Mia figlia è morta quattro anni fa. Ma il suo corpo vive ancora nella stanza accanto

Mia figlia è morta quattro anni fa. Eppure il suo corpo vive ancora nella stanza accanto.

Alessia, tesoro, lavena si sta raffreddando la voce di Tamara Sernigi usciva fievole, supplicante, e lei stessa sentiva disgusto per questa debolezza.

Dalla camera giungeva solo il ticchettio rapido e ansioso dei polpastrelli sul vetro del cellulare. Tamara sospirò, sistemò il tovagliolo sul tavolo della cucina. Oltre la parete si udì lo scroscio dellacqua: Vittorio Petroni si stava radendo.

Alessia! adesso gridò, avvicinandosi al corridoio.

Cosa vuoi?! la voce finalmente rispose. Non era rabbiosa, ma vuota e stanca, come se fosse Alessia, e non la madre, ad avere spignattato dalle sette del mattino.

La colazione è pronta. Ieri non hai quasi mangiato niente.

Non ho fame. Lascia in frigo.

Tamara Sernigi rimase immobile, fissando le due ciotole colme. Distinto afferrò il telefono: stava per chiamare Lucilla e, per la venticinquesima volta, iniziare la solita lamentela. Ma si fermò. Che vergogna.

Vittorio Petroni uscì dal bagno, profumo di dopobarba nellaria. Appena notò i piatti intonsi, il suo viso si fece cupo.

Ancora?

Sssh Tamara gli tirò la sedia in fretta. Senti tutto.

Non mi importa che senta! si sedette con veemenza, la sedia scricchiolò. Quattro anni, Tamara! Quattro anni che una figlia adulta vive coi genitori come una parassita! Né lavoro, né aiuto, neanche una parola gentile!

Vittorio, per favore

Ma cosa “per favore”?! Quanto deve durare ancora?! Guarda Nicola: in pensione, con i nipotini, va in campagna, vive! Noi cosa siamo, prigionieri? Ho lavorato tutta una vita e…

Si interruppe, scosse la mano. Tamara versò il tè in silenzio, le mani tremavano. Era ogni mattina così. E anche a pranzo, e a cena. Come se nel piccolo appartamento al nono piano, a Milano Sud, si fosse installato un buco nero capace di inghiottire tutto: gioia, calma, speranza.

Dalla stanza di Alessia si sentirono le ciabatte strisciare sul parquet. Tamara trattenne il fiato. Forse ora la figlia sarebbe uscita, si sarebbe messa a tavola, magari avrebbe anche sorriso… Ma i passi andarono dritti in bagno, la porta fu sbattuta.

Vittorio schiacciò il cucchiaio così forte che le nocche divennero bianche.

Io non ce la faccio più sussurrò rauco. Capisci? Non ce la faccio.

Tamara annuì, anche se lui non la guardava. Neanche lei ci riusciva più. Ma cosa fare? Cosa?

***

Quando Vittorio uscì per una delle sue passeggiate, in realtà una fuga frequente, Tamara si mise a rassettare. Anzitutto la cucina: i fornelli già lucidi. Poi il salotto, i cuscini sul divano allineati. Sul muro una foto: Alessia, ventitré anni, ramata nel vestito rosso, sorride con un mazzo di fiori. Così luminosa, viva, allora. Lavorava in unagenzia pubblicitaria, si manteneva da sola, viaggiava al mare con gli amici. Chiamava una volta a settimana, sempre allegra: Mamma, vai tranquilla, va tutto a meraviglia!.

Poi qualcosa si era rotto.

Ancora oggi Tamara non capiva cosa. Alessia era tornata un giorno tutta pallida, licenziata. Tagli al personale, mamma. Chiusa nella stanza in affitto, una settimana disolamento, poi unaltra. Non pagava più neppure laffitto. Tornò a casa con due borse e lo sguardo vuoto. È solo una fase, trovo qualcosa. Ma il lavoro non si trovò. Nei primi mesi ci provava: curriculum, colloqui. Tornava a casa sempre più spenta, silenziosa. Poi smise di uscire.

Secondo me è depressione, aveva detto Lucilla al telefono, sei mesi prima. Serve uno psicologo. Tamara aveva tentato di parlarne con Alessia. Sua figlia la fissò come se le avesse proposto di buttarsi dalla finestra. Non mi serve lo psicologo. Lasciami in pace.

Tamara respirò a fondo e trovò il coraggio. Si avvicinò alla porta della stanza di Alessia, bussò.

Alessia, posso entrare?

Nessuna risposta.

Senti, entro lo stesso, va bene?

Piano aprì. La stanza era immersa in penombra, tende serrate. Sul pavimento vestiti sparsi, cartoni da asporto, carte di caramelle. Alessia a letto, immersa nel cellulare. Capelli sporchi, il viso senza colore.

Tesoro, vuoi fare una passeggiata? Il tempo è così bello È primavera, ormai

Mamma, lascia perdere.

O magari apriamo un po? Qui laria è pesante

Mamma! Alessia si tirò su di scatto, occhi febbrili. Sono adulta! Ho trentadue anni! Smettila di controllare ogni mio respiro!

Tamara indietreggiò, come colpita da uno schiaffo.

Io io non voglio controllarti, solo

Solo cosa? Vuoi che sia esattamente come vuoi tu? Che sorrida, lavori, faccia figli per te? Scordatelo!

Alessia

Fuori! Chiudi la porta!

Tamara uscì, richiudendo piano la porta. In corridoio si appoggiò al muro. Il cuore batteva così forte da farle ronzare le tempie. Le lacrime uscirono da sole, e non provò neanche a asciugarle. Solo restò lì, in silenzio, senza farsi sentire.

***

La sera, quando Vittorio tornò e si piazzò davanti alla TV senza fiatare, Tamara chiamò Lucilla.

Luci, sei occupata?

No, Tammy, sto guardando la fiction, metto in pausa. Dimmi.

Niente di nuovo Tamara uscì sul balcone, richiuse la porta. Dal nono piano si vedeva il parcheggio, i palazzi color polvere di fronte, il parco giochi dei bambini. Mi ha urlato di nuovo.

Alessia?

Sì. Le avevo solo proposto di fare una passeggiata. Ed è esplosa! Dice che la controllo, che è adulta…

Adulta! sbuffò Lucilla. Una figlia adulta che non lavora, non pulisce nemmeno le sue cose, vive alle spalle dei genitori… Scusami Tammy, ma questa non è maturità, è infantilismo puro!

Tamara strinse il cellulare con forza.

Non so più cosa fare sussurrò. Vittorio dice che bisogna darle un ultimatum: o lavori, o vai via. Ma ho paura, Luci. E se se fa qualcosa di brutto? Se davvero le capita qualcosa?

Tammy cara, la voce di Lucilla si sciolse. Lo sai che avete sviluppato una relazione tossica? Tu la salvi, lei sprofonda sempre più. Non ne esce se continui così.

Ma è mia figlia!

Certo. Ma non puoi vivere tutta la vita Tammy, tu hai cinquantotto anni. Vittorio sessantuno. Siete in pensione, dovete godervi la vita, non…

Non cosa?

Non seppellirvi vive.

Tamara restò in silenzio. Nella cornetta si sentiva la musica della TV in lontananza.

Luci, e se lei è davvero malata? Magari è una depressione seria, serve aiuto.

Che vada dal medico allora! Tu glielhai proposto!

Rifiuta.

E allora non puoi obbligarla. È adulta, come dice. Deve decidere lei.

Ma come faccio a…

Tammy, ascoltami. Ti voglio bene, sai che sei la mia più cara amica. Ma così rovini te, Vittorio e soprattutto lei. Se la nutri, la vesti, la sopporti, perché dovrebbe cambiare? Le dai tutto!

Tamara ingoiò a fatica il nodo in gola.

Forse hai ragione sussurrò. Grazie, Luci scusa se ti appesantisco.

Ma figurati! Chiama sempre. Resistete, mi raccomando.

Tamara chiuse la chiamata, restò un po sul balcone guardando le finestre accese. Quante altre famiglie così? Quanti genitori che non sanno come aiutare un figlio, una figlia? O forse era solo lei, quella che aveva sbagliato tutto?

***

I giorni successivi trascorsero uguali. Tamara cucinava, puliva, faceva la spesa. Vittorio spariva: orto di Nicola, pesca, lunghe camminate per il quartiere. Parlavano poco. Il conflitto con la figlia adulta consumava il loro matrimonio come la ruggine. Prima erano stati una coppia unita: quarantanni insieme, sempre complicità. Ora, ogni sera, Vittorio guardava la TV col volto di uno al patibolo; Tamara, invece, in cucina a scorrere il telefono, perdendosi sui profili di famiglie felici, nipoti sorridenti, vacanze.

Una mattina, mentre puliva il corridoio, Tamara sentì un odore provenire dalla stanza di Alessia. Forte, acre, come muffa e qualcosa di guasto insieme. Bussò.

Alessia, cè una puzza.

Non cè nessun odore.

Forse bisogna buttare la spazzatura. O cambiare le lenzuola?

La porta si spalancò. Alessia era gonfia in viso, gli occhi arrossati.

Mamma, se non ti piace come vivo, dillo! Dillo “Alessia, vattene!” e vado!

Tamara rimase immobile col mocio fra le mani.

Dove andresti? bisbigliò. Non hai soldi. Sono quattro anni che non lavori.

Li troverò! Pulirò scale, venderò roba al mercato, qualsiasi cosa!

E fallo allora! sbottò Tamara. Trova qualcosa, si può sempre iniziare da poco! Anche solo una volta a settimana, che sia pulire per qualcuno! Anche venti euro, portali a casa una volta!

Alessia divenne quasi trasparente.

Allora è una questione di soldi?

No! Non è questo! È che che tu non vivi, Alessia! Tu stai morendo davanti ai nostri occhi!

E a voi che importa?!

Come che importa?! Sei nostra figlia!

Allora lasciatemi fallire! Alessia fece un passo avanti, quasi urlando. Basta con i vostri aiuti, mi state soffocando! Mi avete fatta diventare la vostra eterna emergenza, la vostra bambina eterna!

Noi non…

Mi soffocate! Ogni sguardo, ogni parola! Alessia, mangia, Alessia, vai a fare due passi. Ho trentadue anni! Trentadue! Se voglio marcire in questa stanza è affar mio!

Tamara indietreggiò. Il mocio cadde.

Non dire così sussurrò.

Perché, ti dà fastidio la verità?

Alessia si voltò e sbatté la porta. Il chiavistello risuonò. Tamara rimase nel corridoio davanti alla porta chiusa. Poi, piano, si accasciò sulle mattonelle bagnate, nascondendo il viso tra le mani.

***

Quella sera Vittorio trovò la moglie in cucina, ancora seduta davanti a una tazza di tè freddo. Guardava fuori dalla finestra.

Tammy?

Non rispose.

Tamara, che è successo?

Niente.

Si sedette di fronte a lei, silenzioso. Poi le posò la mano sopra la sua.

Io non posso più vivere così disse piano. Questa non è vita. È una pensione a metà, una vecchiaia guasta. Dovevamo godercela, i nipoti, viaggiare, respirare serenamente. Ora solo guerre quotidiane.

Lo so.

Bisogna decidere.

Come?

In modo fermo strinse la mano. Glielo diciamo: o ti cerchi qualunque lavoro pulizie, corriere, quello che sia o lasci casa. Senza discussioni.

Tamara lo fissò.

Se fa qualcosa di brutto?

Non lo farà scosse la testa. Non è depressa, è solo comoda così. Sdraiarsi, lasciarsi sfamare.

Come fai a saperlo?

I depressi non urlano ai genitori, tagliò Vittorio. Stanno zitti, spenti. Lei è battagliera, è solo pigra. La responsabilità è nostra, labbiamo viziata noi.

Tamara ritirò la mano.

Non dirlo.

E come dovrei parlarne?! Tammy, la amo! È nostra figlia! Ma sono stanco! Ho sessantuno anni! Voglio la pace!

Si alzò, andò su e giù per la cucina. Poi si fermò di colpo.

Domani stampo annunci daffitto. Li metto sulla tavola. Vedrà.

Vittorio…

È deciso. Basta.

Uscì. Tamara rimase seduta. Dentro, tutto ribolliva: rabbia, pena, disperazione, tutto insieme. Si accostò alla finestra. Di sotto, una donna sistemava un bambino nellauto, lui rideva. Tamara li guardò e sentì una strana, violenta invidia per quella vita semplice e normale.

***

Il giorno dopo Vittorio tornò davvero con gli annunci stampati. Una decina di fogli piegati con cura. Camere in affitto a Milano Sud, Assago, Rozzano. Prezzi per tutte le tasche. Li lasciò sul tavolo, mentre Alessia era ancora chiusa in camera.

Glielo diciamo stasera comunicò a Tamara.

Lei annuì. Passò la giornata in trance, dimenticando due volte cosa cercava tra una stanza e laltra. A pranzo Alessia venne in cucina, prese uno yogurt. Notò gli annunci, sollevò un foglietto, lo lesse. Guardò la madre.

Che sono questi?

Tamara fece per parlare, non ci riuscì.

Ti ho chiesto, che sono?

Pensiamo sia ora che tu inizi a la voce tremava, le parole dure da trovare. A vivere da sola, insomma

Alessia lanciò il foglio sul tavolo.

Tutto chiaro, disse. Mi state cacciando.

No! È solo che speriamo che tu

Voglia vivere la vostra vita? Alessia sorrise storta. Godervi la pensione mentre io muoio in qualche scantinato?

Non dire così!

No mamma, siete voi che dovreste smettere! Dite che mi amate! In realtà volete solo liberarvi di me!

Non vogliamo lasciarti! Tamara sentì qualcosa spezzarsi dentro. Vogliamo che tu inizi a vivere! Vivere, Alessia! Non marcire in questa stanza!

E se a me va bene così?!

Va bene?! Ti piace stare giorni interi nel disordine?! Ordinare cibo da CiboCasa solo per non uscire, restare sveglia col cellulare fino allalba?! È questa la vita?!

Alessia tacque, fissando il pavimento.

Rispondi! Tamara quasi gridava. Dimmi che è questa la vita! Che ti piace essere la figlia cresciuta mantenuta dai genitori!

Basta sussurrò Alessia.

No! Quattro anni ho sopportato! Quattro anni a cucinare e pulire per te, a non dire mai nulla per non ferirti! E tu?! Mai UNA volta grazie?! Mai UNA volta daiuto?! Mai pensato a come stiamo noi?!

Alessia alzò il viso. Era pallida, le labbra tremavano.

Non siete voi che non mi lasciavate mai andare?! Sempre! Ogni volta che provavo a rialzarmi mi dicevi: “Riposa, ci pensiamo noi”. Quando ero in affitto, arrivavi ogni settimana coi viveri, coi soldi! Quando mi hanno licenziata volevo farcela da sola, invece hai detto: “Vieni qui, solo per un po”. E poi avete iniziato a nutrirmi, vestirmi, risolvere i problemi! Oramai non so più come si vive da sola! Mi avete spezzata voi!

Tamara indietreggiò di un passo, quelle parole erano aghi nella carne.

Volevamo aiutarti…

Volevate che fossi per sempre la vostra bambina! Alessia singhiozzava, eppure la voce era ferma. Ed eccomi qui, avete ottenuto la vostra bambina! Trentadue anni, completamente incapace di vivere. Felici?!

Prese lo yogurt e uscì dalla cucina sbattendo la porta alle spalle.

Tamara rimase ferma a fissare il vuoto. Mi avete spezzata. Era vero? Forse sì.

***

La sera erano seduti in silenzio in cucina. Gli annunci daffitto erano lì, intatti.

Forse ha ragione lei sussurrò Tamara.

In che senso?

Che labbiamo bloccata, non labbiamo fatta diventare adulta.

Vittorio rimase muto. Poi sospirò.

Forse è vero. Abbiamo voluto proteggerla. Ma…

Ma ci siamo sbagliati.

Forse sì.

Rimasero seduti senza parlare. Fuori, la notte scendeva. Qualcuno chiuse con forza il portone, un cane abbaiò.

E adesso? domandò Tamara.

Non lo so scosse la testa. Davvero, non so.

Dalla stanza di Alessia giunse un suono. Stava telefonando. Tamara ascoltò.

no, sul serio, devo cambiare qualcosa, diceva Alessia, la voce cupa ma decisa. Non può continuare così. Ho capito. Sì, domani controllo. Grazie.

La donna guardò il marito. Vittorio sollevò le sopracciglia. Rimasero in silenzio. Poi si udirono passi: Alessia uscì nel corridoio, si affacciò in cucina. Capelli raccolti, il viso lavato, il cellulare in mano.

Posso? chiese piano.

Ma certo Tamara le cedette spazio.

Si sedette. Guardò la superficie ruvida del tavolo.

Ho chiamato unamica, Elena disse. Lavora in unimpresa di pulizie. Dice che posso provare. Appartamenti, uffici. Orari flessibili.

Tamara trattenne il fiato.

Sul serio?

Sì Alessia non sollevò lo sguardo. Ho riflettuto. Avete ragione. Bisogna iniziare da qualcosa.

Vittorio tossicchiò.

È è un buon inizio, Ale.

Non prometto che mi riuscirà subito continuò lei, la voce rotta. Sono quattro anni che non faccio nulla. Ho molta paura. Ma ci provo.

Tamara le prese la mano, la strinse forte.

Ti aiuteremo sussurrò. Per quanto possiamo.

Ma non troppo Alessia alzò lo sguardo, arrossato ma ora vivo. Non troppo, mi raccomando. Devo farcela io. O ricado.

Tamara annuì, le mani unite.

Ci proverò.

Rimasero così. Vittorio guardava fuori, Tamara la figlia, Alessia fissava il tavolo. Silenzi diversi, ora. Non amari, solo sospesi. Inizio di qualcosa? Forse. Forse solo unillusione. Forse domani Alessia avrebbe rinunciato. Forse avrebbe resistito una settimana. Forse ce lavrebbe fatta.

Vado a letto disse Alessia. Buonanotte.

Notte, tesoro.

Quando la porta si richiuse alle sue spalle, Vittorio sospirò forte.

Dici che è vero?

Non so Tamara scosse la testa. Spero di sì.

Lui prese gli annunci dal tavolo. Li fissò a lungo, poi li strappò e li gettò nel secchio.

Diamole ancora una possibilità disse. Lultima.

Tamara annuì. Dentro di lei una cosa fragile, simile alla speranza, prese vita. Ma aveva paura di crederci. Troppe volte già delusa.

***

Passò una settimana. Alessia incontrò davvero Elena, firmò qualche carta. Tornò a casa pallida ma non si sdraiò subito sul letto come da prassi. Si sedette in cucina, bevve un tè. Tamara non osava chiederle nulla, mise soltanto dei biscotti sul tavolo.

Grazie, mamma Alessia sussurrò.

Due semplici parole. Ma Tamara sentì qualcosa sciogliersi, lì dentro.

Il giorno dopo, per la prima volta in quattro anni, Alessia si alzò alle sette. Tamara sentì lacqua della doccia, si bloccò col mestolo in mano. Il cuore martellava. Alessia uscì vestita, capelli pettinati, un filo di trucco. Prese la giacca.

Vado disse senza guardare la madre. Primo giorno.

In bocca al lupo Tamara si lasciò scappare.

La porta si chiuse. Tamara corse alla finestra e la vide attraversare il cortile verso la fermata. Curva, incerta, ma avanti. Non si fermava, non tornava indietro.

Vittorio uscì dalla camera e le si mise a fianco.

Se nè andata?

Sì.

La abbracciò per le spalle. Guardarono insieme fuori.

Tornerà? chiese lui.

Non lo so Tamara si appoggiò a lui. Ho paura anche solo a pensarlo.

***

Alessia rincasò verso le sei. Buttò la giacca, si sedette stanca in cucina. Il viso grigio di fatica. Tamara preparava la cena, evitando di chiedere, anche se le mani tremavano tagliando carote.

È dura disse dimprovviso Alessia.

Tamara si voltò.

Molto?

Molto lei si stropicciava la faccia. Non ricordavo più cosa voleva dire fare qualcosa. Quattro case in un giorno. Gambe rotte, braccia a pezzi. Ma ce lho fatta.

Brava, Tamara si costrinse a parlare.

Alessia la guardò a lungo.

Mamma, scusa disse piano. Per tutti questi anni. Per come sono stata.

Tamara le si sedette accanto, le prese le mani.

Anche noi abbiamo sbagliato sussurrò. Ci siamo impicciati troppo. Avevi ragione: non ti abbiamo fatto essere adulta.

Avete voluto solo il meglio.

Ma è andata storta.

Alessia annuì. Le lacrime le solcavano le guance, non le asciugava. Tamara pure piangeva. Rimasero lì, mano nella mano: madre e figlia, stanche, rotte, ma vive.

Proviamo a cambiare disse Tamara. Tu da adulta. Noi solo vicini, non sopra di te.

Daccordo Alessia strinse la mano. Proviamo.

Passò un mese. Alessia usciva ogni giorno per lavoro. A volte tornava arrabbiata, si chiudeva in camera. A volte cenava con i genitori, raccontava qualcosa. Vittorio chiedeva ogni tanto, ma non insisteva. Tamara Sernigi imparava a tacere. Era difficilissimo. Ogni volta che voleva domandare hai mangiato?, hai freddo?, sei stanca?, mordeva la lingua e stava zitta. Era adulta. Doveva imparare.

Un giorno Alessia uscì sul balcone con il telefono.

Mamma, papà, guardate disse. Ho trovato una stanza. A Rozzano, costa poco. Vorrei trasferirmi.

Tamara sentì il cuore precipitare.

Trasferirti?

Sì Alessia annuì. Devo provarci. Altrimenti rischio di ricadere. Qui è troppo facile nascondersi dietro di voi.

Vittorio annuì, rauco.

Giusto sussurrò. Giusto, Ale.

Tamara era un groviglio di paura, orgoglio e gioia. La figlia va via. La figlia torna a vivere.

Quando?

Fra due settimane. Dal primo.

Va bene Tamara annuì. Ti aiutiamo col trasloco.

Solo un po sorrise stanca Alessia. Solo un poco. Ok?

Ok.

***

Quella sera, Alessia chiusa in camera, Tamara e Vittorio in cucina. Lui le prendeva la mano.

Hai paura? chiese.

Da morire confessò. E se non ce la fa? Se crolla di nuovo?

Può anche succedere rispose lui. Ma sarà la sua vita. La sua scelta. Non possiamo vivere al posto suo.

Lo so Tamara si asciugò le lacrime. Difficile lasciar andare.

Difficile annuì. Ma bisogna.

Rimasero in silenzio. Le luci dei lampioni tingevano la strada fuori. Un bambino rideva da qualche parte. La vita andava avanti. Forse, pensò Tamara, per lei e Vittorio ci sarebbe ancora stata una vita. Non una vecchiaia avariata, ma vera. In campagna, con qualche viaggio, nipotini forse, se Alessia vorrà. O anche senza. Ma propria.

Andiamo a letto, disse Vittorio, alzandosi.

Arrivo Tamara si trattenne.

Si avvicinò alla porta della figlia. Ascoltò. Musica soffusa. Alessia era ancora sveglia. Tamara voleva bussare, entrare, abbracciare la figlia, dire che andrà tutto bene. Ma si trattenne. Meglio di no. Deve farcela.

Tornò in cucina, si versò acqua. Bevve piano guardando fuori. Una coppia passeggiava mano nella mano. Giovani. Tamara sorrise. Anche loro, quarantanni prima, erano così. Poi era nata Alessia. E rotolando avanti, eccoli qui, in quellappartamento al nono piano a ricucire i cocci.

Il telefono vibrò. Lucilla: Tammy, come va? Non ti sento da tanto!.

Tamara prese il telefono. Scrisse: Luci, va meglio. Alessia lavora. Presto si trasferisce. Proviamo a lasciarla andare. È difficile, ma forse funziona. Ti racconterò di persona.

Inviò. Appoggiò il telefono. Chiuse gli occhi, sfinita. Ma di una stanchezza diversa, non più straziante. Qualcosa si era mosso, lentamente, ma si era mosso.

Tamara, vieni? chiamò Vittorio dalla camera.

Arrivo rispose lei.

Passò davanti alla porta della figlia. Si fermò, ascoltò. Musica spenta. Forse dorme. Forse sogna già la nuova stanza, una nuova vita che inizierà tra due settimane.

Entrò in camera. Vittorio era già a letto, sfogliava il giornale. Si infilò sotto le coperte, lui la abbracciò.

Andrà bene mormorò nel buio.

Come fai a saperlo?

Non lo so ridacchiò lui. Lo spero.

Lei si strinse forte, chiuse gli occhi. La speranza. Tutto ciò che restava. Speranza per la figlia, che ce la farà. Speranza per loro, che ce la faranno. Che la pensione non sarà solo tribolazione, ma qualcosa di tenero. Forse.

Dal corridoio un rumore lieve. La porta della stanza di Alessia, passi. Alessia entrò in bagno. Lacqua. Tamara ascoltò quei suoni minuti, quotidiani. Forse sono questi il miracolo: non le grandi vittorie, ma solo il fatto che la figlia si alzi, si lavi, viva. Con fatica, con scivoloni, ma viva.

Dormi bisbigliò Vittorio.

Buonanotte rispose lei.

E chiuse gli occhi, lasciando andare il giorno, come lasciava andare anche la figlia. Piano, con paura, ma lasciava andare.

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Mia figlia è morta quattro anni fa. Ma il suo corpo vive ancora nella stanza accanto
Se ne pentirà amaramente!