte le luci nelle stanze, armeggiava con mazzi di chiavi.
Mi stavo già mettendo la giacca.
Arrivederci, grazie per laiuto! gli dissi. Lui si voltò e sorrise.
Il «Quasimodo del magazzino», come ormai lo chiamavano, era diventato un personaggio fra pettegolezzi e storielle, oggetto di curiosità come un fabbro scontroso osservato dai bambini dun paese nascosto.
Eppure Radicci non se ne curava. Col tempo fece anche il giro degli uffici, sgridando cortese chi non aveva regolarizzato le forniture. Sembrava burbero, ma era più triste che cattivo. Eppure il linguaggio colorito, a metà tra il comico e loffensivo, dava ai pettegolezzi nuova linfa.
Ma che fate tutte appiccicate alla teiera come topi dinverno?! urlava. I cavi sono pericolosi, finitela! Non è qui un ristorante, il bollitore va tolto!
Le donne si risentivano, lo criticavano: «Avrà imparato a urlare in galera, trattare così la gente, e quanto è brutto!». Eppure, tornate a casa, si ricordavano come proprio lui le aveva fissate, proprio loro, non le altre E allora rinasceva la speranza.
Ma la routine prevalse. La reputazione di Radicci restava intatta, Zinaida smise di temerlo e cominciò ad andare da sola in archivio, Daria Mattei riprese con luncinetto, Anna Andrea si buttò in una nuova serie TV da raccontare ogni giorno. Io, invece, mi scoprii più ostile verso Radicci. Che sciocca!
Fausta, cercando di consolarmi, sospirava: Lucia cara, certi uomini non cambiano mai
Tutto sembrava tranquillo fino a dicembre, quando una tragedia colpì lufficio: Daria Mattei, trafelata, urlò che Radicci aveva dato le dimissioni. Se nera andato in un attimo, felice «sfoderava un sorriso famelico», disse Fausta, ridacchiava e faceva locchietto persino a lei.
Sicuro avrà rubato e scappato concluse Zinaida contando gli euro nel portafoglio.
Io lho visto portare un ficus alla porta! aggiunse Daria, sistemando il decolleté. Che ci farà poi con le piante? Lucia, tu non sai niente?
Meglio così ribattei con slancio. Meglio un vecchietto educato che uno strambo come Gianluca. Siete daccordo?
Tutte assentirono: sarebbe stato meglio uno nuovo, dallaspetto più rassicurante
E a fine febbraio, dopo le mie due settimane di preavviso, diedi anchio le dimissioni.
Dove vai, Lucia Natalina? protestò Fausta. Se qualcosa non andava, bastava dirlo!
Motivi personali, non preoccupatevi risposi, felice.
Di lì a poco, le mie ex colleghe mi videro fuori dalla libreria del corso, dove loro andavano spesso a sfogliare i libri di Leopardi e Carducci. Io camminavo a braccetto con un uomo, sorridevo.
Guardate! urlò Daria, le altre quasi le rotolarono addosso. Con chi sta? Che bell’uomo! Non è alto, ma che portamento! Comandante, forse un carrista! E lei Avvinghiata a lui, che vergogna! Ma che fine ha fatto il pudore?
Ma quello è È il nostro Quasimodo! Lucia! Che hai combinato? Dicevi anche tu che era brutto!
Gianluca Radicci, pettinato, in cappello e paltò, con camicia fresca di stiro sotto il bavero, ben rasato, pantaloni e scarpe nuove, si fermò davanti ai cruciverba.
Buongiorno, ci salutò. Che piacere vedervi, siete splendide!
Loro strinsero le labbra, io invece lisciai la spalla di Gianluca e, sospirando, andai a parlare con le colleghe.
Perdonatemi. Non ero «contro» né «con» nessuno ero per la mia felicità. Perché continuare a scartare? Nessuno va mai bene, ma la vita passa. Si può trasformare anche un Quasimodo, basta cura, attenzione, amore. Gianluca, vi assicuro, è un uomo meraviglioso, pieno di risorse, simpatico, non pretende nulla. Ama risolvere i cruciverba, sa suonare la chitarra; al matrimonio da zia Paola tutti gli fecero gli applausi, pur senza un dito! Per me è il migliore, credetemi, sono felice Perdonate! Dobbiamo andare: stiamo andando al compleanno di sua mamma, cercavamo un romanzo avventuroso. Gianluca guida benissimo, andiamo lontano. Buona giornata!
Presi il braccio di Gianluca ed entrammo insieme, sorridendoci.
Come è successo? Forse che ho visto in lui, molto presto, gli stessi occhi umili e bisognosi damore che aveva il mio Cesare tanti anni fa. Se avevo saputo tenere in vita il gatto, potevo certo occuparmi di un uomo, soprattutto ora che il tempo corre! E anche Gianluca si era lasciato domare volentieri. Gli portavo i miei dolci in pausa, ci incontrammo apposta alluscita, scoprimmo che amavamo il gelato che si scioglie appena e la gazzosa. Poi il primo bacio, il desiderio improvviso, la paura, un piccolo miracolo: grazie a unamica fisioterapista, la mano di Gianluca migliorò. Ci fu la settimana in villeggiatura, poi il matrimonio. Tutto in gran segreto: temevo che me lo portassero via! Ora temo ancora, è così bello. Non voglio ripetere lerrore della giovinezza, la gelosia mi rovinò una volta, ora sto attenta
È una vergogna! sbottò Zinaida, Che disdetta, una donna come Lucia non vale neppure il suo mignolo. Se lè presa, e lui, poverino, non saccorge di nulla e tutto nascosto! Chiuse gli occhi, cercando di calmarsi. La felicità ama il silenzio Scusa buona per le loro furbate! Che cosa mi tocca sentire
Coraggio, Zinaida! Toccherà anche a noi, ora che il posto di magazziniere è vacante. Siamo ancora in gioco, chissà commentò Fausta, ridendo con la sua voce rauca e stringendo il braccio della collega. Fausta aspetta un generale, altroché Radicci.
Così tornarono alle scansie dei libri, sperando in incontri fortunati con qualche uomo passionale di enciclopedie che sapesse anche sorridere e portarle sottobraccio per la città.
Io invece, ho adesso due maschi nella mia vita: Cesare e Gianluca, entrambi curati, protetti e amati. Finalmente, la felicità.






