Un giorno intero senza bugie: ventiquattro ore di verità per un capo della regione alla vigilia di Capodanno, tra discorsi pubblici, crisi familiare e il dilemma di una comunicazione davvero sincera nell’Italia di oggi

Ventiquattro ore senza bugie

Quando ho capito che il cliente non aveva di nuovo imparato il discorso, mancavano tre giorni a Capodanno. In studio già stavano allestendo un fuoco dartificio che non avrebbe mai brillato.

Non cari amici, ho detto, osservando il gobbo. Non è solo banale, è proprio morto. Diciamo buona sera. Basta con cari.

Il candidato, governatore di una provincia né piccola né grande, ma sicuramente pieno di ambizione, sbadigliò e si grattò il collo.

E stimati si può usare? chiese Loro ci stimano, no?

Non ci stimano, risposi distinto, correggendomi subito: Però facciamo finta che ci stimino, e loro fanno finta di crederci. Così funziona la festa.

Nel piccolo ufficio al quarto piano di un centro affari in affitto, fra tre faretti, un alberello di Natale e un chroma key stampato con il Quirinale sullo sfondo, mi aspettavano due versioni del discorso. La prima, classica: abbiamo fatto molto, ma cè ancora tanto da fare, ognuno di voi, insieme. La seconda, un po più umana, con una storia personale del governatore che da bambino festeggiava il Capodanno in una casa di ringhiera. Ovviamente, era tutta inventata.

Si parte con i ringraziamenti, dissi, porgendogli il primo foglio. Poi la promessa. Poi un quadro caldo sulla famiglia. Poi un breve ponte verso il futuro. Niente dettagli, solo emozioni. Lei non è il ragioniere, è il simbolo.

Non sono mai stato ragioniere, rise. A scuola mi bocciarono due volte in matematica.

Tanto meglio, risposi. Fra mezzora si accendono le telecamere. Proviamo.

Ormai non ascoltavo più i suoi inciampi su parole come inclusività, pensavo al montaggio. Andava registrato il discorso in modo che sembrasse una diretta, con neve aggiunta fuori dalla finestra, e lorologio che batte mezzanotte. Limportante era la voce: doveva suonare come se non stesse leggendo.

Quello era il mio laboratorio. Voci altrui, accenti piazzati con cura, falsità dosate con precisione. Lo ammetto: mi piaceva trasformare un grigio burocrate impaurito dalla gente vera in un leader della regione. Pulire la traccia dal rumore.

Parliamo degli ospedali? domandò il governatore a un certo punto.

Controllai il testo.

Diciamo che continueremo a migliorare la qualità dellassistenza sanitaria, spiegai. Significa tutto e niente. Chi sta male penserà che lei riconosce il problema, chi sta bene la giudicherà virtuosa. Niente dettagli.

Certo, in realtà abbozzò una risposta vaga. Hai ragione. Tu sai come si fa.

Sapevo come non parlare di ospedali.

Due ore dopo, quando la troupe spegneva le luci e la truccatrice staccava il fondotinta dal viso del governatore, io correggevo il comunicato stampa: Il Presidente ha riassunto lanno e illustrato i piani futuri. Tolsi illustrato, sostituì con sottolineato: meno dettagli.

Dalla stanza accanto arrivava una risata. Raccontavano del party aziendale. La direttrice comunicazione, magra, capelli sbiaditi, si affacciò:

Vieni domani dopo la riunione? mi chiese Non siamo mica animali, dobbiamo festeggiare.

Se non scoppia qualche emergenza, risposi. Anche se da noi le emergenze le abbiamo a turni.

Rise e se ne andò. Sullo schermo lampeggiava il messaggio di mia moglie: Vieni domani alla recita di Luca? Ci tiene tanto. Avevo già scritto Ho la diretta, non posso, ma non lo inviavo. Sapevo che lavrei spedito e poi riscritto da capo la dedica al post di auguri del governatore su Instagram, togliendo amato. Il governatore non amava la sua terra. Amava il potere e il silenzio.

Non mi reputavo cattivo. Mi consideravo un artigiano del confezionamento. La gente vuole la favola di Capodanno? Gliela tramuto io. Invece di tabelle, il racconto caldo di siamo più uniti. Invece di ammissioni di fallimenti, promesse di rafforzare limpegno. La bugia non era più tanto frode, quanto lubrificante; senza di essa lingranaggio della società strideva e si corrodeva.

Finché non arrivò quel giorno.

Il mattino dopo, a ventiquattrore dalla mezzanotte, mi svegliai con la bocca secca e ununica frase in testa: Abbiamo fatto molto. Non mi sembrava più azzeccata.

Il telefono tremava sul comodino. Mia moglie aveva registrato un messaggio: Oggi vieni davvero? Luca ha ripetuto la poesia. Premetti ascolta, poi rispondi e dissi:

Verrò

La gola si chiuse. La parola verrò si bloccò, come una lisca. Tossii, tentai di nuovo:

Io probabilmente non riesco. Ho lavoro. Salterò ancora.

Mi sentii in colpa, ma la frase è uscita leggera, senza resistenza. Mi stupii di ciò che avevo appena ammesso. Mia moglie rispose subito:

Lo sapevo.

Mi aspettavo rimproveri, ma non arrivarono. Solo stanchezza.

Vent minuti dopo, ero in macchina bloccato nel traffico. La radio parlava dellassalto ai negozi, i dj scherzavano è ora di scrivere la lista di propositi. Poi, improvvisamente, su tutte le frequenze arrivò una voce neutra da giornalista:

Da tutto il mondo si segnalano strani fenomeni: la gente racconta di non riuscire a dire volontariamente cose false. Ogni tentativo di mentire provoca disagio, crampi, difficoltà del linguaggio. Scienziati e medici non hanno spiegazioni. Le autorità invitano alla calma.

Sciocchezze, sbottai. Il solito scherzo social.

Ma appena aggiunsi: Tra due ore sarà tutto finito, la lingua parve incollarsi al palato. Mi zittii. Dentro, invece della paura, cresceva il fastidio: detesto quando lo schema salta.

In sede era il caos. Di solito la routine di fine dicembre era decisa: auguri, comunicati, lista di ospiti. Stavolta, nella sala riunioni, tre canali di notizie parlavano tutti dello stesso fatto.

Un conduttore cercava di ridere ma, collegando sembra isteria collettiva, tossì e ammise: Ho paura e non so cosa succede. Un esperto, convinto nessuna prova, a metà frase si piegò e confessò di aver letto rapporti scientifici senza spiegazione.

Ma che diavolo la direttrice comunicazione si bloccò, visibilmente tentava di imprecare più leggero del solito, le si strinsero le labbra. Va bene, lavoriamo. Spiegami cosa sta succedendo.

Avrei voluto rispondere: Passerà, aspettiamo, ma invece sentii la mia voce:

Non lo so. Se è vero, il nostro discorso è inutile.

Perché? chiese il governatore entrando.

Nel discorso di ieri, ogni due righe cera una bugia, dissi calmo. Se il fenomeno è reale, quando lancerai la registrazione ti si chiuderà la gola in diretta.

Sentii un gelo dentro: di solito sfumavo i termini non proprio esatto, abbiamo concesso. Ora la lingua mi negava i soliti eufemismi.

Ma forse vale solo per chi parla? provò il governatore. Il video labbiamo già.

Apriamo il file. Sullo schermo, lui sorride e dice: Abbiamo fatto tutto per far sentire la vicinanza delle istituzioni. Quando pronuncia tutto, limmagine si blocca, laudio gracchia, il viso si deforma come volesse vomitare. La registrazione si interrompe.

Silenzio.

Che montaggio è questo? chiese loperatore, pallido.

Non è montaggio, risposi. È

Avrei voluto dire anomalìa, ma la lingua scelse divieto.

Guardavamo il frame fisso. Il governatore si tolse gli occhiali, si massaggiò il naso.

Non posso dire che ho fatto tutto, scandì. Perché non è vero.

Esatto, confermai. Ha fatto una parte. A volte bene, a volte male. Non tutto.

E adesso? sussurrò la direttrice comunicazione. Tra ventiquattrore cè diretta nazionale. Tutti si aspettano i luccichii. Diamo i dati della Corte dei Conti?

Aprii il laptop. Le dita scrivevano: Abbiamo fatto molto, ma Tentai di cambiare molto con quel che si è potuto, ma la mano tremò. Mi resi conto che, per la prima volta in anni, non riuscivo a partire con la solita frase.

Facciamo una prova, suggerii. Dica qualcosa di sicuramente falso.

Il governatore alzò le spalle.

Amo svegliarmi alle sei per lo sport.

Al amo si contorse. Tossì, gli vennero le lacrime agli occhi.

Lo odio, confessò. Lo faccio solo perché i medici me lo impongono.

Chiaro, mormorai. Funziona.

La giornata fu una strage di programmi. In sala, gli avvocati gridavano: il loro cliente, un costruttore, durante unintervista ammise ho risparmiato sui materiali, altrimenti il guadagno diminuiva. Il suo PR tentava di interromperlo ma, anche lui, rispondendo su responsabilità sociale, rivelava che pensiamo solo al margine; tutto il resto è decoro.

Nella chat fioccavano screenshot dai social. Sotto gli auguri dei marchi, la gente scriveva: Avete licenziato metà personale, avete alzato i prezzi e lo chiamate cura. Gli addetti rispondevano, ma senza formule consuete. Niente ci dispiace che abbia questa impressione, solo non ci importa della vostra impressione, rispondiamo per protocollo. Poi cancellavano, ma gli screenshot ormai giravano ovunque.

Così non può continuare, esclamò qualcuno. Il mondo non funziona così.

Il mondo funziona sullautoillusione, replicai. Mi accorsi di parlare non più da cinico, ma da qualcuno che vedesse le viscere della macchina. Senza piccoli ritocchi, tutto striderebbe.

Avrei voluto aggiungere che forse è un bene. La lingua non lo permise. Non ne ero sicuro.

A pranzo, il presidente apparve in video. Niente sicurezza solita. Alla domanda Controlla la situazione? abbozzò Certo, poi si bloccò e ammise: Parzialmente. Molte cose le sfuggono. Tutto il paese rimase inchiodato.

Se neanche lui ci riesce, commentò la direttrice, allora è serio.

È dappertutto, dissi. Non riguarda solo noi.

Non ci consola, borbottò.

La sera ci ritrovammo in una stanza piccola, senza finestre. Sul tavolo pile di vecchi discorsi, rapporti, statistiche. In un angolo la tv senza audio: si vedeva un sindaco che in diretta ammetteva di non aver mai letto il bilancio che aveva approvato.

Serve un testo nuovo, disse il governatore. Uno che riesca a recitare e che non ci distrugga.

Non serve il testo, risposi. Serve la forma. Se fa il solito, la massa lo divora. Se si pente, lo dichiarano debole. Bisogna trovare una terza via.

Quale? chiese la direttrice.

Non sapevo che rispondere. Era saltato ogni schema. Non si poteva promettere una casa a ogni famiglia se non era vero. Né assicurare che i prezzi non saliranno se già linflazione aveva bruciato metà degli stipendi. Non potevo nemmeno chiamare la gente cara, se in testa mi giravano le parolacce.

Guardai il governatore. Era sfinito, smarrito, ma non cattivo. Non un mostro. Solo uno abituato a un certo linguaggio e ora senza più voce.

Facciamo così, propose. Le faccio delle domande. Risponde sinceramente. Da lì estraiamo il discorso.

Vuole che mi scavi la fossa da solo? rise cupo.

Voglio che almeno una volta dica qualcosa che davvero può sopportare, replicai.

Sorprendendomi. Di solito non parlavo così ai clienti.

Va bene, sospirò il governatore. Chiedi.

Rimanemmo lì fino a notte fonda. Feci domande semplici: Cosa ha realmente fatto questanno? Senza report, di pancia. Cosa è andato male? Di cosa ha paura? Cosa vorrebbe, per sé, non per la regione?

Ogni volta che tentava la frase generica, la lingua lo bloccava. Così doveva dirlo chiaro:

Non andai nel paese dellincidente perché mi spaventava la folla.

Non leggo i rapporti completi, solo gli estratti.

Non credo che sistema le strade in un anno.

Voglio la rielezione perché temo di perdere lo status e la sicurezza.

La direttrice prendeva appunti in silenzio, il volto grigio.

Se lo mandiamo in onda, sospirò, ci sbranano.

Se lo nascondiamo, ci sbranano comunque. Solo in modo diverso.

Mi stupivo di me stesso. Il mio dizionario non prevedeva noi. Era cliente e pubblico. Ora mi sentivo coinvolto.

Quasi a mezzanotte, il cellulare squillò. Mia moglie.

Vieni? esitò senza saluto.

Avrei voluto dire: Ritardo ma provo, ma la lingua ancora no.

No, risposi. Non vengo. Scelgo il lavoro. Non perché sia più importante, ma perché mi è più familiare. Ho paura di stare con voi e non sapere che dire.

Silenzio dallaltra parte.

Almeno non menti, disse infine. Luca reciterà lo stesso. Ti mando il video.

Staccai e fissai il portatile. La bozza di discorso era lì, senza trucchi:

Non ho fatto molte delle cose che ho promesso.

Non posso garantirvi un anno facile.

Anchio ho paura.

Non era un discorso, era una confessione. Impronunciabile in tv.

Così non va, disse il governatore leggendo. Cambiano canale subito.

Sì, convenni. Serve una struttura diversa.

Iniziai a sistemare. Non mentire, solo ordinare. Sostituire ho paura con comprendo le vostre paure e le condivido. Eliminare dettagli che ferivano. Mantenere la sostanza.

Quando provavo a addolcire la verità troppo, la lingua segnalava disagio. La frase si spezzava. Dovevo trovare la formulazione onesta, ma non devastante.

Non ho fatto molto di ciò che promettevo diventava: Non tutto quello che avevo promesso è riuscito. La frase filava liscia.

Non posso garantirvi un anno facile si trasformava in: Non prometto un anno semplice, ma prometto che non fingerò di non vedere i problemi. Anche questa passava.

Così, passo dopo passo, costruivamo un discorso diverso. Non eroico, non pentito. Solo umano, imperfetto.

Strano, disse il governatore dopo varie letture. Mi sento nudo.

Almeno respira, risposi. Forse anche chi ascolta.

Il mattino del trentuno, tutta la città viveva una specie di esperimento. I cassieri dei supermercati confessavano che odiavano la ressa. I clienti dicevano apertamente che compravano troppo dolce per sentirsi meno soli. I tassisti contavano quanti semafori bruciavano per tornare a casa.

In sede i telefoni impazzivano. Da Roma chiamavano: Capite che il vostro governatore parlerà in diretta? Controllate il discorso? Rispondevo sincero:

In parte. Può deviare dal testo. Ma abbiamo fatto il possibile per evitare menzogne palesi.

Tutto il possibile stavolta era vero. Avevo fatto proprio tutto quello che potevo.

La direttrice fumava nervosa alla finestra.

Se funziona, diceva, ci useranno come esempio di nuova sincerità ai corsi. Se va male

Ci cacciano, chiusi io. Non è neanche la peggiore delle ipotesi.

Pensai che ne avevo viste di peggiori. E la lingua non mi fermò: doveva essere vero.

Unora prima della diretta, ci avviammo in studio. Stavolta niente chroma key Quirinale. Camera reale: stanza del governatore, una piccola abete, la pila di documenti in vista.

Li togliamo almeno quelli? propose loperatore. Non fanno scena.

Lascia, dissi. Che restino.

Il governatore si sedette, sistemò la cravatta. Guardò la camera e me.

Se inizio a dire scemenze, mi blocchi? chiese.

Non posso, ammisi. Anche io ho la lingua recalcitrante.

Il regista contò: Tre, due, uno. Luce rossa accesa.

Il governatore inspirò:

Buona sera, disse. Oggi non vi dirò che è stato un anno facile. È stato duro per molti di voi, anche per me.

Rimasi paralizzato. La frase filò. Il resto del testo proseguì teso come un filo.

Non tutto quello che avevo promesso è riuscito, continuò. In certi casi abbiamo sbagliato, in altri ci siamo fermati, altrove abbiamo avuto paura di scelte difficili. Voi lo sapete e percepite.

In regia qualcuno imprecò sottovoce. La direttrice chiuse gli occhi.

Non prometto che il prossimo anno risolverà tutto, disse. Ma posso promettere che non fingerò di ignorare i problemi. Cercherò di parlarvi con onestà, anche se sarà scomoda.

Non perfetto, si inceppava, cercava termini, di tanto in tanto guardava il foglio, ma non si riparava nella retorica. Invece di abbiamo ottenuto grandi risultati, diceva alcuni passi importanti, ma non abbastanza. Invece di ognuno di voi alcuni di voi. Invece di sono orgoglioso di tutti ringrazio chi non si è arreso.

Alla fine, sorprese tutti scostandosi dal copione.

Vorrei dire una cosa personale, scandì. Spesso non sono andato dove mi aspettavano. Avevo timore di guardarvi in faccia. Non prometto che cambierò da un giorno allaltro. Ma capisco che così non si può più andare avanti.

Sentii un brivido sulla schiena. Quella frase non era nel testo. Ma passò senza disagio. Era vera.

Buon anno, concluse. Che sia almeno un po più onesto.

La luce si spense. In sala, il silenzio.

È fatta, sospirò la direttrice. Siamo finiti.

Vedremo, replicai.

La reazione fu mista, né entusiasmo né disastro.

Sui social cera chi scriveva: Ancora parole, vediamo i fatti. Altri annotavano: Almeno niente favole. Alcuni si lamentavano: Lo sappiamo già che va male, perché ribadirlo? Altri ringraziavano: Non ha fatto finta, finalmente.

Nei telegiornali nazionali: discussioni fra esperti. Cera chi lo chiamava precedente pericoloso, chi segno dei nuovi tempi. Qualcuno ci vedeva una mossa di PR, ma tentando di dire tutto era programmato gli partiva la balbuzie.

In sede era silenzio. Nessuno si batteva sulla spalla, niente congratulazioni. Tutti nei loro angoli, scorrendo le notizie.

Non ci hanno licenziato, annunciò la direttrice, controllando il telefono Da Roma hanno scritto coraggioso. Poi, faremo un esempio. Boh, non so se è lode o minaccia.

Tutte e due, risposi.

Sentivo una fatica non da poco sonno, ma come di chi ha re-imparato a parlare.

Il telefono vibrava. Messaggio da mia moglie: video. Luca in piedi su una seggiola della materna recitava la sua poesia sullalbero. A un tratto si fermò, guardò la telecamera:

Papà non è venuto, ma la dico lo stesso.

Guardai e senza giustificarmi accettai: è così.

Le scrissi: Sono in torto. Non so come rimediare, ma vorrei provarci. Le dita tremavano, ma la lingua non aveva obiezioni. Era la verità.

Lei rispose: Vedremo.

La notte trascorse tra sonno leggero e petardi veri fuori, non quelli che monto nei video. In città la gente urlava dalle finestre non solo buone feste, ma anche ti amo da sempre o sto con te solo per paura della solitudine. Forse qualche coppia si separava, qualche conversazione onesta iniziava dopo anni rimandati.

Sul divano della casa vuota pensai che il mio mestiere si fondava proprio sullarte di piegare la realtà. Mai spezzarla, solo piegarla. Ora quella arte pareva inutile. Se il mondo, ogni tanto, pretende la schiettezza, bisogna imparare un altro mestiere.

Non so se è quello che voglio. Il controllo mi piace. Adoro la frase perfetta, che centra sempre il bersaglio. Lonestà è terra incognita.

Verso lalba mi addormentai.

Mi svegliò la vibrazione del telefono sul tavolo. Fuori era già chiaro. Avevo mal di testa.

Sul display: decine di notifiche, chat ed email urgenti. Aprii la prima.

Sembra sia finita, scrive la direttrice Ho appena detto a mio figlio che il suo disegno era bello, anche se era orrendo, e non mi sono sentita male. Prova tu.

Mi sedetti sul bordo del divano. Provai:

Oggi vado volentieri da mia suocera.

Nessun crampo. La piccola finta scivolò facile, come un gesto familiario. Lanomalia era passata.

Sentii insieme sollievo e vuoto. Come quando si spegne una luce forte appena ti ci abitui.

Il telefono vibrò ancora. Il vice del governatore.

Andrea, buongiorno, la sua voce allegra, come se la sera prima non fosse esistita. Senti, sei stato un grande. Il discorso di ieri ha già fatto il giro. Da Roma dicono livello di fiducia nuovo. Cè una proposta per te.

Che tipo? chiesi.

Dobbiamo impacchettare questonestà. Farne un marchio. Tipo il nostro presidente è il più trasparente. Slogan, video, tutto come sai tu. La gente lo mangia. Immagina: Noi non mentiamo siamo con voi. Roba simile. Ce la fai?

Restai zitto. Avevo già in mente layout, hashtag, campagne. Sapevo come si fa: prendi ciò che è vivo, lo formatti, lo rendi un prodotto. Qualcosa da moltiplicare.

Sei lì? chiese ancora. Ci serve subito. Finché è fresco.

Avrei risposto: Certo, si fa, ma la lingua si inceppò un attimo. Non come ieri, solo una resistenza interna. Non divieto, ma scrupolo.

Ripensai al governatore davanti alla telecamera: Non fingerò. Alla faccia di mio figlio a fine poesia. Al mio sono in torto.

Posso farlo, dissi alla fine, piano. Non è difficile. La domanda è se voglio.

Risero dallaltra parte.

Dai, non fare lidealista. Siamo tutti un po fuori, ma la festa è finita. Al lavoro, ci vivi con questo.

Ci guadagno, avrei voluto dire. Ci vivo, sarebbe stato falso. Ma la lingua scelse una terza via.

Facevo così perché non sapevo fare altro. Ora non so se voglio continuare come prima.

Pausa.

Vuoi diventare moralista? ironizzò il vice. Non scherzare. Pensaci qualche ora. Se non lo fai tu, lo farà qualcun altro. Lonestà è merce anche lei. Basta darle la forma giusta.

Chiuso. Mi alzai, andai in cucina, accesi il bollitore. Pensieri per la testa, nessuna soluzione. Sapevo solo una cosa: non riuscirò più a mentire con la solita leggerezza. Non che sia vietato, ma dora in poi mi tornerà in mente comè senza lustrini.

Mi versai il tè, mi appoggiai al davanzale, guardando il cortile. Neve, rifiuti, il cane randagio che fruga tra i sacchetti. Nessuna cartolina festiva.

Il telefono vibrò ancora. Stavolta il messaggio di mia moglie: Andiamo a passeggiare. Vuoi venire? Senza promesse.

Risposi, ma cancellai subito. Ne scrissi uno diverso:

Vengo se riesco. Non prometto, ma vorrei.

La lingua non protestò. Era la mia formula più vera.

Mandai il messaggio e tornai alle notifiche: i soliti chat urgenti, le email da fare subito. Il lavoro rimaneva lì. Il mondo non migliore né peggiore. Per ventiquattrore si era mostrato nudo, ora di nuovo rimetteva la maschera.

Mi sedetti, aprii il portatile, creai un nuovo file: Concept comunicazione onesta. Poi, fra parentesi: senza menzogna, per quanto possibile.

Sorrisi alla precisazione. Qualcosa, dentro, si era mossa. Niente rivoluzione, solo una virata minima.

Non so che scriverò, se accetterò la proposta, se uscirò a passeggiare con la famiglia. Non so chi sarò fra un anno. Ma so che non potrò più usare la bugia come semplice strumento. Ogni volta che la mano proverà a smussare la realtà, dentro sentirò la voce di ieri: Non ho fatto molto di ciò che promettevo.

Chiusi gli occhi, inspirai e iniziai a scrivere le prime frasi.

Fuori partivano gli ultimi petardi, sui giornali già si parlava delle ventiquattrore di sincerità e si discuteva come sfruttarle in politica e negli affari. Il mondo voleva trasformare lesperienza in una risorsa.

Io scrivevo con calma, scegliendo le parole come se ogni frase portasse non solo un compito ma anche una responsabilità. Non santo, non censore. Solo uno che in un Capodanno, improvvisamente, si ritrovò senza diritto di mentire, e oggi non riesce più a smettere di ricordare che sensazione era.

Da tutto questo, quello che ho capito: la verità costa fatica, ma una volta conosciuta, è impossibile tornare indietro come prima.

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Un giorno intero senza bugie: ventiquattro ore di verità per un capo della regione alla vigilia di Capodanno, tra discorsi pubblici, crisi familiare e il dilemma di una comunicazione davvero sincera nell’Italia di oggi
Cosa ci fai nel mio portatile? – Un mistero svelato davanti a uno sguardo sconosciuto