Tutti la chiamano Muta Ninetta. Il soprannome non nasce da cattiveria, ma semplicemente perché così labitudine lha fissata nella piccola e quasi scomparsa frazione di San Martino di Colli. Nessuno dei pochi abitanti si chiede perché la donna abbia quel nome. Ninetta non è mica muta: la sua voce è timida, sommessa come il fruscio delle foglie al vento, ma cè. Gli abitanti ascoltano le sue parole solo di rado e hanno imparato a leggere le emozioni nei suoi grandi occhi azzurri sbiaditi e nella pelle rugosa. Perciò il soprannome indica più il suo silenzio che una mancanza reale di voce.
Quante vecchiette sole vivono il loro tempo in villaggi dimenticati, radicati nella terra? Nessuno ne conta gli anni, nessuno piange quando la loro vita si spegne. Neanche i vicini chiacchierano alle loro spalle; le ignorano come lerba selvatica lungo la strada. Così Muta Ninetta avrebbe potuto trascorrere i suoi anni in tranquillità, morire nella sua casetta vuota e lasciare un cumulo di pietre abbandonate.
Ma un giorno avviene limpossibile per quel villaggio: un uomo anziano, vestito di completo elegante, arriva a bordo di una lussuosa automobile. Stanno parlando sulla soglia del cancello; lui parla, Ninetta ascolta in silenzio, scrutando il volto dello sconosciuto con occhi quasi ciechi. Poi, improvvisamente, si accascia sul posto dove era in piedi e urla così forte che sembra di far scendere dalla sommità del colle tutti gli abitanti di San Martino.
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Ninetta nasce nella stessa frazione negli anni precedenti la guerra. Qui cè la più grande azienda agricola collettiva della provincia, dove tutti lavorano con gli stessi diritti. Non si paga per le giornate di lavoro, non ci sono buste paga né documenti; la vita è povera e affamata. Ninetta è la seconda di sei figli e la figlia più grande. Ha dodici anni quando la tubercolosi porta via suo padre. Il padre, malato, non ha potuto essere messo in cura; continua a pascolare il bestiame finché non cade a terra nei campi infiniti dellazienda.
Il padre è un uomo tranquillo, non violento, che non picchia né la moglie né i figli. Realizza giocattoli di legno e fischietti di argilla per i piccoli. Quando muore, Ninetta cade in una disperazione tale da piangere senza sosta per quasi due giorni, rifiutando il cibo. La madre piange anchessa, comprendendo che dovrà crescere tutti i fratelli da sola. Dopo un breve lamento, la madre la spinge fuori dal letto e la manda al lavoro.
A dodici anni Ninetta sa già fare tutto ciò che si aspetta da una donna adulta: lavora lestate al fianco della madre nei campi, a scuola va solo dinverno, finché il padre è vivo. In inverno aiuta la madre con i fratelli più piccoli, cucina e pulisce. È una bambina vivace, con il linguaggio affilato; gli abitanti la vedono spesso rimproverata dalla madre, costretta a correre lungo la strada con una frusta per i suoi scherzi.
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Gli anni Trenta portano la fame. La famiglia di Ninetta ha ancora una capra, il latte della quale scambia con i vicini per patate o per fare una zuppa davena. La vita sopravvive finché qualcuno avvelena la capra. Ninetta ricorda per tutta la vita le lacrime di sua madre in quel giorno; non ha mai pianto così per il marito defunto.
Un fratello dopo laltro muore, poi anche la madre. La sorellina di otto anni viene affidata a una famiglia di accoglienza nel villaggio vicino. Un altro fratello, senza documenti, raccoglie il grano rimasto e scompare alla ricerca di lavoro, senza mai tornare. Ninetta viene affidata a una zia di terzo grado. Qui inizia la sua vita da adulta.
Abituata alla pazienza della madre, Ninetta risponde alla durezza della zia con il suo solito spirito vivace, ma subisce una percosse così violenta da rimanere una settimana sdraiata a pancia in su, con cicatrici bianche sul dorso, sulle gambe e sul viso. Da quel momento la gente la chiama Muta, perché sembra non rispondere a nessuno. La zia, però, non la vuole sentire parlare: È meglio che taci, finché lavori.
Il silenzio di Ninetta continua quando la zia la vende in marito a quindici anni; quando la suocera la picchia e la umilia; quando la guerra parte e il marito parte al fronte; quando dà alla luce lunico figlio, Vincenzino, che ama più della sua vita. Lunica volta che alza la voce è quando le portano via il bambino, accusandola di traditrice della patria.
Il villaggio, distante dalla guerra, continua a seminare frumento che poi finisce quasi tutto al fronte. Il campo è accanto al giardino vuoto della suocera, dove si possono raccogliere spighe schiacciate nel fango. Ninetta piega la mano, raccoglie una manciata di spighe per fare una torta di frumento. Alcune persone buone la denunciano; la condannano a dieci anni di carcere, la suocera rifiuta di prendersi cura di Vincenzino, e il bambino viene portato in un orfanotrofio. Ninetta piange, implora, si trascina a gambe raccolte; la gente osserva in silenzio, distogliendo lo sguardo. Il suo spirito è spezzato, e ancora una volta tace, con i suoi occhi azzurri che perdono un po di luce.
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Quando la prigione la rilascia per la morte di Mussolini, Ninetta non piange né per il dittatore né per la libertà ritrovata. Non ha più dove andare e torna nella casa della suocera, ormai malata e semiparalizzata. Il figlio, tornato dal fronte dalla Polonia, ha iniziato una nuova vita senza spazio per la madre invalida. Ninetta, sempre silenziosa, ritorna alle sue vecchie occupazioni: lava, cucina, ara il orto, si prende cura della suocera fino alla sua morte. Non riceve ringraziamenti, solo lamenti e accuse della donna, che incolpa Ninetta per la propria malattia e per il figlio che lha abbandonata.
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Gli anni passano e Muta Ninetta trascorre il suo ultimo periodo in solitudine. Non si risposa più e non ha altri figli. Coltiva un piccolo orto, una capretta e una decina di galline. Una mattina, quando la vicina Matilde la rimprovera perché le sue galline, scappate per un recinto bucato, hanno beccato il giardino altrui, Ninetta, con un sorriso colpevole, prepara del latte da portare a Matilde. Allimprovviso, mentre scende nella strada principale di San Martino, appare un enorme fuoristrada nero.
È chiaro a tutti che è arrivato qualcuno di importanza; Matilde, dimenticando il latte, corre a chiamare gli altri abitanti. Queste visite sono rare e ognuna è un evento significativo. Ninetta resta al cancello, curiosa, a osservare la macchina. Il fuoristrada si avvicina lentamente, si ferma indeciso. Il portellone si apre e scende un uomo di circa sessantanni, cenere, dallaspetto dignitoso e sportivo. Togliendo gli occhiali, fissa la strada per un attimo, poi si avvicina a Ninetta. Lei non capisce subito cosa vuole, ma ascolta in silenzio.
Luomo continua a fare domande, chiamando per nome le persone che Ninetta conosce. Lentamente, il suo pensiero si chiarisce. «Vincenzino, mio caro», urla Ninetta, cadendo in ginocchio, stringendo le braccia delluomo. Le lacrime le scorrono sul volto, ripete il nome del figlio. I vicini accorrono; Matilde si unisce al pianto, mentre luomo, asciugandosi a stento le lacrime, tenta invano di sollevarla.
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Il tavolo donore viene allestito nella grande casa del borgo, così che tutti possano partecipare. Tra brindisi e stuzzichini, gli abitanti ascoltano il lungo racconto delluomo che ha cercato per anni informazioni sulla madre scomparsa. Molti piangono, altri gioiscono per la loro timida vicina.
Segue lultimo addio; ognuno sente il dovere di abbracciare e baciare Ninetta e stringere la mano a Vincenzino. La donna osserva, con gli occhi azzurri spalancati, in silenzio, e sorride. Le galline e la capretta vengono date a Matilde, che le ricambia con un grosso barattolo di miele di tiglio. Quando le preparazioni finiscono, il portellone si chiude, lauto si inclina pericolosamente e porta via Ninetta per sempre da San Martino. I vicini rimangono a guardare il rombo del motore finché non svanisce.
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Che fine ha avuto la sua vita? Alla fine, la donna trova una felicità semplice: una grande casa, un figlio con una moglie buona, tre nipoti e cinque pronipoti. Nessuno la chiama più Muta Ninetta. Non può più tacere, perché la piccola Ginevra, cinque anni, adora ascoltare le nonne raccontare fiabe prima di dormire.







