La sorpresa dell’ex: quando il passato torna a bussare

«La sorpresa» dellex

– Marco, aspetta! gridava Silvia alla finestra spalancata.

Ma lui non la sentiva.

Era già salito sulla sua Fiat e aveva messo in moto. Così Silvia afferrò il cellulare e corse alla porta.

Mentre scendeva a precipizio le scale dal quarto al piano terra, compose più volte il suo numero, ma anche a quelle chiamate Marco non rispondeva.

Aveva un solo pensiero fisso: Spero di fare in tempo!

Qualche santo deve aver ascoltato la sua preghiera. Quando Silvia, come una furia, sbucò sul marciapiede davanti al condominio, Marco stava ancora scaldando il motore.

Vedendola arrivare di corsa e senza giacca, alzò il sopracciglio e abbassò il finestrino: Ma che succede? Hai unaria stravolta!

– Sotto la tua sotto la tua macchina

Silvia ansava così forte che non riusciva a mettere insieme una frase di senso compiuto. Invece di spiegare, si inginocchiò per terra e si mise a frugare sotto la vettura.

Non le importava nulla né del freddo né del fango che sporcava i jeans.

Quando riemerse stringendo fra le braccia un gatto spelacchiato e magro da paura, Marco la fissava come se lei fosse pazza.

– Silvì ma che combini? Che spettacolo sarebbe questo? Io devo andare al lavoro!

– Sotto la macchina cera un gatto! Lho visto dalla finestra Avevo paura che tu partissi e

– Un gatto?! sospirò Marco sarcastico. Tutto questo trambusto per un randagio? Mamma mia

– E che vuoi dire, che i gatti non tengono alla vita? rispose Silvia, guardandolo come se lo stesse vedendo per la prima volta.

– Se avesse voluto campare, non si sarebbe messo sotto una macchina. E comunque, appena sente il motore, scappa come una lepre. Hai fatto tutta questa fatica per nulla.

– Questa volta non sarebbe scappato, Marco Guarda come sta: non ha nemmeno la forza per miagolare. Altro che scappare

– Va bene, Silvì Hai salvato il gatto, complimenti. Tornando a casa, prenditi un cioccolatino dalla scatola e scrivici pure un post su Facebook. Io devo andare davvero. Ci vediamo stasera.

Silvia rimase per strada ad osservare lauto che si allontanava, il piccolo felino tremante tra le braccia.

Non riusciva a capire come Marco potesse essere così insensibile. Non ci aveva mai fatto caso prima.

Poi guardò il gatto.

Era davvero ridotto male, guardava il mondo con fatica, ma nei suoi occhi Silvia colse un lampo di gratitudine. Sì, senza dubbio! Era proprio gratitudine.

Tornò in casa, si vestì per bene, prese qualche euro dal portafoglio e chiamò un taxi.

– Dove si va? chiese il tassista sorridendo quando lei si sedette dietro.

– Glielho già detto al telefono: porti me e il gatto in clinica veterinaria, e più in fretta possibile.

– Ah, sì, la clinica! Perdoni, mi era sfuggito. Che ha il gattone?

– Sta male. Ha bisogno di aiuto urgente.

– Ricevuto, non faccio altre domande. A proposito di cliniche Ne conosco una ottima. Se non le dispiace, la porto lì. I veterinari fanno dei piccoli miracoli!

Dopo un quarto dora Silvia era seduta in sala dattesa, circondata da persone con animali di ogni genere.

– Il suo che cosha? domandò una signora anziana con in braccio un barboncino.

– Non lo so bene Lho trovato sotto una macchina, stanotte deve averla passata lì al gelo

– Santo cielo! Guardi, io e il mio Pupi dovevamo solo fare un controllo. Se vuole, passi prima lei.

– Davvero? Grazie mille, è molto gentile.

– Ci mancherebbe. Tra gente a modo bisogna aiutarsi, no?

Nel tempo che il veterinario visitava il gatto, Silvia non riusciva a stare seduta. Attendeva ansiosa anche i risultati delle prime analisi, che non arrivavano mai.

Nel frattempo Marco chiamava insistentemente, ma Silvia rifiutava le chiamate: voleva concentrarsi solo sul micino.

– Allora, signorina, constatò infine il veterinario guardandola serio ha trovato questo gatto per strada, giusto?

– Sotto lauto, sì Forse lì dallaltra notte.

– Ha segni evidenti di congelamento, ma soprattutto, tantissimi problemi di salute che richiedono lunghe cure e nemmeno a buon mercato. Mi dica sinceramente: è disposta a prendersi questa responsabilità? Altrimenti dovrei chiedere aiuto alle associazioni, perché ci vuole dedizione vera.

Silvia lo guardò negli occhi e pensò: Il micio non mi sta chiedendo niente, non mi sta pregando Mi guarda solo con quella speranza silenziosa, come dicendo: Se te ne vai, lo accetterò

– Sì, sono pronta! rispose decisa. Mi prenderò cura di lui per tutto il tempo necessario. Anche tutta la vita, se servirà.

– Bene, il veterinario sorrise. Allora la prima cosa è lasciarlo qui due settimane, poi prepareremo la terapia a casa.

– Grazie, dottore quasi piangeva, Silvia.

– Grazie a lei, signorina. Non si vedono spesso persone così, oggi.

Silvia accarezzò il micino e gli giurò che sarebbe tornata.

Il micio le credette. Riunendo tutta la forza che aveva, riuscì persino a miagolare in tono di saluto.

Tornata a casa verso sera, era così stanca da non voler far altro che dormire, anche perché lindomani avrebbe avuto lavoro. Ma i suoi piani andarono in fumo: Marco laspettava con uno sguardo furioso.

– Silvia! Dove sei stata? Ti ho telefonato mille volte, niente risposta. Cosè questa storia?

– Scusa, ma ho avuto una giornata pesantissima, sospirò Silvia appendendo il cappotto e rimettendo a posto, come sempre, le scarpe di Marco lasciate allingresso.

– Eppure oggi avevi il giorno libero, ironizzò lui. Che hai combinato di così stancante?

– Sono stata in clinica veterinaria tutto il giorno per il gatto Quello della macchina stamattina.

– Per quel gatto ti sei persa tutto il giorno?! Ma ti rendi conto?

– Che importa se è randagio o no? Aveva bisogno di aiuto. Se no, sarebbe morto

– E io invece sarei qui senza cena! Torno a casa, e trovo tutto vuoto.

– Marco, non sei un bambino, sospirò Silvia. In freezer ci sono dei tortellini, potevi farteli tu. So che di solito vuoi altro, ma se proprio morivi di fame

– Tortellini surgelati? Ma per chi mi hai preso? Che sono, un poveraccio? E oggi, tra laltro, IO sono stato al lavoro tutto il giorno! Perché dovrei pure cucinarmi da solo?

Nonostante la stanchezza, Silvia cucinò la cena preferita di Marco, pur sapendo che non avrebbe ricevuto nemmeno un grazie. Solo per evitare unaltra discussione.

Dopo due settimane finalmente riportò il gatto a casa.

Aveva già comprato tutto il necessario senza dire niente a Marco, sperando che avrebbe accettato la sua decisione. In fondo la casa era sua, Marco non era nemmeno suo marito, e non aveva mai pensato a una proposta.

Ma si sbagliava. Appena Marco vide il gatto, scoppiò una lite furibonda.

– Hai portato questo gatto in casa?! Ma sei impazzita?! Forse sei andata di capoccia sotto la macchina stamattina?

– Marco, calmati. Ora sono responsabile di lui, punto.

– E quanto hai speso per le sue cure? E quanto continuerai a spendere?!

– Sono soldi miei. Faccio quello che voglio. E tu con me non ti giustifichi mai, non compri nemmeno la spesa, anche se ti piace mangiare bene.

– Devo ricordarti che ho una macchina che mi prosciuga i risparmi? E qualche problema col lavoro. Non sviare le cose! Non si parla di me, ma di questo qua!

– Si chiama Leone.

– Gli hai anche dato un nome?! Ma sei da ricovero. Stai davvero fuori di testa!

Quella notte Silvia dormì nel suo studio. Meno male che la casa aveva due camere. Passò la notte a pensare

Pensò alla sua relazione con Marco.

Stavano insieme da meno di un anno, ma le cose non funzionavano più. Marco era diventato sempre più esigente e, ora, anche aggressivo. Urlava spesso, la umiliava. Erano segnali di una relazione malata, ma Silvia decise di concedergli unultima chance.

Tutti meritano quella possibilità. Spettava solo a Marco farne buon uso.

Purtroppo, non ci riuscì. Continuò con le sfuriate per il gatto, ripetendo che sarebbe dovuto stare per strada, e Silvia stava in silenzio ascoltando traendone le sue conclusioni. Finché una sera non resistette oltre:

– Marco, non ti amo più. E tu non ami me. Perciò smettiamola di farci soffrire, ok?

– E questo cosa vuol dire?

– Domani ti prepari le tue cose e te ne vai da casa mia. Sono stufa dei tuoi scatti dira. Voglio silenzio e serenità.

– Quindi, porti qui un gatto senza nemmeno interpellarmi, e io sono quello che crea problemi? Ma guarda un po chi si scopre

– Se non accetti che il gatto viva con noi, allora non possiamo più vivere insieme. Trovatene una senza animali. O meglio, comprati una casa tua e lì comanda come ti pare.

Silvia aveva il giorno libero, quindi il momento per chiudere era perfetto.

Marco provò a farle cambiare idea, ma gli passò subito.

Appena sentiva parlare del gatto, gli si accendevano certi nervi Silvia capì che era la decisione giusta. Con lui non avrebbe mai conosciuto la felicità.

Marco rimandò il più possibile il momento della partenza, raccattando le sue cose svogliatamente per casa.

Silvia stava bevendo un tè quando la chiamò la sua direttrice:

– Silvia cara, so che mi avevi chiesto la giornata libera, ma abbiamo proprio bisogno di te, puoi venire?

– Signora Rosa, proprio ora ho dei casini Silvia guardò Marco che faceva la valigia.

Doveva portare via anche il suo portatile e gli attrezzi in balcone.

– Te lo chiedo davvero solo unoretta, noi senza di te siamo persi.

Silvia sospirò, finì il suo tè e cominciò a vestirsi. A Marco disse solo di lasciare le chiavi nella cassetta della posta. Lui annuì cupo, con una tale espressione di odio che Silvia rabbrividì.

Per sua fortuna, in ufficio non la trattennero troppo. Dopo quaranta minuti chiamò un taxi.

– Salve, come sta il suo gattino?

Silvia guardò il tassista e lo riconobbe subito: era quello che laveva accompagnata la prima volta in clinica.

– Grazie, ora sta meglio. Ma potremmo andare subito a casa? Ho fretta.

– Come no, rispose lui con un gran sorriso.

Appena entrò nel palazzo, la prima cosa che fece fu controllare la cassetta della posta. Le chiavi non cerano. Né lauto di Marco era parcheggiata si sotto.

Magari non ha ancora finito i bagagli pensò.

Ma quando salì al quarto piano e girò la chiave nella serratura, trovò la porta chiusa dallinterno. Aprì, entrò Le valigie erano sparite. Il portatile pure. Anche gli attrezzi erano spariti dal balcone.

– Gli avevo proprio chiesto di lasciare le chiavi qui toccherà cambiare la serratura.

Poi Silvia andò in camera e si bloccò sulla soglia

Leone non era nel letto. Né la sua cuccia nellangolo. Corse per tutta casa chiamandolo, ma del gatto nessuna traccia. Ormai era chiaro: Marco laveva portato via. Ma perché?

– Marco! Ma sei fuori? Perché hai preso Leone? gridò Silvia, riuscendo finalmente a chiamarlo.

– Perché?! Una sorpresa per te, cara Silvia! Vieni a supplicarmi, magari te lo restituisco!

– Ti rendi conto di cosa stai facendo? Leone ha bisogno di cure ed unalimentazione speciale!

Silvia urlava ancora qualcosa, ma lui aveva già messo giù.

E adesso dove lo vado a cercare? – piangeva Silvia rannicchiata vicino al muro Dove potrebbe essere andato?

Prima di conoscere Silvia, Marco aveva vissuto in unaltra città non ne parlava mai, prometteva di portarla a vedere i suoi posti ma non laveva mai fatto davvero.

Non dormì tutta la notte, la mattina dopo fu subito allazienda di Marco.

Ma lì le dissero che si era preso qualche giorno libero. Appena torna, gli dico qualcosa io rassicurò il direttore. Silvia spiegò rapidamente quanto era successo. Poi uscì, chiamò di nuovo Marco telefono spento.

– Salve, serve un passaggio?

Silvia si voltò sorpresa, quasi spaventata. Era il solito tassista che si affacciava dal finestrino.

– Sì, grazie mi porti a casa

Era allo stremo e senza idee su cosa altro fare.

– Sali, disse il tassista.

Durante il tragitto, il telefono squillò: numero sconosciuto.

– Pronto, chi parla?

– Lei è Silvia? una voce di donna.

– Sì Chi è?

– Guardi, ieri sera Marco il suo ex è venuto a casa nostra, mio marito lavora con lui e gli aveva promesso ospitalità per qualche giorno.

– Cera anche il gatto? Lo aveva con sé?

– Sì le spiego. Marco ha bevuto parecchio ieri, parlava continuamente del fatto che, grazie al gatto, avrebbe ottenuto quello che voleva da lei Ma il gatto qui sta malissimo, miagola di continuo dalla cuccia. Si vede che sente la sua mancanza.

– Per carità, non dategli nulla da mangiare: ha una dieta speciale, non può mangiare tutto.

– Ho provato a dargli qualcosa, ma non mangia nulla. Guardi, io non amo certi comportamenti Marco magari è amico di mio marito, ma il gatto non centra nulla. Non si merita tutto questo. Vuole venire a prenderlo quanto prima?

– Certo, detti subito lindirizzo!

Silvia spiegò tutto al tassista che, dopo aver ascoltato in silenzio, fece solo un cenno col capo e accelerò.

Nel tempo di percorrenza si sentì le gambe molli almeno dieci volte per la guida spericolata, ma lui procedeva imperturbabile, dritto e deciso.

Davanti al portone giusto, fu tutto confuso e frenetico. Silvia corse scale su fino al terzo piano, bussò alla porta giusta, afferrò la cuccia col gatto, ringraziò mille volte la signora, e tornò di corsa di sotto dove il tassista le apriva già lo sportello.

Quando il caseggiato dove Marco aveva tenuto prigioniero Leone scomparve dietro la curva, Silvia tirò un sospiro di sollievo e pianse tutto il viaggio per la gentilezza di quelle persone: la nonnina in clinica, il tassista, la ragazza che laveva chiamata. Finché in Italia ci saranno persone così, il bene vincerà sempre sul male.

– Vuole che resti con lei? chiese il tassista. Magari se torna il suo ex, è meglio non essere soli.

– Sì, la prego! accettò Silvia di slancio.

Quella sera stessa chiamò un fabbro che cambiò la serratura. Il tassista si chiamava Vittorio rimase con lei e Leone, che si mise subito a ronfare sulle sue ginocchia.

Silvia fu profondamente grata a Vittorio. Di tutto. Di essere stato presente. E da lì, la loro amicizia si trasformò lentamente in amore.

Quanto a Marco, ne vale la pena dire due parole.

Venne cacciato in malo modo dallamico che lo ospitava, appena questi seppe che aveva minacciato sua moglie. Si prese pure un bel pugno sotto locchio.

Quando andò al lavoro, il capo gli chiese di dare le dimissioni.

– Perché? balbettava Marco.

– Perché è meglio così, rispose duro il capo. Su, firma e basta.

Marco non poté fare altro che tornare nella sua chissà dove città originaria.

Una fine giusta.

Perché non si tratta così gli animali. E nemmeno le persone. Se non si riesce ad amarli… quantomeno bisogna trattarli con umanità.

Quel giorno ho imparato che la bontà vera viene sempre ricompensata. Non bisogna mai aver paura di fare la cosa giusta, anche restando soli. Il bene, prima o poi, riceve sempre indietro un sorriso.

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