Per anni ho combattuto con l’infertilità senza riuscire a rimanere incinta, finché non è accaduto un vero miracolo. Tuttavia, la reazione di mio marito non ha rispecchiato la mia gioia.

Quando ho dato la notizia della mia gravidanza a mio marito, il suo volto è rimasto impassibile, privo di qualsiasi traccia di emozione. Dentro di me speravo che sarebbe esploso di gioia, che avrebbe preso tra le mani il mio viso e mi avrebbe abbracciato. Invece, restava lì, seduto alla tavola della nostra cucina di Modena, con lo sguardo fisso nel vuoto e la voce spenta. Abbiamo sempre desiderato diventare genitori, affrontando visite, analisi e mille speranze deluse. Forse, pensai, lui si era ormai arreso allidea che non sarebbe mai diventato padre. Eppure, solo qualche settimana prima, aveva persino suggerito di adottare. Adesso però era come se quel sogno si fosse già spento nei suoi occhi. Gli ruotò appena un angolo delle labbra, mentre unespressione amara tagliava il suo viso. Cercai di convincermi che aveva solo bisogno di tempo per elaborare la notizia, di voler credere che attraversasse un periodo difficile.

Ma il mio cuore era pieno di gioia. Camminavo leggera, come se danzassi sulle nuvole, finalmente con la certezza che ciò che avevo tanto desiderato diventava realtà. La mia gravidanza però fu tutto tranne che semplice. Mi ritrovai spesso allospedale Maggiore di Bologna, costretta infine a lasciare il lavoro presso la pasticceria nel centro, per necessità. Mi aspettavo che lui mi stesse vicino, che mi sostenesse almeno con una parola gentile. Invece lindifferenza prese possesso di lui, insieme allirritazione. Ogni giorno diventava più burbero, più distante, quasi crudele. Essere incinta non significa stare a non fare nulla tutto il giorno, mi aveva detto più volte, con uno sguardo che mi attraversava come una lama. Io ho bisogno di una moglie. Sono stanco di mandare avanti la casa da solo, di sgobbare come un mulo dalle sei del mattino fino alla sera. Cercai di spiegargli, ancora e ancora, che i medici ci avevano raccomandato di non affaticarmi, di non sollevare pesi e di essere prudenti per non mettere a rischio la salute del bambino. Ogni tentativo di farmi ascoltare scivolava su di lui come pioggia sulla pietra.

Il tempo passò e, alla fine, arrivai durgenza ancora una volta in ospedale. Ma lui non mi chiamò nemmeno per sapere come stavo, non venne mai a trovarmi, nemmeno un messaggio. Il parto fu dimprovviso, un cesareo imprevisto, e nostro figlio nacque troppo presto ma, grazie a Dio, sano. Con il cuore che sprizzava felicità, lo chiamai subito per dargli questa notizia bellissima. Il suo unico commento fu: Congratulazioni, la parola più dolce che avessi mai sentito da lui eppure così amara.

Quando finalmente uscii dallospedale e rientrai a casa, trovai la porta chiusa, i suoi vestiti spariti dagli armadi. Se nera andato. Il cuore crollò, ma dovevo restare forte per mio figlio. Fra le lacrime, presa dal terrore di non farcela, giurai solennemente a me stessa che avrei fatto di tutto per garantire a mio figlio la felicità e un futuro sereno. Che avrei lottato, sola, ma libera, in questa nostra Italia, per costruire una nuova vita solo per noi due.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

eight − 1 =

Per anni ho combattuto con l’infertilità senza riuscire a rimanere incinta, finché non è accaduto un vero miracolo. Tuttavia, la reazione di mio marito non ha rispecchiato la mia gioia.
Senza fortuna non ci sarebbe felicità — Ma come ha potuto portarti via, sciocca che sei! Chi ti vorrà mai adesso, con un bambino in grembo! E come pensi di crescerlo?! Non aspettarti aiuti da me, sia chiaro! Ti ho cresciuta io, ora dovrei anche portare il peso delle tue scelte? Fuori da casa mia, prendi le tue cose e sparisci! Maricica ascoltava gli strilli, con gli occhi bassi. L’ultima speranza che la zia le concedesse almeno qualche giorno per trovare un lavoro, svaniva davanti ai suoi occhi. — Se solo fosse viva mamma… Del padre non aveva mai saputo nulla e la madre era morta quindici anni prima, travolta sulle strisce da un guidatore ubriaco. Le autorità volevano portarla in orfanotrofio, quando era spuntato un lontano parente – un cugino di terzo grado della madre. L’aveva presa con sé perché aveva una casa e un lavoro stabile, almeno per le carte. Vivevano nella periferia di una cittadina del Sud Italia, dove d’estate il sole brucia e d’inverno piove sempre. La ragazza non era mai stata affamata, vestita sempre dignitosamente, ed aveva imparato presto a lavorare – in una casa con cortile e animali, c’era sempre da fare. Forse le mancava l’amore di una mamma, ma a chi importava? Aveva studiato bene e, finito il liceo, era entrata alla facoltà di Scienze della Formazione. Gli anni universitari erano volati e adesso, con la laurea in mano, tornava nella città natale. Ma stavolta il cuore era pesante. — Vai via, e non farti più vedere! — Zia Viorica, ma almeno… — Ho detto basta! La ragazza prese la valigia e uscì nel caldo torrido della giornata. Come era arrivata a questo punto? Umiliata, respinta, con il pancino appena accennato – aveva però riconosciuto la gravidanza, non poteva mentire. Doveva trovare un riparo. Camminava a testa bassa, sommersa dai pensieri, quando una voce la fermò: — Vuoi un po’ d’acqua, cara? Una donna robusta, sulla cinquantina, la guardava con occhi curiosi. — Entra pure, se sei tranquilla. Le porse una brocca d’acqua fresca. Maricica si sedette su una panca e bevve tutta d’un fiato. — Posso fermarmi un attimo? Fa un caldo… — Resta pure, bella mia. Di dove sei? Vedo che hai il bagaglio. — Ho finito l’università, cerco un posto come maestra. Ma non ho dove stare… Conosci qualcuno che affitta? La donna, che si chiamava Rodica, la studiava. Era pulita, ma aveva occhi segnati. — Puoi stare da me. Chiederò poco, ma devi pagare puntuale. Se ti va bene, ti faccio vedere la stanza. Contenta della compagnia e di un’entrata in più nel paese isolato, la accompagnò in una cameretta, finestra sul frutteto. Letto, armadio vecchio, tavolo – bastava. Nei giorni seguenti, Maricica si sistemò e iniziò a lavorare. Fece amicizia con Rodica, aiutando in casa. Ogni sera, bevevano tè sotto la vite parlando della vita. La gravidanza procedeva bene. La ragazza confidò la sua storia: Ion, il fidanzato dell’università, figlio di professori benestanti, l’aveva lasciata alla prima notizia. Lei aveva preso i soldi che lui le aveva lasciato – le sarebbero serviti. — Hai fatto bene a non abortire, brontolò Rodica. Quel bambino innocente saprà portarti gioia. A febbraio, iniziarono le doglie. Rodica la accompagnò in ospedale. Maricica diede alla luce un bel maschietto – Elia. In reparto, sentì parlare di una neonata, figlia di una donna fuggita subito dopo il parto. — Qualcuno la vuole allattare? È debole, disse un’infermiera. Maricica l’abbracciò. Era una creatura bianca come la neve. — Ti chiamerò Malina, sussurrò. Quando il capitano Doriano Gallo, padre della piccola, si presentò, tutto cambiò. Il giorno delle dimissioni, un’auto con palloncini azzurri e rosa era fuori ad aspettarla. Il militare la aiutò a salire, porgendole due pacchi: uno azzurro, uno rosa. Paese intero parlò a lungo del matrimonio che seguì. Il capitano, colpito dalla bontà della ragazza, le chiese di sposarlo. E così Maricica, con Elia in braccio e Malina adottata, entrò in una nuova vita. Chi avrebbe mai detto che un giorno d’estate rovente, con una brocca d’acqua, avrebbe cambiato il destino di tutti? Così è la vita – volta pagine che non hai mai letto.