Senza il “bisogna fare” Anton aprì la porta e vide sul tavolo della cucina tre piatti di pasta ormai secchi, un vasetto di yogurt rovesciato e un quaderno a quadretti aperto. Lo zaino di Cosimo era abbandonato in mezzo al corridoio, Vera era seduta sul divano immersa nel suo telefono. Posò la borsa a terra, si tolse le scarpe. Voleva parlare dei piatti, ma la stanchezza gli serrò la gola, si avvicinò al tavolo, prese un piatto e lo portò al lavandino. — Papà, lo lavo io tra poco — disse Vera senza alzare gli occhi. — Ok. Aprì l’acqua, bagnò il piatto. La pasta rinsecchita si staccò e scivolò verso lo scarico. Spense l’acqua, rimase lì a guardare le stoviglie bagnate. — Vera, dov’è Cosimo? — In camera, fa matematica. — E tu? — Ho già fatto tutto. Si asciugò le mani, entrò nella stanza di Cosimo. Il figlio era sdraiato sul tappeto, la testa poggiata sul pugno, sul quaderno aveva scritto appena un esercizio e mezzo. — Ciao — salutò Anton. — Ciao. — Come va? — Bene. — Compiti? — Li sto facendo. Anton si sedette sull’orlo del letto. Cosimo gli lanciò un’occhiata veloce, poi tornò al quaderno. — Sei strano, papà. — Non so — disse Anton. — Sono solo stanco, credo. Non lo sapeva davvero. Stamattina l’aveva chiamato la madre, voleva che lui andasse ad aiutarla a sistemare l’armadio, poi al lavoro una riunione fino alle sei, e in metropolitana schiacciato contro la porta. Ora, seduto in camera di Cosimo, si rendeva conto che non voleva parlare di piatti, di compiti, di ordine. Non voleva essere solo la funzione che entra in casa e si attiva. — Senti, vogliamo riunirci un attimo in cucina? — propose. — Tutti insieme. — A che serve? — Per parlare. Cosimo fece una smorfia. — Ancora per il voto basso in italiano? — No. Solo per parlare. — Papà, non ho finito i compiti. — Li finirai dopo. Cinque minuti. Anton uscì, chiamò Vera. Lei sollevò lo sguardo e sospirò, scocciata. — Davvero? — Davvero. Buttò il telefono sul divano e lo seguì. Cosimo uscì dalla sua stanza e si fermò sulla soglia della cucina, come indeciso. Anton si sedette a tavola e mise da parte il quaderno. Vera si sedette di fronte, Cosimo si accomodò all’angolo della sedia. — Cos’è successo? — chiese Vera. — Niente. — E allora? Anton li guardò uno dopo l’altro. Cosimo aveva gli occhi inquieti, come se aspettasse una brutta notizia. — Voglio solo parlare — disse Anton. — Davvero. Senza il “bisogna fare i compiti”, “bisogna lavare i piatti”, niente di tutto questo. — Quindi i piatti non si lavano più? — chiese Cosimo, cauto. — Li laveremo dopo. Sto parlando d’altro. Vera incrociò le braccia. — Sei strano oggi. — Sì, lo so — ammise lui. — Forse perché sono stanco di fingere che sia tutto a posto. Rimasero in silenzio. Anton cercava le parole ma trovava solo vuoto. — Non so come dirlo — iniziò. — Ma mi sembra che tutti facciamo finta. Io torno, voi fate finta che sia tutto a posto, io fingo di crederci. Parliamo di scuola, di cena, ma in realtà non parliamo di niente. — Papà, ci stai caricando — disse Vera a bassa voce. — Perché? — Non lo so. Forse perché io stesso non ce la faccio, e temo che anche voi abbiate difficoltà e io non le vedo, preso dai miei pensieri. Cosimo corrugò la fronte. — Io ce la faccio. — Davvero? — Anton lo guardò. — Allora perché sono due settimane che ti addormenti sempre dopo mezzanotte? Cosimo tacque, fissando il tavolo. — Ti sento che ti rigiri — continuò Anton. — E al mattino sembri uno che non ha dormito affatto. — Non ho sonno. — Cosimo. — E allora? — Dimmi la verità. Cosimo fece una smorfia e si voltò. — A scuola va tutto bene. Faccio i compiti. Cos’altro? — Non chiedo dei compiti. Vera intervenne: — Papà, perché lo interroghi? — Non lo interrogo. Voglio capire. — Ma lui non vuole parlare. E ha il diritto. Anton la guardò negli occhi. — Ok. Allora tu, come va? Lei sorrise, ironica. — Io? Benissimo. Studio, chatto con le amiche, tutto come deve essere. — Vera. Tacque, distolse lo sguardo. — Cosa? — È un mese che non esci quasi mai. Le amiche ti hanno invitato due volte e tu hai detto di no. — E allora? Non ne avevo voglia. — Perché? Storse le labbra. — Perché sono stufa di loro, delle loro chiacchiere sugli ragazzi e sulle sciocchezze. Ok? — Ok — disse lui. — Solo che mi sembra tu sia triste. Scosse la testa, come per liberarsi di un peso. — Non sono triste. — Va bene. Calarono il silenzio, rotto solo dal ronzio del frigo. — Senti — disse Anton piano — non voglio fare il papà che vi educa. E nemmeno che voi mi consolate. Dico solo una cosa: ho paura. Tutti i giorni. Ho paura che i soldi non bastino, che la nonna si ammali e non lo dica, che al lavoro mi licenzino. Ho paura che voi stiate passando qualcosa e io non me ne accorga, intento a pensare ai miei problemi. E sono stanco di fingere che sia tutto sotto controllo. Vera lo osservò con attenzione. — Ma sei un adulto — disse piano. — Dovresti farcela. — Lo so. Ma non sempre ci riesco. Cosimo alzò la testa. — E se non ce la fai che succede? — Non lo so — rispose Anton sinceramente. — Forse dovrò chiedere aiuto. — A chi? — A voi, per esempio. Cosimo si fece serio. — Ma siamo bambini. — Sì, siete bambini. Ma fate parte della famiglia. A volte avrei bisogno solo che mi diciate la verità. Non “è tutto ok”, ma come sta davvero andando. Vera passò la mano sul tavolo, come a raccogliere briciole invisibili. — Perché ti serve saperlo? — Per non sentirmi solo. Lei lo guardò e Anton vide un barlume di comprensione. — In realtà ho paura di andare a scuola — disse Cosimo d’improvviso. — C’è un ragazzo che ogni giorno mi ripete che sono stupido. Sempre. E tutti ridono. Anton sentì un nodo stringersi nel petto. — Come si chiama? — Non lo dico. Tu ti metti a fare storie e poi è peggio. — Non lo farò. Lo prometto. Cosimo lo fissò dubbioso. — Davvero? — Davvero. Ma devo sapere che non sei solo. Cosimo annuì e abbassò la testa. — Non sono solo. C’è Dima, lui è ok. Stiamo insieme. — Bene. Vera sospirò. — Non voglio andare all’università — disse piano. — Tutti mi chiedono dove andrò, io non lo so. Proprio non lo so. E ho paura di non andare da nessuna parte, perché non sono brava in niente. — Vera, hai quattordici anni. — E allora? Tutti hanno già deciso. Io no. — Non tutti. — Tutte quelle che conosco sì. Anton ci pensò. — Quando avevo la tua età volevo fare il geologo. Poi ho cambiato idea. E ancora cambio. Ora lavoro in un settore che non avrei mai pensato. — E come va? — A volte bene, a volte è dura. Ma la vita non deve essere decisa tutto in anticipo. Vera annuì, poco convinta. — Solo che tutti dicono che bisogna scegliere. — Lo dicono — confermò lui. — Ma sono parole loro, non tue. Lei lo guardò, quasi sorridendo. — Oggi sei diverso. — Sono stanco di fare il perfetto. Cosimo sbuffò. — Posso chiederti una cosa? — Certo. — Hai davvero paura? — Sì. — E cosa fai quando hai paura? Anton rifletté. — Mi alzo e faccio qualcosa. Anche se non so se è giusto. Lo faccio. Cosimo annuì. — Capito. Restarono in silenzio. Anton li guardava, consapevole che non aveva risolto nulla, non aveva dato risposte né tolto preoccupazioni. Ma qualcosa era cambiato: aveva mostrato loro che poteva essere umano, non solo una funzione, e loro avevano risposto allo stesso modo. — Va bene — disse Vera alzandosi. — Ora i piatti li laviamo. — Ti aiuto — disse Cosimo. — Anch’io — aggiunse Anton. Si alzarono, Vera aprì il rubinetto, Cosimo prese la spugna. Anton raccolse il canovaccio per asciugare. Lavoravano in silenzio, una silenzio diversa da quella di prima. Non vuota, ma piena. Quando l’ultimo piatto fu messo a sgocciolare, Vera si asciugò le mani e guardò il papà. — Papà, possiamo parlarne ancora? Qualche altra volta? — Certo — rispose lui. — Quando vuoi. Lei annuì e se ne andò in camera. Cosimo si attardò sulla soglia. — Grazie che non ti metti a fare storie con quel ragazzo — disse. — Ma se va davvero male, me lo dici? — Te lo dico. — Ok, allora torniamo ai compiti di matematica. Entrarono in camera di Cosimo, si sedettero sul tappeto. Anton prese il quaderno, guardò gli esercizi. Cosimo si avvicinò e cominciarono a svolgerli insieme, senza fretta, quasi come sempre. Ma ora Anton sapeva che dietro quegli esercizi c’era un ragazzino che aveva paura, e che lui poteva star vicino non solo da controllore, ma da chi ha paura, ma si alza lo stesso ogni mattina. Era poco, ma era un inizio.

Senza dover

Andrea aprì la porta di casa e vide sul tavolo della cucina tre piatti con pasta secca, un barattolo di yogurt rovesciato e un quaderno a quadretti aperto. Lo zaino di Matteo era in mezzo al corridoio, Chiara stava sul divano, immersa nel suo telefono.

Appoggiò la borsa a terra, si tolse le scarpe. Voleva dire qualcosa riguardo ai piatti, ma la stanchezza gli strinse la gola e si limitò ad avvicinarsi al tavolo, prendendo un piatto da portare al lavandino.

Papà, li lavo io dopo, disse Chiara senza staccare gli occhi dal telefono.

Va bene.

Accese lacqua, lasciò che la pasta si ammorbidisse e andasse via dallo scarico. Spense il rubinetto e rimase a fissare i piatti bagnati.

Chiara, dove sta Matteo?

Nella sua stanza. Sta facendo matematica.

E tu?

Io ho finito tutto.

Asciugò le mani, attraversò il corridoio verso la stanza di Matteo. Il figlio era sdraiato sul tappeto, la testa appoggiata su un pugno, nel quaderno cerano appena uno e mezzo esercizi svolti.

Ciao, disse Andrea.

Ciao.

Come va?

Bene.

I compiti?

Ci sto lavorando.

Andrea si sedette sul bordo del letto. Matteo lo osservò di sbieco, poi si concentrò di nuovo sul quaderno.

Papà, hai bisogno di qualcosa?

Non lo so, disse Andrea. Forse sono solo stanco.

Era vero. La mattina sua madre laveva chiamato, chiedendo aiuto per svuotare larmadio; al lavoro la riunione era durata fino alle sei, nella metropolitana era rimasto schiacciato contro la porta. Ora, seduto nella stanza di Matteo, si rendeva conto di non voler più parlare di piatti, compiti o ordine. Non voleva più essere una funzione che si attiva appena entra in casa.

Senti, venite in cucina tutti insieme, propose. Tutti e tre.

Perché?

Parliamo un po.

Matteo fece una smorfia.

Di nuovo con la storia del brutto voto in italiano?

No. Voglio solo parlare.

Papà, non ho ancora finito i compiti.

Li finirai dopo. Cinque minuti.

Si alzò, chiamò Chiara. Lei sollevò lo sguardo e sbuffò infastidita.

Ma sul serio?

Sul serio.

Appoggiò il telefono sul divano e lo seguì. Matteo uscì dalla stanza, si fermò sulla soglia della cucina come se non avesse voglia di entrare.

Andrea si mise a sedere, spostando il quaderno. Chiara prese posto davanti, Matteo si sedette piano sul bordo della sedia.

Che cè? domandò Chiara.

Niente.

Allora perché questa riunione?

Andrea guardò prima lei, poi Matteo. Negli occhi di suo figlio cera un velo di preoccupazione, come se si aspettasse una cattiva notizia.

Voglio soltanto parlare, disse Andrea. Sinceramente. Senza devi fare i compiti, devi pulire i piatti, e tutte queste cose.

Quindi posso non lavarli più? chiese timidamente Matteo.

Li laviamo dopo. Sto parlando daltro.

Chiara incrociò le braccia.

Sei strano oggi.

Strano sì, ammise Andrea. Forse perché sono stanco di fingere che vada tutto bene.

Ci fu silenzio. Le parole non gli venivano, solo vuoto nella testa.

Non so come si fa, iniziò. Mi sembra che ci mentiamo a vicenda. Io arrivo, voi fate finta che tutto sia a posto, io faccio finta di crederci. Si parla di scuola, di pranzo, ma in realtà non parliamo mai davvero.

Papà, ci stai caricando di problemi, mormorò Chiara. Perché?

Forse perché non ce la faccio, e ho paura che nemmeno voi ce la facciate, ma nemmeno so con cosa.

Matteo si corrugò.

Io ce la faccio.

Davvero? Andrea lo fissò. Allora perché sono due settimane che ti addormenti sempre dopo mezzanotte?

Matteo rimase in silenzio, fisso sul tavolo.

Ti sento girarti la notte, disse Andrea. E la mattina sembri svegliarti senza aver dormito.

Non ho sonno.

Matteo.

Cosa?

Dimmi la verità.

Matteo si strinse nelle spalle, voltandosi.

A scuola va tutto bene. Sto facendo i compiti. Cosaltro vuoi?

Non sto parlando dei compiti.

Chiara intervenne:

Papà, perché lo interroghi?

Non sto interrogando. Voglio capire.

Ma lui non vuole parlare. Lascia stare, è un suo diritto.

Andrea si rivolse a lei.

Daccordo. Allora tu, dimmi come vai.

Chiara fece un sorriso forzato.

Io? Benissimo. Studio, sento le amiche, tutto normale.

Chiara.

Lei tacque, lo sguardo altrove.

Cosa cè?

Da un mese non esci quasi mai. Le amiche ti hanno invitata due volte, hai rifiutato.

Quindi? Non avevo voglia.

Perché?

Chiara si morse le labbra.

Mi sono stancata di loro, delle chiacchiere sui ragazzi e di inutilità. Va bene?

Va bene, disse Andrea. Solo, mi sembri triste.

Lei scosse la testa come per liberarsi da un pensiero.

Non sono triste.

Va bene.

Ci fu silenzio, solo il ronzio del frigorifero dietro di loro.

Vi dico una cosa, Andrea parlò piano. Non voglio insegnarvi niente adesso. E non voglio che mi tranquillizziate. Voglio solo dirvi la verità: ho paura. Tutti i giorni. Ho paura che non bastino i soldi, che la nonna si ammali e non ci dica niente, che mi licenzino. Ho paura che soffriate e io non me ne accorga, perché sono troppo preso da me stesso. E sono stanco di fingere di avere tutto sotto controllo.

Chiara lo scrutò a lungo, più attenta.

Ma tu sei adulto, sussurrò. Dovresti farcela.

Lo so. Ma non ce la faccio sempre.

Matteo sollevò la testa.

E se non ce la fai?

Non lo so, rispose Andrea con sincerità. Forse dovrò chiedere aiuto.

A chi?

A voi, ad esempio.

Matteo aggrottò le sopracciglia.

Ma noi siamo bambini.

Siete ragazzi, sì. Ma siete parte della famiglia. E qualche volta ho bisogno che mi diciate la verità. Non va tutto bene, ma come stanno davvero le cose.

Chiara passò la mano sul tavolo, raccogliendo briciole invisibili.

Ma perché vuoi sapere?

Per non sentirmi solo.

Lei lo guardò, e Andrea ci scorse qualcosa di simile alla comprensione.

Ho paura di andare a scuola, Matteo disse allimprovviso. Un ragazzo ogni giorno mi dice che sono stupido. E tutti ridono.

Andrea sentì un tuffo nel petto.

Come si chiama?

Non te lo dico. Se vai a parlare, peggiori tutto.

Prometto che non lo farò.

Matteo lo fissò, un po incredulo.

Davvero?

Davvero. Voglio solo che tu sappia che non sei solo.

Matteo annuì, guardando in basso.

Non sono solo. Cè Luca, è ok. Stiamo insieme.

Bene.

Chiara sospirò.

Non voglio andare alluniversità, disse piano. Tutti chiedono dove andrò, e io non lo so. Non lo so proprio. Mi sembra che non sarò mai pronta, che non so fare niente.

Chiara, hai quattordici anni.

E allora? Tutti hanno già deciso. Io no.

Non tutti.

Tutti quelli che conosco.

Andrea restò in silenzio.

Io a quattordici volevo fare il geologo. Poi ho cambiato idea, e ancora, e oggi lavoro dove mai avrei pensato.

E va bene così?

A volte sì, altre meno. È così la vita, non deve essere definita in anticipo.

Chiara annuì, poco convinta.

Però tutti dicono che bisogna decidere.

Lo dicono, confermò Andrea. Ma sono le loro parole, non le tue.

Lei lo guardò quasi sorridendo.

Oggi sei davvero diverso.

Sono stanco di essere quello giusto.

Matteo si fece serio.

Posso farti una domanda?

Certo.

Hai davvero paura?

Sì, davvero.

E cosa fai quando hai paura?

Andrea rifletté.

Mi alzo la mattina e faccio qualcosa. Anche senza essere sicuro che sia giusto. Faccio e basta.

Matteo annuì.

Capito.

Rimasero in silenzio. Andrea li guardava, sapendo di non aver risolto nulla, di non avere risposte, né soluzioni immediate. Ma qualcosa era cambiato: aveva mostrato che si può essere persone, non solo ruolo, e loro lavevano capito.

Allora, Chiara disse alzandosi, è ora di lavare i piatti.

Aiuto io, disse Matteo.

Anche io, aggiunse Andrea.

Si misero al lavoro, Chiara aprì il rubinetto, Matteo passò la spugna, Andrea asciugava. Lavoravano in silenzio, ma era diversa dalla solita: era pienezza, non vuoto.

Quando lultimo piatto fu sullo scolapiatti, Chiara si asciugò le mani e guardò il padre.

Papà, possiamo parlare ancora così ogni tanto?

Quando vuoi, rispose lui.

Lei annuì e si chiuse in camera. Matteo si fermò un attimo.

Grazie per non andare a litigare con quel ragazzo, disse.

Ma se diventa troppo brutto, me lo dici?

Te lo dirò.

Ora, finiamo la matematica.

Andarono nella stanza di Matteo, si sedettero insieme sul tappeto. Andrea prese il quaderno e lesse gli esercizi. Matteo gli si avvicinò e cominciarono a risolverli insieme, con calma, come di consueto. Ma Andrea ora sapeva che dietro quei numeri cera un ragazzo che aveva paura, e che lui poteva essere presente non solo come controllore, ma anche mostrando che anche chi ha paura continua a svegliarsi ogni mattina.

Era poco, ma era un inizio. In famiglia, il vero coraggio è aprirsi agli altri quando la sincerità crea lo spazio dove tutti possiamo sentirci meno soli.

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two × two =

Senza il “bisogna fare” Anton aprì la porta e vide sul tavolo della cucina tre piatti di pasta ormai secchi, un vasetto di yogurt rovesciato e un quaderno a quadretti aperto. Lo zaino di Cosimo era abbandonato in mezzo al corridoio, Vera era seduta sul divano immersa nel suo telefono. Posò la borsa a terra, si tolse le scarpe. Voleva parlare dei piatti, ma la stanchezza gli serrò la gola, si avvicinò al tavolo, prese un piatto e lo portò al lavandino. — Papà, lo lavo io tra poco — disse Vera senza alzare gli occhi. — Ok. Aprì l’acqua, bagnò il piatto. La pasta rinsecchita si staccò e scivolò verso lo scarico. Spense l’acqua, rimase lì a guardare le stoviglie bagnate. — Vera, dov’è Cosimo? — In camera, fa matematica. — E tu? — Ho già fatto tutto. Si asciugò le mani, entrò nella stanza di Cosimo. Il figlio era sdraiato sul tappeto, la testa poggiata sul pugno, sul quaderno aveva scritto appena un esercizio e mezzo. — Ciao — salutò Anton. — Ciao. — Come va? — Bene. — Compiti? — Li sto facendo. Anton si sedette sull’orlo del letto. Cosimo gli lanciò un’occhiata veloce, poi tornò al quaderno. — Sei strano, papà. — Non so — disse Anton. — Sono solo stanco, credo. Non lo sapeva davvero. Stamattina l’aveva chiamato la madre, voleva che lui andasse ad aiutarla a sistemare l’armadio, poi al lavoro una riunione fino alle sei, e in metropolitana schiacciato contro la porta. Ora, seduto in camera di Cosimo, si rendeva conto che non voleva parlare di piatti, di compiti, di ordine. Non voleva essere solo la funzione che entra in casa e si attiva. — Senti, vogliamo riunirci un attimo in cucina? — propose. — Tutti insieme. — A che serve? — Per parlare. Cosimo fece una smorfia. — Ancora per il voto basso in italiano? — No. Solo per parlare. — Papà, non ho finito i compiti. — Li finirai dopo. Cinque minuti. Anton uscì, chiamò Vera. Lei sollevò lo sguardo e sospirò, scocciata. — Davvero? — Davvero. Buttò il telefono sul divano e lo seguì. Cosimo uscì dalla sua stanza e si fermò sulla soglia della cucina, come indeciso. Anton si sedette a tavola e mise da parte il quaderno. Vera si sedette di fronte, Cosimo si accomodò all’angolo della sedia. — Cos’è successo? — chiese Vera. — Niente. — E allora? Anton li guardò uno dopo l’altro. Cosimo aveva gli occhi inquieti, come se aspettasse una brutta notizia. — Voglio solo parlare — disse Anton. — Davvero. Senza il “bisogna fare i compiti”, “bisogna lavare i piatti”, niente di tutto questo. — Quindi i piatti non si lavano più? — chiese Cosimo, cauto. — Li laveremo dopo. Sto parlando d’altro. Vera incrociò le braccia. — Sei strano oggi. — Sì, lo so — ammise lui. — Forse perché sono stanco di fingere che sia tutto a posto. Rimasero in silenzio. Anton cercava le parole ma trovava solo vuoto. — Non so come dirlo — iniziò. — Ma mi sembra che tutti facciamo finta. Io torno, voi fate finta che sia tutto a posto, io fingo di crederci. Parliamo di scuola, di cena, ma in realtà non parliamo di niente. — Papà, ci stai caricando — disse Vera a bassa voce. — Perché? — Non lo so. Forse perché io stesso non ce la faccio, e temo che anche voi abbiate difficoltà e io non le vedo, preso dai miei pensieri. Cosimo corrugò la fronte. — Io ce la faccio. — Davvero? — Anton lo guardò. — Allora perché sono due settimane che ti addormenti sempre dopo mezzanotte? Cosimo tacque, fissando il tavolo. — Ti sento che ti rigiri — continuò Anton. — E al mattino sembri uno che non ha dormito affatto. — Non ho sonno. — Cosimo. — E allora? — Dimmi la verità. Cosimo fece una smorfia e si voltò. — A scuola va tutto bene. Faccio i compiti. Cos’altro? — Non chiedo dei compiti. Vera intervenne: — Papà, perché lo interroghi? — Non lo interrogo. Voglio capire. — Ma lui non vuole parlare. E ha il diritto. Anton la guardò negli occhi. — Ok. Allora tu, come va? Lei sorrise, ironica. — Io? Benissimo. Studio, chatto con le amiche, tutto come deve essere. — Vera. Tacque, distolse lo sguardo. — Cosa? — È un mese che non esci quasi mai. Le amiche ti hanno invitato due volte e tu hai detto di no. — E allora? Non ne avevo voglia. — Perché? Storse le labbra. — Perché sono stufa di loro, delle loro chiacchiere sugli ragazzi e sulle sciocchezze. Ok? — Ok — disse lui. — Solo che mi sembra tu sia triste. Scosse la testa, come per liberarsi di un peso. — Non sono triste. — Va bene. Calarono il silenzio, rotto solo dal ronzio del frigo. — Senti — disse Anton piano — non voglio fare il papà che vi educa. E nemmeno che voi mi consolate. Dico solo una cosa: ho paura. Tutti i giorni. Ho paura che i soldi non bastino, che la nonna si ammali e non lo dica, che al lavoro mi licenzino. Ho paura che voi stiate passando qualcosa e io non me ne accorga, intento a pensare ai miei problemi. E sono stanco di fingere che sia tutto sotto controllo. Vera lo osservò con attenzione. — Ma sei un adulto — disse piano. — Dovresti farcela. — Lo so. Ma non sempre ci riesco. Cosimo alzò la testa. — E se non ce la fai che succede? — Non lo so — rispose Anton sinceramente. — Forse dovrò chiedere aiuto. — A chi? — A voi, per esempio. Cosimo si fece serio. — Ma siamo bambini. — Sì, siete bambini. Ma fate parte della famiglia. A volte avrei bisogno solo che mi diciate la verità. Non “è tutto ok”, ma come sta davvero andando. Vera passò la mano sul tavolo, come a raccogliere briciole invisibili. — Perché ti serve saperlo? — Per non sentirmi solo. Lei lo guardò e Anton vide un barlume di comprensione. — In realtà ho paura di andare a scuola — disse Cosimo d’improvviso. — C’è un ragazzo che ogni giorno mi ripete che sono stupido. Sempre. E tutti ridono. Anton sentì un nodo stringersi nel petto. — Come si chiama? — Non lo dico. Tu ti metti a fare storie e poi è peggio. — Non lo farò. Lo prometto. Cosimo lo fissò dubbioso. — Davvero? — Davvero. Ma devo sapere che non sei solo. Cosimo annuì e abbassò la testa. — Non sono solo. C’è Dima, lui è ok. Stiamo insieme. — Bene. Vera sospirò. — Non voglio andare all’università — disse piano. — Tutti mi chiedono dove andrò, io non lo so. Proprio non lo so. E ho paura di non andare da nessuna parte, perché non sono brava in niente. — Vera, hai quattordici anni. — E allora? Tutti hanno già deciso. Io no. — Non tutti. — Tutte quelle che conosco sì. Anton ci pensò. — Quando avevo la tua età volevo fare il geologo. Poi ho cambiato idea. E ancora cambio. Ora lavoro in un settore che non avrei mai pensato. — E come va? — A volte bene, a volte è dura. Ma la vita non deve essere decisa tutto in anticipo. Vera annuì, poco convinta. — Solo che tutti dicono che bisogna scegliere. — Lo dicono — confermò lui. — Ma sono parole loro, non tue. Lei lo guardò, quasi sorridendo. — Oggi sei diverso. — Sono stanco di fare il perfetto. Cosimo sbuffò. — Posso chiederti una cosa? — Certo. — Hai davvero paura? — Sì. — E cosa fai quando hai paura? Anton rifletté. — Mi alzo e faccio qualcosa. Anche se non so se è giusto. Lo faccio. Cosimo annuì. — Capito. Restarono in silenzio. Anton li guardava, consapevole che non aveva risolto nulla, non aveva dato risposte né tolto preoccupazioni. Ma qualcosa era cambiato: aveva mostrato loro che poteva essere umano, non solo una funzione, e loro avevano risposto allo stesso modo. — Va bene — disse Vera alzandosi. — Ora i piatti li laviamo. — Ti aiuto — disse Cosimo. — Anch’io — aggiunse Anton. Si alzarono, Vera aprì il rubinetto, Cosimo prese la spugna. Anton raccolse il canovaccio per asciugare. Lavoravano in silenzio, una silenzio diversa da quella di prima. Non vuota, ma piena. Quando l’ultimo piatto fu messo a sgocciolare, Vera si asciugò le mani e guardò il papà. — Papà, possiamo parlarne ancora? Qualche altra volta? — Certo — rispose lui. — Quando vuoi. Lei annuì e se ne andò in camera. Cosimo si attardò sulla soglia. — Grazie che non ti metti a fare storie con quel ragazzo — disse. — Ma se va davvero male, me lo dici? — Te lo dico. — Ok, allora torniamo ai compiti di matematica. Entrarono in camera di Cosimo, si sedettero sul tappeto. Anton prese il quaderno, guardò gli esercizi. Cosimo si avvicinò e cominciarono a svolgerli insieme, senza fretta, quasi come sempre. Ma ora Anton sapeva che dietro quegli esercizi c’era un ragazzino che aveva paura, e che lui poteva star vicino non solo da controllore, ma da chi ha paura, ma si alza lo stesso ogni mattina. Era poco, ma era un inizio.
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