Ritrova tua sorella, figlia mia.

Trova tua sorella, figlia mia.

Lucia, guarda! Ma quella è la nostra Stefania… esclamò Sofia sbarrando gli occhi, sollevando una mano col dito puntato in avanti, rimanendo congelata in quellatteggiamento come una statua, bocca aperta.

Dove? Ludovica scrutava il gruppo di bambini col fazzoletto rosso al collo, ordinati in file, senza riuscire a capire chi stesse indicando Sofia. Quale Stefania?

Sofia non rispondeva. Posava gli occhi sul gruppo, impaurita di perdere di vista la bambina che poco prima aveva recitato una poesia, che aveva incrociato il suo sguardo e di cui ora aveva un bisogno viscerale di non lasciar fuggire.

Senza rispondere, Sofia cominciò a infilarsi di traverso nella palestra gremita, sgusciando tra la calca verso il punto raggiunto dal gruppo di bambini. Non era affare semplice. Fin dallinfanzia era rimasta zoppa, bassa di statura, ma si muoveva ancora con unagilità sorprendente.

Lì erano radunati i bambini degli istituti, delle scuole elementari, degli orfanotrofi della provincia. La Rassegna Artistica Nazionale aveva coinvolto tutte le scuole dItalia, non escluso lorfanotrofio in cui lavorava Sofia, a Roccastrada, Istituto n. 129. Sofia Niccolini ne era la direttrice ormai da anni.

Prima della guerra era insegnante in una scuola vicino Firenze, da dove, con larrivo dei tedeschi, erano dovuti fuggire con i bambini. Evacuazione su evacuazione, li avevano infine spediti a Parma, ma poi il treno tornò indietro e furono trasferiti qui, nella campagna toscana.

Viaggi, cambi di sede, lasciando dietro di sé corpi di bambini morti, madri che si afflosciavano tra le sue braccia dal dolore per le notizie terribili, pidocchi e scabbia. Rammentava ancora le sue mani in quei giorni, dita gonfie e screpolate. Di tanto in tanto, le osservava, ricordando quegli anni. Una volta era persino successo che il direttore della cooperativa, giunto per una visita, ritraesse la mano per lo shock davanti a quelle dita rovinate.

Ma quelle mani avevano coccolato i bambini, lavorato senza sosta per mantenerli in vita. Quanti ne erano passati attraverso di esse? Non sapeva più contarli. Quanti avevano ricevuto carezze su quelle testoline abbandonate…

Erano passati ormai più di dieci anni dalla fine della guerra, ma ancora il cuore di Sofia si stringeva, e non voleva pensare a quei giorni passati, ormai lontani e senza senso. Solo a sera, coricandosi, le tornavano davanti agli occhi i ricordi: il bimbo biondissimo gonfio per la fame, che non erano riusciti a salvare, o la giovane madre che si disperava contro il muro.

Stefania la chiamavano così, col nomignolo Stefi si era impressa con chiarezza nella memoria di Sofia. Era come un simbolo di rinascita, di speranza; ma come mai si trovava lì, in quella palestra? Non era forse partita con suo padre straniero allestero da più di cinque anni?

Ritratto di Stefania opera di Valerio Sculcetti
E la storia era questa.

Nella primavera del 45, i ragazzi più grandi erano stati spostati in un istituto vicino, e nella loro struttura erano rimasti solo i bambini fino ai sette anni, persino una piccola sezione per neonati. Gli spostamenti erano frequenti. Un giorno portarono loro una bambina di pochi mesi, trovata sola al mercato del paese. Orfani e girovaghi scappavano spesso, e avevano lasciato là il fagotto.

Sofia ricordava la sorpresa per le lenzuola così belle. Mai viste coperte simili: era trapuntata, bianca come la neve, con fiori azzurri ricamati sulle cuciture. Da quelloggetto qualcuno propose di chiamare la bambina Stefania in rifermento a coperta di Stefano, Stefania. Di cognome, come Sofia, Niccolini. Ne aveva dati tanti altri di cognome Sofia, nei documenti.

Arrivavano orfani di ogni sorta, e nei bambini si perdevano tutte le vecchie storie. Ma Stefania, con i suoi capelli biondi e gli occhi celesti, divenne presto la beniamina: tanto bella, con quellaspetto insolito, e tanto dolce e silenziosa. Entrava sempre nellufficio di Sofia come una figlia, con un sorriso dolce.

Non rimase con loro fino ai cinque anni che, a un certo punto, accadde qualcosa di inatteso: vennero a cercarla.

Un giorno, la tata Valentina corse da Sofia: aveva telefonato la prefettura per chiedere notizie della bimba portata nel marzo 45. Cercavano Stefania. Presto sarebbero arrivati sia il prefetto sia degli ospiti di riguardo.

Nellistituto i preparativi furono frenetici. La provincia incoraggiava, aveva inviato persino del denaro, e in una sera, operai volontari avevano sistemato il cortile meglio che mai.

La causa di tanto scompiglio erano… gli stranieri.

Il giorno atteso, il prefetto uscì dallauto insieme a funzionari in giacca quadrettata scura. Con loro, un uomo e una donna manifestamente stranieri. Lui portava una giacca lunga e quadrettata, pantaloni larghi, e bretelle colorate; lei, quasi una diva del cinema, aveva i capelli raccolti, un cappello tondo con veletta, un soprabito grigio e delle scarpe décolleté. In mano una borsetta rossa, lucida di chiusura dorata: per qualche motivo, Sofia non riusciva a toglierle gli occhi di dosso.

Li accompagnava una traduttrice anziana, vestita di blu, dallaria stanca.

Laccoglienza fu corale, i bambini schierati nel cortile, cantarono a squarciagola lInno allAmicizia dei Popoli. Stefania davanti a tutti, anche lei cantava: i nastrini bianchi nelle trecce si confondevano col colore dei suoi capelli, tremavano per limpegno. Non capiva che tutta quella festa riguardasse lei. Bocca aperta, provava a imitare. Non aveva ancora cinque anni…

I funzionari erano tesi, sorvegliavano ogni cosa, temevano una figuraccia davanti ai visitatori forestieri. Ma luomo straniero, in quadri, fissava solo Stefania. Non sarebbe servito metterla davanti per riconoscerla anche senza lavrebbe trovata: listinto del sangue, la somiglianza era evidente. Solo lui aveva capelli un po più scuri, occhi azzurri e il mento sporgente. Nei tratti, nello sguardo, Stefania era sua figlia.

Luomo aspettava paziente che finisse la canzone, strinse la mano a tutto il personale, assaggiò il pane e olio toscano, tollerò i discorsi pomposi.

I funzionari parlavano di decisioni ministeriali, della visita degli esteri, di battaglie ideologiche e spirito italiano. La traduttrice traduceva a bassa voce, ma Sofia pensava che non traducesse tutto, saltasse delle frasi, a volte per sfinimento.

La donna col cappello stava un po in disparte, impassibile, tenendo la borsa tra le mani. Ma le lacrime, silenziose, le scendevano sulle guance mentre fissava Stefania.

I bambini, abituati alla disciplina, restavano immobili anche se piccoli, non capivano nulla di quella serietà. Finalmente si decise di portare via Stefania, presa per mano dalla sua educatrice, Olga. Sofia sentiva addosso una tensione insostenibile; si aspettava che le crollasse addosso il tetto, temeva un arresto, un rimprovero per una mancata accoglienza degna o per qualche difetto dellistituto.

Invece, uomo e donna stranieri ora raggiunti dalla traduttrice si accostarono alla bambina. La donna si abbassò, le prese la mano.

Mamma? sussurrò Sofia alla traduttrice.

È la zia spiegò lei. Da lì la rassomiglianza: erano fratello e sorella.

Sofia si chinò, ascoltava la traduttrice che porgeva domande:

La signora domanda come ti chiami.

Stefania esitò, guardò Olga.

Vai Stefania, parla…

Stefania sussurrò piano.

Labbiamo chiamata noi così, non aveva documenti aggiunse Olga. La traduttrice ripeteva piano.

La donna fece domande a lungo: agée, giochi, dove dormiva. Stefania rispose, piano piano si rasserenò. Tutti si spostarono dentro, e Sofia temeva che la sua vita dovesse ribaltarsi per sempre, dopo quella visita.

Ma la signora e il fratello straniero sorridevano osservando la cameretta, commentando i giochi. La traduttrice sorrideva, e anche il personale si rilassava.

E gli altri bambini? tradusse la domanda dalla signora straniera.

I funzionari si precipitarono a radunare i piccoli, così che gli ospiti potessero vedere la comunità. Una bimba di quattro anni afferrò la borsetta rossa con avidità: subito la donna la aprì, tirò fuori alcuni oggetti, li porse al fratello che li mise in tasca, poi regalò il borsellino a Lidia.

Le educatrici sirrigidirono, preoccupate, ma Sofia si sforzò di restare calma: era solo una bambina.

Avevano ancora una copertina, la stessa in cui era arrivata Stefania. Era ormai sdrucita, i fiori schiariti, ma la ripulirono come meglio poterono e la consegnarono agli ospiti. Luomo la osservò, senza battere ciglio.

Stefania doveva partire. Tutti, anche il personale, vennero a salutarla davanti al portone.

Uno dei funzionari uscì con la borsetta rossa, Sofia tirò un respiro: almeno su quello non dovranno interrogarla, non dovrà giustificare il gesto come mendicità.

La porsero alla signora, che però la indicò con tristezza allorfanotrofio, ma infine laccettò.

Sofia osservava la macchina allontanarsi, pensava che Stefania sarebbe stata felice. Ma perché non potevano esserlo tutti i suoi bambini? Perché la sorte degli altri doveva essere così diversa?

Entrò in corridoio sulle gambe molli; bisognava calmare Lidia, parlare col personale, riflettere sullevento.

E andò tutto bene. Nessun guaio. Venne richiamata dal prefetto, lodata, premiata con un attestato. Sofia fece il segno della croce. Poco dopo giunsero nuovi lenzuoli e giochi: si disse che erano merito degli ospiti stranieri.

***

E ora, dopo quasi cinque anni, Stefania era lì. Non in Germania Est, non nei paesi baltici, ma proprio lì, in Toscana, alla mostra nazionale. Era proprio lei, ne era certa, anche se erano passati sei anni.

Si fece largo tra la folla, spostò maestre, allungò una mano sulla spalla della ragazza:

Stefania! Stef!

La bambina si voltò, occhi interrogativi.

Ti ricordi di me?

Uninsegnante si avvicinò con sguardo contrariato.

Scusi! Ma che fa…?

Sono la direttrice dellorfanotrofio 129. Questa è una nostra ex allieva. Non capisco… volevo solo avvicinarmi.

Ma quale ex allieva? Questa è Nina.

No! Non può essere… questa è Stefania! Lhanno portata via, non capisco più niente…

La ragazzina guardava linsegnante, poi Sofia, smarrita.

Si sbaglia. Lei è Nina, non è mai stata in istituto. Ha una mamma. Vero, Nina?

E anche un papà aggiunse la ragazza.

Avete visto? Vi sbagliate.

Sofia vide il suo istituto salire sul palco, i bambini si esibivano; ma lo sguardo era perso. Quella era Stefania, non cerano dubbi: il mento particolare, il viso insolito, i capelli bianchi. Era proprio lei.

Sofia si strinse accanto a un vecchio termosifone arancione, che emanava un tepore intermittente. E allimprovviso le tornò in mente il dialogo con la traduttrice.

Quando stavano per partire, Sofia domandò:

Ma come si chiamava davvero la bambina? Tanto prima o poi avrà i documenti…

Neppure loro lo sanno. La traduttrice lo disse sottovoce, indicando la famiglia che saliva in macchina felice. Forse Naia, forse Iveta.

Come sarebbe a dire…?

Luomo ha perso la moglie con due gemelle. Le ha cercate dalla guerra, ma sapete comè andata in questi anni… Hanno trovato solo la tomba della moglie, da poco. Forse una delle figlie è morta con lei, laltra è arrivata qui. Antifascisti, vivevano allora a Trieste, la donna era stata in prigionia, ha partorito in campo. Ora lui abita in Germania Est. È una lunga storia, ricerche complicate… La traduttrice aveva fretta di andarsene.

Quella conversazione Sofia laveva dimenticata, sepolta sotto la gioia e gli impegni degli anni. Ora le tornava davanti.

***

Cate, oh Cate! Vieni in piazza? chiamava Luisa alla vicina. Era maggio e tutto il paese era in festa.

No, Lu! Sto a cucinare, Caterina spostò un geranio e si sporse alla finestra. Passa più tardi.

E i figlioli?

Anna e Vittorio saranno già in giro, ma Nina è andata alla mostra…

Lhanno presa allora?

Sì, Luisa! Lhanno messa nel gruppo, pensa te! Eppure è così silenziosa… non la smuovi mai, ma quando declama le poesie la ascolta tutta la scuola!

Caterina era visibilmente orgogliosa. Luisa, che figli non ne aveva, si commuoveva, vedendo crescere i piccoli della vicina come propri. Soprattutto Nina, che a tutte e due pareva quasi più figlia che ad altri, anche se il sangue era distante, e di quella differenza si parlava solo con qualche lacrima e un goccio di vin santo alle feste.

Si preparavano così per le chiacchierate. I ragazzi in piazza, il marito di Caterina, Leone, indaffarato in cortile ad appendere la bandiera, lei solitaria in cucina.

Tutto il paese si riversava sulla piazza. Anche Luisa andò via.

Caterina continuò la cucina con animo di festa. Dal vecchio grammofono la radiocronista annunciava la parata: la città era coperta di voci squillanti. Caterina infornava una schiacciata, si puliva le mani sul grembiule e si accomodava sul divano.

Il rumore di Piazza del Duomo le riempiva la casa punteggiata di cose familiari. Dimprovviso si spalancò la porta e Vittorio si precipitò dentro.

Ma, prendo qualcosa da mangiare, ok?

Perché mai?

Dopo la manifestazione andiamo direttamente sul fiume con gli amici, stava già infilando patate crude in una sportina.

E io che cucino e sforno per tutti? Speravo di festeggiare in famiglia! Perché scappate tutti oggi?

O ma! Facciamo il falò sul fiume, arrostiamo le patate, Leandro porta la chitarra… frugava in giro, infilava roba nello zaino.

Basta! Aspetta, seduto! Ci penso io… Chi cè con voi?

Vanni, Mirco, Sergio, Bruno… e pure le ragazze.

Caterina tagliò del pane, del prosciutto, mise dei pezzi di focaccia, andò nellorto per il cipollotto. Questo Vittorio… sempre a correre. Non potevano mai stare tutti insieme.

Ma! Dimenticavo: Anna va al cinema col ragazzo, Vittorio non pronunciava mai il nome del fidanzato di sua sorella, Ha detto che non rientra. Così non la aspettare…

Caterina alzò le mani: chi cucinava per chi? Quattro figli, e in festa nessuno in casa. Nicola, il più grande, ormai sposato, viveva via, i nipotini crescevano altrove. Nina partita con la scuola, gli altri dispersi.

Leone e Luisa erano lunica compagnia. Nina sarebbe rincasata tardi, Anna e Vittorio chissà.

Ma nelle case la festa era ovunque. Finestre spalancate, musica viva, fisarmoniche.

Caterina tirò fuori la schiacciata dal forno. Quanta fatica! Si era alzata nella notte per impastare, e ora la casa era vuota. Finalmente poteva riposare. Si sdraiò di nuovo sul divano.

La Liberazione… una festa che portava lacrime. Come erano sopravvissuti allora? In che modo?

Caterina ricominciò a pensare…

Non avrebbe mai scordato il giorno in cui arrivò Nina. Allora, non voleva accoglierla: il suo cuore era spezzato.

Avevano fame. Una donna rimasta sola con tre bambini, il marito disperso in guerra. Quel giorno tornò dal fiume, dove lavava i panni, e vide i figli mezzi affamati spartirsi la focaccia che sperava di far durare due giorni.

Siete un pozzo senza fondo! Parassiti! E la trovate pure! Nicola, adesso digiuno per tre giorni, hai capito? colpiva il primogenito con lo strofinaccio, urlava piangendo anche Annina, e il piccolo Vittorio si univa col suo pianto acuto. Nessuno mi darà altra farina, capite mostri? E non piangere più!

Sulla scena apparve il presidente della cooperativa, Semonetti, sfiancato. Quellinverno aveva perso vivacità, zoppicava ancora di più per una gamba malata, tossiva con violenza, sempre più provato.

Dietro di lui, unombra di donna in cappotto, tra le braccia una bambina avvolta in un lenzuolo.

Semonetti si sedette pesante.

Prendi questa, Caterina. Non gridare. So che hai figli, che manca tutto. Aiuterò. Ma tutti qui hanno profughi, resti solo tu e la Niki, che però sta male. Quindi… prendi questa.

Ma sei pazzo, Semo? Ho i miei figli che muoiono di fame…

Semonetti si alzò.

Prendi. Questa è Teresa. Non parla quasi italiano.

Entrò la donna, alta, bionda, strana come una del Nord.

E che vuol dire che non parla? balbettò Caterina, osservando stupita.

Semonetti già usciva. Caterina corse dietro.

Dammi del latte! Devo sfamare la neonata. Fammi avere patate…

Magari potessi. Per piantare, te ne do.

Allora moriremo tutti. Non darò niente a questo sfollato, ricordatelo! gridava.

Semonetti si fermò, guardò a lungo Caterina.

Rischi, Caterina! Ti levano i figli! Ho detto che aiuterò. Ma la donna e la bimba sono sulla tua coscienza! Non è italiana…

E si allontanò sulla neve. Poi si voltò.

Farò quel che posso. Ma attenta: la donna non è del tutto in sé.

Caterina tornò indietro. La sfollata era seduta, dondolava. I figli imboscati sulla stufa, mormoravano.

Su, spogliati, lasciala qui la piccola! Ora scaldo ancora…

La donna alzò gli occhi, spenti e increduli, capelli biondi impolverati. Non si capiva di cosa.

Lascia la piccina, dai! Su!

Come in trance, guardò la bimba, la porse a Caterina. Poi si alzò e disse:

Devo trovare la doccia. Cercare la doccia… andò verso la porta.

Eh! Dove? È tua figlia! Non lasciarla…

Iveta… Iveta è persa. Devo trovare… e cadde in ginocchio davanti alla porta.

Nicola e Caterina la sistemarono sul letto. Mandarono Annina da Semonetti a chiamare il medico.

La neonata sembrava esanime, non faceva alcun verso. Caterina sciolse la coperta, sorpresa dalla raffinatezza: una trapunta rosa, lenzuola di pizzo, la piccola molto debole. La lavarono, le diedero acqua. Il latte non lo prendeva.

Il medico visitò lospite, promise latte dalla fattoria; Semonetti aveva già chiamato. Caterina corse a prenderlo.

Fu un miracolo, un litro intero di latte grasso. In casa lo divise tra i figli e Teresa.

Teresa rimase due giorni. Lamica Luisa aiutava a badare a tutti. Quello che seppero tra parole spezzate fu che erano in fuga dalla guerra, che le figlie erano due: Naia e Iveta. Iveta scomparve dopo la liberazione, quando li trasferivano verso linterno. Qualcuno aveva portato via la bambina a una mamma che non sapeva chiedere aiuto.

Dopo pochi giorni, Teresa fu portata in ospedale. Una settimana dopo avvisarono della sua morte. Il cognome: Peterson. Sepolta nel cimitero cittadino, targa col nome, niente foto.

Se Luisa non fosse stata mandata per mesi nel Sud a ricostruire paesi devastati, avrebbe preso lei la bambina. Così si erano accordate. E Naia Peterson divenne figlia regolare di Caterina Michelina Samuelli e del marito dato disperso in guerra.

Nessuno fece domande su come potesse essere nata dopo la scomparsa del padre. Semonetti era morto, il nuovo dirigente non si occupava. Il certificato fu sistemato. Solo il nome poteva creare problemi. Che Naia in Toscana? Così divenne… Nina.

I figli di Caterina sono sopravvissuti tutti, anche se lei ha dovuto lottare e pregare. Tre anni dopo la guerra tornò dal confino Leone Parfeni, più grande di lei di dieci anni. La aiutò in tutto, raccolse legna, zappò lorto. Così si sono trovati, lui finì col diventare padre per tutti, anche se non avevano il matrimonio. Si volevano bene, si rispettavano, si amarono poi fino alle lacrime.

E lasciateli correre ovunque, i ragazzi, purché siano vivi. Tutti e quattro…

Le note delle nuove fiammanti fanterie inonadavano la radio passando dentro le mura di casa, e Caterina assisteva così alla parata. Le lacrime le bagnavano il volto e il cuscino.

Anche lei, la sua guerra, in fondo laveva vinta. I figli sono vivi! Questa sì che è Vittoria.

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