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04
Il portone secondo orario Il pulsante del citofono si incastrava se lo schiacciavi troppo forte, e i condomini ormai lo sapevano per riflesso muscolare. Un tocco leggero, un breve trillo, il portone pesante con la molla, l’androne stretto, un’altra porta. L’ascensore partiva con un tonfo sordo e rallentava sempre un po’ fra il terzo e il quarto piano, tanto che i nuovi inquilini si aggrappavano nervosi al corrimano e si guardavano intorno. La luce della scala si accendeva col sensore, ma le lampadine spesso si fulminavano. Allora qualcuno scriveva nella chat condominiale: «Al secondo piano è buio, i bambini hanno paura». L’amministratore della chat, un uomo magro dal tono sempre stanco di nome Antonio, metteva la spunta, prometteva di scrivere all’amministratore e nel giro di qualche giorno la lampadina veniva cambiata. A volte no. Antonio abitava al quinto. Aveva il portatile sul tavolo della cucina, due tazze, un vecchio divano e un figlio adolescente che compariva nei weekend. Conosceva i vicini dai nomi della chat: “Tania, terzo piano”, “Famiglia Petroni”, “Vicino di sopra”, “Svetlana del quarto”. In ascensore si incrociavano impacciati, salutavano con un cenno, si rifugiavano nei cellulari. Quel giorno Antonio tornava dal lavoro con una busta di latte e pane. L’ascensore si era di nuovo bloccato tra i piani, il solito scossone, e le porte stavano quasi per chiudersi quando nell’androne entrò una carrozzina. — Aspetti! — la voce femminile era decisa. Antonio schiacciò automaticamente il pulsante «apri». Le porte obbedirono. La carrozzina entrò con fatica, spinta da una donna bassina in piumino. Seduto c’era un uomo di circa quarantacinque anni, magro, capelli corti, giacca sportiva. Una gamba nell’ortesi rigida, l’altra appoggiata sulla staffa. — A che piano? — chiese Antonio, spostandosi in un angolo. — Terzo, per favore, — rispose l’uomo. La voce era calma, un po’ rauca. La donna sospirò, fermò la carrozzina col piede. — Scusi, è una specie di percorso a ostacoli qui, — disse, senza guardare Antonio. — Nessun problema, — rispose lui. — L’ascensore regge. Arrivarono al terzo. Antonio salì al quinto, fece un altro cenno e si accorse che ascoltava se la porta si chiudeva di sotto. Non lo fece. Solo dopo, rumori soffusi, qualche risata, passi. Mezz’ora dopo, nella chat condominiale arrivò un messaggio da un numero sconosciuto: «Buonasera. Ci siamo appena trasferiti al terzo piano, int. 37. Sono Nadia, questo è mio fratello Artemio. Lui ha appena avuto un’operazione, per ora è in carrozzina. Se diamo fastidio con l’ascensore o altro, scrivete pure. Cercheremo di non creare problemi». Subito arrivarono le risposte. «Benvenuti!» — scrisse “Svetlana del quarto”. «Auguri di pronta guarigione», — “Tania terzo piano.” «Se serve aiuto per la spesa, scrivetemi, sono spesso a casa», — era Antonio, che aveva riscritto diverse volte prima di inviare il messaggio. Tania abitava al terzo, proprio davanti all’ascensore. Aveva due figli: Anna, prima elementare, e Giosuè, quattro anni. Il marito lavorava in trasferta, compariva di rado ma con rumore. Lei lavorava da remoto, scriveva testi e la sua giornata era infinita: colazione, asilo, scuola, poi il portatile, meeting, compiti e i capricci di Giosuè. Fu la prima a notare che la porta dell’ascensore restava aperta più a lungo. Sentiva il rumore della carrozzina che girava, il freno che scricchiolava. Un giorno stava uscendo con i bambini quando l’ascensore si fermò sul loro piano. Le porte si aprirono, e vide Artemio, solo nella carrozzina col sacchetto della spesa. Fronte sudata, borsa al collo. — Buongiorno, — disse lui, imbarazzato. — Vi ho già visti qualche volta. Lei è Tania, vero? — Sì, — annuì lei. — Lei Artemio, abbiamo letto in chat. Giosuè si avvicinò subito alla carrozzina studiando le parti metalliche. — È come una macchina? — chiese curioso. — Quasi, — sorrise Artemio. — Solo senza motore. Tania sentì la solita miscela di pietà e imbarazzo. Non sapeva dove guardare: il tutore al ginocchio, le mani, gli occhi. — Vuole aiuto? — le scappò. — Vuole che porti il sacchetto? — Sarebbe comodo, — le porse la busta. — Sono rientrato con il taxi, ho calcolato male le forze. Lei la prese, stupita dal peso. — E Nadia dov’è? — chiese. — È al lavoro. Volevo provare da solo. Mi hanno portato al supermercato, il ritorno… beh, eccomi. Uscirono insieme dall’ascensore. Tania tenne la porta mentre Artemio girava la carrozzina verso casa. La serratura scattò, lui aprì con la spalla. — Grazie, e scusi per il disturbo. — Nessun problema, — rispose Tania, anche se già contava i minuti fino al ritardo all’asilo. Anna la tirò per la manica. — Mamma, facciamo tardi, — sussurrò. Tania annuì, salutò e portò giù i bambini di fretta. Per tutta la giornata ripensò al viso di Artemio. Non era pietoso, non chiedeva, sembrava quasi testardo. E il suo impaccio nel trovare le parole per offrire aiuto. La sera scrisse nella chat: «Vicini, se qualcuno va al supermercato, scriviamo qui. Magari si può prendere qualcosa per gli altri, così nessuno deve trasportare pesi da solo». Dopo pochi minuti Antonio rispose: «Ottima idea. Posso fare una tabella, così vediamo chi può quando». Svetlana, pensionata ma brillante, insegnava inglese via Skype, indossava sciarpe colorate e non stava mai ferma. Abitava in quel portone da tempo, conosceva tutti. Dalla sua finestra sentiva ogni porta che sbatteva, ogni lite in cortile. All’arrivo di Artemio osservava. Vedeva la sorella spingere la carrozzina, un corriere impacciato col pacco ingombrante, il panico al momento di far passare tutti. Una volta uscì sulle scale proprio quando il corriere, rosso e nervoso, brontolava al telefono. — Giovane, — disse secca, — o il pacco lo porti su oppure te ne vai. Qui c’è chi ha bisogno. Il corriere sbottò qualcosa, ma salì col pacco. Svetlana tenne la porta, aiutò con la carrozzina. — Grazie, —— mormorò Artemio. — Non ringrazi, — tagliò corto. — Tanto dovrà tradurci in inglese quando scriviamo all’amministratore. Quelle lettere non si capiscono senza dizionario. Lui sorrise e Svetlana notò: aveva un sorriso vero, non di scuse. Quella sera vide la tabella di Antonio nella chat. Giorni della settimana e colonne: “spesa”, “farmacia”, “passeggiate”, “visite”. La gente si prenotava. Chi metteva un più, chi scriveva: «posso dopo le sei», «weekend», «solo mattina». Svetlana ci pensò a lungo, poi si segnò su “passeggiate” il mercoledì e il venerdì. In fondo aggiunse: «Se serve posso stare con Artemio quando Nadia lavora». La spontanea solidarietà iniziò quasi per caso. Chi andava al supermercato scriveva: “Serve qualcosa?” Antonio, una volta a settimana, faceva spese per più appartamenti. Tania ritirava pacchi dai corrieri se non riuscivano a passare. Svetlana accompagnò Artemio per la visita, litigò con la segreteria, si vantò in chat: «Appuntamento fissato per martedì, vittoria». Piano piano tutto prese il ritmo di un vero e proprio orario. Nella tabella comparvero più fogli: “regolare”, “occasionale”, “visite”. Antonio ogni sera correggeva, rispondeva ai messaggi. Si sentiva una sorta di centralinista del portone. Gli dava una certa importanza. Dopo il divorzio e il trasloco lì, aveva pochi contatti. Ora il telefono squillava: «Antonio, chi è disponibile domani per la visita?», «Antonio, sono malata, puoi sostituirmi oggi?» All’inizio gioiva, poi cominciò a sentirsi stanco. Una sera stava sulla tabella, il figlio arrivò dalla cucina con i tortellini. — Papà, guardiamo un film? — chiese. — Tra dieci minuti, — rispose svogliato, mentre scriveva: «Serve qualcuno domani alle 10 per accompagnare Artemio dall’ortopedico». Mezz’ora dopo, il figlio sul divano con il cellulare. Il film mai partito. — Sei sempre su quella chat, — commentò, senza staccare gli occhi dallo schermo. Antonio voleva spiegare che era importante, che ci contavano. Ma non gli uscì nulla, solo un cenno verso la tabella. La stanchezza aumentava anche per gli altri. Tania un giorno si scoprì infastidita quando il solito corriere suonava per recapitare una spesa per Artemio. — Non potete almeno qualche volta scendere voi? — sbottò, prima di accorgersi di parlare non col corriere, ma con Nadia. — Mi scusi, — rispose lei. — Oggi proprio non riuscivo, sono rimasta al lavoro. Non chiedo più. La voce di Nadia era esausta, e Tania si sentì subito in colpa. — Dai, su… va tutto bene, — corresse in fretta. — Solo che i bambini… ho sbottato. Arrivo io. Quella notte faticò a dormire, ascoltando i rumori della carrozzina di Artemio oltre la parete. Si sentiva criticata, come se lui facesse più rumore del solito per ricordare a tutti la sua presenza. Poi si rimproverò per il pensiero. Svetlana, di solito generosa per le passeggiate, un giorno scrisse ad Antonio: «Questa settimana non posso. Ho mal di schiena e lezione. Chiedi a qualcun altro». Antonio aprì la tabella e vide “passeggiata” del mercoledì vuoto. Scrisse in chat: «Serve aiuto per la passeggiata di Artemio mercoledì. Chi può?» Tanti lessero, solo due risposero: «Sono al lavoro», «Ho bimbo piccolo, non riesco con la carrozzina». Gli altri, silenzio. Antonio sospirò, si segnò lui stesso in tabella anche se aveva report e riunioni. Il primo vero intoppo arrivò di lunedì. Artemio doveva andare a visita. Nadia aveva chiesto aiuto: lei non sarebbe riuscita ad avere l’uscita dal lavoro. In tabella c’era “Antonio” quel giorno. La mattina Antonio rimase bloccato in riunione. Un collega ammalato, tutto il lavoro ricadde su di lui. Guardava l’orologio, il telefono. Alle dieci, messaggio di Artemio: «Antonio, vieni? Ho il ticket alle 11:30». Antonio rispose rapido: «Scusami, sono in ritardo. Provo a scappare ma non garantisco. Scrivo in chat». Scrisse subito: «Serve urgentemente qualcuno per Artemio al terzo piano, visita alle 11:30. Io non posso». Silenzio. Solo spunte verdi. Alle 10:40 ormai non ascoltava più la riunione. Alle 10:50 ancora: «È davvero urgente. Non posso scappare, il capo è qui». Risposta di Svetlana: «Ho lezione. Posso solo dopo mezzogiorno». Tania mise una faccina triste e scrisse in privato: «Sono sola con Giosuè, non riesco a fare avanti/indietro dall’asilo». Alle 11:05, nuovo messaggio di Nadia: «Non siamo andati. Artemio non se l’è sentita solo. Ticket perso». Antonio si strinse dentro. Immaginò Artemio davanti alla porta, pronto, con zaino e documenti, che guarda l’orologio e si cambia di nuovo. La sera la chat si riempì di scuse silenziose. «Nadia, scusa, — scrisse Svetlana. — Oggi tre lezioni di fila, non potevo annullare». «Colpa mia, — Antonio. — Non ho calcolato le energie. Dovevo chiedere prima il cambio». Nessuno scrisse per un po’. Poi fu Artemio a rispondere. «Ragazzi, parliamoci chiaro. Sono adulto, non un bambino. Non è obbligo vostro portarmi dal medico. Vi sono grato, davvero, ma se non potete, ditemelo. Sopravvivo se si perde un ticket. Ma non sopravvivo se sento che vi rovino lavoro o bambini». Tania lesse e sentì un pugno allo stomaco. Si ricordò che la mattina aveva pensato: “Magari risponde qualcun altro”. Scrisse in privato a Nadia: «Se serve, posso occuparmi io delle commissioni del mattino il mercoledì e venerdì, quando porto i ragazzi. Posso anche consegnare qualcosa». Nadia rispose dopo un’ora: «Grazie. Vediamo come fare per non pesare troppo a nessuno». Il giorno dopo Antonio propose una discussione nella chat. Messaggio lungo: «Ragazzi, ieri con Artemio abbiamo avuto un imprevisto. Io non ho potuto accompagnare, nessuno ha fatto il cambio. Credo che siamo tutti stanchi: qui va avanti solo per buona volontà e improvvisazione. Propongo di organizzare la solidarietà in modo più onesto. Riduciamo le mansioni, distribuiamo le responsabilità, così nessuno sente di portare più carico degli altri». Temeva che anche questo messaggio restasse sospeso. Invece dopo poco rispose Svetlana: «Sono d’accordo. Posso passeggiare due volte a settimana e qualche volta accompagnare, ma non di più. Non voglio sentirmi in colpa se non posso. Scriviamo tutto chiaro». «Io posso occuparmi di consegne e piccole compere, — Tania. — Già corro tutto il giorno. Ma non riesco con i medici, troppo complicato coi bambini». «Continuo a fare il “gestore”, — Antonio. — Però serve qualcuno che mi copra se sono incastrato». Rispose il “Vicino di sopra”, che scriveva raramente. «Posso aiutare con i pesi. Ho orari a turni, a volte sono a casa di giorno. Porto acqua, carrozzina, se serve. Però non so parlare coi medici e non amo gli ospedali». Piano piano in chat nacque un nuovo schema. Tutti scrivevano cosa facevano volentieri e cosa no. C’era chi ammetteva: «Mi fa paura la carrozzina, non mi sento sicuro». Chi diceva: «Non mi piace entrare nelle case, aiuto con i soldi per il taxi». Dopo pochi giorni Antonio pubblicò una nuova tabella. Niente più infinite mansioni. Solo tre aree: “esigenze regolari” — passeggiate, spesa; “accompagnamento” — medici solo da chi si sente; e “richieste occasionali”. Aggiunge anche una colonna “riserva”. Chi può ogni tanto, senza promettere costanza. Artemio da parte sua pensava a tutto. Guardava dalla finestra i bambini in cortile e si sentiva insieme colpevole e arrabbiato. Quando era ricoverato dopo l’incidente, i medici dicevano che in sei mesi avrebbe camminato col bastone. È passato un anno. In casa cammina con appoggio, ma le scale senza ascensore sono impossibili. Ogni visita medica è una spedizione. All’inizio l’aiuto dei vicini sembrava un miracolo. Appena trasferito, trovava subito chi portava la spesa, chi aiutava con i documenti. Col tempo vedeva la stanchezza: lo sguardo evitato, il respiro trattenuto alle richieste. Dopo il disagio della visita fallita, decise di cambiare. Non voleva essere al centro del mondo del portone. Aprì la chat e scrisse: «Vicini, anche io posso essere utile. Sto a casa, ho internet e tempo libero. Posso prenotare visite, aiutare con i servizi online, scrivere ai gestori del condominio. Se serve, scrivete in privato o qui. E, per favore, non temete di dirmi “no” quando chiedo aiuto. Sono adulto, ce la faccio». Le risposte arrivarono subito. «Ottimo! — Svetlana. — L’e-reservation dei medici mi fa impazzire ogni volta». «Mi aiuteresti a prenotare i bambini dal pediatra? — Tania. — Io dimentico sempre». «Magari ci aiuti col reclamo all’amministratore? — Antonio. — Vogliamo il nuovo scivolo e un ascensore decente, ma non sappiamo come impostare la lettera». Artemio sorrise. Finalmente sentiva di dare qualcosa in cambio. Una settimana dopo, comparve un foglio bianco in bacheca, attaccato al portone con lo scotch: «Vicini, stiamo scrivendo un reclamo all’amministratore per migliorare accessibilità e ascensore. Chi vuole firmare, lasci la firma in casa di Antonio, int. 53, o scriva in chat. Il testo è disponibile lì. Artemio, int. 37». La parola «portiere» era cancellata a mano e sostituita con «Antonio», cosa che fece sorridere tutti. I vicini fermavano Antonio in ascensore, sulle scale, suonavano alla porta. Alcuni lasciavano solo la firma sul suo tavolo, altri restavano a chiacchierare. — Senti, — gli disse una volta il “Vicino di sopra”, alto, in felpa, — siamo sicuri che serva davvero? L’amministratore risponde sempre scaricando la colpa. — Non lo so, — Antonio alzò le spalle. — Ma se non facciamo nulla, non cambia mai. — Ok, — firmò. — Segnami anche tra i riserve pesanti. Quando serve, chiamami. Svetlana portava ad Antonio versioni stampate della lettera, Artemio correggeva, metteva leggi. Tania mandava in chat le foto della carrozzina bloccata in porta, da allegare. Col tempo Antonio si accorse che non era più l’unico responsabile. Ognuno prendeva su di sé un pezzo, e la cosa non si perdeva. Un giorno, col primo caldo, quasi tutti si ritrovarono in cortile. I bambini giocavano, qualcuno grigliava salsicce sul fornello, altri chiacchieravano sulle panchine. Nadia portò giù Artemio e lui si mise vicino al tavolo coi bicchieri di succo. Antonio uscì con la spazzatura, vide il gruppo e si fermò. Non amava queste rimpatriate, ma Svetlana lo chiamò: — Vieni, stiamo festeggiando una piccola vittoria. — Quale? — chiese lui, avvicinandosi. — L’amministratore ha risposto, — Nadia porse il cellulare. — Promettono di valutare lo scivolo e il corrimano in ascensore. Non saranno veloci, ma non è la solita risposta generica. Artemio sorrise: — Ho scritto una lettera che preferiscono fare i lavori piuttosto che rispondere a me. — Quindi sei tu? — si stupì il “Vicino di sopra”. — Bravo! — Niente eroismi! — intervenne Svetlana. — L’abbiamo firmata tutti. Tania arrivò coi bambini. Giosuè corse subito da Artemio. — Zio Artemio, quando corri con noi? — chiese senza imbarazzo. Tania voleva fermarlo, ma Artemio sorrise: — Non so, amico, forse mai. Ma posso fare l’arbitro! Conto i goal e rimprovero se infrangete le regole. — Forte! — esultò Giosuè. — Allora sei l’arbitro principale del cortile. Antonio si sedette sul bordo della panchina, accanto a Svetlana che sistemava la sciarpa. — Come stai? — chiese sottovoce. — Meglio, — rispose. — Quando non passa tutto solo da me. — Hai visto? — fece lei. — Avevi paura di mollare, invece funziona. Antonio guardò Artemio che spiegava il gioco ai bambini, Nadia al telefono ma sempre attenta al fratello, il Vicino di sopra che discuteva di regole di calcio, Tania che rideva raccontando di Giosuè che aveva dato del grano al gatto. Non era una fiaba. Sapeva che il giorno dopo qualcuno avrebbe dimenticato il turno, qualcuno si sarebbe stancato. Che l’amministratore avrebbe tirato lungo. Che Artemio soffriva ancora. Ma nel rumore del cortile, nell’anarchia attorno al portone, c’era qualcosa che prima non sentiva. Non eroismo, né miracoli. Solo qualche persona che aveva spostato di poco i confini, rendendo la vita più facile a tutti. Il suo cellulare vibrò piano. Antonio lo prese: nuovo messaggio in chat, «Chi va domani al supermercato “All’angolo”? Serve pane e latte. Artemio, int. 37». Stava già per scrivere “io”, ma si fermò. Aspettò qualche secondo. Rispose il Vicino di sopra: «Ci vado io, manda la lista». Subito dopo Tania: «Anche io, prendo io la roba pesante». Antonio sorrise e rimise via il telefono. — Che succede? — chiese Svetlana. — Nulla, — rispose. — Ci si sente bene. Si alzò, raggiunse Artemio e i bambini. — Allora, arbitro capo, ti serve aiuto per contare i corner? Io sono bravo a tenerli. — Va bene, — Artemio annuì serio. — Ma qui abbiamo regole ferree. — È il mio campo, — Antonio, ridendo. Qualcuno rise, qualcuno chiamò i bambini a casa. La luce sopra il portone lampeggiò, l’ascensore scosse sù tra i piani. La vita nel condominio continuava, seguendo un piccolo orario di aiuto che non pesava, ma scorreva insieme. E da quel giorno, quel portone sembrava meno estraneo.
Ingresso condominiale secondo orario Il pulsante del citofono si incastrava se lo si premeva troppo forte
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06
Un vedovo miliardario si nascose nella villa per scoprire come la sua fidanzata trattava i suoi tre gemelli finché la verità non venne a galla
Diario personale, 12 giugno La villa era avvolta da un silenzio quasi sacrale: sembrava che laria stessa
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05
Vacanze Senza Programma: Un Capodanno in Famiglia, Senza Corse e Senza Maratone, Tra Dubbi, Paure e la Scoperta di un Nuovo Ritmo Italiano
Vacanze senza agenda In cucina il rumore della cappa era continuo, e Andrea, per la terza volta, rilesse
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075
Il marito regala alla figlia un appartamento, la suocera si infuria e cerca di sistemare tutta la famiglia lì dentro
Nostra figlia si è sposata di recente con un ragazzo che non viene da una famiglia benestante, ma è una
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013
Quando mio padre ci ha traditi, la mia seconda mamma mi ha strappato dall’inferno dell’orfanotrofio: sarò per sempre grato al destino per la donna che, come una madre, mi ha salvato la vita spezzata
Când tata ne-a părăsit, mama vitregă m-a smuls din infernul orfelinatului. Voi fi recunoscător toată
A 65 anni, abbiamo capito che i nostri figli non hanno più bisogno di noi: come accettarlo e imparare a vivere finalmente per noi stessi?
Sai, ho 65 anni e per la prima volta mi sto davvero chiedendo: i nostri figli, a cui io e mio marito
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0201
Ti avevo consigliato di fermarti dopo il terzo figlio. Ti ho persino comprato delle pillole speciali, sperando che ti facessero riflettere su quello che stavi facendo. Ma sembra che i miei sforzi siano stati inutili. – Quanti figli hai ancora intenzione di fare? ha chiesto la mia suocera con sarcasmo. – Cerchiamo di evitare il sarcasmo. Sei così arrabbiata perché Pietro ti ha parlato della mia gravidanza? ha risposto Monica con calma. – Ovviamente sì! Ti avevo detto di fermarti dopo il terzo figlio. Ti ho persino comprato delle pillole apposta, sperando che ti facessero ragionare. Ma sembra che sia stato tutto inutile, si è lamentata la suocera. – Conosciamo la tua opinione, ma non vogliamo andare contro natura, ha replicato Monica. – Vi state prendendo gioco di me? Allora non potrete più contare sul mio aiuto! ha urlato Maria. Monica stava per rispondere qualcosa, quando all’improvviso è squillato il telefono. Maria non ha mai sostenuto i suoi figli. Non portava mai in visita i nipoti, non giocava con loro, né regalava dolci o regali se non per il compleanno. Monica e Pietro erano completamente indipendenti dal punto di vista economico. Quando Monica era rimasta incinta del terzo figlio, la suocera aveva insistito per l’aborto, ma la coppia aveva rifiutato e alla fine Maria si era affezionata alla nipotina. Poi Monica era rimasta di nuovo incinta! La donna cercava di non mostrare la sua tensione con la suocera davanti al marito, purché lei e i figli stessero bene. Pietro aveva un lavoro ben retribuito e Monica lavorava part-time da casa. Quando la sua piccola attività ha iniziato a crescere, ha persino assunto un’assistente per aiutarla con i bambini. Tutto andava per il meglio, se non fosse stato per l’atteggiamento di Maria. Fin dal primo momento, non aveva mai gradito la nuora e sperava addirittura che il figlio divorziasse da Monica. Le speranze di Maria si sono rivelate vane. Poi sono arrivati i figli, uno dopo l’altro. Secondo Monica, la suocera si opponeva alla nascita del quarto nipote perché temeva che tutte le finanze di Pietro sarebbero state dedicate alla famiglia e non più a lei. Maria era abituata a vivere nel comfort: il figlio le pagava le visite dal dentista, il centro benessere, persino le ristrutturazioni in casa. Sentiva di perdere tutto. Niente più aiuto economico. Maria era furiosa all’idea di dover rinunciare a qualche privilegio. Monica cercava di ignorare la costante negatività della suocera, ma era chiaro che questo comportamento influiva sul suo benessere emotivo. Tuttavia, è improbabile che Maria possa realmente influenzare la decisione del figlio e della nuora: avranno il quarto figlio! Come gestire una madre che si intromette così tanto nelle scelte e nella vita dei propri figli?
Ti avevo consigliato di fermarti dopo il terzo figlio. Ho persino comprato delle pillole apposta, sperando
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03
Egorino La mamma non era ancora arrivata. Tutti i bambini erano già stati presi dai loro genitori, era rimasto solo Egorino. Seduto in silenzio giocava con una macchinina in un angolo della classe, mentre la maestra Mariangela guardava l’orologio con crescente impazienza. Egorino sospirò, lanciò uno sguardo alla finestra già buia, poi alla porta chiusa. — Maestra Mariangela, oggi pomeriggio ho visto un cane grosso vicino al cancello, — disse timidamente, — magari la mamma è fuori e ha paura di entrare. Posso andare con lei a vedere? — Non c’è nessun cane, — rispose la maestra, — non inventare. Ora provo ancora a chiamare tua mamma. Mariangela compose di nuovo il numero della mamma di Egor. Nessuna risposta. Guardò l’orologio con preoccupazione. «Sarà successo qualcosa, — pensò. — Non è mai successa una cosa simile. Il papà di Egorino non c’è, e la mamma è una donna responsabile, ama suo figlio. Se avesse avuto ritardo avrebbe avvisato.» — Egorino, su, vestiti. Vieni a casa da me stasera. — E la mamma? — chiese preoccupato Egor. — Poi arriva e non ci trova. — Le lasciamo un biglietto, — propose Mariangela, — così quando arriva lo legge e sa dove sei. Lascio anche il mio indirizzo e il numero. È tardi, andiamo. Ho il gatto che mi aspetta, è affamato. — Davvero ha il gatto? Vivo? — si illuminò il bambino. — Posso giocarci un po’? — Certo, dai vieni. L’appartamento di Mariangela piacque a Egorino: caldo, accogliente e profumato di torte. Un grosso gatto rosso e pigro si lasciava accarezzare sopportando con pazienza le monellerie del piccolo. Dopo una tazza di latte caldo, Egorino si addormentò. Mariangela lo portò piano sul letto, poi corse al telefono in cucina. Lunghe telefonate con la polizia e l’ospedale: una giovane donna era stata ricoverata in gravi condizioni in seguito a un incidente stradale, priva di conoscenza. — Quando si sveglia, per favore ditele che il figlio sta bene. È con me. Verrà a trovarla. Non si preoccupi. Mariangela tornò in camera. Egorino era seduto sul letto con le lacrime agli occhi. — Dov’è la mia mamma? — chiese in lacrime. — Voglio andare a casa da lei. La mamma mi aspetta. Anche il mio lettino piange. Le mie macchinine mi aspettano. Torniamo a casa? — Tesoro, la mamma è solo impegnata, è al lavoro. Non piangere. Anche il gatto ti vuole bene qui. — Non è vero, lei mi aspetta, — continuava a piangere Egorino. — La mamma mica è volata in cielo vero? — No, Egorino, tranquillo. Starà bene, la andremo a trovare già domani. — Anche il mio papà è volato in cielo, e la nonna — mormorò, — ora mi guardano da lassù. Se mi comporto bene, si rallegrano… Spero che la mamma non vada via anche lei. Mariangela lo abbracciò forte. — Non preoccuparti, la tua mamma è forte. Domani andiamo subito a trovarla. È in ospedale, ma presto tornerà a casa. — Anche a lei fa male la gola? — chiese il bambino. — Sì, alla gola… e al braccio… Presto starà meglio. Le porteremo del latte con il miele. — Davvero? — Si rincuorò lui. Si rannicchiò ascoltando la voce dolce di Mariangela, che iniziò una fiaba. — Mariangela, perché vivi da sola? — chiese d’improvviso. Quel quesito colse la maestra di sorpresa; ebbe le lacrime agli occhi. — Avevo un bambino anch’io, e un marito. Sono andati in campagna, io sono rimasta a casa a fare le pulizie. C’è stato un incidente… adesso sono rimasta solo con il gatto. — Sono in cielo? — Sì, sono in cielo. — Non pianga, — la consolò Egorino, — loro la guardano da lassù. Quando è felice, sono felici pure loro. Non dobbiamo farli piangere anche noi. Non piangiamo più! Mariangela lo baciò commossa e lo strinse accanto a sé. — Ora dormi, domani andiamo a trovare la mamma. Resta un po’ con me fino a che può tornare a casa. A me e al gatto farà piacere. Va bene? — D’accordo, — annuì Egorino. — Lavo anche i piatti, se serve! Posso chiamarla nonna? Solo qui, non all’asilo. — Certo, Egorino. Buonanotte. Mariangela rimase a lungo seduta alla finestra, in silenzio, asciugandosi le lacrime mentre il bambino dormiva sul suo letto. Gli anni passarono. Egor si svegliò presto, saltò fuori dal letto e si stiracchiò. Dalla cucina arrivava il profumo di tortine calde. Mise il naso sulla porta. — Nonna, come mai già in piedi? — chiese Egor, baciandola sulla guancia. — Non riuscivo a dormire. Così vi preparo i dolci, che quando vi svegliate tu e la mamma fate merenda, e io sono contenta. Siediti che verso il latte. Tanto il riposo lo recupererò in cielo, quando arriverà il momento. Lidia Malcova
La mamma non arrivava. Tutti i bambini erano già stati presi dai genitori: rimaneva solo il piccolo Enrico.
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023
Ecco perché non voglio lasciare le mie figlie con le loro nonne: sono una mamma italiana a tempo pieno di 31 anni con due bambine piccole e, dopo tante aspettative e qualche delusione, vi racconto la mia esperienza tra vecchie tradizioni, consigli strampalati, paure personali e tanto amore (ma anche timore) verso le nostre mamme
Vi racconto perché non voglio lasciare le mie figlie alle loro nonne. Ho 31 anni e cresco due bambine
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03
Una ragazza povera che arriva in ritardo a scuola trova un neonato svenuto chiuso dentro una macchina di lusso a Milano… Rompe il vetro, corre in ospedale con il piccolo tra le braccia e, quando arrivano, il medico si inginocchia in lacrime
UNA RAGAZZA POVERA CHE ARRIVA IN RITARDO A SCUOLA TROVA UN NEONATO SVENUTO CHIUSO IN UNA MACCHINA Le