Sei sempre al mio fianco

Caro diario,

oggi il ricordo di mio padre, Vittorio Rossetti, è tornato più vivido che mai. Da tempo soffriva di un cancro feroce; ogni giorno si trascinava in quella stanza grigia dellospedale San Giovanni a Milano, come se il tempo si fosse fermato a un colore sbiadito. Guardava il soffitto, evitando di incrociare gli occhi pieni di lacrime di sua moglie Irene Bianchi e della figlia Ginevra, che con le ultime forze cercavano di sorridergli durante le brevi visite. Poi è arrivato il giorno in cui tutto è cambiato: la fine si è fatta avvertire. Davanti alla flebo e al soffitto incrinato, nella sua mente ribolliva un solo pensiero: «Questo è linizio della fine. Non tornerò più a casa».

Una notte la sua condizione è peggiorata di brutto. La malattia, come una bestia furiosa, ha dato il colpo decisivo. Il mondo si è ridotto alla stanza, al profumo di disinfettante e ai bisbigli dietro la porta, per poi svanire in un’oscurità senza aria.

E poi silenzio.

Il dolore è sparito, fino allultima goccia. Il peso che per mesi schiacciava il petto e le ossa è svanito. Con un sollievo quasi infantile, ha respirato profondamente, il primo respiro davvero libero degli ultimi mesi, e ha aperto gli occhi.

Si è ritrovato nel suo salotto di casa. Un raggio di sole giocava sulla polvere sospesa, illuminando il divano familiare. Ed ecco loro: Ginevra stringeva Irene tra le braccia. Le spalle di Ginevra tremavano, mentre il volto di Irene era torpido di un dolore muto e spaventoso. Le loro urla si levavano come un canto lacerato, ma per Vittorio suonavano come provenienti da dietro un vetro spesso ovattate, lontane.

«Che cosa è successo? ha chiesto nella sua mente. Perché piangono? Sono ancora in ospedale Come sono finito qui?»

Ha fatto un passo verso di loro, desideroso di avvolgerle, di consolarle, di chiedere. Ma loro non lo hanno notato. Quando ha allungato la mano per toccare la spalla della figlia, le dita sono passate attraverso di lei, trovando solo un lieve fresco.

Spaventato, si è ritirato, e ha visto sul tavolo una grande foto sua dentro una cornice nera di lutto.

Ci è voluta unaltra frazione di secondo perché il mosaico si ricomponeva in un quadro orribile e impossibile: le lacrime di moglie e figlia, e lui stesso, invisibile e intangibile, non più a casa ma al di là, nellaldilà. Ha compreso che la fine era arrivata.

«Sono morto? In ospedale E già seppellito?»

Il pensiero era mostruoso, ma non cera dubbio alcuno. La malattia lo aveva sopraffatto. Però perché era ancora lì, a vedere, a sentire, a capire?

Il suo cuore o quel che ne rimaneva si lacerava per la loro impotenza. Voleva gridare: «Sono qui! Sto bene! Non ho più dolore!», ma non riusciva a produrre suono.

Nel panico ha coperto il volto con le mani. Ed ecco che è avvenuto il miracolo. Un rumore simile al mare si è placato. Ha sentito una mano piccola e calda sulla guancia. Ha riaperto gli occhi.

Di fronte a lui cera sua madre, così come la ricordava da bambino: giovane, sorridente, con occhi luminosi. Dietro di lei si stendeva un campo infinito, avvolto da una luce dorata, punteggiato da papaveri, i suoi fiori preferiti.

Mamma? ha sussurrato, incredulo. Sei tu? Come è possibile?

Va tutto bene, Vittorino, ha risposto la madre con voce dolce e familiare. È finita. Sei libero. Hai solo voluto salutarle.

Ha voltato lo sguardo indietro. La stanza con le due donne in lacrime scivolava via piano, come unimmagine che svanisce sullo schermo, dissolvendosi nella luce.

Ma loro la sua voce tremava.

Ce la faranno. Si hanno lun laltra e il tuo amore rimarrà con loro per sempre. Il tuo dolore è finito. Hai meritato la pace.

Con mano gentile la madre ha preso la sua, il tocco era reale, vivo. Nei suoi occhi ha visto uninfinita comprensione e un perdono assoluto.

Non cera più paura, né traccia di quel dolore logorante. Solo una lieve tristezza, come nebbia mattutina che si scioglie al sole, lasciando spazio a un sentimento nuovo, sconosciuto ma di serenità eterna.

Vittorio ha guardato unultima volta il mondo che stava svanendo. Sua moglie e sua figlia, finalmente, si sono avvicinate, sfiorandosi le fronti, trovando un piccolo rifugio luna nellaltra.

Ha sorriso loro, mandando un addio benedetto, e si è rivolto verso la luce.

Andiamo, mamma, ha detto piano. Mi sei mancata.

E ha compiuto il primo passo nel suo nuovo e perenne mattino.

Nel salotto, dove rimanevano i due volti più amati, è avvenuto linspiegabile. Irene, improvvisamente, ha smesso di piangere, si è raddrizzata e ha posato la mano sul cuore, come a sentire un battito.

Mamma, che ti è successo? ha chiesto Ginevra, spaventata.

Non lo so ha risposto Irene, sussurrando. Mi è sembrato tutto così tranquillo, caldo. Come se papà ci avesse appena abbracciati e detto che sta bene.

Hanno osservato la foto nella cornice. Entrambe hanno percepito un lieve sorriso apparire sul volto stanco ma gentile di Vittorio Rossetti, quasi impercettibile. Il peso nella stanza si è dissolto, lasciando spazio a una malinconia leggera, priva di disperazione, solo una dolce rassegnazione e unimmensa gratitudine per gli anni vissuti insieme.

La conclusione è chiara:

La morte non è una fine. È soltanto un tenero addio in un mondo per abbracciare la vita eterna in un altro. Lamore è il filo che unisce i due mondi, non si spezza né scompare. Vive nella memoria, nei ricordi più cari, nei volti dei figli e dei nipoti, nel fruscio della pioggia che qualcuno amava ascoltare.

Chi ci lascia non se ne va per sempre; ritorna a casa, lasciandoci il suo amore come conforto e speranza di rincontrarci un giorno dove non ci siano più dolore né lacrime, solo luce e pace infinita. Finché ricordiamo e amiamo, loro sono vivi non in una cassa di cenere, ma in ogni raggio di sole che squarcia le nuvole, in ogni gesto gentile fatto in loro onore.

Ci voltano, sorridono attraverso il velo invisibile e sussurrano: «Vivi. Sii felice. Sono accanto a te. Sono libero. E supererai tutto».

P.S. Caro papà, ti voglio tanto bene e non ti dimentico mai. So che sei sempre con me, al mio fianco.

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